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martedì 26 gennaio 2021

Fittizie verità ed evoluzione, comunicazione ed epistemologia...

 


Chiamiamo materia ciò di cui percepiamo consistenza. Già con l’aria si fa fatica, poi ci si fida della scienza e confermiamo che anche lei rientra nella categoria. Immersi in una consapevolezza circoscritta dalla concezione del tempo lineare e dalle tre dimensioni, riteniamo di avanzare nella conoscenza della realtà a colpi di misurazione della materia, sostenuti dall’autorevolezza delle leggi della meccanica classica. Tuttavia, basterebbe avere coscienza che quelle leggi non sono altro che narrazioni di evidenze che la scienza per prima non fa corrispondere al vero, per riconoscere il fondo assiomatico-fideistico sul quale abbiamo eretto convinzioni, odi e amori. Un fondamentalismo autoreferenziale che gode del supporto della più raffinata razionalità e obiettività. In esso, lo sappiamo, risiede la verità.


Qualcuno prende le distanze da questa piatta narrazione del mondo. Piatta in quanto si può dire che si esprima su un piano, con regole condivise e confini delimitati. Un campo perciò, al pari di quello di calcio o di qualunque altro gioco. Ognuno dei quali, lo possono riconoscere tutti, è a sua volta autoreferenziale. E chi non ci sta, chi non dispone dell’opportuna astrazione, avrà facili cadute nel sostenere che il suo gioco è più giusto e bello del nostro. E lo sosterrà con enfasi, come chi sa di essere nel giusto, di essere obiettivo. Lo abbiamo visto tutti, tutti i giorni ne vediamo la rappresentazione.


È un’eventualità che può coinvolgere chiunque. Nonostante si sia tutti diversi, l’inciampo ha un comune, identico contesto: la riduzione del mondo a quanto stiamo traguardando attraverso il mirino dei nostri interessi. Come il cacciatore afferma il suo essere definitivamente cacciatore premendo il grilletto, così noi identicamente realizziamo, sostenendo la nostra posizione, la verità che vediamo nel mirino. Difendendola. L’infinito che resta fuori dal punto di mira non ci riguarda, non serve alla causa. Di più, esso non è presente in noi, ovvero, non esiste. Ma esiste ed è traguardato con pari riduzione da un altro che, a sua volta, non esiterà a toglierci legittimità, a rifiutarci pari dignità, a riconoscere la reciprocità dei campi di gioco.


La tremolante candela di cui disponiamo illumina per noi un piccolo globo della misterica oscurità. L’arroganza egoica, così spesso scambiata per autorevolezza, ne trae una storia che diviene la leggenda della conoscenza.


Dimentichi di tanta miseria ne combiniamo di ogni. E quando succede di avvedersene, per via di un altro campo di gioco, quello morale, non abbiamo difficoltà a cadere nuovamente, a vivere la pena del senso di colpa. Un’altra presunta verità, che ci pare giusta, inconfutabile, insopprimibile, sebbene questa volta non suffragata dalla scienza ma dalla logica della morale cattolica.


La giostra egoica ed egocentrica dei campi autoreferenziali genera la storia piccola e grande. Ma, nonostante questa evidenza – che da sola sarebbe sufficiente per un’autocritica diffusa nei confronti del sistema concettuale in cui siamo immersi – ne perpetuiamo il ciclo riproduttivo, sordi alla sua ridondanza, ciechi alla sua identicità, esaltati dalla tecnologia, presa per progresso, inetti a riconoscere la separazione crescente dalla natura e da noi stessi.

Senza avvedercene, perpetuiamo una ricerca di verità che effettivamente certamente troveremo, come altre volte abbiamo trovato, ma valida solo ed esclusivamente entro il campo nel quale stiamo giocando. Allora, è totalmente vero che la palla in rete marca un punto per la squadra che l’ha segnato. Come è totalmente illusorio credere che quel punto sia buono anche in altri campi. Un’illusione imposta dall’inconsapevolezza che la realtà è nella relazione e che ognuna di queste genera un suo campo, la cui sola quantità attendibile è infinita.

