martedì 17 ottobre 2023

Nelle crepe scoprire vita... - Ecologia Integrale


“Da padroni a ospiti della Terra. Comunità trasformative e politiche di ecologia integrale”. Per tre giorni alla Cittadella di Assisi il Convegno della Rete Radié Resch. Assisi, dal 20 al 22 ottobre 2023.


Il Convegno cercherà di affrontare alcuni aspetti del nostro rapporto con la Terra, riflettendo in particolare su due aspetti:

– Terra colonizzata con oppressione/estromissione delle popolazioni native, storia cancellata, sacralità calpestata, Terra sfruttata dal capitale e ridotta a entità inanimata, a mera fonte di risorse da utilizzare senza tenere conto delle conseguenze sul clima, sul suolo, sull’aria, sull’acqua

– Terra considerata come proprietà unica dello Stato/Nazione, chiusa entro confini escludenti, da difendere con armi sempre più distruttive, che devastano territori, popoli e ambiente.

Attraverso relazioni e laboratori avremo la possibilità di conoscere realtà che, qui da noi come in vari Paesi del Mondo (in particolare Cile, Palestina, Niger, Repubblica Centrafricana, Brasile, Argentina) stanno sperimentando percorsi trasformativi per opporsi al modello distruttivo dominante. Si confronteranno esperienze nate dalla società civile e dalle istituzioni (scelte di amministrazioni locali, interventi legislativi).
Scarica il programma completo cliccando qui.

Se intendi partecipare al Convegno, ti segnaliamo che le camere messe a disposizione dalla Cittadella sono ormai esaurite e quindi ti invitiamo a trovare una sistemazione nelle numerose strutture di accoglienza che offre la città di Assisi.

Avremo però bisogno di registrare la tua presenza al Convegno: per questo ti preghiamo di inviare i tuoi dati a roberto.vialerrr@libero.it

Per ogni approfondimento ti invitiamo a consultare il sito www.reterr.it. e per ulteriori informazioni puoi rivolgerti a Beppe e Cristiana della Rete di Casale Monferrato (Beppe 3337841057 – Cristiana 3392599933).

La segreteria della Rete
Paolo Guglielminetti paulinho29giugno@gmail.com

Fonte notizia: La Bottega del Barbieri


domenica 15 ottobre 2023

To Feel Not to Know vent’anni dopo...



Poche righe per proporre una prospettiva stile uovo di Colombo dedicata alla riduzione del rischio d’inconveniente. Nessun consiglio. Nessun esperto. Nessun decalogo. Nessun metodo. Nessuna verità definitiva. Nessuna tecnica né sapere, nessuna scoperta né nuova idea. Solo noi e la nostra relazione col mondo.

Solo una precisazione: capire non basta. Ri-creare è necessario.


Premessa

Vivo nelle regole sacre

Al cielo lo sguardo ho volto

Vivo nelle regole sacre

molti sono i miei cavalli

Canzone pellerossa


Vent’anni fa scrissi un pezzo dedicato alla sicurezza. Il titolo di quell’articolo era To Feel Not To Know. Ovvero, dove sta la sicurezza.

[Chi vuole mettersi in gioco può, se già non l’ha fatto, fare mente locale al fine di dare la sua risposta alla domanda “in cosa consiste la sicurezza?”. Nel presente articolo, un’inconsueta risposta da valutare].

L’articolo si dedicava a far presente che, quando cerchiamo responsabilità, per cultura siamo indotti a guardare fuori da noi. Filosoficamente parlando, è una modalità che allude al materialismo, al positivismo, al razionalismo, allo scientismo, all’egocentrismo. Tutte fonti dell’oggettivazione del mondo e sostegni dell’oggettività della realtà.


E invece non posso ragionare, non devo. Alla perfezione non occorre.

Alessandro Gogna, Un alpinismo di ricerca

Nel caso della sicurezza – termine che sarebbe opportuno dismettere, in quanto fuorviante, nel senso che implica che essa esista o possa esistere –, significa che se prendiamo un gruppo eterogeneo di persone, adulti e bambini, uomini e donne, professionisti e dilettanti, professori e gente comune e chiediamo loro in cosa consista la sicurezza – o come si riduca il rischio d’inconveniente –, tendenzialmente avremmo a che fare con risposte di tipo esogeno, cioè esterne. Più precisamente, chi più, chi meno, riferirà di saperi e averi, cioè di conoscenza e materiali, di dati e tecniche “corrette”. Tutto senza dimenticare l’esperienza, facilmente citata in testa a un’ipotetica graduatoria in termini d’importanza per realizzare sicurezza. Pardon, per ridurre i rischi d’inconveniente.

