martedì 13 ottobre 2020

Strategia Europea di Bioeconomia... servirà a qualcosa?



La conferenza multidisciplinare del 25 settembre 2020  apre la riflessione all’interno del mondo scientifico e accademico e un dialogo con le istituzioni: la “Strategia Europea di Bioeconomia” risulta dipendente da risorse non sostenibili, non rinnovabili e dalle importazioni.

La conferenza multidisciplinare “La Strategia europea di Bioeconomia: scenari e impatti territoriali, opportunità e rischi” – patrocinata da società scientifiche e università [1] – ha raccolto i contributi di storici, geografi, economisti, urbanisti, costituzionalisti, biologi, biologi forestali e medici [2] le cui analisi hanno messo in evidenza una serie di criticità sulla base delle quali si può asserire che la Strategia di Bioeconomia della Commissione Europea (del 2012 aggiornata nel 2018) e la conseguente Strategia Italiana siano piuttosto distanti dall’idea originaria di Bioeconomia teorizzata da Georgescu Roegen, ovvero una bioeconomia compatibile con la vita e le leggi della natura.

Difatti, la Strategia di Bioeconomia – promossa come la nuova frontiera dell’economia “verde” e basata sulla sostituzione delle fonti fossili con la biomassa – presenta forti contraddizioni rispetto agli stessi obiettivi che si pone, ovvero la riduzione dell’uso di fonti non sostenibili e non rinnovabili e della dipendenza dalle importazioni. Infatti, la mera sostituzione delle fonti (che non prenda in considerazione anche la riduzione dei consumi di energia, materia e acqua) non solo non è sufficiente ma può essere dannosa.

Questa si basa sulla produzione di biomassa su larga scala – e, quindi, sulla necessità di suolo fertile (sottratto anche alle foreste), acqua e input chimici – prodotta secondo il modello (e le logiche) dell’agro-industria che, come ampiamente dimostrato in letteratura, ha un forte impatto su ambiente, biodiversità ed economia territoriale. La Strategia, fondandosi sulla produzione energetica prevalentemente via combustione di sostanza biologica, compromette il recupero di questa per la compensazione dei suoli incidendo, così, sul clima a causa de bilancio di CO2 sfavorevole.

Con riferimento all’Italia, è stata rilevata una stretta connessione fra la Strategia di Bioeconomia e il Testo Unico Forestale (TUF) del 2018, il cui impatto sul patrimonio forestale e la biodiversità appare piuttosto negativo. Con l’aggiornamento del 2018, la Strategia di bioeconomia si connette strettamente al processo di digitalizzazione (adeguamento alla Nuova Strategia di Politica Industriale 2017) aumentando esponenzialmente il fabbisogno di minerali essenziali alla produzione di alta tecnologia, come le terre rare che – oltre a non essere rinnovabili – sono fortemente impattanti per l’ambiente e la salute (ad esempio, la produzione di una tonnellata di terre rare genera fra 1 e 1,4 tonnellate di rifiuti radioattivi) e rendono, inevitabilmente, l’UE dipendente dalle importazioni (considerato che oltre il 90% delle terre rare sono prodotte in Cina). Pertanto, la Strategia di bioeconomia risulta dipendente da risorse non sostenibili, non rinnovabili e dalle importazioni, motivo per cui richiederebbe una rielaborazione sistematica partendo dall’imprescindibile adeguamento alla Strategia sulla biodiversità.

La conferenza ha riscontrato grande interesse non solo all’interno del mondo scientifico, accademico, della scuola e dell’associazionismo, ma anche delle istituzioni. Al riguardo, si segnala l’interesse dimostrato dal Gruppo di coordinamento Nazionale per la Bioeconomia della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ha partecipato all’evento e da diversi Senatori e Deputati che hanno aderito all’iniziativa. In entrambi i casi è stato assicurata attenzione ai risultati emersi che ci auguriamo possa trovare concretizzazione.

Il Comitato scientifico, come preventivato, oltre alla pubblicazione degli atti e di un documento divulgativo, elaborerà un documento di valutazione della Strategia che esprima osservazioni e raccomandazioni da inviare alla Commissione europea e al governo italiano.

Comitato Organizzatore:
Dott. Massimo Blonda (CNR Bari), prof.ssa Margherita Ciervo (Università di Foggia), prof.ssa Daniela Poli (Università di Firenze).



