martedì 24 settembre 2013

Spitzbergen - La banca del seme dei colossi che stanno distruggendo ogni seme


Se ne parla anche in questo libro


....la memoria è nel seme...

L’analisi sistematica delle specie vegetali presenti nel mondo iniziò nella fredda Svezia nella metà del ’700, dove Linneo e la schiera dei suoi discepoli si presero la briga di raccogliere informazioni sulle specie arboree, sistemando un catalogo botanico di tutto ciò che cresce sulla faccia della Terra. 

Potremmo dire che Linneo avviò la prima "banca del seme" egli era un ricercatore amante della natura e la sua opera era a vantaggio di tutta l’umanità.

Oggi, strano a dirsi, l’onere dello studio e della conservazione  delle erbe commestibili ed officinali è passata dai ricercatori erboristici alle multinazionali, fra cui la Fondazione Rockefeller, Monsanto e Syngenta, i due colossi del geneticamente modificato.  Infatti non distante dalla patria di Linneo, nelle fredda isola di Spitzbergen nel mare di Barents, esse hanno costruito una mastodontica superbanca di tutte le sementi presenti nel mondo.

"Una banca scavata nel granito, con speciali aeratori, portelloni e muraglie in cemento armato a prova di bomba" 

Forse ci si aspetta la fine del mondo? Oppure semplicemente si cerca attraverso i brevetti di appropriarsi dei diritti d’autore della vita sul pianeta? 


Non voglio però assumere un atteggiamento catastrofista,
poiché di situazioni drammatiche il pianeta Terra ne ha vissute ben altre. Quello che conta è il mantenimento dell’intelligenza e della capacità di sopravvivenza e tale capacità, come abbiamo visto accadere nell’isola di Bikini, sede degli esperimenti nucleari francesi, ha una forza inimmaginabile. Infatti lì dove ci si aspettava la morte si è
invece scoperto un ecosistema eccezionalmente vitale e prospero, soprattutto in "assenza" dell’uomo.

L’isola dei pazzi di Spitsbergen sarà come la torre di Babele, ne son certo, in quel fortilizio del "valore aggiunto" resterà solo un accumulo morto di informazioni. La capacità elaborativa della vita si farà beffe dell’arroganza "scientifica" e, malgrado l’apparente cecità, l’uomo non potrà distruggere la vita (di cui egli stesso è emanazione). E questo malgrado la sterile raccolta umana di informazioni, che ha preso il sopravvento sulla capacità di riscoprire giorno per giorno la freschezza della vita, alla fine la capacità di conservazione saprà "affermarsi". Lo vedo in quel che succede negli
interstizi dell’asfalto, in mezzo alle immondizie, tra i veleni più pestilenziali di questa società opulenta e un po’ tonta…

Eppure l’uomo è la somma di una complicata rete di complessi, psicosi, nevrosi, istinti, fissazioni e intuizioni. Ora pare che le multinazionali, le stesse che provvedono ad avvelenare e distruggere il pianeta, vogliono conservare l’intero patrimonio genetico della terra? 


Vediamo cosa succede!

Ma intanto vi ricordare il racconto "la Giara" in cui compare Titta dopo aver fatto riparare una grande giara crepata da un vasaio che era dovuto entrarvi dentro si rende conto che per far uscire il vasaio occorreva rompere di nuovo la giara? 


Sapete poi come le scimmie vengono prese in trappola? Si mette nella foresta una gabbietta inchiodata al suolo in cui è ben visibile un grosso frutto, la scimmia l’afferra con la mano ma poi non può più estrarla, se non lasciando il frutto, ma la sua avidità è talmente forte che preferisce restar lì finché arriva l’ideatore della trappola e afferra la scimmia per la
collottola….

Nessuna cosa viva è in grado di condurre in se stessa un’esistenza separata, distaccata, dal resto della vita. Attraverso la virtualizzazione si misura l’esistente sul piano dell’illusione, del glamour, della distorsione, dell’accumulo di conoscenze utilitaristiche, creando così confusione fra l’identità provvisoria e quella permanente. In sanscrito questo processo-trappola si chiama "aham vritti" ovvero proiezione speculativa dell’io che si identifica con le tendenze con cui viene in contatto. 


Ma in natura "ogni cosa ha il suo posto ed ogni posto ha la sua cosa" era il motto del nostro Linneo, stretto osservatore non interventista….. ed il mio con lui.


Paolo D'Arpini


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Di questi argomenti se ne parlerà durante l'incontro che si tiene a Macerata,  presso il Centro Natura di Mauro Garbuglia, Via della Pace 83,   il 19 ottobre 2013 alle. h. 17.30 - 
Info. bioregionalismo.treia@gmail.com - 0733/216293  - 0733/230387



Paolo D'Arpini in campagna, vicino Treia


Qui di seguito il nostro manuale di sopravvivenza in termini naturali:

La nostra pratica di vita quotidiana ci ha insegnato a riconoscere il
valore e l’importanza del cibo. Sia nella sua produzione che nel modo
di consumarlo. Se il nostro cibo è caricato di energia spirituale
naturale, che viene cioè da una spontanea manifestazione vitale, è
sicuramente idoneo a mantenere il nostro equilibrio psicofisico.
Questo cibo è quello che cresce nel luogo in cui viviamo (bioregione),
in modo il più possibile naturale, e che viene consumato nella sua
propria stagione di maturazione, in quantità moderate. Una dieta
"satvica" (cioè spirituale) è basata su vegetali, cereali, legumi,
frutta, semi, miele, latte materno e talvolta anche uova e derivati
del latte. Questa è la dieta naturale dell’uomo, come dimostra anche
l’anatomia comparata e le analisi coprologiche negli antichi
insediamenti umani.

