Visualizzazione post con etichetta Ramana Maharshi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ramana Maharshi. Mostra tutti i post

lunedì 9 luglio 2012

Nella spiritualità laica il maestro è colui che ti porta ad essere il tuo stesso maestro!

“Maestro è colui che ti porta ad essere il tuo stesso Maestro!” (Saul Arpino)

Paolo D'Arpini all'ingresso del Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia


Diceva Ramana Maharshi:”Conosci la tua mente, per non farti imbrogliare dalla mente”  Vedi quante immagini appaiono in un sogno, quanti personaggi che si cercano e si sfuggono, che si amano e si odiano? Ma il sognatore è uno solo….

Per risvegliarti a te stesso da qualsiasi punto o identità ti riconosci nel sogno, accetta quella, fermati a quella e da lì osserva e scopri l’osservatore. Non aspettare illudendoti che potrai svegliarti se stai sognando di essere qualcun altro, un personaggio più preparato o più simpatico…

Qualsiasi sia il personaggio del sogno nel quale ti ritrovi, accettalo.

Osho diceva: “Accettarsi per quel che siamo è la base per il risveglio spirituale”. Infatti accettarsi non significa rinunciare alla propria crescita, anzi vuol dire che accettiamo di crescere partendo da ciò che siamo. In questo modo la crescita non sarà una scelta bensì un moto spontaneo.

E’ la fioritura dell’intrinseca perfezione che trova una forma espressiva, senza sforzo, senza rabbia o frustrazione, senza sacrificio, senza uso della memoria,senza espiazione, senza speranza…


Puoi dirmi allora dove si pone, a cosa serve, quella sofferenza, quell’autocontrollo, che sin’ora ha accompagnato la tua ricerca? Dov’è l’utilità proiettiva dell’io che cerca se stesso? Quanti sono gli “io” in te? Dov’è quell’uno che cerca e l’altro che è cercato? Dove sono le vite trascorse arrancando verso la perfezione e dove sono quelle vite future per completarla? Cosa significa “io sono giovane, io sono vecchio, io sono maschio, io sono femmina”? Non sei tu presente qui ed ora, pura coscienza, aldilà di ogni distinzione esteriore?

E sempre lo sarai!


Ascolta, tu sei sempre, assolutamente, e chiunque nel tuo sogno dica qualcosa di sensato, sei tu a dirlo. Riconosci quel messaggio come tuo, guarda la luna e lascia stare il dito, scopri l’essenza e non lasciarti ingannare dal riflesso.. 

E per finire ricorda: “Il Guru ti appartiene completamente ma appartieni tu completamente al Guru..?” (Swami Muktananda)


Paolo D’Arpini



.............................

Commenti ricevuti:



Il Guru di Lucilla Pavoni: "Caro Paolo, di tutte le virtù che ti riconosco, la più grande è questa distanza che prendi dalla definizione "guru". Ne ho conosciuti cosi' tanti che si definivano tali, che il mio cervello si chiude in automatico, quando incontro l'ennesimo ...con queste presunzioni. Il vero "guru", non sa nemmeno lui di esserlo, quello che dice, fa, manifesta, rientra nella perfezione travestita di semplicità. E' rarissimo incontrarne uno nella vita e soprattutto è difficile riconoscerlo, perché Lui non si dichiarerà mai tale, l'unica possibilità di riconoscerlo é diventare lui"


..........


 
Il Guru di Marco Carlino (in seguito alla risposta di ieri): “quindi il Guru è l'altro? … non mi ci trovo più..”

Mia rispostina: “Il Guru è il vero Sé... Mentre il sé che separa e vede il Guru come "altro" è l'ego. La semplice comprensione intellettuale di questo processo separativo, che è illusorio, non è però sufficiente. Finché l'ego non è obliterato non è opportuno comportarsi con il Guru come fosse il sé (l'io). Attenzione, qui si parla dell'eventuale Guru esterno, poiché in questo modo si tenderebbe a non rispettarlo o a non prendere in considerazione i suoi insegnamenti. Quindi occorre sapere che il Guru è il vero Sé ed allo stesso tempo esteriormente rapportarsi con lui come se fosse il Maestro supremo, con rispetto e devozione. Questo atteggiamento si riflette anche verso il proprio Sé, il Guru interiore, e quindi ci si "abbandona" alla sua Grazia.  Sapendo che nessuno sforzo personale può obliterare il senso dell'io separato ma che questo può essere rimosso solo dalla Grazia del Guru (che è il Sé). Per questo è  detto di comportarsi equanimamente e con distacco nei confronti di tutto il mondo con la sola eccezione del Guru, che è l'aspetto "risvegliatore" del Sé. Il momento che emerge la "realizzazione" del Sé ogni distinzione scompare.. resta però, nei modi espressivi, una costante forma di devozione e rispetto nei confronti del Guru, che a quel punto è sperimentato realmente come il proprio Sé. Interiormente ogni differenza è annullata ma esteriormente il gioco della diversità continua a manifestarsi. Esiste solo il Sé... tutte le altre distinzioni o intellettualizzazioni servono solo a tenere la mente occupata...  "Materiale aggiunto o di arricchimento" dicono le scritture non duali.  Finché esiste una mente, un io, che distingue, tutto appare complicato.. ma in verità è molto semplice. L'"io sono" è la realtà definitiva.. ma finché permane la tendenza mentale a proiettare l'identità in un nome forma, in un "questo",  si dice che c'è una differenza fra l'osservatore e l'oggetto osservato e l'atto di osservare. Quando scompare il senso dell'io legato al nome forma automaticamente tutto ciò che esiste  viene sperimentato come  il Sé, come osservazione testimonianza. Quanti personaggi nel sogno, distinti, finché si sogna.... ?! Se vuoi puoi leggere questo approfondimento: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2011/10/il-rapporto-guru-discepolo-nella.html

domenica 8 luglio 2012

Grazia e realizzazione del Sè... nelle parole di Ramana Maharshi

Ramana Maharshi


In risposta ad alcune domande sulla Grazia del Maestro e su come realizzare il vero Sé,  Sri Ramana Maharshi rispose:

La stessa Grazia è quel vero Sé.

Quel che serve è sperimentare la sua costante presenza. Il sole è semplicemente una forma di luce, per il sole non esistono tenebre, ma quando c’è l’alba al mattino noi supponiamo che le tenebre siano scomparse con la luce del sole.

Ma non è l’alba che rimuove le tenebre, è la terra che ruotando si sposta dalle tenebre alla luce.

Allo stesso modo un discepolo ritiene che, in seguito alla Grazia del Maestro, il velo dell’ignoranza venga rimosso. In verità non è il Maestro che rimuove la tua ignoranza, sei tu che giri l’attenzione dalle tenebre alla luce.

Anche se sei circondato dalla luce solare per riconoscerne la sorgente è necessario  girare la testa verso la giusta direzione.

Ovvero significa dirigere l’attenzione verso il vero Sé.

Un Maestro ti guiderà verso il raggiungimento del  Sé che è solo Uno. Esiste un unico  vero Sé soltanto. Siccome tu non lo sai  e ritieni che esiste un mondo materiale attorno a te  sentirai parimenti che c’é qualche altro mondo spirituale  nell’esistenza.

(Traduzione italiana di Paolo D’Arpini)


Testo in inglese:

Grace itself is that true self. What we need to know is, to experience that it is there.
The Sun is just a form of light only. There is no darkness to that Sun. But When Sunrises in the morning, we conclude that the darkness is gone with the Sunlight.
It is not Sunrise which removed the darkness; it is the rotation of earth from darkness to sunlight.
Similarly a disciple will conclude that, due to Guru’s Grace only, his veils of ignorance are removed. But it is not Guru who has removed your ignorance, it is You, who turned from darkness to sunlight.
Even though your surroundings are filled with sunlight, for experiencing that you need to turn towards it by going in right direction.
It means you need to turn towards that true self.
A Guru will guide you in reaching out to that true self.
What is existing is only ONE.
That is the true self only.
As you don’t know that, you are feeling that there a physical world around you.
You will also imagine that there is some other spiritual world is in existence.
Sri Ramana Maharshi

martedì 3 luglio 2012

Spontaneità comportamentale ed auto-consapevolezza nella spiritualità laica

Paolo D'Arpini, maestro pazzo


Il nostro osservare il mondo, sia interiore (delle emozioni) che esteriore (degli oggetti), non è quasi mai “pulito”, privo cioè di interpretazione e concettualizzazione.

Siamo avvezzi a giudicare quel che osserviamo attraverso il filtro della memoria e delle sensazioni collegate alle trascorse esperienze. Anche nel caso di eventi “nuovi” o di idee precedentemente non considerate non facciamo a meno di cercare di “comprendere” e misurare sulla base del nostro conosciuto. Ecco questa “preconoscenza” è la nostra “schiavitù” ma se potessimo lasciarci andare sino al punto di poterci osservare mentre si innesca il meccanismo del “pre-giudizio” e capire il suo funzionamento… potremmo già considerare questa “attenzione” come una prima forma di meditazione e distacco dal processo appropriativo in corso.