Ci muoviamo come sassi nella corrente, ma raccontiamo conoscenza e rispetto. Eppure, per un cambio di registro, si tratta di compiere banali osservazioni. Banali ma evolutive, visto che implicano la liberazione dall’impero dell’io. Ma la resistenza narcisa è di scorza diamantina. È così lontana dall’aggiornare se stessa riconoscendo ciò che anche quella parte di fisica meccanica detta relatività, gli avrebbe reso evidente. “[…] non esiste una traiettoria in sé, ma soltanto una traiettoria rispetto a un particolare corpo di riferimento”. Parole di Einstein (1). Per il momento carta straccia buona per il macero, buttata nello stesso cassone dove anche tutta la rivoluzione sociale emergente dalla successiva fisica quantistica è stata gettata dal narciso che è in noi.


È una corsa a testa bassa che impedisce l’ascolto, che non permette di distinguere tra chi vuole giocare la partita e conosce le regole, chi si trova lì per caso, chi vorrebbe cambiare gioco. Impossibile realizzare un senso comune senza un polo che orienti tutti i differenti campi individuali, tutte le mire. E ancora non basterebbe, siamo espressioni della vita non definibili secondo il campo di gioco della logica, della razionalità, del piccolo globo luminoso della nostra scienza. In caso di leader il trambusto tende a ridursi; in caso contrario, a crescere. In ogni caso la storia si ripeterà.


E si ripete, almeno finché l’ascolto non subentra, finché l’egemonia dell’intelligenza non è più sotto il dominio dell’affermazione di sé. Così, come è un processo personale emanciparsi dall’importanza personale, altrettanto – in quanto ad esso implicito – lo è modificare la storia, liberarsi dal suo ciclo dal mozzo egoico.


Dire ascolto è anche dire compassione, è riconoscere i campi sui quali gli individui giocano la loro partita di sopravvivenza. In questa, sia essa superficiale come una disputa per difendere le proprie convinzioni, o profonda ed esistenziale, esprimiamo la visione del mondo che, con tutti i sui laccioli, determina le nostre giocate. Come deus ex machina traumi, affetti, formazione, cultura muovono le leve di noi stessi, lasciandoci vivere nel cosiddetto buon senso di credere di essere liberi nel scegliere e giusti nella nostra razionalità. Arrivare alla consapevolezza, alla ragione d’essere di quei lacci e laccioli è una abbeverata lungo il percorso dell’evoluzione.


Riconoscere i nostri e altrui campi di residenza – e resistenza – fondamentale o estemporanea, alza il rischio di avviare un percorso che porta ad ammettere l’autoreferenzialità della concezione della realtà che abbiamo appreso, che riproduciamo. Allora, la via verso altre dimensioni, oltre alle solite tre nella quale avevamo rinchiuso l’infinito e oltre al tempo lineare come processo verso il futuro, è avviata.


Porta a riconoscere come sogno – legittimo ma strumentale e arbitrario – quanto credevamo reale; cogliere in che termini generiamo la realtà che crediamo oggettiva; a percepire il tempo come un sentimento e a vederne il suo relativo oscillare; a cessare di credere che comunicare sia un fatto razionale; a meravigliarsi d’essersi comportati come se l’esperienza fosse trasmissibile; a sentire l’energia che ci compone e, soprattutto, alla consapevolezza che quando questa viene strozzata entro i nostri saperi misurativi e le nostre parziali verità, uccidiamo la conoscenza, la bellezza, la salute, la vita. Proprio quella che con vanto d’esperto – a suon di consigli e consulenze – andavamo in giro a raccontare agli altri quale e dove fosse, a dir loro come stessero davvero le cose.


Così la materia non è più come pensavamo fosse, ma è come pensiamo sia. Ovvero, il mondo che credevamo di poter visitare come una stanza aperta, perde la sua natura oggettiva. È diventato chiaro che esso non esiste senza di noi, che è il pensiero, generato da sentimenti ed emozioni, a costruirlo.

I campi di gioco sono innumerevoli e orientati secondo altrettante innumerevoli necessità, si muovono a ritmo stocastico e sugli altrettanto infiniti assi, sono vicini e lontani, sopra e sotto, aggregati e radi, raccolti in insiemi mutevoli e volatili, sensibilmente differenziati nell’istante e nel tempo, distribuiti nel grande volume del mistero. Comportarsi come se fossero irreggimentati è egocentrico e genera la storia delle fittizie verità del campetto del nostro gioco.