Per quanto riguarda la produzione del nostro cibo il primo passo da
fare è divenire consapevoli di quello che spontaneamente cresce nel
territorio in cui viviamo. Questo iniziale processo di osservazione e
accomunamento con la terra è necessario per scoprire quali erbe e
frutti eduli siano già disponibili in natura, cresciuti in armonia
organolettica con il suolo e quindi esprimenti un vero cibo integrato
per chi là vive. Lo stesso approccio conoscitivo va applicato verso la
fauna selvatica che condivide la presenza in equilibrio naturale.

Il passo successivo è quello di sperimentare l’inserimento nel terreno
prescelto di piante imparentate con quelle autoctone od in sintonia
con esse. Questa graduale "promozione" non può essere vissuta con
l’occhio distaccato di un agronomo, va invece interiorizzata come
un’opera di alchimia fra noi e l’ambiente. Scopriamo così la nostra
comune appartenenza alla vita che ci circonda nelle varie forme.

Il mio consiglio, dopo qualche passeggiata assieme a noi per
riconoscere erbe e piante selvatiche commestibili, è quello di fare i
compiti a casa, organizzando sul terrazzo, in giardino, ovunque sia
possibile in città, piccole coltivazioni integrative, come il
prezzemolo, il basilico, peperoncino, salvia, topinambur, zucche
rampicanti, etc. che servono anche ad alzare la qualità spirituale del
cibo reperibile in città.


http://www.circolovegetarianocalcata.it/alimentazione-ed-ecologia/

Risorsa idrica e stato delle acque - Norme e cavilli gestionali




Con il D.Lgs. 152/06 e i successivi decreti nazionali che ne modificano le norme tecniche, è stata recepita anche nel nostro Paese la Direttiva Europea 2000/60/CE (WFD) sulle acque, che delinea la riforma della legislazione in materia di risorsa idrica, sia dal punto di vista ambientale che tecnico-gestionale.  

L’unità base di gestione prevista dalla normativa è il Corpo Idrico, cioè un tratto di un corso d’acqua appartenente ad una sola tipologia fluviale, che viene definita sulla base delle caratteristiche fisiche naturali, che deve essere sostanzialmente omogeneo per tipo ed entità delle pressioni antropiche e quindi per lo stato di qualità. 

L’approccio metodologico prevede una classificazione delle acque superficiali basata soprattutto sulla valutazione degli elementi biologici, rappresentati dalle comunità acquatiche (macroinvertebrati, diatomee bentoniche, macrofite acquatiche, fauna ittica), e degli elementi ecomorfologici, che condizionano la funzionalità fluviale. A completamento dei parametri biologici monitorati si amplia anche il set di sostanze pericolose da ricercare.  La caratterizzazione delle diverse tipologie di corpi idrici e l’analisi del rischio è stata eseguita per un campionamento su tutti i corsi d’acqua della Toscana, il cui  territorio è suddiviso in due idroecoregioni: Appennino Settentrionale e Toscana.  

Tale suddivisione è stata effettuata al fine di individuare: 

a) corpi idrici a rischio ovvero che in virtù dei notevoli livelli di pressioni a cui sono sottoposti vengono considerati a rischio di non raggiungere gli obiettivi di qualità introdotti dalla normativa. Questi corpi idrici saranno quindi sottoposti ad un monitoraggio operativo annuale, per verificare nel tempo quegli elementi di qualità che nella fase di caratterizzazione non hanno raggiunto valori adeguati. 

b) tratti fluviali non a rischio o probabilmente a rischio che, in virtù di pressioni antropiche minime o comunque minori sono sottoposti a monitoraggio di sorveglianza, che si espleta nello spazio temporale di un triennio e che è finalizzato a fornire valutazioni delle variazioni a lungo termine, dovute sia a fenomeni naturali, sia ad una diffusa attività antropica.

Infine, nel caso di fenomeni di impatti non del tutto chiari, è richiesto un monitoraggio di indagine che sarà la base di un successivo monitoraggio operativo . 

Novità significativa della norma europea è il calcolo degli indicatori di qualità ambientale, non più assoluti ma relativi: lo stato di qualità studiata è messo cioè in relazione a siti di riferimento con pressioni pressoché nulle; per ogni parametro si ottiene un EQR (Environmental Quality Ratio - rapporto di qualità ecologica). 


L’EQR varia da 0 a 1, corrispondenti ad uno stato ecologico pessimo (0, colore rosso) o elevato (1, colore blu). La gamma dei valori risultanti da tale rapporto definisce i limiti delle cinque classi di stato ecologico elevato, buono, moderato, mediocre, pessimo. L’obiettivo ultimo richiesto dalla WFD è il raggiungimento di un “buono stato” ecologico e chimico di tutte le acque comunitarie entro il 2015.

Arpat

lunedì 23 settembre 2013

Habitat artificiale e metodi di aggiustamento climatico locale




Il centro di ogni agglomerato urbano nell'ambito del proprio territorio periferico, composto da prati, boschi, campagne e corsi d'acqua, si caratterizza per la capacità di produrre calore proprio a differenza di tutto ciò che di naturale lo circonda. Nell'ambito climatico regionale le città, infatti, vengono chiamate "Isole di Calore", e questo per due importanti fattori: il primo perché la città è capace di produrre calore proprio in inverno per la presenza dei riscaldamenti domestici e in estate per la presenza sempre in aumento dei condizionatori. Mentre la combustione e il rilascio di gas serra da parte dei motori dei mezzi pubblici e privati incide al riscaldamento globale per tutto l'anno.

Il secondo fattore è dato dal riscaldamento indiretto, ossia dalla capacità di ampie strutture murarie ( fabbricati ) e stradali che durante il giorno assorbono, accumulandolo, il calore sia solare che quello prodotto dalla città stessa, rilasciandolo poi durante la notte.

Questi due fattori uniti fanno della città una vera e propria isola di calore. Recentemente Accademia Kronos ha voluto sperimentare il fenomeno dell'isola di calore. A Roma, in un giorno di agosto 2013, in una giornata abbastanza calda, mentre al centro della città alle ore 14 si registravano 39 gradi, alla periferia nord la temperatura era scesa a 37,5° e a 29 Km dalla capitale, nei pressi del paese di Monterosi sulla statale 2 Cassia, alla stessa ora, la temperatura nell'aria era di 35 gradi. Una differenza, quindi, di ben 4 gradi.