Facciamo un’analogia pratica, per esemplificare questo tentativo di spostare l’attenzione dall’io giudicante alla capacità testimoniale della pura coscienza, analizzando il funzionamento del sogno.

Quando sogniamo tutto avviene in modo apparentemente costruito e definito mentre allo stesso tempo gli avvenimenti del sogno mantengono il senso dell’imponderabilità. Il personaggio specifico del nostro sogno, nel quale noi ci identifichiamo, è esso stesso una semplice componente inscindibile dalla complessità del sogno, in cui i vari attori, figure, oggetti ed eventi sono un tutt’uno. La “farsa” del sogno mostra un’apparente finalità e significato agli occhi del personaggio di sogno nel quale ci identifichiamo. Vediamo che egli infatti compie gesti deliberati e verosimili sforzi di volontà per raggiungere i suoi fini di sogno, rapportandosi inoltre con gli altri personaggi del sogno come “diversi” da sé.

Può ciò corrispondere a verità?

Tutti gli aspetti del sogno sono prodotti dalla stessa mente e non sono in alcun modo controllabili e gestibili da alcun personaggio o situazione del sogno. Essendo ognuno di questi elementi semplici componenti “passive” immaginate nella mente del sognatore. Dal punto di vista dell’esperienza “empirica” nello stato di veglia si può dire che il processo di “creazione” sia praticamente il medesimo.

Tutti gli oggetti ed i soggetti che reciprocamente si percepiscono (essendo ognuno contemporaneamente soggetto ed oggetto nella percezione altrui) scaturiscono dalla stessa “Mente”, o Coscienza, e si dipanano sullo schermo concettuale degli eventi spazio-temporali. In effetti, in questo funzionamento totale, non può esistere alcuna volizione o finalità personale, poiché (come nel sogno) ogni cosa si svolge indipendentemente dall’intenzione di qualsiasi dei personaggi sognati. Pur che apparentemente essi assumono su di sé il senso dell’affermazione o della negazione di una loro “volontà”, ma questo avviene solo conseguentemente alla considerazione effettiva degli eventi già vissuti.

Ovvero dopo aver “giudicato” i fatti accaduti ed averli assunti come propri (attraverso il senso di identificazione) e quindi definiti come positivi o negativi (ai fini del personaggio).

Da ciò, per estensione, arriviamo all’identità dello stato di veglia e scopriamo che -come nel sogno- a manifestare la vita e le sue componenti non sono i singoli esseri bensì la Coscienza stessa, impegnata com’è nell’opera di vivificazione delle sue emanazioni e manifestazioni, che sono possibili solo per suo tramite.

Per questa ragione è detto che “quando il me scompare l’Io si manifesta” (Ramakrishna Paramahansa), ovvero quando l’identificazione individuale cessa automaticamente la Coscienza impersonale emerge. Si dice che “emerge” in quanto tale pura Coscienza è già insita nell’individuo stesso (come la mente è presente nel personaggio sognato) che la “sostanza” non appartiene alla sembianza mutevole ma è l’essenza che la anima. Ovviamente in caso di “risveglio” al puro Io il senso di identità individuale “muore” ma questo non implica l’automatica scomparsa della sua “sembianza” apparente, che continuerà a restare nella percezione degli “altri” osservatori, ma svuotata al suo interno di ogni identificazione oggettiva, essendo il risvegliato pura e semplice “soggettività” (Consapevolezza priva di attributi).

La spontaneità è la caratteristica “comportamentale” del risvegliato, quando spontaneità significa semplice capacità di risposta, adeguata e consona, alle situazioni in cui egli si imbatte. In un tale essere non permane alcuna ombra di intenzionalità o di giudizio, di desiderio o repulsione, la sua “volontà” corrisponde esattamente agli eventi vissuti senza che lui lo ricerchi. Possiamo definire questo stato: Libertà.

Per significare la vera natura dell’essere ed il “ritorno” all’intrinseca consapevolezza che gli è propria, ammettendo che tale natura è la stessa per ognuno di noi, mi piace riportare una frase di Nisargadatta Maharaj, che disse: “Non importa ciò che fai o ciò che non fai se hai realmente percepito quello di cui sto parlando. Diversamente, non importa nemmeno se tu non hai capito quel di cui sto parlando..” Il che significa che in entrambi i casi la realtà intrinseca non cambia… e quel che è destinato ad avvenire avviene per conto suo….

Succede però che questo discorso, pur essendo a volte intellettualmente accettato, necessiti spesso una digestione ed assimilazione, deve insomma essere fatto “nostro”. Ciò può avvenire attraverso la riflessione, la rielaborazione e il riconoscimento al nostro interno di tale verità. Ora in qualche modo ci sembra di aver compreso ma dobbiamo disintossicarci dalla tendenza speculativa e dall’identificazione con il personaggio incarnato.

A tal fine, non per ottenere la condizione che è già nella nostra natura ma allo scopo di scongiurare l’imbroglio della mente, consiglio la lettura ripetuta e la ponderazione sulle immagini contenute nel Libro dei Mutamenti, un compendio di esempi archetipali psicosomatici, descrivente cioè i diversi modelli comportamentali, basati sulle variegate capacità espressive della mente nello svolgimento degli eventi spazio-temporali. Per mezzo dell’analisi sarà possibile riconoscere le multicolori forme che la mente può assumere in questo mondo di apparenze, essendo le sue trasformazioni semplici risultanze, risonanze e adattamenti alle condizioni che si trova ad affrontare.

Questa è una risposta automatica allo svolgimento delle continue mutazioni e mescolamenti degli elementi basilari della vita.

Ovvio che tali mutazioni sono praticamente infinite ma nel Libro dei Mutamenti si esaminano 64 aspetti/madre, in forma di esagrammi in cui ogni linea è una componente costitutiva con propri significati. Essendo questo testo il risultato di un antichissimo e costante studio ed osservazione di fenomeni naturali e sociali, interpretati e visti sia con la ragione che con l’intuizione, esso si presenta come un complesso integrato dei diversi modi espressivi analitici ed analogici della mente.

Conoscere la mente per non farsi imbrogliare dalla mente..” Affermava Ramana Maharshi.

E nel Libro dei Mutamenti si può dire che vengono fusi sia gli aspetti filosofici speculativi e metafici che quelli analitici ed empirici (Taoismo e Confucianesimo), perciò la prassi è quella di osservarne le immagini senza volerne assumere i concetti, un buon metodo per avvicinarsi alla corrispondente spontaneità comportamentale del saggio, basata sulla capacità di immediata risposta comportamentale nelle varie situazioni incontrate nella vita, anche in considerazione delle peculiari caratteristiche da ognuno incarnate e nella posizione e condizione in cui siamo. Insomma, conoscere il mezzo per affrontare adeguatamente il percorso.

Siccome la lettura del testo non è immediatamente chiara e assimilabile è consigliabile una ripetizione continuata, ma senza sforzi interpretativi, in modo da sospingere pian piano la nostra mente verso quel necessario “distacco” da finalità precostituite, tralasciando quindi il tentativo di comprensione dei significati razionali e lasciando che le immagini evocate trovino corrispondenza nel nostro inconscio.

Paolo D’Arpini



……………

Commento ricevuto

Devo leggerlo con il filtro delle mie conoscenze? Devo interpretare? Lo sai che mi saturo facilmente! La risposta agli eventi può essere quella immediata e spontanea, oppure quella che deriva da attenta riflessione (in questo caso lettura e rilettura). Fare questa presentazione non può portare ad un pregiudizio? Una volta mi avevi detto che il Libro dei Mutamenti andava letto come un romanzo o come si può guardare un tramonto, dico io, o come si osserva un gatto che si lecca, o come si ascolta una musica dolce, o come si guarda nel profondo degli occhi il proprio amato, senza riserve, senza sotterfugi, senza pre-giudizi, E allora….. tutte queste parole? Forse devo leggere anche queste come si ascolta una musica? Forse erano sufficienti il primo e l’ultimo pezzo, ma tu abbondi di parole…..
Tieni questo tuo scritto, vorrei leggerlo dal vero, sulla carta, con le impronte delle tue dita…

Caterina Regazzi

mercoledì 16 maggio 2012

Spiritualità laica - Il tempo e lo spazio son solo concetti della mente

Paolo D'Arpini all'ingresso del Circolo Vegetariano VV.TT. a Treia



Il tempo e lo spazio sono concetti relativi, eppure Albert Einstein, che aveva avuto l’intuizione di questo fatto incontrovertibile, dovette attendere che una bella notte in sogno gli apparisse la formuletta che a livello matematico dimostrava la sua teoria della relatività.