Lorenzo Merlo  -   force@victoryproject.net 












Note

1 – Relatività: esposizione divulgativa, Torino, Boringhieri, 1967, p. 51.

sabato 12 novembre 2011

Ecologia Profonda, Spiritualità Laica e Taoismo: Un permanere costante nell'Essere - “Dove io sono.. è il luogo ed il momento”

Riflessione in penombra



Quel che esiste ha in sé la qualità dell'Essere. E' auto-esistente. Questo non significa che è statico. Poiché essere ed esistere sono consequenziali, in ogni trasformazione dell'esistere l'essere permane.

L'essere è una “qualità” intrinseca inamovibile e stabile in ogni movimento del divenire. Questa è l'intuizione dell'ecologia profonda e della spiritualità laica ed è pienamente riscontrabile anche nel pensiero taoista.

Il Tao non si figura come una “perfetta immobilità”, esso è il substrato inscindibile di ogni mutazione, pur restando indivisibile nella sua propria natura. Le forme espressive del Tao, che si manifestano attraverso i moti energetici (Yin e Yang), sono immagini della sua pienezza in movimento, forme espressive utili a comprendere, nella simultaneità dell'infinito e contemporaneità dell'Essere, le sfaccettature degli eventi nel divenire, dei singoli aspetti trasformativi che noi riconosciamo.

Il Taoismo, pertanto, è una religione senza Dio. In verità non è nemmeno una religione, poiché non v'è nulla di separato da riunire.. e non è nemmeno teismo od ateismo poiché non può considerarsi la proiezione di un ente creatore e della sua creazione. Ciò che è semplicemente è per sua natura intrinseca.

Anche nella moderna considerazione analitico-scientifica soggetto ed oggetto non sono separabili. Pertanto il taoismo non può essere definito nemmeno una filosofia od una scienza. Esso è il semplice riconoscimento intuitivo di una lampante verità.
Fino a pochi anni addietro la scienza poneva l'accento sull'atteggiamento di “oggettività”, un modo distaccato di esaminare i fenomeni naturali, inclusa la mente, per cui essi venivano considerati “meccanismi”. Ma un universo di meri oggetti è opinabile. Se perdura il concetto separativo l'uomo si sente autorizzato a sfruttare senza remore gli “oggetti” considerati. Ma oggi stiamo scoprendo che un danno arrecato all'ambiente costituisce un danno per noi stessi, in quanto soggetto ed oggetto non possono essere disgiunti. Noi con tutto ciò che esiste siamo inseriti nello stesso “movimento”. Possiamo intervenire solo attraverso un nostro conformarci alle spinte energetiche in atto traendone nutrimento ed armonia. Nel Tao questo si chiama “immergersi nel grande flusso”.. fatalità è lo stesso termine usato da un poeta bioregionalista americano, Gary Snyder.

Insomma dobbiamo lasciarci andare, con fiducia, mollando le nostre vele ai venti della natura e della vita. Poiché noi stessi siamo inseparabili dalla vita e dalla natura, e non esiste altro luogo e momento in cui stare. Questo è il luogo e questo è il momento.

Da questa osservazione sorge la spinta verso il raggiungimento, anche in termini economici e scientifici, di una tecnologia “dolce” e non invasiva, diciamo una tecnologia “ecologica” in cui è importante anche l'atteggiamento psicologico del tecnico che studia le soluzioni... Parimenti anche nella spiritualità si propone un'andatura “laica” e non proselitista, direi una visione sincretica nel considerare le varie sfaccettature del pensiero. Sapendo che ognuno attinge alla stessa fonte.

Paolo D'Arpini

venerdì 14 ottobre 2011

Ulteriori considerazioni sulla spiritualità laica... dal punto di vista materialista (o fisicista)..

In mezzo al ponte - Di qua e di là...


Scrive Antonio Pantano al proposito del concetto di Spiritualità Laica:  “Ritengo che la massa cerebrale, di mera natura organica, sia costretta, dalla funzione, a "creare" scienza in conseguenza della "conoscenza". La scienza non ha - e non deve avere - limiti, ed include anche le "astrazioni" oltre la materia organica.