Il calore prodotto da una città rispetto all'ambiente esterno incide profondamente sul clima regionale. Ciò vuol dire che anche le città contribuiscono ad aumentare la temperatura terrestre.

QUALI LE SOLUZIONI?

Alcuni anni fa un team di scienziati giapponesi indicò una strada per limitare l'effetto riscaldante delle città. Ecco alcune indicazioni:

1) Dipingere di bianco rilucente tutti i tetti delle case, producendo in questo modo l'effetto albedo, cioè la capacità di riflettere nello spazio i raggi del Sole. Schiarire anche le strade, attualmente grigie perché asfaltate.

2) Trasformare le case con ampi terrazzi in giardini pensili, dotandoli di piante verdi a forte capacità di assorbimento CO2;

3) Eliminare all'interno della città la mobilità veicolare che utilizza benzina o gasolio, prediligendo invece quella elettrica o all'idrogeno;

4) Aumentare gli spazi verdi pubblici nella città e aumentare le isole pedonali;

5) Disciplinare in termini rigidi l'uso del riscaldamento e in estate dei condizionatori, anche attraverso l'efficienza energetica dei fabbricati;

6) In estate coprire le principali arterie interne con ampi tendoni esternamente bianchi. In questo modo offrendo refrigerio per l'ombra e limitando il riscaldamento dell'asfalto e delle mura dei palazzi e nel contempo riflettendo i raggi solari. 

Gabriele La Malfa

domenica 22 settembre 2013

La diplomazia ed il dialogo sono l'unico mezzo per assicurare la pace in Siria, come altrove...


Collage di Vincenzo Toccaceli

In un'intervista simultanea ad Algérie Patriotique e a Jeune Indépendant, Thierry Meyssan spiega come la Siria, un Paese che affronta da 32 mesi una guerra di aggressione tra le più letali della storia, abbia potuto invertire i rapporti di forza in suo favore. L'analisi dell'intellettuale francese suggerisce anche una chiarificazione sulla nuova configurazione geopolitica regionale che emergerà, ha detto, che con la Russia. Riguardo Gran Bretagna e Francia, analizza il politologo,  saranno le perdenti della guerra in Siria. "Non gli Stati Uniti!" Perché "si divideranno la regione con la Russia" sulle rovine del patto Sykes-Picot del 1916, con il quale il Regno Unito e la Francia controllavano la zona.
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Come si può spiegare che un Paese come la Siria, moderatamente armato, abbia potuto contenere l'invasione più mortale della storia, specialmente se dietro questa invasione terroristica vi è la temuta macchina della NATO e il supporto logistico e ideologico continuo dei Paesi del CCG?

Thierry Meyssan: la Siria sapeva che gli Stati Uniti si preparavano ad attaccare fin dal 2001, si veda  la testimonianza del generale Wesley Clark. Ha sventato diversi complotti, come ad esempio quello volto a renderlo responsabile dell'assassinio dell'ex-primo ministro libanese Rafiq Hariri. Ma pensava di dover affrontare una guerra convenzionale, non un'ondata di terrorismo settario. In una dozzina di anni, la Siria aveva così risolto diversi problemi fondamentali, compreso il rimborso integrale del debito. L'Esercito arabo siriano è stato dotato di attrezzature essenziali, ma non sapeva come trattare i jihadisti. Dal febbraio 2011 al luglio 2012, ha evitato di fare uso delle armi quando ciò metteva in pericolo la vita dei civili. Fu un momento particolarmente difficile, durante cui perse più soldati che nelle guerre contro Israele. Fu solo con l'assassinio dei principali leader militari, il 18 luglio 2012, che l'amministrazione Assad ha ordinato di sradicare i jihadisti con tutti i mezzi. L'esercito ha poi adottato le tecniche russe sviluppate durante la guerra in Cecenia. La resistenza del Paese agli invasori riflette questi due passaggi. Durante il primo anno, l'amministrazione Assad ha cercato di convincere l'opinione pubblica che la campagna occidentale secondo cui il Paese era scosso da una rivoluzione della primavera araba e che la NATO avrebbe cambiato il regime, era falsa. Dalla crisi del luglio 2012 e dalla sua vittoria militare, ha ritenuto di aver vinto politicamente la partita all'interno, e che avrebbe potuto mobilitarsi contro l'invasore. Quindi, fu costituita la milizia di autodifesa di quartiere, alla fine del 2012, e ci fu la prima ondata di volontari nell'Esercito arabo siriano, durante la crisi di Ghuta, nell'agosto-settembre 2013. In guerra, ci sono solo due campi. Ognuno è costretto a posizionarsi o a morire. Come altrove, quando il popolo immagina che il governo sarà rovesciato da un invasore, resta in attesa, aspettando di vedere. Ma quando il popolo capisce che gli invasori indietreggiano, si sacrifica per salvare il Paese. Nel maggio 2013, un rapporto della NATO stimava il sostegno al governo di Assad al 70%, un 20% di indecisi e un 10% a sostenere i jihadisti. Non ci sono più indecisi. Il 90% dei siriani sostiene il proprio Stato, il 90% dei francesi supportava de Gaulle dopo lo sbarco alleato in Normandia.

Gli Stati Uniti non invocano più la guerra, ora sostengono l'opzione diplomatica, mentre pochi giorni fa le forze armate degli Stati Uniti avevano il dito sul grilletto, in attesa dell'ordine del presidente, comandante supremo delle forze armate, per lanciare i missili contro la Siria. E' un miracolo o l'opera di fondo svolta da terzi?