Einstein era uno scienziato anomalo, mal accetto dall’accademia impecoronita degli studiosi induttivi, egli era un tipo distratto e poco interessato alle cose del mondo, basti pensare che –ad esempio- quando alla fine gli venne riconosciuto il premio Nobel per la fisica e gli fu consegnato l’assegno della somma corrispondente, dopo un po’ quando pensò che forse era il caso di incassare il denaro non riuscì più a ricordarsi dove avesse sistemato il famoso assegno, cerca e ricerca l’assegno non si trovava più… finché la moglie, evidentemente più accorta dello scienziato stesso, lo ritrovò che era stato posto a mo’ di segnalibro in uno dei numerosi volumi della biblioteca e lì dimenticato…
 
Ma dal punto di vista della “sostanza” la scoperta della relatività del tempo-spazio è come quella dell’acqua calda, infatti è nell’esperienza di ogni essere vivente che la coscienza è fissata nel presente..
 
Il passato è nella memoria ed il futuro nell’immaginazione. Il senso di presenza è solo nell’immediatezza del momento vissuto. Questa la prova sostanziale che il tempo e lo spazio sono solo “immagini”. 
 
Dice una Upanishad: "Dal tutto sorge il tutto, se dal dal tutto togli il tutto il tutto rimane" E cosa significa? Significa che nulla può essere astratto da ciò che è, quindi la ipotetica divisione in nome e forma, spazio e tempo,  etc. è solo un’ipotesi, una convenzione. Infatti, come affermava il saggio Ramana Maharshi: “Il passato ed il futuro esistono solo in relazione al presente. Anch’essi sono presente mentre si protraggono. Cercare di voler conoscere il passato ed il futuro, senza conoscere la verità del presente è come voler contare senza l’unità, uno”.
 
Nella descrizione convenzionale  del tempo abbiamo la triade passato, presente, futuro. Ma analizzando meglio scopriamo che queste divisioni sono in realtà prive di significato. La parte di tempo  di cui siamo immediatamente consapevoli è il presente, ma tale presente non è un “punto” bensì uno scorrere continuo. In esso si sciolgono sia il passato che il futuro e non è possibile stabilire ove termini l’uno ed inizi l’altro. Evidentemente passato, presente e futuro sono distinzioni temporali ma di fatto esse non possono venir distinte nell’esperienza. Poiché l’esperienza o consapevolezza è sempre presente. Essa è l’eternità del momento presente, laddove il passato ed il futuro sono solo concetti sovrimposti. Ed è nel superamento di tali concetti  si scopre la realtà eterna.

Allora dove sono questo tempo e questo spazio separati da noi, che siamo coscienza? L’essere è sostanza mentre il tempo e lo spazio sono semplici proiezioni mentali.

E’ proprio così, spazio e tempo vanno assieme come due compari imbroglioni, gatto e volpe che cercano di ingannare il credulo Pinocchio: “semina in noi i tuoi desideri e diverrai ricco…”.  Ma essi, non sono reali, sono prodotti dalla mente empirica che abbisogna di un intreccio per gestire le sue creazioni. Essi non hanno uno stato indipendente separato dalla consapevolezza del presente.

Avanti ed indietro, sopra e sotto, vicino e lontano non hanno 
sostanza se considerati fuori dal qui ed ora. E se noi indaghiamo sulla natura del qui ed ora scopriamo  che è inintelligibile, indivisibile, indecifrabile… è solo presente, è solo esperienza costante e continua. E questa esperienza è comune a tutti,  è il sottofondo di ogni coscienza individuale, quindi è la matrice che tutti ci accomuna.

Ma vediamo che la separazione ipotetica di spazio e tempo  è necessaria nella considerazione determinista dell’analisi empirica, in relazione ai nomi ed alle forme che noi riconosciamo nel mondo. Le posizioni spaziali sopra e sotto, destra e sinistra, etc. sono  accettate in riferimento ad un dato punto ed a un dato istante, come pure passato, presente, futuro sono mutamenti di  distinzione nel flusso mentale. Perciò quello che viene implicato nel concetto di spazio e tempo è solo il “punto” identificativo al quale ci riferiamo, dicasi il corpo o la mente. Quindi il corpo o la mente possono cangiare mentre lo stato di consapevolezza non muta mai.. è nell’essere eternamente presente nel qui ed ora.

“Io sono, tempo e spazio non sono!”

Forse ci sentiamo  un po’ snarriti in questo viaggio senza inizio né meta? Ecco che giunge in nostro aiuto, per sedare i dubbi che la mente ci pone, una bella lezione del saggio Nisargadatta Maharaj: “.…cosa rende il presente così pieno? Ovviamente la mia presenza, io sono reale perché sono sempre ora, nel presente, e ogni cosa che esperimento condivide  la mia realtà. L’evento corrente, ha una peculiarità che non può avere quello ricordato  o quello immaginato. Una cosa centrata  nell’ora e nel qui è totalmente con me, è la mia stessa realtà che impartisce realtà all’esperienza vissuta”

Scopriamo così che la cosiddetta “casuazione” è riposta nella mente, una sorta di riflesso o processo indotto dallo svolgimento osservato degli eventi nello spazio tempo, che non esiste…


Paolo D’Arpini

mercoledì 2 maggio 2012

La spiritualità laica ed il centro esistenziale - “Io ed il Padre mio siamo Uno…” (Gesù)

Immagine speculare


Nella spiritualità laica il maestro è  colui che indica la strada, colui che  dice "cerca dentro di te". 

Dentro  di noi è presente la verità, che il vero maestro incarna e manifesta, ma tale verità  non può essere trasmessa  bensì deve essere ricosciuta al nostro interno. Ed lì  che il maestro risiede. La verità non è un oggetto di conoscenza ma è la conoscenza stessa. La consapevolezza che rende possibile ogni conoscenza.. e quella consapevolezza è sia la nostra vera natura che la natura intrinseca del maestro che ce la mostra.

La stessa cosa -si può dire- avviene a livello fisico genetico.  Il figlio è la risultanza di quel che sono il padre e la madre. Possono esserci variazioni di mescolamento genetico ma la sostanza vitale, la capacità di epressione vitale, è la stessa nel figlio come nei genitori. E' la vita che assume le forme. Ciò non toglie che ogni forma incarna pienamente la capacità della vita di manifestarsi in quella sembianza. Ed in questa percezione  è giusto e corretto che il rapporto fra genitori e figli avvenga secondo una schema di continuità e di reciproca solidarietà.

Dal punto di vista fisico le radici  sono sempre nel padre  e nella madre…  che rappresentano l’unione dei fluidi spirituali di Cielo e Terra che abbiamo ereditato e che sono presenti dentro di noi. Per questa ragione  anche quando i “genitori” non sono più in mezzo a noi  non si può dire che veramente siano morti (od ascesi in cielo a seconda del credo), poiché sono presenti in noi  come  "spirito", ovvero in quanto intelligenza e coscienza.

Affermava Ramana Maharshi di non avere alcun discepolo… e questa affermazione è sicuramente corretta dal punto di vista di un vero maestro, che ha superato il senso dell’individualità separata. Infatti per il saggio non esiste null’altro che un "centro" (o Sè) di cui ognuno ed ogni cosa è la forma manifesta ed  è presente in tutto ciò che si muove nello spazio e nel tempo.  Ma dal punto di vista empirico egli accettava che una “persona” –cioè un’entità  ancora identificata con il nome forma-  si considerasse suo discepolo…. Insomma è il discepolo che fa il guru ma il guru non può fare discepoli.

La stessa cosa diceva la mia madre spirituale Anasuya Devi quando –giocando con le parole- confessava candidamente “Io non ho shisya (discepoli) … ho solo shisu (figli)” e con queste parole confermava il suo amore materno per tutto e per tutti. Ed in verità avveniva la stessa cosa anche per Ramana il quale considerava benevolmente ogni creatura come farebbe un padre verso i propri figli.

Certo, da parte di un maestro pensare di impartire la verità a degli allievi sarebbe come dire che egli crede  in una scala di valori, in una gerarchia,  frutto di un senso di separazione. Ma come avviene nel sogno, in cui pur essendo tutti i personaggi sognati lo stesso sognatore, esistono apparenti differenze di rango e posizione fra le varie “entità”,  talvolta accade che una di esse funga da insegnante all’altra (pur essendo la stessa identica cosa…).

Nel sogno accettiamo queste differenze ed anche nello stato di veglia (che è un’altra forma di sogno ad occhi aperti) possiamo accettare di svolgere una mansione, come accetteremmo di fare un lavoro piuttosto di un altro, fra pari grado. A questo proposito mi viene in mente una storiella raccontata dal mio padre spirituale, Swami Muktananda. In un club di ricchi potevano essere accettati solo i ricchi, e gli stessi aderenti svolgevano perciò i vari servizi interni, chi come direttore, chi come cameriere o scopino, chi come portinaio o addetto alla segreteria.  Tutti erano parimenti milionari e non si vergognavano di fare ognuno la sua parte per il mantenimento del club. Questo stato di cose  potrebbe rappresentarsi  anche nella nostra società, se fosse realmente illuminata, in cui l’accettazione delle differenze verrebbe vista come un gioco delle parti e null’altro.