Tutte risposte condivisibili, come accennato, legittimate dalla mente culturale che domina il nostro immaginario e quindi il nostro pensiero e fare. Una mente è in pratica simile a un campo chiuso, del quale non vediamo delimitazioni, nel quale giochiamo la nostra partita, rispettosi delle regole che lo governano, ma inconsapevoli del campo stesso. Non è in questi termini che seguiamo il flusso che dalla nascita assorbiamo e ci viene impartito?

L’elemento principe dell’educazione che ne deriva è quello di ritenerci, identificarci in un nome, una professione, un ruolo, una prestazione, una malattia. Tali identificazioni sono armature del nostro io. Queste non rappresentano ciò che siamo, ma ciò che crediamo di essere. Il primo connotato dell’io è di farci sentire entità separate dagli altri, dalla natura, dal cosmo.


Le molte esperienze visionarie di un’attività alpinistica ormai quasi trentennale hanno notevolmente contribuito alla mia autocomprensione. A volte esistevo per null’altro che la mia coscienza, altre volte ero immerso in una intensa sensazione cosmica. In quei momenti il sapere è una presa di coscienza, senza che la ragione la debba ulteriormente elaborare.

Reinhold Messner, Il limite della vita


Malefatte dell’io

Coloro cui sfugge completamente l’idea che è possibile aver torto non possono imparare nulla, se non la tecnica.

Gregory Bateson, Mente e natura


Con queste premesse, è comprensibile che ci si dedichi all’esterno. La logica della cultura della competizione non è innocua, è una delle menti storiche che dominano. E pure quella della perenne soddisfazione del desiderio. Più l’io ha (accumulo), meglio è (stima di sé). Siano essi dati, riconoscimenti, beni. Così l’erudito, o presunto tale, è meglio dell’ignorante, o presunto tale. L’io, infatti, è maestro di graduatorie che, sotto l’egida della mente che lo possiede, stila a sua immagine e somiglianza. Esso è anche un segugio di differenze e un incompetente a riconoscere l’identicità che indistintamente ci rappresenta. Sì, è un asino a riconoscere che il prossimo è un noi stessi in altro tempo, forma e spazio. A riconoscere che siamo un solo corpo unito da una rete di relazioni; che ciò che osserviamo e critichiamo nel prossimo è esattamente ciò che sostanzialmente – non formalmente – abbiamo fatto, facciamo o faremo noi stessi. È un’osservazione disponibile a tutti. Non è esperienza di tutti avere preso le distanze da qualcosa che abbiamo fatto, fino a considerare quel noi del passato altro da noi? Non possiamo concludere che l’io di allora non è l’io che crediamo di essere oggi?


Anzi, von Neumann, nel suo famoso libro [nda, Theory of Games and Economic Behavior] sottolinea espressamente le differenze tra il suo mondo tautologico e il mondo più complesso delle relazioni umane.

Gregory Bateson, Mente e natura


Crollo di un mito

Raccogliendo le risposte del gruppo di persone intervistato, al fine di redigere un elenco per preferenza, facilmente la parola ascolto non comparirà. E neppure relazione. Come detto prima, con pari buona probabilità sarà la parola esperienza una tra le preferite.

Partiamo da questa. Tenendo presente, però, che è impiegata alla stregua di un qualunque elemento del nostro corpo di competenza, misto di cognizioni (i saperi), abilità (il muoversi), tecniche (le manovre) e materiali ed equipaggiamento a disposizione.


Gli errori li commettiamo sempre noi. Certo, non ho mai fatto mistero del mio atteggiamento al limite e ho irritato tutti i sostenitori dell’associazionismo, che vorrebbero metter in sicurezza la montagna e l’alpinismo per poi concedere agli associati le loro prestazioni.