NOTE:

[1] AGeI, Associazione dei Geografi Italiani; AIIG, Associazione Italiana Insegnanti di Geografia; Associazione “Dislivelli”; ISDE, International Society of Doctors for the Environment; SdT, Società dei territorialisti e delle territorialiste; SGI, Società Geografica Italiana; SIGeA, Società Italiana di Geologia Ambientale; SIRF, Società Italiana di Restauro Forestale; SIU, Società Italiana degli Urbanisti; SSG, Società di Studi Geografici; CEDEUAM, Centro di Ricerca Euro Americano sulle Politiche Costituzionali, Università del Salento; Corso di Laurea in Scienze della Montagna, Università della Tuscia; Dipartimento di Architettura, Università di Firenze; Dipartimento di Economia, Management e Territorio, Università di Foggia

[2] BLONDA Massimo, IRSA-CNR, già Direttore Scientifico ARPA Puglia, Fondazione di Partecipazione delle Buone Pratiche; CALABRESE Angelantonio, IRSA-CNR; CARDUCCI Michele, Università del Salento, Coordinatore CEDEUAM-RED CLACSO; CELI Giuseppe, Università di Foggia; CIERVO Margherita, Università di Foggia; CLEMENTE Alida, Università di Foggia; DAMIANI Giovanni, Presidente Gruppo Unitario perla Difesa delle Foreste Italiane, già Direttore Generale ANPA e Direttore Tecnico ARTA; GENTILINI Patrizia, ISDE; PARASCANDOLO Fabio, Università di Cagliari; POLI Daniela, Università di Firenze, Comitato Scientifico Società dei territorialisti e delle territorialiste; SCHIRONE Bartolomeo, Università della Tuscia, Società Italiana di Restauro Forestale; TAMINO Gianni, Comitato Scientifico di ISDE.

lunedì 12 ottobre 2020

Bioregionalismo, spiritualità laica ed ecologia profonda come risposta evolutiva...

Affresco di Carlo Monopoli


 L’uomo si è interrogato sulle forze della natura e sulla vita e questo interrogarsi ha prodotto la spiritualità, l’ecologia profonda ed il bioregionalismo sono un approfondimento in senso materiale di questa ricerca. Questi approcci partono dall’esistente, dal modo di percepire noi stessi e la realtà che ci circonda, la spiritualità è un approccio in senso metafisico mentre il secondo ed il terzo prendono in esame il fisico ma non v’è differenza fra i tre aspetti se non nel modo descrittivo.

Strettamente parlando, da un punto di vista delle finalità, la spiritualità laica, il bioregionalismo e l’ecologia profonda affondano il loro esistere nella coscienza. Nell’ecologia profonda come nella spiritualità naturale si sottintende un ’quid’ che impregna le trame della vita. Tale ’quid’ è stato descritto come sorgente di tutte le cose, indipendentemente dal chiamarlo ’spirito’ o ’forza vitale’. Dall’interrogarsi iniziale siamo giunti a tutte le filosofie gnostiche, alle religioni d’oriente come pure alle grandi religioni monoteiste in cui, sia pur con angolazioni differenti, si inneggia al grande mistero della vita, questa è anche l’esigenza dell’ecologia che sempre tiene in conto il delicato equilibrio dell’insieme delle manifestazioni vitali. Spesso mi son trovato a descrivere l’esigenza di estrinsecazione spirituale dell’uomo come la nascita della prima virtualizzazione. Attraverso il pensiero e la speculazione intellettuale è infatti sorta la virtualità, l’immaginare, il presupporre vero sulla base di un pensiero (di un credere) e questa proiezione, una ’vis’ umana specifica, è forse presente anche nel resto dei viventi, chissà? 
Ad esempio nelle teorie del karma si descrive la vita individuale degli esseri come un percorso evolutivo che parte da una scintilla dell’intelligenza che poi si differenzia in miriadi di forme, a volte contrapposte, che son però strettamente collegate l’una a l’altra ed in continua ascesa verso la stessa finalità. Una unità questa che non è mai venuta meno anche durante il cosiddetto "percorso karmico" ma per via dell’illusione, ovvero la virtualità del pensiero, appare disgiunta ed imperfetta (e quindi perfettibile?). L’ecologia profonda, dal punto di vista materiale, è un aiuto a capire che non c’è nel contesto generale della vita un dietro od un avanti che non sia strettamente consequenziale, che non compartecipi della stess a sostanza di base e che perciò è impossibile scindere, pena l’estinzione stessa della vita.