La nostra vita non è separata dalla Vita. La nostra esistenza individuale è parte dell’Esistenza totale, inscindibilmente connesse, inseparabili.

C’è nell’induismo una bellissima immagine che raffigura il Creatore, Brahma, attaccato con un cordone ombelicale a Vishnu. Vishnu in questo caso raffigura l’Uno da cui tutto procede. Ed anche noi siamo collegati all’ombelico del cosmo, poiché siamo un’espressione vitale dell’interezza della vita, dipendenti dalla Sorgente.

In una forma di meditazione zen ci si concentra sull’ombelico, hara in giapponese, che viene considerato il punto d’incontro dell’energia vitale, ki. Nel Tantra quel punto corrisponde al chakra in cui brucia il fuoco eterno, Manipura (plesso solare). Secondo altre scuole la base di collegamento con l’infinito, di cui siamo la manifestazione, è indicato in altre aree o chakra: nella base della colonna spinale, nel cuore, nella ghiandola pineale o sulla sommità della testa (la fontanella).

Poco importa la sua ipotetica “ubicazione” –che è solo una convenienza descrittiva in quanto come può essere “ubicato” quello che tutto contiene?- ciò che conta è che sicuramente per ognuno di noi esiste un “centro”, una radice che nutre il nostro essere.

Possiamo non esserne consapevoli ma esso  "è" e si esprime in forma di Coscienza.


Vivere lontano dal proprio “centro”, che è il ponte che unisce la nostra esistenza individuale con quella Universale, corrisponde al sentirsi separati, “gettati su questo mondo” –usando le parole di Sartre. Ovvero ritenersi estranei e privi di radici con l’esistenza. Da ciò deriva una condizione di perenne inquietudine, che cerchiamo di soddisfare con i desideri e le scelte, ma il risultato é solo frustrazione, paura, incertezza e lotta… ed è una lotta che conosce solo sconfitta! Infatti come ci si può ribellare od alienare dalla vita quando noi stessi siamo una sua emanazione?

Perciò, nella spiritualità laica, la realizzazione, l’integrità, la “santità” (se preferite questo termine) consiste nel "risiedere" in noi stessi. Nel lasciarsi andare in profondità sino alle radici dell’Io.

Paolo D'Arpini


Paolo D'Arpini mentre canta un inno al Guru nella casa di Treia

domenica 15 aprile 2012

Apollo Sorano, la consapevol​ezza di Sé e la spirituali​tà laica

Apollo


"Siamo il Sé sempre e comunque e affermare il contrario è  semplice ignoranza" (Saul Arpino)
 


Durante un pellegrinaggio, compiuto il 27 settembre 2009 sino alla cima del monte sacro Soratte, ove c’era il tempio di Apollo Sorano  oggi ricordato come  l’eremo di San Silvestro, il papa contemporaneo dell’imperatore Costantino (quello che  rese istituzionale il cristianesimo),  mi è stata rivolta a bruciapelo -da una compagna di viaggio-  una domanda “…ma tu hai raggiunto te stesso?”.

In quel momento ho sentito che in qualsiasi modo avessi risposto sarebbe stato improprio… poiché se avessi detto di sì tale affermazione avrebbe implicato l’esistenza di un “io” che afferma di aver raggiunto se stesso (ovvero l’io inferiore che giunge all’Io superiore come intendeva la questionante). Se avessi detto di  no avrei comunque negato una verità evidente… come possiamo non essere il Sé, sempre e comunque?

Chiaramente, da buon scimmiotto e da buon archeologo del Sé, me la sono “cavata”, ispirato da Apollo,  negando ed affermando contemporaneamente, ed allo stesso tempo puntualizzando come ognuno di noi non può far altro che essere il Sé e che il desiderare di esserlo è solo un’ostruzione… e la cosa migliore –come diceva Ramana Maharshi- è di restare tranquilli e quieti senza chiedersi nulla,   centrati nel senso dell’Io, che è la nostra vera identità e natura. Mentre le immagini di sé che appaiono nella mente, e l’identificazione con un io perfettibile,  sono solo una proiezione della tendenza separativa, un’illusione….

Ho perciò accolto con grande gioia lo scritto che segue,  inviatomi da Caterina Regazzi la sera stessa  in cui avvenne discorso suddetto,  tratto dal testo Io sono Quello di Nisargadatta Maharaj:   

V.: …il ricordo di quelle esperienze meravigliose mi perseguita. Voglio riprovarle ancora.

M.: siccome le rivuoi non puoi averle. L’intensità del desiderio ti impedisce ogni esperienza più profonda. Niente di prezioso può accadere a una mente che sa esattamente ciò che vuole, perché niente di ciò che immagina e desidera ha grande valore.

V.: allora, cosa vale la pena di volere?

M.: il massimo, la felicità più elevata. L’assenza di desiderio è la beatitudine suprema.

………………………….

V.: …come si va oltre la mente?

M.: i punti di partenza sono molti, ma portano tutti alla stessa meta. Puoi iniziare ad agire in maniera disinteressata, rinunciando ai frutti dell’azione, per poi abbandonare ogni pensiero o desiderio. Ecco, il fattore chiave è l’abbandono. Altrimenti puoi ignorare qualsiasi cosa tu voglia, pensi o faccia, concentrandoti sul pensiero “io sono”, tenendolo fisso in mente. Qualunque esperienza ti capiti di fare, rimani saldamente consapevole del fatto che tutto ciò che può essere percepito è transitorio e che solo l’”io sono” è permanente. Qui ed ora.


Per una migliore comprensione invito i lettori a  leggere l’esperienza che vissi incontrando Nisargadatta Maharaj, poco prima della sua “morte”, nel 1981:
 
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2008/10/24/il-mio-incontro-con-nisargadatta-maharaj%e2%80%a6%e2%80%a6/

mercoledì 28 marzo 2012

Sri H. W. L. Poonja, visita al Papa di Lucknow, per interposta persona…..

Papaji Poonja - Lucknow


Ebbene sì, non viaggio più, o almeno non fisicamente.

Ormai da parecchi anni ho smesso di spostarmi e mi limito a ricevere i viaggiatori. Con questo metodo posso tranquillamente dedicarmi agli affari miei ed allo stesso tempo ricevere novità ed informazioni dal mondo spirituale….

Tra i miei ospiti più graditi vi sono Upahar Anand (al secolo Nigel Quigly) e Venu (al secolo Lidia Ceccaia), una coppia santa che soggiorna l’inverno in India e torna in Italia per l’estate (beati loro che possono permetterselo). Venu, che significa flauto, ha ricevuto il nome da Papaji di Lucknow,  uno Jnani alquanto famoso (un diretto discepolo di Ramana Maharshi) che la santa coppia di amici era solita visitare, prima che lasciasse il corpo (6 settembre 1997). 

Upahar è da me percepito come un fratello spirituale. Lui ha vissuto a Tiruvannamalai ininterrottamente per diversi anni ma io  lo conobbi solo nel 1983 a Jillellamudi,  dov'eravamo entrambi ospiti di Anasuya Devi, la nostra madre spirituale. Quello era l'anno in cui Amma avrebbe lasciato il corpo e c'era una grande energia soffusa in tutto il luogo e per tutto il tempo che risiedemmo alla sua presenza. Poco prima della dipartita Amma volle organizzare una grande festa che durò parecchi giorni, con numerosi eventi, puja, bhajans, cerimonie, recite sacre, bandharas, e soprattutto il canto ininterrotto di "Jaya Ho Mata Sri Anasuya Rajarajeswari Sri Paratpari" il mantra dedicato alla Grande Madre, che lei stessa incarnava.  Durante quei giorni passai ore ed ore, a volte anche intere nottate, cantando assieme ad Upahar, lui suonava la chitarra ed io accompagnavo il canto con tamburelli e cembali. In quel modo si cementò una fratellanza spirituale fra di noi e per questo anche negli anni successivi continuai ad incontrarlo, durante i miei viaggi in India.

Finchè Upahar, per motivi burocratici, dovette lasciare l'India  ma la buona sorte volle che nel frattempo si fosse fidanzato con Venu, che è originaria di Riccione, egli  iniziò così a trascorrere sei mesi sulla costa romagnola e sei mesi a Tiruvannamalai.  Ogni anno prima della partenza ed al suo ritorno ci siamo incontrati, trascorrendo assieme alcuni giorni. Questa consuetudine  è continuata anche da quando abito a Treia, infatti lo scorso anno venne qui a cantare bhajans, durante la Festa dei Precursori e lo attendo pure quest'anno.

Di tanto in tanto  Upahar mi  spediva dall'India alcuni libri che gli chiedevo, soprattutto alcuni su Ramana Maharshi. E proprio in uno di questi libri lessi di Sri Poonja di Lucnow, discepolo di Ramana, alla cui presenza Upa e Venu avevano trascorso diverso tempo.