Thierry Meyssan: l'analisi, sia in Siria che in Russia, è che gli Stati Uniti sono una potenza in declino che non ha più la possibilità di lanciare una guerra convenzionale. Proprio quest'anno, il Pentagono ha ridotto le dimensioni delle proprie truppe del 20%, e questo processo del "sequestro" è destinato a continuare negli anni a venire. D'altra parte, gli interessi degli Stati Uniti che hanno portato la Casa Bianca a pianificare la guerra nel 2001, non esistono più. All'epoca il Vicepresidente Cheney aveva creato una task force per valutare il futuro energetico. I suoi esperti erano convinti che il mondo avrebbe dovuto affrontare il "picco del petrolio", cioè la scarsità di "petrolio greggio" (la qualità del petrolio saudita). Per sopravvivere, doveva pertanto fare man bassa e il più presto possibile, di tutte le riserve di petrolio e gas. Tuttavia, i maggiori giacimenti non sfruttati sono nel sud del Mediterraneo, soprattutto in Siria. Dodici anni dopo, questa analisi s'è dimostrata falsa. Sappiamo ora utilizzare altre forme di petrolio, oltre al "petrolio greggio", anche se questo significa costruire raffinerie adatte. Inoltre, il gas sostituisce una parte del petrolio e gli Stati Uniti sfruttano, nel Paese ed all'estero, il gas di scisto. Nel ventunesimo secolo non ci sarà una crisi dell'approvvigionamento energetico, e quindi nessun bisogno di occupare la Siria. Pertanto, le diplomazie siriana e russa cercavano, fin dal maggio 2012, di trovare una via d'uscita agli Stati Uniti. Questo fu lo scopo della conferenza di Ginevra alla fine del giugno 2012. La Russia aveva proposto agli Stati Uniti di abbandonare il piano sul "Grande Medio Oriente" e di dividere la regione. Obama aveva accettato questo accordo, ma ha affrontato una forte opposizione interna. Non è successo nulla durante la campagna elettorale negli USA, ma Barack Obama ha ripulito casa poco dopo. Furono prima estromessi gli ultra-sionisti (a partire da Hillary Clinton) e costretto i sostenitori della guerra coperta a dimettersi (cacciata del generale David Petraeus) e, infine, i capi anti-russi (dimissioni dei capi dello scudo anti-missile e della NATO). Successivamente, Barack Obama s'è impegnato a controllare i suoi alleati. Ha forzato l'emiro del Qatar a dimettersi e il suo successore a ritirarsi dalla scena internazionale. Oggi chiede al Regno Unito e alla Francia di ritirarsi dal gioco. Non vi è alcun miracolo in ciò, ma un lavoro diplomatico paziente il cui scopo è evitare il confronto diretto con gli Stati Uniti e, al contrario, sostenerli nella loro ritirata. Questo lavoro è estremamente lungo e ogni giorno che passa è costoso in vite umane, ma in ultima analisi, dovrebbe portare alla vittoria della Siria e a una pace duratura.

Se la prima potenza mondiale decide di accettare la realtà sul terreno (una Siria fermamente determinata a resistere ferocemente a qualsiasi aggressione straniera, una Russia che non ha alcuna intenzione di abbandonare Damasco, un'opinione pubblica statunitense stanca...), come si può spiegare che Parigi, vassallo di Washington, possa opporvisi? La Francia ha interesse a dichiarare guerra ad un Paese sovrano?

Thierry Meyssan: Paralizzati dal loro declino, gli Stati Uniti avevano affidato a Regno Unito e Francia la ricolonizzazione di Libia e Siria. Entrambi gli Stati avevano stipulato il Trattato di Lancaster House, nel novembre 2010, quindi prima della primavera araba, per condividere la loro "proiezione di potenza", vale a dire le loro forze coloniali. Dovevano attaccare insieme e dividersi  la torta in base alle loro ex-aree di influenza: la Libia agli inglesi, la Siria ai francesi. Riguardo la Libia, il Regno Unito ha organizzato la rivolta di Bengasi, non sul modello rivoluzionario, ma su quello separatista, consegnando agli insorti la vecchia bandiera di re Idris, vale a dire quella della dominazione inglese. Riguardo la Siria, la Francia ha organizzato l'Esercito libero siriano, consegnandogli la bandiera del mandato francese (1920-1946). Come in altri casi, è sufficiente vedere le bandiere per sapere che non sono un movimento rivoluzionario, ma gli ascari degli ex occupanti. Tuttavia, se il Regno Unito ha potuto occupare la Libia, è perché la NATO è intervenuta a distruggerne la resistenza, totalizzando 160000 morti, secondo i rapporti interni della Croce Rossa. Mentre in Siria, i tre veti contrari di Russia e Cina hanno scoraggiato la NATO dall'intervenire. Così la Francia s'è immersa nel sangue per niente. In tale questione strategica, si aggiungono personalità di peso, come il ministro degli Esteri Laurent Fabius e in particolare il Capo dello Stato Maggiore il Presidente della Repubblica, generale Benoit Puga. Il primo è un ultra-sionista, mentre il secondo è un lefebvriano cattolico, essi condividono la stessa ideologia colonialista. La Francia non ha alcun interesse nel cercare di conquistare la Siria, ma alcune grandi imprese hanno interesse nel far pagare la conquista al contribuente francese, a loro privato profitto. Inoltre, Regno Unito e Francia sono i grandi perdenti della guerra in Siria, non gli Stati Uniti, perché essi condivideranno la regione con la Russia sulle macerie del trattato Sykes-Picot del 1916, con il quale Regno Unito e Francia controllavano la regione.

Alcuni analisti hanno avanzato l'idea che la Siria, una volta finita la guerra d'aggressione, abbandonerà ufficialmente la Lega Araba perché si riterrà una potenza regionale come la Turchia e l'Iran, e non servirà più a nulla, per Damasco, sedersi in una lega che ha la tendenza negli ultimi anni a consegnare i propri membri al nemico imperiali-sionista e alla NATO (Libia, Yemen,...). Siete d'accordo con questa idea?