Ed ora una domanda: come faremmo a vivere su questa Terra se tutti decidessimo di ritirarci in eremitaggio, di ritornare alla terra come si dice in gergo, senza immediatamente sconvolgere, distruggere definitivamente, il già precario equilibrio di questo pianeta? La Terra ospita ormai diversi miliardi di persone, perlopiù riunite in aree urbane, è pur vero che parecchie specie animali sono in netta diminuzione ma per contro molte di quelle addomesticate dall’uomo (essenzialmente per scopi voluttuari o di carenza affettiva) superano in numero gli umani stessi e come gli umani che vivono nelle città anch’essi son concentrati in grandi allevamenti. Se ognuno di noi dovesse andare a vivere in campagna, immaginando una società egualitaria, avremmo forse a disposizione non più di duecento metri di terreno a testa senza contare le zone desertiche, i ghiacciai, le alte montagne, se in più volessimo portare con noi anche i nostri "pets" dovremmo dividere quel piccolo spazio con cani e gatti, se poi volessimo mangiar carne dovremmo dividere ulteriormente la nostra casa con pecore, mucche, conigli, maiali, etc. Si fa presto ad immaginare la calca che si verrebbe a creare nei nostri duecento metri quadrati di terra, non solo ma come potremmo produrre in quel piccolo orticello abbastanza cibo per tutti i membri della nostra personale comunità rurale? Va da sé che questa tipo di scelta è impensabile per la massa come pure, per altre ragioni persino più serie, è impensabile che la vita possa continuare a lungo sul pianeta se continuiamo a sfruttare le risorse per soddisfare le esigenze di consumo parossistico dei grandi agglomerati urbani.

I lemming, quel popolo di roditori che in caso di sovraffollamento periodicamente emigrano in massa, avrebbero già intrapreso il loro viaggio finale (che come tutti sappiamo finisce nelle gelide acque del mare del nord) per riequilibrare la natura. In parte un tale comportamento autodistruttivo sta avvenendo anche nella nostra società, con l’aumento delle guerre, dei suicidi, delle perversioni, della stupidità. Ma non è ancora sufficiente a trovare quell’equilibrio naturale di sopravvivenza e questo perché l’uomo ha l’arroganza di ritenersi un essere "superiore" alle altre specie e perciò ogni soluzione deve comprendere la continuazione del gioco attualmente in programma e cioè la fissità della nostra specie come dominante.

Ma a questo punto re-inserisco il concetto di "spiritualità naturale o laica". A dire il vero questa spiritualità non può assomigliare punto alla precedente spiritualità religiosa ma deve necessariamente tener conto del contesto vitale in se stesso, ovvero dell’ecologia. Una spiritualità ecologica in cui non si perseguano scopi immaginari (paradisi, inferni, etc.) ma in cui ci si occupi esclusivamente del presente stato dell’esistenza. Una presa di coscienza ’individuale’ di come è possibile il riequilibrio al contesto della vita senza ritenere che la nostra sia una funzione di controllo, di dominio (o di sudditanza ad una ipotetica divinità altra). Ognuno di noi dovrebbe già da ora affrontare il suo personale corso di sopravvivenza sapendo che tutto quello che noi rubiamo oggi dovrà sicuramente essere pagato domani, questo nel caso del sovrappiù, mentre se il nostro respirare, mangiare, vivere rientra nell’insieme del vivere, respirare, mangiare di ogni altro essere vivente potremmo finalmente goderci la vita, senza aver colpe da espiare, senza dover abbandonare il nostro modo di vita urbanizzato e fortemente sociale che -evidentemente- salvo il famoso riequilibrio di cui abbiamo detto, ha contribuito alla fioritura di questa bellissima nostra specie.

In questa fase della storia millenaria dell’uomo abbiamo privilegiato il secondario, il superfluo, a scapito del primario, ovvero il cibo, l’acqua, l’aria. E’ importante per noi esseri umani integrati analizzare le ragioni di questo sviamento. Uno sviamento che senz’altro è stato necessario per scoprire il valore di tesi astratte come l’arte, la scrittura, l’estetica, l’etica, ma che non può continuare ad occupare tutto lo spazio possibile del nostro esistere. Ad esempio dobbiamo essere consapevoli dello sforzo e del significato profondo insito nella ricerca e produzione del nostro cibo quotidiano.