Io sono una specie di San Tommaso e qualche volta ho avuto dei “dubbi” sulle loro esperienze ed in una lettera espressi alcune incertezze relative a quanto affermato in certe occasioni da Papaji. Ed ecco cosa mi rispose Upahar:

“Yes I can undestand your “doubts” about Papaji words, I have the same feeling (about everyone!). But that will always be so, as long as there is a trasmission in words, and the apperent duality of master and disciple. I may say that the presence (sannidhi) of Papa, as of Osho (who could be very doubtfull..!) is always prior to, and trascending, anytingh wich could be sayd… as you know… but naturally all that is very subjective and mysterious! How poor words are! When I reflect on the eternal silence of Ramana Maharshi, the vast embrace of Amma Anasuya… forever vibrating and shining in the heart, putting forth every moment new flowers and fragrances into the uncknow, with nothing to “undestand” or “interpret”…. Remembering this, in gratitude, all the joys and pains of body and mind fade into insignificance. One continue to live according to one’s nature and destiny, wacthing the divine comedy unfold, sometimes identified with one’s role in the play … sometimes quietly smiling at all of it… sometimes overflowing with songs of love… Allelujah!  Over the page I have translated a few words from a “satsang”.. so excuse any mistakes”

Quelle che seguono sono  parole di Papaji tradotte in italiano che Upahar mi ha riportato.

“La compassione è un gioiello che adorna un essere libero, non puoi praticare questa compassione perché è la tua vera natura. Questa compassione potrebbe incarnarsi come un essere umano, come un Bodhisatva, ma non è nient’altro che il tuo Dharma che sorge quando si dissolve il senso dell’ego personale. Lascia che tutti partecipino della tua gioia, non essere avaro. Non trattenere nulla per te. Ama tutto, non importa quello che succede, ed onora tutto perché questo tutto è la tua proiezione. Non disturbare nessuno e non permettere che alcuno disturbi te. Stare in pace, questo è il tuo compito. Quanto sarebbe bello questo pianeta se tu fossi in pace con te stesso. Se vuoi dare qualcosa al mondo dai ciò che sei: pace e felicità. Per dare pace e felicità tu devi esserlo. Non parlare di “verità” semplicemente condividi l’amore e la felicità perché il dono più grande è una mente vuota, anche se non dici nulla il tuo silenzio si spargerà su tutta la terra. Seduto quietamente usa il tempo che ti rimane di stare in questo corpo per abbracciare tutti gli esseri, non è un’intenzione è una resa naturale. Tu sei solo uno strumento, dissolvendo te stesso ti prendi cura del mondo. Tu sei amore, quando c’è amore tutto il resto sparisce. Passare il tempo seguendo altri fini è solo un posporre, la cosa più facile è essere qui, in questo amore, tutto il resto è artificiale. Celebra la tua creazione, tu sei seduto nel cuore di tutti gli esseri e loro nel tuo. L’amore ama sempre, senza di esso non puoi respirare. L’amore è meditazione, il centro senza frontiere…. Non c’è alcun sentiero che conduce all’amore, non lo puoi imparare. Il cuore, in questo stesso momento, è la verità. Eccola, eccola qui, e tu lo sei!”

Quale viatico migliore potrei chiedere per il mio “viaggio” da fermo?

Paolo D’Arpini


.....


Davanti all’Uno
Diventerai l’Uno.
Perditi, perditi.
Scappa dalla nera nube
Che ti circonda.
Allora vedrai la tua stessa luce
Radiosa come la luna piena.
Ora entra in quel silenzio.
E’ il modo più sicuro
Di perderti…
Che cos’è la tua vita, d’altronde?
Nient’altro che un lottare per essere qualcuno,
nient’altro che uno scappare via dal tuo stesso silenzio.

Rumi



..........

"Non fare domande, qui non troverai risposte. Se vuoi risposte cerca dentro di te... cerca chi sei... quando ti sei trovato poniti la domanda...." (Papaji Poonja)

domenica 26 febbraio 2012

Una considerazione laica sulla spiritualità, in qualsiasi condizione umana ci si trovi...

Paolo D'Arpini soddisfatto  ripreso alla Roccaccia di Treia

Ancora una volta mi sono interrogato sull’attuazione di una spiritualità laica e di come essa possa influire sulla nostra vita quotidiana, soprattutto in considerazione che oggigiorno la nostra vita nel mondo deve corrispondere ad esigenze  di efficienza e di partecipazione, in quanto nella società non sono più accettate forme di “assenza” che siano specificatamente dirette alla ricerca spirituale.


Questo soprattutto nella consapevolezza che la spiritualità laicità non può essere inserita in alcun filone “religioso”… Esistono comunità ed aggregazioni per cristiani, maomettani, buddisti.. insomma per gli “impegnati” nelle religioni, e basta!Tutto sommato ritengo che per noi laici la vita “nel mondo” sia più congeniale, anche perché la nostra ricerca non esula mai dal sé.. ed il sé è presente ovunque ed in ogni tempo… 


L’io individuale (ego) sorge dal riflesso della coscienza nello specchio della mente. Una sovrimposizione identificativa con l’oggetto osservato. L’oggetto è il corpo-mente che reagisce in relazione (al contatto) con gli altri oggetti esterni.Il momento che, nell’autoconoscenza l’identità fittizia con l’agente svanisce quel che resta è la pura consapevolezza. Non è perciò necessario, al fine della realizzazione, che le immagini -il mondo e l’osservatore- scompaiano, è sufficiente che la falsa identità con l’oggetto/soggetto riflesso (ego) scompaia. Ciò significa che il mondo può tranquillamente continuare a manifestarsi non essendo percepito come realtà separata, più o meno come potremmo considerare un sogno rispetto al sognatore.


A questo punto il Sé e la sua manifestazione sono visti come la stessa identica cosa mentre il senso dell’io separativo (del me e dell’altro) viene obliterato.


In fondo il dualismo è soltanto ignoranza di Sé.Il saggio osserva le azioni svolgersi senza che vi sia alcuna propensione o intenzione o giudizio in lui. Spontaneamente ogni cosa avviene confacentemente e conseguentemente al “destino” designato. Il destino è la risposta alla naturale interazione (e predisposizione) dei vari elementi ed aspetti psichici coinvolti…


Siccome tutto succede automaticamente non vi è alcuna “preferenza” nell’agire del saggio.


Anzi il suo stesso agire è (apparentemente) intenzionale solo agli occhi degli “altri”, giacché per il saggio ogni cosa accade di per sé. Ogni evento vissuto accade semplicemente in sua presenza e lui ne è il testimone silenzioso e distaccato. Il suo agire (o stato) può essere paragonato al sonnambulismo, od al sonno da sveglio.

Ed inoltre anche il concetto di “destino” o di azione deliberata ha un senso unicamente nella mente dell’osservatore ancora identificato con l’esterno, ovvero di un ego che si identifica con l’agente e con le sue azioni. Ma il momento -come già detto- che tale identificazione è distrutta ogni altro concetto collegato scompare.


La saggezza consiste nel rimanere immune dalla illusione dopo aver compresa la verità. La paura dell’agire e delle sue conseguenze (karma) permane solo in chi vede la pur minima differenza fra sé e l’altro. Finché esiste l’idea che il corpo/mente è l’io non si può essere espressione di verità. Ma certamente è possibile per chiunque, ed in ogni condizione, conoscere la propria vera natura poiché essa è assolutamente vera e reale, è l’unicum per ognuno.

Infatti lo stato di puro Essere è comune a tutti ed è la diretta esperienza di ciascuno. Vivere la propria vera natura questo si intende per auto-realizzazione, poiché il sé è presente qui ed ora.

Il pensiero di sentirsi separati è il solo ostacolo alla realizzazione dell’Essere onnipervadente ed onnipresente.  E pure dal punto di vista empirico identificarsi con l’agente (ego) è un impedimento al buon funzionamento dell’apparato psicosomatico, nel contesto del funzionamento globale. Per cui già l’accettazione intellettuale della verità è una forma liberatoria dalla propensione intenzionale (razionale) ad agire. Ciò che è destinato ad accadere accadrà.
E’ nell’esperienza di ognuno che arrovellarsi nella domanda è un handicap a trovare la risposta.

Paolo D’Arpini


..........