Reinhold Messner, Razzo rosso sul Nanga Parbat


Non si tratta di negare il valore di quella competenza. Né di sostenere che un’esperienza ampia valga come una minore. Piuttosto di fare presente che in tutti quei dati, abilità, tecniche e vissuto troviamo le membra, ma non l’anima della conoscenza.

Si tratta infatti di riconoscere che, particolarmente in contesto critico/decisionale, l’esperienza può agire in noi come un campo chiuso. Quando questo accade, la creatività tende a ridursi e la ripetitività ad affermarsi. Quindi il rischio di scelte inadeguate si alza. Al contrario, in libertà abbiamo opportunità di coniugare l’esperito, il conosciuto e il disponibile in modalità inusuali e utili al momento. Un po’ come impiegare un cacciavite in modo diverso dalla sua missione di nascita.

Come la libertà dal conosciuto comporta vie nuove, così il suo opposto implica l’obbligo a ripetere pedestremente.

Non essere emancipati dal mito dell’esperienza comporta una forza che tende a costringere il problema, la situazione critica e non solo entro lo stagno casellario delle nostre credenze. Sarebbe come cercare di comprimere l’infinito nel finito. Un’assurdità alla quale non di rado sottostiamo, finché restiamo privi delle consapevolezze necessarie alla liberazione.


Ecologia della mente

Le montagne sono munite di denti. Per trasformarti in cibo per loro, non c’è niente di più sicuro che la distrazione emotiva.

Mark Twight, Confessioni di un Serial Climber


L’emancipazione passa dalla scoperta dell’ascolto. Una specie di contrario dell’affermazione. Esso permette la visione delle forze che agiscono su di noi, sulle persone e nelle relazioni, tanto con altri esseri senzienti, quanto con la cosiddetta materia inanimata.

Se nella modalità dell’affermazione giochiamo la nostra partita entro il campo del razionalismo, del materialismo e della logica, in quella dell’ascolto possiamo riconoscere i limiti di quel campo che credevamo assoluto e vedere le verità energetiche, accreditare quelle non aristoteliche, accedere a luoghi e riconoscere ordini che la cultura dei dati non contempla.


I limiti della conoscenza e del conosciuto scompaiono [...]. Da questo momento in poi regna sovrana la spontaneità.

Lilian Silburn, La kundalini o L'energia del profondo


Il modo dell’ascolto ci permette prospettive che quello dell’affermazione castra, ci apre visioni altrimenti precluse. Una di queste riguarda la visita a profondità inusuali, che riguardano noi e la nostra reale motivazione, l’altro e la sua intima condizione, il terreno quale solo referente di verità.

Inquinati da pretese (affermazione) e preoccupazioni (paura), non possiamo essere creativi, cioè seguire il sé che tutto raduna, come invece può l’oracolo dello sciamano che getta le pietruzze.


Un uomo sacro ama il silenzio, ci si avvolge come in una coperta: un silenzio che parla, con una voce forte come il tuono, che gli insegna tante cose. Uno sciamano desidera essere in un luogo dove si senta solo il ronzio degli insetti. Se ne sta seduto, con il viso rivolto a ovest, e chiede aiuto. Parla con le piante, ed esse rispondono. Ascolta con attenzione le voci degli animali. Diventa uno di loro. Da ogni creatura affluisce qualcosa dentro di lui. Anche lui emana qualcosa: come e che cosa io non lo so, ma è così. Io l’ho vissuto. Uno sciamano deve appartenere alla terra: deve leggere la natura come un uomo bianco sa leggere un libro.

Cervo Zoppo, dei Sioux

Guasco Delia (a cura di), Una storia degli Indiani del Nord America


La conoscenza è già in noi. Essa sgorga dal sentire, dalla meditazione, dalla contemplazione, dall’empatia. Come un luminol spirituale, ci mostra quanto e come investiamo la realtà del nostro giudizio o siamo in grado di vedere il fenomeno senza imbrattarlo di noi stessi. Quanto tutto dipenda da noi, quindi dalla relazione che giocoforza mettiamo in essere. Relazione sempre soggetta al nostro stato intimo, ai nostri pregiudizi, eccetera. La conoscenza dei dati è superficiale, tecnica e temporale. È solo il sentire che ci dice con precisione cecchina cosa ci stressa, quanto siamo concentrati, quando è ora di smetterla.