Thierry Meyssan: la Siria, membro fondatore della Lega araba non ha ancora deciso nulla. Ma è certo che il partito panarabo Baath non può più essere visto come prima. Il mondo arabo è un'entità culturale, non politica. I peggiori nemici della Siria non sono a Washington, ma a Doha e Riyadh. Inoltre, i risultati nei 68 anni della Lega araba sono pari quasi zero. Questa struttura è stata manipolata dall'occidente. Tuttavia, abbandonarla suppone che venga sostituita da un altro forum regionale organizzato su una base più solida.

Pensate che il GME (Greater Middle East), il piano statunitense, dal nome ingannevole, per atomizzare e indebolire i Paesi arabi davanti a un'entità sionista più forte che mai, stia affondando? Ciò tanto più che l'emergere della Russia di Putin e la volontà della Siria di riposizionarsi da principale protagonista della nuova mappa geopolitica che si va tracciando ora, dissiperanno il piano atlantista?

Thierry Meyssan: il progetto del "Grande Medio Oriente" era volto a dividere la regione per mezzo degli eserciti occidentali, non per garantire agli Stati Uniti il loro approvvigionamento in petrolio, ma per far dominare Israele. Se ci potemmo sbagliare su questo nel 2003, quando George W. Bush  l'evocò, ciò non è più possibile oggi, non avendo gli Stati Uniti più bisogno del petrolio della regione. D'altra parte, nell'ambito della nuova divisione della regione, la Russia non ha intenzione di entrare in guerra con Israele e gli Stati Uniti. Il piano di Mosca è costringere Tel Aviv ad abbandonare la natura coloniale del suo regime, come Pretoria fu costretta ad abbandonare l'apartheid. Questo è un punto molto importante, perché l'origine delle guerre in questa regione, come in passato in Sud Africa, non è l'esistenza di un particolare Stato, ma la natura coloniale del suo regime.

Signor Meyssan avete sostenuto il colpo di Stato contro il presidente Mursi in Egitto, spiegando che la politica auspicata dall'ex-presidente della Fratellanza musulmana faceva parte di una logica atlantista e sionista, e quindi era necessario che l'Egitto, Paese chiave, se ne sbarazzasse. Ma si scopre che il generale al-Sisi, l'uomo forte di Cairo, contratta con gli statunitensi e anche gli israeliani, i cui droni sorvolano, bombardano e uccidono liberamente in Sinai, ''nel quadro dell'antiterrorismo''. Non sarebbe più corretto indicare Mursi e Sisi dei simili, dato che il nuovo regime di Cairo non ha ritenuto opportuno sostenere la Siria?

Thierry Meyssan: In Egitto, tutte le fazioni sono state finanziate dagli Stati Uniti. Quando Washington sentiva che il Paese stava per implodere, fece affidamento su tutti i giocatori in una sola volta, per essere sicuri che il prossimo governo fosse un suo vassallo. Come avete detto, io non sostengo il generale al-Sisi in particolare, ma il colpo di Stato per consenso, che ha posto fine alla dittatura dei Fratelli musulmani. Resta che l'esercito deve dimostrare le sue doti politiche. Osservo che, per il momento, la situazione è così complicata che molti giocatori hanno ruoli invertiti. Così, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sostengono l'esercito egiziano e la lotta contro l'esercito siriano, mentre l'Iran sostiene i Fratelli musulmani egiziani e combatte contro i loro omologhi siriani. Ci vorrà un po' di tempo per riportare le cose alla normalità e a che le posizioni interne coincidano con quelle esterne. In ogni caso, i rapporti tra l'esercito egiziano e gli Stati Uniti sono tesi. Abbiamo dimenticato che è l'esercito che ha chiuso gli uffici delle organizzazioni "non governative" aperte dalla CIA in Egitto e, al momento, il Pentagono ha sospeso gli aiuti. Furono restaurati sotto la presidenza di Mursi e sospesi dopo il colpo di Stato militare. E' quindi sbagliato pensare all'esercito egiziano come un pedone degli Stati Uniti. Dobbiamo attendere il ritorno della pace civile per vedere come l'Egitto si evolve.

Potete analizzare la situazione in Libano, che recentemente ha subito una serie di attentati mortali.  Gli autori di questi attacchi vorrebbero punire la resistenza di Hezbollah libanese fin dal 1982? Ci sarà un legame con ciò che accade in Siria?

Thierry Meyssan: Gli Stati Uniti inizialmente pianificarono l'impiego del Libano come base per attaccare e poi distruggere la Siria. Inoltre, per via della sua storia e della sua geografia, il Libano è dipendente totalmente ed esclusivamente dalla Siria. L'unica alternativa sarebbe frammentarsi e diventare un principato maronita alleato d'Israele, un piano incarnato da Samir Geagea. E' deplorevole che il Libano non abbia altra scelta, ma è inutile nascondere questo fatto. Nel 2005, i libanesi chiesero in modo schiacciante la partenza dell'esercito siriano, che garantiva la pace civile.  Ciò avvenne senza discutere. I libanesi, che si sentivano umiliati dal dover pagare una minuscola tangente a qualche generale siriano, ebbero poi il piacere di essere saccheggiati in modo massiccio da altri libanesi. Dalla partenza dell'esercito siriano, non ci sono più servizi pubblici. Lo Stato si sfascia a favore delle comunità etnico-religiose. Attualmente, non c'è elettricità, ognuno è obbligato a comparsi un generatore, e non c'è acqua potabile, obbligando ognuno a prendere l'acqua dalla cisterna di casa. Da marzo, l'MI6 inglese ha chiuso la maggior parte delle sue strutture in Giordania per trasferirle in Libano. Abbiamo poi visto l'inizio di una serie di attentati volti non a colpire la resistenza, ma a creare il caos. Per il momento, la guerra civile non è scoppiata perché l'equilibrio delle forze è così a favore di Hezbollah, che nessuno ha interesse ad iniziarla. Quando Hezbollah si rese subito conto che il nemico l'avrebbe assaltato dalla Siria, si mobilitò per difenderla. Il piano occidentale era stato ben progettato, a condizione del bombardamento della Siria e del  rovesciamento del regime laico. Ma dopo l'inversione degli Stati Uniti sulla questione delle armi chimiche, esso fallirà. Tra un anno, si porrà la questione se il Libano rimarrà paralizzato dalle sue divisioni etnico-comunitarie, imposte da Laqdar Brahimi con l'accordo di Taif, o se raggiungerà, almeno in parte, la sfera d'influenza russa.