Nelle astrazioni sono le intuizioni spirituali, e le creazioni "poetiche" (creazione, appunto!) - delle quali le religioni sono un frammento - che si concretano anche con le arti visive e con quelle "concrete" (architettura, urbanistica, medicina, musica, ingegneria, applicazioni in fisica e chimica, filosofìa, etc.). La gradualità delle varie creazioni è conseguente alla capacità individuale, alla tensione che ciascuno pone a disposizione della effimera "massa cerebrale".

Materialismo? Non direi! Ogni "creazione" ha essenza altamente spirituale. Ma, ogni tanto, ad imitazione dei "dettagli della natura", la creazione ha periodi distruttivi. E ciò accade anche nelle religioni, frammento episodico della scienza. Lieto di essermi "distratto" dal quotidiano”


 
Mia risposta:
Per quel che mi riguarda non ho nulla in contrario alla visione "fisicista", ritengo che la materia sia energia in una certa fase di condensazione ed è la stessa energia del pensiero o della coscienza. Poi ti dirò che allorché accettai il termine "spiritualità laica" per indicare un "quid" che non poteva essere diversamente indicato (trattandosi di elemento sottile e non specificatamente materiale e riscontrabile attraverso i sensi) ero stato in dubbio se non dare un nome più laico ancora, magari "spiritualità atea". Ma in fondo tutto sta mettersi d'accordo sui significati. Per me spirito è solo una sintesi di intelligenza e coscienza ed il suo riconoscimento non comporta alcuna assunzione di carattere filosofico o religioso. Lo spirito, e di conseguenza la spiritualità, è un semplice riconoscimento di sé, l'auto-consapevolezza...

E questa auto-consapevolezza è alla radice della nostra esistenza e non può essere negata in alcun modo (chi negherebbe di esistere?).
Le implicazioni "spirituali" di questa auto-consapevolezza sono evidenti nella formazione del pensiero e nel riconoscimento della parità di esperienza vitale che si manifesta a tutti i livelli nell'evento vita, che sia animale, vegetale, etc. Ed i risultati ci sono noti...

Insomma tutto quel che è pensiero, filosofia, etica, morale, scienza, etc. appartiene e sorge dalla presenza di uno "spirito" (intelligenza e coscienza). Credo che sin qui si possa essere d'accordo....

Per il resto lasciamo che le singole intuizioni ci conducano a riconoscere la presenza costante e continua di tale "spirito" in ogni manifestazione vitale... Chiamalo se vuoi "naturale progetto evolutivo"... ma c'è!

Paolo D'Arpini

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Replica di Antonio Pantano:

"Una ulteriore consideraz​ione ULTRA laica: “Fisicismo" limiterebbe! Viviamo in un frammento del "nostro" universo che è micro rispetto agli universi circostanti. Vittorio Castellani, mio compagno di liceo, e, morto da 5 anni, in vita uno dei massimi astrofisici mondiali, mi accennò che l'infinito da noi concepito ha ipotetici "confini" in altri infiniti. E di ciò sono convinto. La "fisicità" è relativa alla "nostra" natura. Einstein, imbrigliato nelle regole matematiche (forse per conquidere il Nobel! e, a mio parere, "operaio" della meccanica), non seppe vedere che oltre la velocità della luce è molto altro. I nostri pensieri sono più rapidi (gli eventuali "neutrini" rientrano nella concezione). La materia ha una a-materia che la supera (non ne è complementare). Le "idee" non sottostanno al "tempo/spazio". Anche quelle che venissero concepite da "altri" al di fuori della nostra galassia.
Le "idee di religione" sono identiche astrazioni. Purtroppo la modestia di chi le formula (sovente per mere ragioni strumentali e di potere sui fedeli) conduce a vedere/auspicare "dei" identici allo "ideatore", animati da "sentimenti umani". Lo "UOMO" sa andare oltre. Oltre "Gerusalemme e le Colonne d'Ercole", come ammonì Ezra Pound. Ed il pensiero - con la "maiuscola" è solo creativo, edificante! - parrebbe astrazione, ma è fuori del tempo e dello spazio, anche se "prodotto dalla massa cerebrale", oltre la luce, l'energia, e le "leggi della fisica" che i fisici tentano di individuare, in una infinita corsa verso l'infinito. E non mi porrei problemi di "laicità"! Questi creati dalle "religioni" istituzionali, maxime le tre di origine mesopotamica, che sono intolleranti verso "il pensiero". Così è, .... se ci pare!”