Ma il sentire è facilmente disturbabile. Per eludere interferenze, diversivi e distrazioni, che lo sommergerebbero facendo perdere il suo segnale, è necessario emanciparsi dalle sirene dell’io, dalle fuorvianti verità culturali e dall’interesse personale. Restare in relazione con il nostro sé profondo è alzare il rischio di sicurezza.


Mi ha salvato il mio istinto ed ho imparato che bisogna soffrire per comprendere quanto siano stupide le idee che a volte ci aiutano nella follia. Non più ‘incedere elegante e veloce’, non più narcisismi idioti. E forse, soprattutto, non si può elevare a sistema la sfida a se stessi e alla montagna.

Alessandro Gogna, Un alpinismo di ricerca


Muoversi attraverso l’ascolto significa, quindi, non andare oltre il passo della nostra gamba, o andarci consapevolmente. Significa rispettare e accogliere il comportamento altrui, oppure sopraffarlo per consapevole scelta. Significa prendere coscienza che, concentrati sulla prestazione, possiamo distrarci dalla relazione col terreno e l’ambiente, fino a sostenere che “abbiamo dovuto bivaccare, perché la notte è arrivata all’improvviso”.

L’ascolto permette di riconoscere in noi – sempre – la responsabilità di quanto è accaduto, di come sono andate le cose. Ma non una responsabilità giuridica. Questa non solo è necessariamente razionale, uniformata e circoscritta, ma non fa testo in contesto evolutivo. L’assunzione di responsabilità è strumentale a vedere come componiamo la realtà che, altrimenti, crediamo oggettiva. Ci impedisce di appellarci ottusamente alla modalità giuridica. C’è sempre una nostra scelta originaria, trovarla è evolutivo. Farsi carico di quanto accade è orientarsi al miglioramento delle cose.

Dunque, non è più “lui che non capisce niente” o “glielo avevo detto”. L’esperienza non è trasmissibile e la lettura della situazione risente di noi stessi. Quante volte abbiamo creduto bastasse quanto fatto e detto per farci capire, seguire, ubbidire? Muoversi attraverso il sentire permette di rinunciare, senza cadere nei gorghi della frustrazione o nel buio della depressione, è sempre riconoscere la nostra misura e quando la eccediamo.


La risposta alla domanda

Allenando il modo dell’ascolto, tendiamo a ripulire il nostro sentire dall’inquinamento di idee e sentimenti. Quanto più la pulizia è fine, tanto più saremo in grado di cogliere e leggere informazioni sottili che il crasso farfugliare ci nasconde.

Armonia è un’altra parola rivoluzionaria, che implica la presenza incarnata in noi del valore, non solo concettuale (dato), dell’ascolto. Essa è con alta probabilità assente dall’elenco delle risposte di quel gruppo intervistato. Essere in armonia è essere parte del tutto, disperdere l’io – il contenitore che ci fa sentire autori di quanto stiamo facendo –, divenire il fare stesso. È in questo la risposta tofeelnottoknow alla domanda dove sta la sicurezza.

In tutta la narrativa alpinistica e non solo, si può trovare in altre parole come tutti noi possiamo esprimere il potenziale dell’ascolto.


Nell’ultima mezz’ora sono stato come fuori di me, mi vedevo arrampicare e non mi accorgevo di nient’altro.

Mark Twight, Confessioni di un Serial Climber


Dunque, per alzare il rischio di sicurezza, riferirsi al conosciuto, all’esperito e all’esperto può non bastare. Quando attraversiamo un incrocio affidandoci al verde, senza relazionarci all’ambiente, e un distratto non vede il suo rosso, il danno è compiuto e la responsabilità è nostra. Se dite che è sua, significa che non mi sono spiegato.


Il valore di queste note non sta nel prendere parte al fine di definirle vere o false. Tutto è in divenire, chi non è ancora transitato in questi mondi non è detto che mai li conoscerà. E voler viaggiare per ideologia o pretese è quantomeno garanzia di rinunciare alla propria evoluzione spirituale. Quindi riconoscere in noi in quali termini e quando qualcosa è vero o falso significa adottare il modo dell’ascolto, della relazione, dell’identicità, dell’evoluzione e dell’armonia. È la consapevolezza della propria ricreazione. È il segno che si è su una via con un cuore. È un canale di conoscenza che può chiamarsi empatico oppure amore.