Thierry Meyssan,
Intervista di Djamel Coakley, Rete Voltaire 


Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora -  Documenti allegati (PDF - 1,9 MB)

sabato 21 settembre 2013

Caravaggio, 28 settembre 2013 - Orti biodiversi e Civiltà Contadina




 "..chi sa coltivare un orto sa anche coltivare la sua anima..." (Saul Arpino)

Il Gruppo Locale di Civiltà Contadina della Bassa BG-CR-MI che, gestisce le tre “Melunere Sociali” all’interno del territorio caravaggino , allestirà un banchetto di Civiltà Contadina durante la manifestazione (la notte bianca) del 28 Settembre 2013 denominata “IO CARAVAGGIO 2013” .

Tale manifestazione , che inizierà alle 18:00 e terminerà a notte fonda, porterà in Piazza del Comune tutte le associazioni della Città e dei paesi limitrofi.

In occasione di questa festa cittadina, invitiamo i soci e gli amici delle aree limitrofe della provincie di Milano e di Cremona, a partecipare a tale evento (oppure : venirci a semplicemente trovare) al fine di rompere l’isolamento, scambiarci semi, confrontare idee e costruire progetti futuri dando peso all’ allargamento del gruppo locale in oggetto che già conta 8 soci degli “Orti Biodiversi Caravaggini” associati a Civiltà Contadina .

Contiamo sulla tua visita al nostro banchetto

Ciao & Buon Tutto
Salvatore




Nota aggiunta: 

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore“. (Gigliola)

venerdì 20 settembre 2013

Arcevia - Carta per un modello di agricoltura ecologica e bioregionale

IL TESTO DELLA CARTA DI ARCEVIA - Approvata ad Arcevia (AN) il giorno 8 settembre 2013, durante l’incontro con Vandana Shiva, che ne è stata la prima firmataria






Il Movimento per la nuova agricoltura e società:

1. Ha una mentalità profondamente ecologica, biologica e sociale, improntata ai valori del Bene comune e dell'armonia dell'uomo con l'ecosistema. Vuole che l’attività agricola rispetti la vita della terra, dell’acqua, dell’aria e di tutte le specie viventi e la salute e prosperità dell'uomo. Vede un futuro di benvivere per l'umanità solo nelle pratiche produttive agricole autenticamente ecologiche e non in quelle che comportano concimazione chimica, diserbanti e pesticidi.

2. Si riconosce in una visione etica che promuove e valorizza la conservazione e la protezione dell'ambiente e degli esseri naturali, i diritti di tutti gli esseri umani e uno sviluppo equo e pacifico fra i popoli, in una consapevolezza di interdipendenza di tutti gli esseri e in una prospettiva di rispetto degli individui e delle comunità umane e di valorizzazione delle diversità e delle bellezze naturali.

3. Ama la biodiversità vegetale e animale, la ricchezza delle specie e delle forme di vita, da quelle grandi a quelle microbiche, viste tutte come basi indispensabili per la ricchezza e l'armonia di vita sulla terra. Rispetta le riserve naturali per la tutela e lo sviluppo della biodiversità e i grandi ecosistemi del pianeta e non vuole che siano distrutti a fini di profitto da attività agricole o industriali irrispettose e speculative.

4. E’ per la libera riproduzione, conservazione, scambio e vendita di semi fra i produttori agricoli e nettamente contro i monopoli sulle sementi. La libertà degli agricoltori sui semi è un loro diritto millenario inalienabile, da sostenere con una apposita legge. Il miglioramento varietale è compito prioritariamente degli agricoltori, delle Università agrarie e degli Istituti e centri di ricerca, pubblici e privati.

5. Sostiene che il buon uso del territorio, il rispetto, la protezione e l'incremento della sua biodiversità e della sua bellezza e armonia, sono una base essenziale per il benvivere di tutti. Desidera il ripopolamento umano dei territori rurali. Assegna un ruolo importante alle zone montane, per la tutela del territorio, del paesaggio e dell'ambiente, per la regimazione delle acque, per la silvicoltura e la tutela boschiva, per l'agricoltura di qualità delle alte quote e per il turismo verde e ritiene che queste funzioni vadano maggiormente sostenute con una apposita legge.

6. Vede nell'agricoltura biologica ben condotta il settore produttivo primario che può dare una maggiore qualificazione alle attività turistiche, enogastonomiche, 

culturali, formative, assistenziali, salutistiche, di artigianato artistico e di bioedilizia, oltre che essere basilare per la tutela del paesaggio, dell'ambiente e della biodiversità e indispensabile per la produzione di cibo sano.

7. E’ per un sistema economico e agricolo che garantisca cibo sano, acqua pulita e beni basilari per tutti gli esseri umani, in tutto il mondo, nel rispetto delle diversità di culture e stili di vita. E' per una nuova organizzazione, più equa, della società e dell'economia, che comporti benessere e benvivere per tutti. E' contro l'attuale concentrazione di denaro e potere in poche mani. Vede l’umanità come una grande famiglia e una grande comunità in cui tutti gli individui possano trovare il loro posto in armonia con gli altri.