Descrivo ora l’excursus storico sulla nostra evoluzione. La storia dell’uomo è molto semplice e rispecchia i quattro mutamenti fondamentali della vita. L’uomo nella sua corsa evolutiva compie quattro salti stagionali. All’inizio egli succhia il latte, alla base del latte c’è la verdura e la carne e ciò diviene il suo cibo, poi ancora oltre c’è la terra ed ecco l’uomo che la divora ma oltre la terra c’è lo spirito e l’uomo nutrendosi di "spirito" completa un altro ciclo di spirale nella scala dell’evoluzione. Questa simbologia può essere tradotta così: il latte rappresenta il momento in cui l’umanità si pone reverente verso la nutrice, la natura, che lo accudisce e lo sostiene nel suo grembo (potremmo dire che corrisponde al momento del "paradiso terrestre"); subentra poi la capacità di auto-sostenersi e di ricorrere a tecnologie appropriate per ricavare da se stessi il nutrimento (corrisponde al momento della fondazione patriarcale); ecco quindi il momento del massimo sviluppo tecnologico e sociale in cui l’uomo tende a divorare, a consumare, persino la terra che lo sostiene (il momento della decadenza consumistica e dell’idolatria scientifico religiosa); infine viene il momento della coscienza indifferenziata, l’uomo vien toccato dallo "spirito" si compenetra in esso e ritrova la sua unità primigenia (corrisponde al quid originario, alla consapevolezza di Sé), il ciclo si ripete passo dopo passo. E’ evidente che questo momento storico è segnato da un grande sbalzo fra il massimo del materialismo ideologico o religioso a quello di un ritorno alla consapevolezza non duale.

Come possiamo affrontare condizioni o contingenze apparentemente diametralmente opposte? Innanzi tutto c’è da considerare una cosa: la spinta evolutiva nell’uomo non è indotta da ideologie di massa, il pensiero di massa serve solo al mantenimento della compattezza psicofisica della specie, l’indice del cambiamento è sempre e solo rappresentato da forme pensiero, pseudopodi, che si irradiano verso possibili sbocchi evolutivi, questi pseudopodi non rappresentano che una piccolissima percentuale della massa, si tratta di minoranze….. Le due minoranze attualmente in antitesi, nel "programma" di sviluppo dell’intelligenza umana, son rappresentate da una parte dall’accentramento individuale del potere (lobby ideologiche ed economiche auto-foraggianti) e dall’altra da una rete smagliata di piccole persone che emanano forme pensiero collegate al tutto (una sorta di sincretismo universale).

Questi cicli o percorsi storici si manifestano allo stesso tempo sia nell’arco di una sola vita individuale che in stagioni o onde storiche, ere cosmiche. Mi sembra che questo momento di transizione, fra una condizione e l’altra dell’umano, sia dedicato all’aspetto distruttivo di ogni sovrastruttura di pensiero, un azzeramento dei canoni precostituiti. Infatti oggi come non mai la pulsione verso l’uscita dagli schemi fissati provoca uno stato sismico mentale (scossoni psichici) al corpo-massa dell’umanità. Basterebbe sapere che, come avviene nel processo realizzativo del sé, ogni singola cellula del corpo sociale umano deve essere toccata e deve essere in grado di percepire individualmente la reale possibilità evolutiva in corso. E mentre la tendenza egocentrica agisce sulla massa con meccanismi di aggregazione forzata (vedi la massificazione informativa) al contrario "l’aumento" della coscienza avviene sui piani emotivi individuali. Dobbiamo essere consapevoli di ciò quando, come precursori, proponiamo un indirizzo bioregionale che non potrà certamente usare i mezzi della controparte ma deve comunque comprenderli organicamente e da lì evolversi. Solo così può sciogliersi il senso di differenza e la coscienza può ri-trovare il suo spazio. L’interno dell’uomo è ancora tutto un mondo da esplorare ma anche l’esterno è altrettanto infinito ed inconoscibile. Per questo si ripropone sempre la via di mezzo, la moderazione, come unica strada possibile per la continuità della specie. La consapevolezza non-duale integra non divide. E’ per questo che nell’ecologia del profondo e nella spiritualità laica si narra del ritorno alla Terra, ascoltandone il suo messaggio, pervenendo così a quell’integrazione con essa. Godendo della silenziosa gioia di vita, qui e d ora. Una gioia che non ha costrutto, nessuna causa, nessun meccanismo da soddisfare, nessun possesso, solo è…. Si chiama esistenza.