Infine, le parole sono campi. Non riconoscerli, credere siano e stiano entro i nostri significati genera conflitto e rifiuto. Diversamente, ogni possibile equivoco muta in lezione di vita.


Udite questi dolcissimi accordi,

lasciatele presto, le favole.

L’antica folla dei vostri dei

sparisca, ormai passò.

Più nessuno vi comprende.

Più alta meta è ormai la nostra.

Perché dal cuore deve venire

quel che sui cuori vuole agire

Goethe, Faust


Lorenzo Merlo





Note

I testi della Canzone pellerossa e del Faust di Goethe sono tratti da Alessandro Gogna, La parete.

Salviamo il paesaggio su Zoom... il 21 ottobre 2023



Sabato 21 ottobre 2023 ci sarà l'assemblea nazionale del forum Salviamo il Paesaggio. Si terrà dalle 9,15 alle 13, sulla piattaforma Zoom e il programma sarà il seguente: 

  • Saluti introduttivi. Intervento di Oreste Magni a nome del coordinamento nazionale.
  •  A che punto è la nostra proposta di legge alla Camera? Intervento dell'on. Stefania Ascari che provvederà a fornirci qualche aggiornamento sull'iter e qualche sua impressione sulle chance di riuscita dell'operazione.
  • Come sta il suolo italico? Il 25 ottobre verrà pubblicato e diffuso il Rapporto annuale di Ispra sul consumo di suolo. Per scattare una "fotografia" aggiornata della situazione e per inquadrare al meglio se la presenza di un Forum risulti ancora significativa in un contesto mutato (in meglio o in peggio?) ospitiamo Michele Munafò che ci fornirà qualche sintetico dato.
  • Punto della situazione interno. Breve sintesi di quanto fatto/non fatto dall'ultima assemblea nazionale "fisica" di Milano 2019.
  • L'esperienza del nuovo gruppo di redazione. Proposte e analisi critiche da parte dei quattro giovani che da qualche mese hanno assunto la responsabilità della gestione della comunicazione del Forum nazionale.
  • Il futuro del Forum. Cosa occorre modificare nella nostra azione e organizzazione. I temi sono molteplici e toccano sia gli aspetti finanziari, sia le persone chiamate a gestire parti del processo organizzativo e sia lo sviluppo di momenti formativi on line che potrebbero essere curati in collaborazione con Associazioni/Enti.
  • Dibattito libero.

Per partecipare, occorre compilare il seguente modulo Google. Riceverete via mail il link per accedere alla piattaforma Zoom dove si terrà l'assemblea.

CLICCA QUI PER ISCRIVERTI


Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio
"SALVIAMO IL PAESAGGIO - DIFENDIAMO I TERRITORI"
www.salviamoilpaesaggio.it

giovedì 12 ottobre 2023

Pesaro. Si mangia PFAS...




La Procura della Repubblica di Pesaro ha chiesto il rinvio a giudizio per inquinamento ambientale dei dirigenti dell’Alluflon, nota ditta di pentole antiaderenti (con Teflon della Solvay), accusati di aver rilasciato Pfoa nelle acque reflue dello stabilimento, così come aveva rilevato l’ARPAM. 

L’azienda di Mondavo sostiene di non aver più utilizzato la sostanza da 10 anni, dunque da altrettanto tempo il Pfas tossico e cancerogeno persisterebbe, come sua natura peraltro, indistruttibile nelle falde. Il che non fa stare più tranquilli chi abita vicino o utilizza le acque dei pozzi per annaffiare gli orti.

L’ Alluflon è un gruppo manifatturiero internazionale che nella pubblicità si vanta di produrre in “fabbriche ad altissima specializzazione e automazione”, “i nostri prodotti mantengono il fascino dell’artigianato Made in Italy” (marchio Moneta), e addirittura “siamo fortemente impegnati a preservare l’ambiente e dediti al benessere dei nostri dipendenti”. Meno male.  

 Rete Ambientalista  - movimentodilottaperlasalute@reteambientalista.it



L'amore e la vera presenza...