Testimonianze:

"Sia che continuiate a vivere in famiglia o che vi rinunciate e andiate a vivere in una foresta, la vostra mente vi perseguiterà. L’ego è la fonte dei pensieri. Esso crea il corpo e il mondo e vi fa pensare di essere un grihasta (mondano). Se rinuncerete al mondo non farete altro che sostituire il pensiero di sannyasi (rinunciante) a quello di grihasta e l’ambiente di foresta all’ambiente della famiglia. Gli ostacoli mentali però resteranno lì, anzi, in un nuovo ambiente persino aumenteranno. Non serve a nulla cambiare ambiente. L’ostacolo è nella mente, che deve essere “compresa” sia a casa che nella foresta. Se potete farlo in una foresta, perché non nella società? Allora perché cambiare ambiente? Potete impegnarvi nella ricerca anche adesso, in qualunque ambiente vi troviate.” 
(Ramana Maharshi)

……

"Ogni sentiero porta all’irrealtà. I sentieri sono creazioni con l’intento di trasmettere una conoscenza. Perciò i sentieri e i movimenti (religioni) non possono condurre alla Realtà poiché la loro funzione è di coinvolgerti nella dimensione dell’apprendimento, mentre la realtà viene prima di questo"
(L’Ultima Medicina - Nisargadatta Maharaj)


Commento: Indipendentemente dall’incontrarvi un maestro o no ogni sentiero è valido solo per la mente. Secondo la mia esperienza il rapporto con un maestro non ha lo scopo della trasmissione di qualsivoglia dottrina o insegnamento spirituale bensì di percepire il “tocco” o “profumo” della sua realizzazione. Le sue parole sono solo un sotterfugio per trasmettere la sua “grazia” (non c’è altra parola più pertinente ed appropriata per descrivere questo "passaggio")… trascorrendo il tempo nella sua “presenza”…
(P. D’A.)

lunedì 6 febbraio 2012

Spiritualità laica - Il mondo non può essere “indipendente” dalla sua Sorgente, ed è così che l’Unico Essere diventa molti....



I saggi  non dualisti, che non considerano separati o diversi l’osservatore, l’osservato e l’osservazione,  od in altre parole l’io individuale, Dio ed il mondo,  difficilmente perdono tempo a descrivere il  dispiegamento della creazione nello spazio tempo.

Per tali saggi tutto è nell’eterno  “presente”,   nel qui ed ora, e l’illusione di una evolversi dal passato verso il futuro è considerata una semplice allucinazione, un’immagine mentale che non merita particolare spiegazione.  “Conoscenza aggiunta” è definita la conoscenza del processo manifestativo, una sorta di favola aneddotica che non ha alcun valore dal punto di vista della Verità ultima.

Eppure, per effetto di un parlato dialogativo, in cui vengono esaminati anche  aspetti “banali” della conoscenza, talvolta è accaduto che persino saggi della mole di Ramana Maharshi o Nisargadatta Maharaj “perdessero tempo” a descrivere il processo formativo dell’esistenza e del mondo manifesto.  Nel tempo più vicino a noi, quando era  ancora in vita Nisargadatta, cioè sino al 1981, esistevano già i magnetofoni a nastro e perciò la descrizione dei dialoghi informali o formali in cui il saggio, rispondendo  alle domande di alcuni ricercatori, spiegava i modi manifestativi della coscienza  come suoi aspetti  dispiegatisi  nelle varie forme,  era di facile raccolta e riepilogo… Le sue parole venivano registrate in nastri e poi traslitterate, un lavoro paziente ma con una base solida di riferimento.

Al tempo di Ramana Maharshi, che lasciò il corpo nel 1950, invece non era possibile usare attrezzature tecniche, tutti i suoi detti erano trascritti da devoti che assistevano ai suoi discorsi, comunque tali trascrizioni sono affidabili poiché veniva sempre chiesta conferma al saggio  prima della stampa definitiva. In questo contesto dobbiamo essere particolarmente riconoscenti al devoto Telgu di nascita (originario dell’Andra Pradesh), Sri Munagala S. Venkataramiah, che nell’arco di 5 anni (1935-1939) raccolse parecchi detti  di Ramana Maharshi  pronunciati durante vari incontri tenuti nell’Ashram di Tiruvannamalai.    

In particolare, ai fini di una comprensione empirica del processo manifestativo,  ho rilevato una spiegazione tenuta il 7 gennaio del 1937 (Talks) che è particolarmente significativa, essa è riferita alla strofa n. 6 dell’Arunachala Ashtaka.

In questa strofa  si analizza il piccolo punto = ego; il piccolo punto composto da tenebre = l’ego che consiste di tendenze latenti; l’osservatore o soggetto o ego che sorge espande se stesso nella forma di ciò che è visto,  l’oggetto e  l’organo interno di percezione. La luce riflessa operante nella mente deve essere soffusa affinché tale ego possa sorgere. In pieno giorno una corda non può essere scambiata per un serpente. La corda stessa non può nemmeno essere vista se c’è tenebra fitta così ché  non c’è possibilità di scambiarla per un serpente. Solo in una luce  debole o soffusa può  accadere l’errore di scambiare una corda per un serpente.  La stessa cosa avviene per il Puro e Radiante Essere che emerge come ego, ciò è possibile solo in una luce circonfusa da tenebra. Questa tenebra è altrimenti conosciuta come  l’Ignoranza Primitiva (o Peccato Originale). 

La luce che traspare attraverso questa ignoranza è chiamata “Luce Riflessa”. Tale  Luce Riflessa è conosciuta come Ishwara o Dio. Infatti è noto che la manifestazione di Ishwara avviene attraverso Maya (il suo potere di Illusione).  L’altro nome in cui tale Potere è chiamato è “Pura Mente”,  o qualità Satva, ciò implica che ci sia anche una “mente impura” e questa è rappresentata dall’ego, che  è  un passo successivo nella riflessione della Luce della Consapevolezza Suprema attraverso la qualità Rajas, od attiva,  della mente.

Infine sorge l’aspetto esteriore o materiale della manifestazione, attraverso la qualità Tamas, o inerzia, che  si manifesta in forma degli organi interni di percezione e dei loro oggetti esterni.

Dal punto di vista fisiologico può dirsi che questo processo di esternalizzazione procede attraverso il cervello. I diversi stati di veglia, sogno e sonno profondo hanno quindi origine da quella ignoranza originale, con la mente che si rivolge all’esterno (attraverso il processo proiettivo dell’apparato interiore) sperimentando la condizione di veglia e sogno e ritirandosi nel sonno profondo in  stato di latenza. Tutti questi ovviamente sono solo “fenomeni” che  appaiono attraverso la Luce Riflessa sul Substrato dell’Esistenza e Consapevolezza  Assoluta dell’auto-luminoso Sé.

Quindi il mondo non può essere “indipendente” dalla sua Sorgente, ed è così che l’Unico Essere diventa molti. Il Potere che manifesta questo Gioco dell’Esistenza è davvero grande! E la realizzazione della propria originale Natura è lo scopo gioioso della vita.

Paolo D’Arpini

venerdì 16 dicembre 2011

Il significato di “bene comune” nell'ottica dell'ecologia profonda e della spiritualità laica



Basterebbe  chiedersi, quando si prende una posizione, o si fa una scelta se quella scelta porta o meno al bene comune, il nostro, quello della nostra famiglia quello della nostra famiglia allargata che è l’umanità e con essa di Madre Natura nel suo insieme, compresi gli aspetti sociale, culturale e spirituale.

E quindi, quale dovrebbe essere secondo me il fine ultimo, il più ampio possibile, di un ecologista (ma senza l’esasperazione di un -ismo)? Può essere la salvaguardia del pianeta, il riequilibrio della vita in questo mondo che è stato tanto snaturato, sfruttato, sporcato dall’uomo?

E allora prendo come esempio di questo discorso le scelte alimentari: agricoltura e allevamento biologici, vegetarianesimo, veganesimo, riduzione del consumo dei prodotti di origine animale…. A questo fine  non è più facile e quindi non avrebbe un maggior effetto positivo per l’ambiente, diffondere l’abitudine ad una riduzione del consumo dei prodotti di origine animale, sia per motivi di salute , che per motivi ecologici (consumo o spreco di risorse come acqua, terra, effetto serra, minore inquinamento in tutte le fasi della catena produttiva), piuttosto che propugnare il veganesimo?

Ovviamente ognuno poi ha le sue tendenze e c’è chi ci aggiunge un motivo etico, di rispetto assoluto della vita animale in tutte le sue forme, e può portare la sua visione tranquillamente, ma non devono poter coesistere, nello stesso gruppo, queste diverse visioni?

Forse noi parliamo di certe cose perchè viviamo in un mondo del benessere ed abbiamo di più di quello che ci necessita e, dopo averlo sfruttato all’inverosimile, per emendarci dalle colpe della nostra specie, vorremmo tutelare la natura e le altre specie animali in maniera assoluta.

Ma le forme della vita sono tante! Pensiamo ai popoli che vivono in zone dove la vegetazione è assente per tutta o buona parte dell’anno e la fonte di cibo irrinunciabile è quella animale.


Possiamo provare a tornare a vivere tutti nella foresta equatoriale, dove con i frutti che la natura offre potremmo tranquillamente sopravvivere oppure “ADATTARCI”. L’evoluzione è adattamento, l’adattamento della specie umana è andato a scapito dell’ambiente che si è impoverito di risorse per la nostra avidità: possesso di tanto oltre il necessario, consumismo, un sistema economico perverso per cui la stessa sinistra parla di far ripartire l’economia!!!