Ma attenzione… tale visione non ipotizza il ritorno al primitivismo bensì individua nelle attuali condizioni della società avanzata l’occasione di un riequilibrio. La continuità della nostra società, in quanto specie umana, richiede una chiave evolutiva, una comprensione globale, per mezzo della quale aprire la nostra mente alla consapevolezza di condividere con l’intero pianeta (forse sarebbe meglio dire con l’universo) l’esperienza vita. Questa è la scienza dell’inscindibilità della vita. Ne consegue che anche l’economia umana può e deve tener conto di questa visione per avviare un progresso tecnologico che non si contrapponga ma che sia in sintonia con i processi vitali. La scienza e la tecnologia in ogni campo di applicazione dovranno rispondere alla domanda: "E’ ciò ecologicamente e spiritualmente compatibile?" I macchinari, le fonti energetiche, lo smaltimento dei sottoprodotti, come pure la socialità e la cultura, dovranno essere realizzati in termini di sostenibilità. Se questo stimolo si manifesta nella mente umana allora sarà necessario un rapido processo di riconversione e riqualificazione industriale ed agricola che già di per se stesso sarà in grado di sostenere l’economia. Infatti la sola "riconversione ecologica" favorirà il superamento dell’attuale stato di "enpasse" impartendo grande spinta allo sviluppo economico e sociale. Una grande rivoluzione comprendente il nostro far pace con il pianeta e con gli esseri viventi che lo abitano.


Paolo D'Arpini






(Questo testo è un documento storico da me presentato all'incontro della Rete Bioregionale Italiana, tenuto al Circolo Vegetariano VV.TT. di  Calcata dal 9 all'11 maggio 2003  - P.D'A.)  

Articolo collegato: http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2018/04/tracce-di-bioregionalismo-spiritualita.html

sabato 10 ottobre 2020

Biodiversità: 9 anni ancora e poi è la fine... (lo dice il WWF)

Abbiamo 9 anni prima che il pianeta Terra perderà la possibilità di recuperare la sua biodiversità e per farlo dobbiamo cambiare il nostro regime alimentare. Tutti i paesi devono cambiare il loro regime alimentare e “solo così potremo invertire il trend in picchiata della perdita di biodiversità”.

A causa del mondo in cui mangiamo, scrive il WWF, l’umanità ha “causato, finora, la perdita del 70% di biodiversità terrestre e del 50% di quella d’acqua dolce”.

Ci stiamo “divorando il pianeta senza capire quanto la nostra salute sia profondamente connessa con quella dell’ambiente in cui viviamo”, dice il WWF che ci ricorda come la pandemia ci abbia appunto ricordato la nostra dipendenza da un pianeta sano e che vive in equilibrio.

Non è una questione di fare la dieta intesa come dimagrimento, che delle volte porta all’anoressia, si tratta di scegliere un modo di alimentarsi diverso, a partire da come “vengono prodotti e da dove provengono” i cibi che mettiamo a tavola.

In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione di venerdì 16 ottobre 2020, il WWF organizza la Food Week, una settimana di sensibilizzazione sul tema dell’alimentazione e della sua importanza nel preservare l’equilibrio del pianeta sul quale viviamo.

Sui social network si potrà partecipare e seguire la settimana attraverso l’hashtag #Menu4Planet.

Per l’occasione il WWF ha pubblicato uno studio dal titolo ‘Invertire la rotta: Il potere delle ‘diete amiche del pianeta’.

Le proposte del WWF sono 5 e non hanno una accezione particolare verso il veganesimo o altre forme di diete basate su nuovi stili di vita. Infatti uno degli obiettivi di preservazione evidenziati dallo studio riguarda proprio il farsi bastare i terreni agricoli che abbiamo e nutrire l’umanità senza l’ulteriore espansione dei terreni agricoli.

Ciò che bisogna fare, invece, è ottimizzare le rese delle colture, raggiungere emissioni negative, invertire la perdita di biodiversità, rispettare il budget di carbonio del settore alimentare.

Il Programma alimentare mondiale (WFP) ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2020 per il suo impegno nello sfamare l'umanità e per il suo impegno nel "prevenire l'uso della fame come un'arma di guerra e di conflitto".