Vorrei  ritornare al senso di presenza nel "qui ed ora" che trovo molto adatto a curare la malattia della distrazione, dell'indifferenza, o meglio dell'incapacità di essere presenti nel vissuto quotidiano. La nostra società oggi più che mai è malata di virtualizzazione, non siamo in grado di percepire le esperienze se non in forma proiettiva, con la tendenza ad esagerare a magnificare senza peraltro riuscire a trovare soddisfazione nel "semplice e nel facile", in quello che, secondo i taoisti, è lo stato naturale dell'uomo.

Cimentarsi nel tentare di riportare l'uomo alla sua spontaneità ed al godimento del momento presente, questo "invito" verso la semplicità di vita è un motivo conduttore di parecchi saggi. Osho, ad esempio,  ha saputo usare parole vicine alla mente dell'uomo moderno. Egli essendo un "cultore dell'immediato", ci ha mostrato attraverso le vicissitudini e gli alti e bassi della sua vita come riuscire a non perdere la centratura in se stessi, come essere quel che si è senza aggiustarsi indebitamente alle richieste della cultura omologata, che è in grado di prosciugare ogni "centratura nella sorgente".

"L'uomo ha un centro, ma ne vive fuori - fuori del centro!" Affermava Osho, aggiungendo che questo atteggiamento crea una tensione interna, un tumulto costante, un'angoscia. La pazzia è la conseguenza diretta dell'uscire fuori in modo permanente dalla centratura in se stessi, ma vi sono stadi intermedi all'alienazione, ad esempio la distrazione, l'astrazione, la noia, la mancanza di empatia, etc. Certo nella mente umana esistono anche momenti di gioia estatica ma è troppo facile uscirne, succede appena cerchiamo di rincorrere quella gioia, di farla nostra appropriandosene (rendendola così estranea a noi).

Un essere umano "naturale" è solo colui che non rincorre gli stati mentali, che non si abbandona alla rabbia e non cerca la beatitudine. Egli non si allontana da una attenta presenza nel vissuto, non in meri termini fisici ovviamente. Potremmo dire che un "uomo naturale" è un uomo assente agli estremi... Nella sua spontaneità priva di ogni opposizione il "realizzato" è completamente rilassato, nella sua consapevolezza non c'è tensione, non c'è sforzo, non c'è desiderio. In una parola non c'è "proiezione" e quindi nemmeno divenire. Ma questo non significa che l'uomo "naturale" non mangi, non beva o non soddisfi le esigenze che debbono essere soddisfatte come fa ogni altro essere vivente. Mangerà, dormirà. ma questi non sono desideri. Non mangerà domani, mangerà oggi!


In un certo senso lo stato di naturalezza è simile all'innamoramento, in cui si vive sospesi: il passato non esiste più e non si aspetta nemmeno il futuro. Ci si muove nel presente, incapaci di avere aspettative, ci si muove nel qui ed ora senza alcuna considerazione delle conseguenze. Infatti i saggi e gli innamorati sono considerati "ciechi" dagli uomini del mondo che calcolano ogni cosa... sono invece visti come veggenti da coloro che non calcolano.

Nel momento del grande amore il passato ed il futuro scompaiono.

Una volta qualcuno chiese a Gesù. "Cosa succederà nel tuo Regno di Dio?" ed egli rispose come un vero maestro Zen: "Non ci sarà più tempo!. .. Non ci sarà più tempo perché il "regno di Dio" è eterno, è sempre qui..". Mirabai, una principessa indiana, si era innamorata di Krishna ma il Krishna fisico non c'era più da migliaia di anni, eppure lei cantava e danzava davanti a lui. Il marito di Mira era molto geloso di questo amore e le chiese "Sei impazzita? Chi è che ami, con chi conversi? Ed io sono qui e tu mi hai completamente dimenticato". E Mira rispose: "Krishna è qui ma tu non lo sei. Krishna è eterno, tu vivi fra passato e futuro, che in verità non esistono, come potrei quindi credere che tu sei esistente?".