Ma quale ripartire?

Bisogna approfittare di questo momento per portare avanti scelte radicali, che coinvolgono aspetti sociali importantissimi, la riduzione degli orari di lavoro, la cancellazione di lavori inutili, fatti solo per tenere impiegate persone in posti di potere e di lauti guadagni – ma di queste cose nessuno parla, neanche i sindacati.

E se, come specie umana, o come una parte (lo pseudopodo di Paolo?) della specie umana siamo consapevoli di questo progresso malsano a cui siamo giunti, il successivo passo evolutivo, è così difficile da capire? Non sarà forse un passo indietro?

Concludo con una frase del saggio indiano Ramana Maharshi, che riassume un po’ quello che dovrebbe essere secondo me lo spirito su cui improntare le nostre vite: “Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo. Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti ed inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima.”

Caterina Regazzi
Rete Bioregionale Italiana
 



……………………….

Commento di Lorenzo Merlo


Grazie Caterina…

Tra tutti gli spunti che offri, ne prediligo uno per una considerazione.
Dopo aver magnato, magnato e ben bevuto, ora siamo al rifiuto di ciò che abbiamo avuto.
Siamo a proporlo come soluzione, anche a chi ancora non ne ha a basta e anche a chi non ne ha avuto per niente.
Effettivamente condivido il pensiero che è l’esigenza che produce l’intelligenza. Prima ne avevamo una ora ne abbiamo un’altra.
Ognuno arriva con la propria. Ognuno non ritiene accettabile castrarla. Ognuno non ritiene dignitoso sottomettersi all’altrui.
La frammentazione e l’impossibilità di aggregare si fanno spazio.
Non è ancora il momento giusto? 
Manca un estetico, cioè, manca un leader?
Siamo rigonfi di saperi tecnici e crediamo bastino anche ad unire gli spiriti?
Chi è già passato ascetismo, visto che anche solo telefonare contraddice le intenzioni di fondo?
Chi è in grado di riconoscere – ed accreditare – l’intelligenza/esigenza – che ci ha portato qua?
Il movimento hippy non ci parlava mezzo secolo fa, di cose che ora urliamo come nostre?
Se in 50 anni lo standard che possiamo vantare è in buona misura da noi tutto criticabile, che significa? Che chi ci ha preceduto era totalmente inetto? O che le dinamiche hanno permesso tanto e non tanto altro?


Ora siamo noi al cospetto delle dinamiche. Siamo noi a chiederci come unire gli spiriti. E a domandarci se un esteta serva più di un competente.

La soluzione è nella musica e la prenderà chi la danza. Grazie Caterina.

martedì 13 dicembre 2011

...................ritrosia nel giudizio e lucidità dell’osservazione nella spiritualità laica!




Molto spesso ho notato che una volta che qualcuno è stato riconosciuto come “santo” tutti quelli che lo incontrarono, nel bene e nel male, hanno qualcosa da raccontare su di lui, magari si professano suoi discepoli, pur che -con il “santo” in vita- non avevano avuto con lui particolari rapporti, forse l’avevano ignorato, chissà, o erano stati ignorati dal “santo” stesso. Insomma succede come per la gente famosa del mondo una volta decollata nelle classifiche trovano sempre qualcuno pronto a dire “Ah, io lo conoscevo bene, da tanti anni ho avuto rapporti con lui, abbiamo mangiato tante volte nello stesso piatto, eravamo culo e camicia…”. Ciò avviene ancor di più se la persona esaltata, di cui ci si vanta i favori, è defunta e non può quindi controbattere o replicare. Credo sia successa la stessa cosa con tanti saggi che magari in vita erano vilipesi e spernacchiati e dopo -giunta la fama e la morte- vengono osannati e vantati.

Ramana Maharshi era un saggio che visse i primi anni della sua permanenza a Tiruvannamalai come un mendicante ed i suoi estimatori erano ben pochi, giusto una banda di “sderenati” par suo… Poi l’odore della sua saggezza raggiunse i quattro quadranti della terra e tutti coloro che l’avevano conosciuto anche solo per averlo salutato per strada, si dichiararono poi suoi ferventi devoti ed estimatori. Ricordo che alcuni di questi “vecchi devoti” frequentavano anche l’ashram di Swami Muktananda, il mio Guru, ma lui –da buona Scimmia- diceva sempre che “un vecchio devoto è sinonimo di uno che puzza…”. Ed in verità cos’è la “conoscenza del Sé” se non qualcosa di perennemente fresco, eternamente nuova come esperienza? Infatti i saggi realizzati vengono definiti “Jirangivi” ovvero Eternamente Giovani, non perché “portino bene gli anni” ma semplicemente perché sono aldilà di ogni collegamento col tempo e con lo spazio…

Non so per quale ragione ho dovuto fare questa premessa prima di raccontare l’esperienza che segue… non voglio però che quanto ho detto fuorvii l’impressione od il giudizio del lettore. Considerate queste mie parole come un inciso “generale” e godetevi il racconto di questo incontro avuto tanti anni fa con Swami Lakshmana, che credo sia ancora in vita e bazzichi tutt’oggi in quel di Tiruvannamalai, dove si è trasferito qualche anno fa mi riferirono degli amici comuni.

Come si deve osservare un santo? Per capirlo vado ad incontrane uno….

Ancora una volta in viaggio, stavolta con mio figlio, in una città il cui suolo è cosparso di allume, ovunque svolazzante polveroso, lucido e nero. In questo posto poco piacevole dell’Andra Pradesh, a Gudur, vado ad incontrare un diretto discepolo del grande saggio Ramana Maharshi, si chiama Lakshmana Swami. Ho avuto la dritta da alcuni amici di Tiruvannamalai, tramite David Godman che sta lentamente scrivendo un libro su di lui, e me ne parla Nigel Quigly che vive sulle pendici di Arunachala, la sacra montagna rossa simbolo di Shiva: “vai a trovare Lakshmana e Saradamma, due grandi anime che vivono a Gudur, poi noi ti raggiungiamo lì fra qualche giorno”.

Anche allora viaggiavo per l’India con mio figlio Felix, noi da soli come pellegrini alla ricerca dell’amore e della conoscenza. Partimmo senza sapere cosa avremmo trovato, il viaggio in treno non era lungo, poche ore da Madras, quando arrivammo alla stazione di Gudur era notte fonda e ci fermammo sotto una veranda al primo piano della stazione per riposare. La pace fu presto rotta da una banda di scimmie per nulla benintenzionate che ci minacciava forse pensando che così avremmo dato loro qualcosa da mangiare, non avevo nulla per rabbonirle ed ero preoccupato per Felix, dopo un po’ di lotte e scacciamenti usciamo in fretta dalla stazione per ritrovarci in quel paesaggio lunare, di mica, con un primo raggio rosso di sole nascente che rendeva tutto ancor più alieno. Per fortuna un chai-shop era aperto e così potemmo rifocillarci. La prima cosa da fare quando si vuole soggiornare in un luogo è accertarsi di aver trovato una sistemazione per la notte ed appena finita la colazione salgo, sempre con il pargolo al fianco, su un riktsciò e mi faccio portare verso l’ashram del santo. Un posto in mezzo alle spine ed ai cactus, arido e veramente poco abitato, stradine polverose e contorte dove si trovano solo rade capanne, capre o vacche libere e cani randagi, tutto è piatto e cosparso di allume luccicante.

Da fuori il posto del santo sembra più una casa di campagna che un ashram, ci sta all’ingresso una signora indiana che ci accoglie, forse una parente di Saradamma la discepola che affianca Lakshmana nella ministrazione religiosa.


C’è anche una ragazza straniera che sta lì da un po’ di tempo e che svolge vari servizi: reception, cucina, attendenza, etc. “Lakshmana e Saradamma escono di rado ma domani verranno fuori per una cerimonia –dice- e li potrai vedere”. Mi viene data una casetta, credo l’unica oltre il cottage del santo e la portineria-foresteria dove stanno le donne.

La casetta è strapiena di bottiglie, lattine cicche, un numero impressionante di mozziconi gettati un po’ ovunque e persino all’esterno, sul di dietro della cucina vi sono altre cicche e cartacce ed altri rifiuti. Non fa una bella impressione ma cerco di pensare positivo “forse è una prova per me, per tutte le volte che ho sporcato in casa d’altri”. Non mi perdo d’animo e facendomi aiutare da Felix raccolgo e sposto le immondizie il più possibile lontano e dove non diano fastidio alla vista ma, mi accorgo dopo, molto vicine al recinto che delimita la casa di Lakshmana, ormai è troppo tardi per pensare ad altri spostamenti, è notte, e lascio le cose così.

L’indomani c’è l’incontro o darshan con la coppia di santi, in una specie di tempietto colonnato aperto su quattro lati.