Fonte: https://it.sputniknews.com/italia/202010099637360-countdown-alla-terra-per-il-wwf-mancano-9-anni-alla-perdita-di-biodiversita/

giovedì 8 ottobre 2020

Roma, 10 ottobre 2020 - CONFRONTO PUBBLICO TRA CTS del Popolo Italiano e CTS Istituzionale


Roma, 10 Ottobre 2020, dalle ore 14.00 alle ore 18.00,  Piazza Santa Maria in Cosmedin (Bocca della Verità)

Si informa che l'INCONTRO  avverrà pubblicamente a Roma, in una piazza Pubblica, dove NON si terrà una manifestazione ordinaria, ma, specificatamente, un dibattito a cielo aperto, con risposte a tempo, dove ogni personaggio interpellato avrà uno spazio temporale di massimo 3 minuti  per esprimere i propri contenuti.

Gli argomenti trattati verteranno sull'attuale situazione emergenziale sanitaria partita ufficialmente il giorno 31 Gennaio 2020 tramite avviso e comunicazione sulla Gazzetta Ufficiale e riguardanti temi di pubblica sicurezza sul tema specifico COVID-19 e tutte le misure correlate adottate da quel giorno, a più riprese modificate, fino ad oggi.

I due comitati tecnico scientifici (CTS) saranno formati da esperti in materia giuridica, medica e scientifica e ognuno di loro sarà interpellato sul proprio argomento di competenza. Dovranno pervenire, durante il dibattito, documenti e dati scientifici ufficiali che non potranno subire giudizi soggettivi, ma limitarsi ad essere trattati come tali, ossia nella loro parte oggettiva e verificabile da ogni cittadino italiano.

La lista dei soggetti o enti governativi invitati, insieme a tutti quelli che formeranno i due comitati tecnico scentifici a confronto, verrà resa pubblica quel giorno stesso, 10 Ottobre 2020.

Aderenti al PATTO per la VERITA' 2020


COMITATO TECNICO SCENTIFICO POPOLARE  - Pasquale Mario Bacco (Medico) - Franco Battista (Medico) - Pier Francesco Belli (Medico) - Federica Bodei (Pedagogista) - Serena Caprioli (Avvocato) - Peter Colletti (Avvocato) - Giuseppe Delicati (Medico) - Angelo Giorgianni (Magistrato) - Nino Galloni (Economista) - Domenico Mastrangelo (Medico) - Alessandro Meluzzi (Psicologo) - Roberto Petrella (Medico) - Giuseppe Pino (Commissario P.S.) - Edoardo Polacco (Avvocato) - Carlo Taormina (Avvocato) - Giulio Filippo Tarro (Medico) - Daniele Trabucco (Costituzionalista) - Carlo Vivaldi Forti (Sociologo) - Giorgio Vitali (Medico-Chimico)

mercoledì 7 ottobre 2020

Lo spreco alimentare è immorale ed antiecologico


 Sono circa 700 milioni le persone che nel mondo soffrono la fame e sono in continuo aumento. Sono invece 3 miliardi coloro che non possono contare su alimenti sicuri. A fronte di questi dati, peraltro aggravati dalla pandemia, si scopre che il 14 % del cibo mondiale viene sprecato prima di raggiungere il mercato. 

Le colpe di ciò possono distribuirsi fra produttori, i venditori a dettaglio, i ristoratori e, purtroppo, anche i consumatori, cioè noi. Nel 2021 ci saranno restrizioni normative per limitare questo inaccettabile fenomeno, ma già si parla di una prevista perdita di oltre 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all'anno che si calcola generino l'8% delle emissioni globali di gas serra, con ricadute negative anche quindi sull'ambiente. 


Tutto ciò spiega meglio di un altro argomento quanto sia stato opportuno istituire da parte della FAO in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, la Giornata Internazionale di consapevolezza sulla perdita e lo spreco alimentate celebrata il 29 settembre con un evento virtuale globale con relatori da tutto il mondo.


Luigi Campanella - A.K. Informa N. 37




martedì 6 ottobre 2020

Alimentazione bioregionale per una sopravvivenza naturale...


Nel  costante tentativo di portare avanti la mia pratica bioregionale nel luogo in cui attualmente vivo, cioè  a Treia,   ogni giorno compio qualche rito utile all'immersione nel luogo.  