Nell'amore totale l'io non esiste, esiste solo l'amore. Mentre si accarezza l'amante o l'amata si diventa la carezza. Mentre si bacia non si è colei che viene baciata o colui che bacia, si è semplicemente il bacio. In questa assenza dell'io si manifesta la pienezza della presenza. ed è per questo che l'amore è definito la natura vera di Dio. Diceva Shiva alla sua adorata sposa Parvati: "Mentre vieni accarezzata, dolce principessa, penetra il carezzare come vita eterna. Chiudi le porte dei sensi quando senti il solleticamento di una formica. Allora. Quando sei sdraiata su un letto od assisa lasciati andare priva di peso, al di là della mente..."

Paolo D'Arpini



mercoledì 11 ottobre 2023

Marco D’Eramo: “Il selfie del mondo”, recensione

Marco D’Eramo, Il selfie del mondo, Feltrinelli 2019Marco D’Eramo è un sociologo e giornalista che ha studiato il turismo nel libro “Il selfie del mondo” (Fetrinelli). Non tutto il libro è di pari interesse, ma la prima parte per chi come noi vive ai margini di questo mondo, anche in opposizione, ma comunque dentro, va riflettuta. In particolare c’è un argomento che volevo portarvi come spunto. Quello che secondo D’Eramo decreta la morte di città e territori: questo verdetto rilasciato dall’Unesco è il “Patrimonio dell’Umanità” o World Heritage. Molti pensano sia un grande riconoscimento, che aiuta a salvare città, territori e beni materiali e immateriali. Ma in realtà, come spiega bene D’Eramo, ne certifica la morte, trasformando un luogo vivo, in evoluzione, una città abitata da gente vera, in una disneyland per turisti. O meglio, quasi sempre il processo è già avvenuto, l’Unesco ne prende solo atto. Le città e i paesi (pensiamo a Firenze, Venezia o a San Gimignano) si trasformano, gli abitanti storici se ne vanno, per lasciar posto a b&b, affittacamere, airbnb. I negozi “veri”, che vendono beni di prima necessità, si trasformano prima i negozi di prodotti tipici, e poi in negozi di souvenir standard uguali in tutto il mondo.
pinocchietti di legnoAvete mai fatto un giro per il bel paese medievale di San Gimignano? Chi ha camminato sulla Francigena lo conosce. Gli abitanti non possono più vivere nel centro storico: prezzi alti, non c’è più un negozio vero (non si vive di soli pinocchietti di legno!) ma solo negozi di souvenir uno accanto all’altro, le strade piene di gente, insomma se ne sono andati tutti in periferia. E a proposito di pinocchietti, quando arrivano loro, si può decretare la disneylandizzazione di un luogo! Fateci caso.
“È paradossale che l’unintended consequence del voler mantenere l’unicità, l’irripetibilità di un sito, produca in realtà un “non luogo” sempre uguale a se stesso in tutti i siti heritage della terra. Come per trovare i veri sangimignanesi devi uscire e allontanarti dalle mura medievali, così per trovare dove vivono davvero i laotiani di Luang Prabang bisogna pedalare in bicicletta per un paio di chilometri su Photisalath Road per raggiungere la città vivente”.
Il turismo è l’industria più pesante, più importante e più impattante del XXI secolo, tanto che ormai si parla dell’Età del turismo riferendosi alla nostra era. Ovviamente l’etichetta Unesco non è causa del turismo, ma ne è certificato di garanzia, e copertura ideologica (istituzione “a fin di bene”).

“L’etichetta Unesco ha aperto all’industria turistica una nuova, meravigliosa, sconfinata terra di conquista: perché costruire nuove Disneyland quando disponiamo di una caterva di città viventi e di territori che aspettano (anzi chiedono disperatamente) di diventare parchi a tema, col semplice mummificarsi, e quindi svuotarsi?”. E ovviamente poi si paga il biglietto, perché stupirsi se sui sentieri delle Cinque Terre o delle Gole di Samaria da anni, a Venezia  o in altri luoghi a seguire pian piano, si pagherà il biglietto per entrare?

(Il Cammino)

lunedì 9 ottobre 2023

Stretto è il ponte larga è la via dite la vostra che ho detto la mia...



Il Ponte sullo Stretto “opera vetrina dell’ingegneria italiana nel mondo”.
E’ la definizione utilizzata dal colosso delle costruzioni Webuild nel comunicato stampa in cui si annuncia la “consegna della documentazione di aggiornamento del progetto definitivo” alla Società Stretto di Messina Spa.