Lakshama siede e non parla, ci sono un po’ di canti guidati da Saradamma, qualche arati, una distribuzione di prasad, insomma niente di speciale. Penso comunque di fermarmi qualche giorno, almeno per aspettare gli amici che mi hanno mandato qui. La notte, rifletto pensieroso, sentendomi un po’ deluso, mi fumo due tre bidi, pensando “tanto non importa anche se è vietato, qui pare che hanno fumato tutti…” e mi addormento al fianco di mio figlio. Un incubo incredibile mi afferra, un’esperienza incancellabile, mi vedo scalare una montagna di vetri rotti, debbo salire in cima ma ogni passo è doloroso e sanguinoso, avanzo arrancando ed ad un certo punto preso dallo sconforto e da una rabbia irrefrenabile inizio ad ingoiare schegge e tocchi di vetro, una sorta di sfogo autolesionista per l’impotenza e la frustrazione in cui mi trovo, la mia gola è in fiamme, penso di morire soffocato, mi sveglio di soprassalto e mi ritrovo nel letto, forse ho la febbre.

Ma la mattina dopo la “discepola” mi dice che dobbiamo lasciare la stanza perché sono attesi altri ospiti, mi sembra un po’ strano e sono veramente scocciato, mi mandano via così, ammalato, con un bambino piccolo al fianco. Prima di partire compare Saradamma con delle caramelle, dice “queste sono per il bambino, poi guardandomi aggiunge, sono solo per lui…”. Non fa nulla, mi dico, se c’è un messaggio dietro tutto ciò sono pronto a scoprirlo.


Rifaccio la strada del ritorno, un bel pezzo a piedi, prima di trovare un risciò, divido le caramelle con Felix pensando “non può mangiarle tutte ed io ho mal di gola una caramella mi farà bene”. Fatto strano appena scendo dal triciclo che ci riporta a Gudur mi viene un conato di vomito e rigetto un liquido dolciastro, la caramella che avevo ingoiato. Infine trovo una stanza in un alberghetto, vicino ad un tempio dedicato ad Hanuman, il posto è pieno di scimmie che allungano le mani tra le sbarre della finestra.

Per alcuni giorni non posso alzarmi dal letto, non posso deglutire nemmeno la saliva, dolori lancinanti alla gola che non ho mai provato prima in vita mia, non posso bere, tantomeno mangiare, posso solo respirare a fatica ed ho la febbre, un calvario che dura parecchi giorni, in compagnia delle malefiche scimmie. Poi arrivano gli amici di Tiruvannamalai, che vanno a stare comodamente nell’ashram, nella stessa casetta da me occupata per due notti ed in cui ebbi quel sogno. Io e Felix restiamo all’alberghetto, pian piano mi riprendo, finché un giorno mi dicono che ci sarà un successivo incontro con Lakshmana.


L’esperienza sinora vissuta è talmente anomala che decido di andare anch’io, sempre con Felix. Stavolta il darshan è nel cottage di Lakshmana e Saradamma, ci sono solo quattro o cinque persone, ascolto in silenzio quel che vien detto, non mi importa nulla di nulla, non penso a nulla, non giudico, non trovo colpe né pregi in tutto quello che mi è successo e mi succede, resto lì un’oretta a guardare le formiche sul pavimento.

“So di non sapere” diceva Socrate.
 
Paolo D’Arpini

lunedì 12 dicembre 2011

..........indagine sul destino in termini di spiritualità laica

Cicli e ricicli

 
Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta?  Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti?
 
Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire…. E la risposta?
 
Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga..) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorate nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo?
 
Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchitto, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositorio che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico…
 
No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”.
 
Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento…
 
Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli.
 
Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli….
 
Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arabattiamo nel cercare di prefigurarci un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario.
 
Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso.
 
Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane.
 
Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto ed in conoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono.
 
“Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”.
 
Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”.
 
Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione.
 
“Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere”
 
Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente.
 
Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione….
 
Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere….
 
Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta!
 
Paolo D’Arpini
 
 

sabato 3 dicembre 2011

Evoluzione della specie, attraverso le due forme di intelligen​za quella analogica e quella logica

In approfondimento al discorso contenuto nel precedente articolo:http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2011/12/biospiritualita-evoluzionismo-relazione.html
Parità di coscienza nella differenza di genere - Nella foto: Paolo D'Arpini e Caterina Regazzi



Scrive Caterina Regazzi:
Mi chiedo in base a quello che dice Paolo e non solo, come mai se le donne all'epoca del matriarcato sceglievano i maschi in base alle qualità positive di questi, come la solidarietà, la cura verso la prole (?), la disponibilità (in che senso?), il senso di appartenenza alla comunità, e io ci metterei la capacità di proteggere la comunità e la capacità di procacciare il cibo (o anche questo era appannaggio delle donne visto che all'epoca saranno stati vegetariani o per meglio dire, frugivori?) allora come mai poi c'è stata questo cambiamento di rotta verso il patriarcato?

Forse la scelta dei maschi non era stata così attenta? la scelta del compagno forse é ancora oggi appannaggio della donna, quando c'è a disposizione una popolazione maschile entro cui scegliere, e così l'accudimento della prole durante l'infanzia, tranne casi isolati... siamo ancora noi responsabili dello sviluppo emotivo dei giovani uomini e delle giovani donne, ma essendo isolate l'una dalle altre non abbiamo più quella che Sabine chiama "la forza dello sciame" e siamo noi e solo noi che possiamo riscoprire il valore di questa comunità femminile, non dobbiamo aspettare che siano gli uomini a concedercela, no?

........... 

Risposta di Paolo D'Arpini:  

La domanda di Caterina è molto significativa... e merita un'accurata risposta. Ma allo stesso tempo non può essere una risposta esaustiva e definitiva perchè nel rispondere su questo tema si mettono in gioco energie che sono ancora in movimento.

L'evoluzione mentale della nostra specie, come diceva lo stesso Ramana Maharshi, non ha mai fine.. Attenzione si parla di "mente" non di " pura consapevolezza". La mente individuale ed anche quella   collettiva sono  costantemente in un processo di conoscenza -in divenire-, quindi il  percorso è illimitato e perfettibile, mentre la "pura consapevolezza" (il Sè) è al di là dello spazio tempo e non può essere misurata in alcun modo.  In Cina viene definita Tao, in India la chiamano Atman, noi  spiritualisti laici la conosciamo come lo Spirito Universale o Forza Vitale.  

Tornando alla mente, diciamo  che ad un certo punto della nostra storia  il processo di maturazione intellettiva aveva consentito alla donna di assumere l'autoconsapevolezza psicofisica e quindi di prendere coscienza dell'io, uno stadio che tutti gli zoologi conoscono bene quando analizzano i comportamenti degli animali, per vedere se essi sono in grado di riconoscersi allo specchio, ad esempio, o in altre forme.  

Ovviamente non si tratta dell'autoconsapevolezza del Sé (nel senso superiore) ma della coscienza di rappresentare uno specifico nome forma, ovvero la mente ed il corpo... insomma si tratta dell'ego.
Ma l'ego è una pietra miliare importante per lo sviluppo della coscienza. In ogni caso la crescita intellettuale deve partire dall'ego.

Quindi allorchè questo stadio venne raggiunto da un'ipotetica "prima donna" (quella Eva che gli scienziati definiscono la madre di tutte le madri, sulla base del  messaggio DNA mitocondriale contenuto nel midollo spinale femminile), sorse il problema di come elevare nell'uomo (s'intende il maschio) lo stato di autocoscienza e giudizio.

Per far ciò era possibile la sola via genetica, quella della trasmissione di certe caratteristiche ritenute evolute. Però nelle società matriarcali antiche l'uomo non poteva esercitare (perchè non in grado) ruoli di responsabilità sociale, o poteva farlo molto limitatamente, per cui si rese necessario nel gioco dell'evoluzione della specie che l'uomo assumesse su di sè la conduzione della società umana. Da qui la nascita del patriarcato, con il bene ed il male che ne consegue. Il bene è la ragione portata alle sue vette, il pensiero astratto, la filosofia, etc. il male è la dominanza e lo sfruttamento "utilitaristico" non solo delle donne ma anche delle altre specie e delle risorse naturali.

Oggi siamo arrivati al punto in cui l'uomo (il maschio) ha compiuto i passi necessari per pareggiare il suo livello di autocoscienza ed intelligenza a quello della donna. Pertanto non è più necessario il mantenimento del patriarcato, che è stato comunque utile nel  piano di sviluppo globale della specie umana -come lo fu il matriarcato precedentememente.  

Ora il maschile ed il femminile  possono camminare fianco a fianco utilizzando entrambe le  capacità mentali all'unisono. La capacità analogica (femminile) e quella logica (maschile). L'integrazione di queste due forme d'intelligenza consentirà -come anche afferma lo psicologo Michele Trimarchi- alla specie umana di compiere il successivo passo evolitivo.. verso una più matura "coscienza spirituale" (laica).

Se non si autodistrugge prima...