Ora, con l'avvento  dell'autunno,  passeggio sotto le mura a raccatar pigne ed arbusti per l'inverno, ripulire  i sentieri dalle immondizie (sempre più invadenti), raccogliere qualche erba commestibile, qualche fico, qualche giuggiola e qualche meletta selvatica. Tutto ciò lo faccio per restare in sintonia con il messaggio bioregionale del vivere in sintonia con il luogo in cui ci si trova. Cercando di apprendere  quel che il luogo può offrirci per la nostra sopravvivenza.

E così cerco, nei limiti del possibile,  di praticare  questa arte della sopravvivenza naturale,  precisando che i miei veri maestri nel campo  del reperimento del cibo quotidiano e dell'immersione nella natura  non furono i  "bioregionalisti" americani, quelli che  si   inventaron  il termine  "bioregione" (però andando a caccia nei parchi armati di schioppi e non di archi e frecce come gli indiani da loro presi ad esempio), ma sono stati  i vecchi contadini, prima di Calcata e poi di Treia, dai quali ho appreso alcune verità basilari sulla terra e sull’arte di trarne frutto senza danneggiarla.

Parlando di alimentazione ‘naturale’ vorrei fare l’esempio della cura rivolta alla prole, che si manifesta con l’incoraggiamento alla crescita e non con la coercizione, allo stesso modo poniamoci verso le risorse che madre terra offre.

In termini di approccio bioregionale verso le fonti di approvvigionamento alimentare  ciò significa prima di tutto rendersi consapevoli di quello che spontaneamente cresce nel posto in cui si vive.


Questo iniziale processo di osservazione, o accomunamento alla terra, è necessario per scoprire quante erbe e frutti commestibili son già disponibili, cresciuti in armonia organolettica con il suolo e quindi esprimenti un vero cibo integrato per chi là vive. Lo stesso corso va applicato anche alla vita animale selvatica che condivide la presenza in equilibrio naturale.

Un'accurata analisi consente l’immediato utilizzo di cibo integrativo spontaneo per arricchire la dieta corrente, oggi limitata a poche specie coltivate (sia pure in modo biologico). Il passo successivo e quello di sperimentare l’eventuale inserimento nel terreno prescelto di piante coltivate che siano in sintonia o meglio delle stesse famiglie di quelle spontanee.

Questa graduale promozione ovviamente non può essere fatta con l’occhio distaccato di un botanico o di un tecnico agricolo ma va accompagnata da una reale presenza e compartecipazione al luogo, in modo da trarne occasione per un riconoscimento di appartenenza e condivisione (con la vita ivi presente) divenendo in tal modo noi stessi cooperatori della natura e suoi conservatori.

E’ una convergenza, una osmosi, che si viene pian piano a creare fra noi e l’ambiente ed è anche la base della produzione di cibo vero (per uomini veri) che non va però relegata alla sola categoria dei contadini ma vista come la premura di ognuno. E’ un atteggiamento di consapevolezza alimentare.


Infatti il mio consiglio è quello di intraprendere piccole coltivazioni casalinghe ovunque sia possibile, nel giardino dietro casa o sulla terrazza di un condominio, e di approfittare di ogni passeggiata per cogliere delle erbe commestibili, in modo da spezzare la totale dipendenza dal cibo fornito dal mercato, rendendoci così responsabili - sia pure in minima parte - della nostra alimentazione. E’ un aspetto essenziale della cura per la vita quotidiana e della presenza consapevole nel luogo.

Paolo D'Arpini








bioregionalismo.treia@gmail.com

mercoledì 30 settembre 2020

"Ecosofia: la nuova saggezza. Per una spiritualità della Terra" di Raimon Panikkar - Recensione ed articolo di Francescco Pungitore



"Il secondo millennio sembra chiudersi all'insegna del pensiero ecologico, che ci ha fatto reimparare il senso dei nostri limiti. Eppure il movimento ecologico appare semplicemente come un primo passo verso una sapienza dell'abitare umano (ecosofia) che reintegri la dimensione del Divino, dell'umano e del cosmico. In questo testo Raimon Panikkar getta delle pietre di guado verso una nuova saggezza, le cui parole chiave potrebbero essere mistica, politica, pluralismo e secolarità sacra..." 