In attesa di conoscere tutti gli “aggiornamenti” previsti per bypassare le innumerevoli criticità di ordine tecnico-ingegneristico, socio-ambientale ed economico dell’infrastruttura di collegamento stabile tra Scilla e Cariddi c’è un passaggio nella nota di Webuild che colpisce per pressapochismo e ridicola propaganda.

La struttura accoglierà due carreggiate stradali con tre corsie per direzione (due di marcia e una di emergenza) e una linea ferroviaria a doppio binario, consentendo un flusso di 6.000 veicoli all’ora e fino a 200 treni al giorno, rivoluzionando la mobilità dell’area e dell’intero Sud Italia”, enfatizza il grande gruppo economico-finanziario.

Lascio agli economisti e accademici la disamina scientifica dello “studio” economico e trasportistico di Webuild e mi permetto solo di fare un paio di conti con il pallottoliere per evidenziare l’insostenibilità e il sovradimensionamento dei dati.

L’attraversamento del Ponte di 6.000 veicoli all’ora corrisponde a 144.000 mezzi al giorno cioè 52.560.000 all’anno. Relativamente ai treni (oggi un numero corrispondente alle dita di una mano a seguito del progressivo smantellamento nello Stretto del traffico ferroviario da parte di Trenitalia), i 200 quotidiani corrisponderebbero a 73.000 treni all’anno.

Immaginiamo che veicoli e treni viaggino sul Ponte con un numero davvero minimo di passeggeri, 2 per auto e non oltre 200 per convoglio ferroviario, come dire uno spreco immane di risorse finanziarie per privati e Trenitalia.

Messina Sera, 1959.

Relativamente ai veicoli in un anno transiterebbero così 105.120.000 passeggeri, mentre in treno 14,600.000 persone. Complessivamente sarebbero 119.720.000 transitanti, un valore di quasi dodici volte in più di quello che è stato calcolato per l’anno 2022 dall’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto.

Nello specifico l’Autorità ha documentato che tra i Porti di Messina, Villa San Giovanni e Reggio Calabria “transitano ogni anno oltre 10.000.000 di passeggeri, sia a piedi che a bordo di circa 1.800.000 autovetture e 400.000 mezzi pesanti ai quali si aggiungono più di 1.500.000 di passeggeri e 800.000 tra mezzi pesanti ed autovetture sulle tratte Tremestieri-Villa San Giovanni-Reggio Calabria”.

Data la previsione del costo dei pedaggi per mezzi veicolari e pesanti di due/tre volte in più del valore del biglietto oggi pagato sulle navi traghetto, è proprio inimmaginabile che tutti gli automezzi sceglieranno il Ponte (vedi quanto accade nel Canale della Manica, dove il Tunnel registra annualmente deficit economici enormi proprio perché chi viaggia tra Francia e Regno Unito continua a privilegiare il traghettamento).

Ma immaginiamo pure uno scenario in cui nessun traghetto dovesse più viaggiare nello Stretto. L’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto ha stimato che un quarto dei transitanti sono pendolari che si spostano quotidianamente soprattutto per lavoro tra le provincie di Messina e Reggio Calabria: sarebbero loro disponibili a sottoporsi a defaticanti e lunghissimi tran tran tra i due capoluoghi per chilometri e chilometri tra tunnel, gallerie e viadotti, quando adesso possono raggiungere i centri cittadini in aliscafo con tempi di percorrenza inferiori ai 20/30 minuti?
Impossibile crederci.

Un quarto di 10 milioni corrisponde a 2.500.000 passeggeri, cioè 2.500.000 persone che non devono sbattersi per raggiungere i maxi-piloni tra Scilla e Cariddi ma che necessitano invece di mezzi navali veloci, comodi ed ecologicamente sostenibili.

Conti finali, insomma, solo 7.500.000 passeggeri attraversano annualmente lo Stretto viaggiando su percorrenze medio-lunghe.
Ma Webuild farà le cose in grande, ci sarà spazio per tutte e tutti, quasi quindici volte la domanda di mobilità reale.
Di numeri e cazzate meglio spararne tanti e tante.
Tanto paga Pantalone.

Antonio Mazzeo


Tratto da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/.