8. Per le attività di allevamento desidera che venga data la massima attenzione al benessere degli animali.

9. Vede il lavoro agricolo come una attività basilare per la società, di alta dignità e comprensiva del compito della cura del territorio, insieme a quello della produzione del buon cibo. Ritiene che l'agricoltore, tramite le sue organizzazioni, 
debba essere il punto centrale di riferimento per le decisioni delle amministrazioni pubbliche locali che riguardano la gestione del territorio rurale. Constata che l'accesso alle terre per le nuove generazioni è proibitivo, dato l'alto costo dei terreni agricoli, e auspica maggiori facilitazioni di legge per l'accesso alla attività agricola, sia da acquisto che da affitto, in attività autonoma o cooperativa. Vede nel lavoro agricolo salariato, fisso e saltuario, l'altro aspetto dell'attività primaria al quale dare maggiore dignità, specialmente nei riguardi dei lavoratori migranti.

10. Vede nell'attività agricola ecologica ben condotta un valore sociale, formativo e terapeutico. E' consapevole che alcune esperienze aziendali agricole possono diventare centri di nuova socialità, luoghi di inclusione, riabilitazione e costruzione di spirito comunitario e chiede un maggiore sostegno legislativo e finanziario alle cosiddette attività di “agricoltura sociale”.

11. E’ per un aumento della democrazia negli organismi che controllano le decisioni che riguardano l’agricoltura e per un affermarsi di metodi decisionali basati sulla sussidiarietà dal basso verso l’alto, a partire dai territori locali. E’ per le facilitazioni burocratiche verso le produzioni agricole, in particolare quelle piccole. E' per una maggiore facilitazione di accesso alla pratica del biologico, tramite una apposita legge nazionale o leggi regionali.

12. Assegna grande importanza alla formazione dei bambini nelle attività agricole manuali basilari e nella coltivazione, con metodi ecologici, delle piante da cui deriva il cibo. Auspica pertanto una promozione pubblica degli Orti scolastici e delle Fattorie didattiche e una maggiore attenzione della didattica scolastica alle attività produttive di cibo, anche con l'assegnazione delle necessarie risorse finanziarie.

13. Rispetta le conoscenze ecologiche e produttive delle culture contadine di tutti i popoli e ne auspica la protezione e l'integrazione nelle moderne pratiche agricole, più meccanizzate. Per le agricolture del Sud del mondo pone attenzione a quelle di sussistenza, a cui quelle industrializzate, per fornire prodotti al Nord del mondo, tolgono spazio, provocando situazioni di malnutrizione, oltre che inquinamento di beni primari (acqua, suolo, aria) e perdita di saperi tradizionali.

14. Ama le produzioni locali, ecologicamente più sostenibili. Ama il concetto e la pratica della “sovranità alimentare” dei territori e delle popolazioni, anche se, nello stesso tempo, gradisce il commercio libero per le eccellenze e specialità dei vari territori e popoli. E' per lo sviluppo e la tutela dei sistemi alimentari locali, sia nelle aree del Nord che del Sud del mondo, contro la loro distruzione. E' favorevole a reti di solidarietà fra produttori, consumatori e distributori locali.

15. Vede i terreni agricoli come un bene comune, appartenente ai popoli del territorio, che non può essere venduto ad organizzazioni multinazionali (o
organizzazioni nazionali ad esse legate) a scopo di profitto. E' contro il “land grabbing” o furto delle terre. Considera anche l'acqua e le sementi come bene comune. Ritiene che le terre pubbliche non vadano vendute, ma assegnate in uso a cooperative di giovani che desiderino dedicarsi all'attività agricola.

16. E’ per l'obbligo di istallazione dei pannelli solari sopra le nuove costruzioni industriali e commerciali e contro la loro installazione sopra i terreni agricoli destinabili a produzione di cibo. E' per la protezione del suolo agricolo dagli eccessi della cementificazione e delle infrastrutture.

17. E’ a favore delle energie rinnovabili e per un modello di produzioni energetiche distribuite sui territori. E' contro gli agrocarburanti e le centrali a biomasse, quando queste produzioni energetiche siano basate sullo sfruttamento delle risorse naturali non riproducibili o sull’uso di territori destinabili alle produzioni alimentari o sulla distruzione delle foreste, come avviene nella maggior parte dei casi. E' contro una grande produzione cerealicola destinata all'allevamento del bestiame per i paesi ricchi, quando questo comporti scarsità di cibo per la popolazione mondiale, come sta avvenendo.

18. Invita il movimento degli agricoltori a prepararsi in tempo al momento in cui le riserve di petrolio saranno prossime all'esaurimento e la sua estrazione sarà diventata troppo costosa, da una parte cercando collaborazione con il mondo imprenditoriale, scientifico e universitario per creare valide alternative tecniche e dall'altra approfondendosi in alternative colturali a basso uso di energia.

19. Per garantire la biodiversità e il prosieguo della vita sul nostro pianeta, invita le istituzioni a proteggere e a preservare la “dignità del seme”. Non deve essere permesso che particolari biotecnologie alterino il dinamismo evolutivo della Natura, ma semmai buone biotecnologie dovrebbero favorirlo, in sintonia con quella saggezza contadina plurimillenaria che ci ha consentito di avere a disposizione 

prodotti nella piena espressione delle potenzialità genetiche dei semi e ha fornito ad ogni seme la possibilità di dar vita al suo progetto genetico regalandoci così prodotti che non solo ci consentono di nutrirci, ma anche di godere di tutte le proprietà organolettiche contenute in potenza nella loro memoria genetica.

20. In totale sintonia con il principio della inviolabilità della memoria genetica di tutti gli organismi viventi, tutelata e garantita dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, vuole che il patrimonio genetico sia migliorato soltanto con metodi che imitano quelli saggi della natura e pertanto è totalmente contro la manipolazione del patrimonio genetico naturale delle specie viventi, che costituisce la base della vita sana sulla terra, e si impegna per una moratoria mondiale a tempo indeterminato rispetto alla produzione di OGM. Vede in essi anche un attacco al bene inestimabile della biodiversità. Ritiene le sementi OGM inutili e dannose, sostenute da una gigantesca campagna fatta di menzogne, per cercare di colonizzare le menti, insieme all'economia e all'agricoltura. Per l’Italia si impegna, oltre che per la proibizione perenne delle produzioni, anche per raggiungere quanto prima la cessazione delle importazioni degli alimenti OGM a fini mangimistici e ad ogni altro fine che non sia la ricerca pura e confinata in laboratorio. Chiede lo stesso impegno ai politici e alle imprese produttrici dei mangimi. E’ per la diffusione libera delle conoscenze, contro ogni brevetto sulle forme di vita.

