venerdì 16 dicembre 2011

Il significato di “bene comune” nell'ottica dell'ecologia profonda e della spiritualità laica



Basterebbe  chiedersi, quando si prende una posizione, o si fa una scelta se quella scelta porta o meno al bene comune, il nostro, quello della nostra famiglia quello della nostra famiglia allargata che è l’umanità e con essa di Madre Natura nel suo insieme, compresi gli aspetti sociale, culturale e spirituale.

E quindi, quale dovrebbe essere secondo me il fine ultimo, il più ampio possibile, di un ecologista (ma senza l’esasperazione di un -ismo)? Può essere la salvaguardia del pianeta, il riequilibrio della vita in questo mondo che è stato tanto snaturato, sfruttato, sporcato dall’uomo?

E allora prendo come esempio di questo discorso le scelte alimentari: agricoltura e allevamento biologici, vegetarianesimo, veganesimo, riduzione del consumo dei prodotti di origine animale…. A questo fine  non è più facile e quindi non avrebbe un maggior effetto positivo per l’ambiente, diffondere l’abitudine ad una riduzione del consumo dei prodotti di origine animale, sia per motivi di salute , che per motivi ecologici (consumo o spreco di risorse come acqua, terra, effetto serra, minore inquinamento in tutte le fasi della catena produttiva), piuttosto che propugnare il veganesimo?

Ovviamente ognuno poi ha le sue tendenze e c’è chi ci aggiunge un motivo etico, di rispetto assoluto della vita animale in tutte le sue forme, e può portare la sua visione tranquillamente, ma non devono poter coesistere, nello stesso gruppo, queste diverse visioni?

Forse noi parliamo di certe cose perchè viviamo in un mondo del benessere ed abbiamo di più di quello che ci necessita e, dopo averlo sfruttato all’inverosimile, per emendarci dalle colpe della nostra specie, vorremmo tutelare la natura e le altre specie animali in maniera assoluta.

Ma le forme della vita sono tante! Pensiamo ai popoli che vivono in zone dove la vegetazione è assente per tutta o buona parte dell’anno e la fonte di cibo irrinunciabile è quella animale.


Possiamo provare a tornare a vivere tutti nella foresta equatoriale, dove con i frutti che la natura offre potremmo tranquillamente sopravvivere oppure “ADATTARCI”. L’evoluzione è adattamento, l’adattamento della specie umana è andato a scapito dell’ambiente che si è impoverito di risorse per la nostra avidità: possesso di tanto oltre il necessario, consumismo, un sistema economico perverso per cui la stessa sinistra parla di far ripartire l’economia!!!

Ma quale ripartire?

Bisogna approfittare di questo momento per portare avanti scelte radicali, che coinvolgono aspetti sociali importantissimi, la riduzione degli orari di lavoro, la cancellazione di lavori inutili, fatti solo per tenere impiegate persone in posti di potere e di lauti guadagni – ma di queste cose nessuno parla, neanche i sindacati.

E se, come specie umana, o come una parte (lo pseudopodo di Paolo?) della specie umana siamo consapevoli di questo progresso malsano a cui siamo giunti, il successivo passo evolutivo, è così difficile da capire? Non sarà forse un passo indietro?

Concludo con una frase del saggio indiano Ramana Maharshi, che riassume un po’ quello che dovrebbe essere secondo me lo spirito su cui improntare le nostre vite: “Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo. Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti ed inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima.”

Caterina Regazzi
Rete Bioregionale Italiana
 



……………………….

Commento di Lorenzo Merlo


Grazie Caterina…

Tra tutti gli spunti che offri, ne prediligo uno per una considerazione.
Dopo aver magnato, magnato e ben bevuto, ora siamo al rifiuto di ciò che abbiamo avuto.
Siamo a proporlo come soluzione, anche a chi ancora non ne ha a basta e anche a chi non ne ha avuto per niente.
Effettivamente condivido il pensiero che è l’esigenza che produce l’intelligenza. Prima ne avevamo una ora ne abbiamo un’altra.
Ognuno arriva con la propria. Ognuno non ritiene accettabile castrarla. Ognuno non ritiene dignitoso sottomettersi all’altrui.
La frammentazione e l’impossibilità di aggregare si fanno spazio.
Non è ancora il momento giusto? 
Manca un estetico, cioè, manca un leader?
Siamo rigonfi di saperi tecnici e crediamo bastino anche ad unire gli spiriti?
Chi è già passato ascetismo, visto che anche solo telefonare contraddice le intenzioni di fondo?
Chi è in grado di riconoscere – ed accreditare – l’intelligenza/esigenza – che ci ha portato qua?
Il movimento hippy non ci parlava mezzo secolo fa, di cose che ora urliamo come nostre?
Se in 50 anni lo standard che possiamo vantare è in buona misura da noi tutto criticabile, che significa? Che chi ci ha preceduto era totalmente inetto? O che le dinamiche hanno permesso tanto e non tanto altro?


Ora siamo noi al cospetto delle dinamiche. Siamo noi a chiederci come unire gli spiriti. E a domandarci se un esteta serva più di un competente.

La soluzione è nella musica e la prenderà chi la danza. Grazie Caterina.

Nessun commento:

Posta un commento