Ecosofia è il termine con il quale, nell'opera "Ecosofia: la nuova saggezza", Raimon Panikkar illustra e spiega “la saggezza di chi sa ascoltare la Terra e agire di conseguenza”. Filosofo e teologo, Raimon Panikkar è stato tra i principali studiosi del dialogo tra culture e religioni del XX secolo. L'analisi che emerge dai suoi scritti non è un banale modo più “radicale” di intendere l'ecologia, dunque. E' qualcosa di “radicalmente” diverso. E' un diverso modo di intendere la Terra: non più come habitat dell'umanità da utilizzare come mera fornitrice di materie prime. Come dimostra e rivela la drammatica crisi ecologica e alimentare che stiamo vivendo, la Terra non può essere considerata solo come un mero oggetto a disposizione dell'uomo. Essa è un che di vivente, è il corpo esterno dell'uomo stesso, è il suo spazio vitale. Noi siamo la Terra, di essa condividiamo i destini, non ci limitiamo a viverci sopra a nostro uso e consumo. Noi viviamo immersi in essa e, da sapienti, dobbiamo riconoscere e fare nostra la saggezza che ci arriva dalla Terra stessa. 


“L’Ecosofia non è la saggezza umana che si possa eventualmente ricavare dalla Terra, ma la saggezza che quest’ultima mostra all’uomo nel suo essere” scrive Paolo Calabrò su “Paginatre”. “È forse da pazzi - sottolinea Calabrò - immaginare che la Terra possa parlare all’uomo… o non lo è di più ignorarne il richiamo, mentre ci spingiamo a passi serrati verso la catastrofe ambientale e climatica?”. E il messaggio che, oggi, ci arriva è, più che altro, un invito. Un invito a recuperare quella simbiosi che, da sempre, ha reso possibile la vita di noi tutti. In che modo? Agendo con la Natura e non contro di essa. 


Traducendo in termini concreti: sviluppando la biodiversità ambientale, rendendo vitale la terra e aumentandone la fertilità; rispettando i cicli naturali e conducendo allevamenti biologici, assicurando agli animali condizioni di vita sane; creando sistemi sostenibili per la produzione agricola che rispettino l’ecosistema terrestre e invitando a considerare come un unico sistema il suolo e la vita che si sviluppa su di esso. Spiega Francesco Comina (Il cerchio di Panikkar - ed. Il Margine, 2011) che viviamo in un’epoca di “terricidio” (termine con cui Panikkar negli anni ‘80 ha stigmatizzato il nostro modo di trattare la terra che ci sostiene, fino a pagarne le conseguenze più terribili, in termini ad esempio di aumento del numero di cataclismi e di avvelenamento dell’acqua e del suolo). 


Ma non per questo è necessario abbandonarsi alla sindrome T.I.N.A. (There Is No Alternatives - non vi sono alternative): esistono altre possibilità, e la prima è l’Ecosofia. Qui sorge la domanda: cosa possiamo fare noi, come singoli? Come singoli consumatori già possiamo fare tanto. La scelta quotidiana che operiamo su ciò che decidiamo di portare a tavola è decisamente più potente di quello che possiamo fare in ogni altro campo. E' questa una prima via da seguire: modificare le nostre abitudini alimentari per cambiare l'impatto ambientale e sociale globale. E' stato pubblicato nell'aprile del 2008, sulla rivista scientifica Environmental Science and Technology, un articolo di due ricercatori della Carnegie Mellon University “Chilometri-cibo e relativo impatto sul clima delle scelte alimentari negli Stati Uniti”. Gli scienziati in questione spiegano che l'impatto dei singoli individui sull'ambiente e sul clima è dovuto a tre fattori principali: il cibo, l'energia usata in casa e i trasporti. 


Di questi tre fattori, quello del “cibo”, cioè di che cosa ciascuno sceglie di mangiare, è il più “potente”, perché è quello che in termini quantitativi ha il maggior impatto. Ha, inoltre, il maggior livello di scelta personale, perché sul che cosa mangiare il singolo consumatore ha pieno potere. E' una scelta valoriale alla quale noi attribuiamo i connotati etici che vogliamo. Infine, si può applicare già subito, non è a medio o lungo termine come possono esserlo altri aspetti che implicano cambiamenti nelle infrastrutture, nei beni disponibili, nella tecnologia usata. La visione ecosofica parte da qui, parte da noi, parte subito, da ogni singolo individuo.


Francesco Pungitore



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