21. Ritiene concretamente irrealizzabile il principio della coesistenza fra colture OGM e non OGM in quanto le prime, nel tempo, si comportano di fatto come colture killer, rispetto a quelle convenzionali o biologiche, per le mille vie possibili di inquinamento di queste filiere e ledono così il principio di libertà, come dimostrato da svariate esperienze. Invita a considerare che le colture convenzionali non danneggiano le colture OGM, mentre le colture OGM sono killer di quelle convenzionali, e che in questo sta una gigantesca differenza e si rivela la natura violenta e fraudolenta degli OGM. Inoltre essi inquinano irreversibilmente la microvita dei terreni con materiale geneticamente modificato, che, attraverso il trasferimento genico orizzontale, penetra in tutte le forme di vita, uomo compreso. Ritiene che, di fronte alla impossibilità della coesistenza, il diritto all'esistenza spetti alle millenarie coltivazioni convenzionali non geneticamente modificate e non a quelle che modificano irreversibilmente il germoplasma tradizionale. Diffida quindi la governance europea e i governi nazionali dal cercare di percorrere le vie della coesistenza e li invita a legiferare per una definitiva uscita dagli OGM, affermando il principio di precauzione verso la salute delle attuali e future generazioni. Invita il governo italiano a superare l'attuale decreto
interministeriale, fondato sul fasullo principio di coesistenza, con una procedura rapida che determini una definitiva uscita dagli OGM invocando l'art 32 della costituzione (la repubblica tutela la salute come diritto fondamentale 

dell'individuo e interesse della collettività), in quanto il tema della salute non è stato delegato all'unione Europea. Invita i governanti italiani a riconoscere che la Commissione UE e la Corte di giustizia UE hanno creato una elaborata gabbia legislativa favorevole agli OGM dalla quale si esce solo con un atto di volontà e dignità politica, allontanandosi da atteggiamenti di sottomissione, come hanno fatto altri stati. Nel caso che il Governo e il Parlamento non intervengano nei tempi dovuti, per non mettere il paese di nuovo di fronte ad un vuoto legislativo, invita tutte le Regioni ad approvare intanto delle norme di coesistenza totalmente 
stringenti, che non consentano di fatto alcuna coltivazione di OGM.

22. Tenuto conto che per il regolamento europeo n.834/2007 “Gli OGM e i prodotti derivati od ottenuti da OGM sono incompatibili con il concetto di produzione biologica e con la percezione che i consumatori hanno dei prodotti biologici" e che "Gli OGM e i prodotti derivati o ottenuti da OGM non vanno usati come alimenti, mangimi, ausiliari di fabbricazione, prodotti fitosanitari, concimi, ammendanti, 
sementi, materiale di moltiplicazione vegetativa, microrganismi e animali in produzione biologica", in attesa che sia raggiunta la moratoria definitiva mondiale, richiede al Parlamento Europeo l'eliminazione della norma che consente, per i prodotti biologici, la tolleranza alla presenza di prodotto OGM fino allo 0,9%, anche se limitatamente alle “contaminazioni accidentali e tecnicamente inevitabili”.
Considera un prodotto quale “biologico” solo in assenza di OGM. Chiede che contemporaneamente alla soppressione di questa norma si preveda per legge l'individuazione della fonte e causa di inquinamento e la punizione dei responsabili al pagamento di tutti i danni arrecati.

23. Invita i consumatori e i produttori a boicottare l’acquisto di alimenti derivanti dallo sfruttamento dei popoli più deboli, da parte di multinazionali dominate dalla grande finanza speculativa, che cerca bassi prezzi del lavoro, minori limiti all’inquinamento del territorio, minori intralci, tasse e contestazioni. Reputa che i sistemi alimentari debbano essere deputati a garantire cibo di alta qualità, nel rispetto dell'ambiente e dell'equità sociale e non essere, invece, assoggettati ai grandi accentramenti monopolistici e alle istituzioni finanziarie speculative, come sta avvenendo attualmente. Invita invece a forme di commercio equo per i beni che rientrano in un commercio virtuoso, mentre chiede che sia boicottata l’importazione di beni che la popolazione locale potrebbe prodursi da sola senza difficoltà. E' per un controllo e una trasparenza maggiori riguardo alle importazioni, non solo rispetto alla qualità, ma anche alla eticità degli scambi.

24. E' per una politica pubblica nazionale, europea (PSR) e mondiale che dia maggiore sostegno all'agricoltura autenticamente ecologica, negli aspetti di produzione, ricerca, formazione e informazione, in quanto tale agricoltura
è portatrice di notevoli vantaggi sociali, relativi alla salute dell'uomo e dell'ambiente, non presentando i costi occulti di malattie, perdita di fertilità dei terreni, inquinamento della terra, dell'acqua e del cibo e smottamenti dei terreni. Dati gli alti costi ambientali e sociali complessivi, per le attuali e future generazioni, legati alla conduzione chimica dell'agricoltura e non computati nel costo dei prodotti, chiede che le risorse pubbliche agroambientali siano di notevole 
entità e che siano destinate unicamente alle produzioni realmente ecologiche, in modo da favorire una conversione graduale ma generalizzata verso di esse. Per "produzioni ecologiche" in questo caso vanno intese prioritariamente 
quelle biologiche e in via secondaria solo quelle produzioni che siano sottoposte a disciplinari seri e siano controllate come quelle delle aziende biologiche. In tali disciplinari deve essere previsto obbligatoriamente l'utilizzo dei mezzi tecnici usati nell'agricoltura biologica di efficacia scientificamente comprovata.

Arcevia, 8 Settembre 2013


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