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venerdì 14 febbraio 2020

Bioregionalismo, ecologia profonda, spiritualità laica - Intervista di Lorenzo Merlo con Paolo D'Arpini, tenuta a Treia il 21 settembre 2019


Treia, 21 settembre 2019 

Intervista di Lorenzo Merlo  con  Paolo D’Arpini

LM: Paolo, come sei definito dalle persone?

P D’A: Sderenato. Anzi mezzo sderenato, perché sono anche una persona abbastanza equilibrata e anche un po' impegnata.

Ma mezzo sderenato penso sia una tua definizione di te stesso, le persone, come ti definiscono?

Se potessero conoscere il significato del termine mezzo sderenato credo che lo userebbero volentieri perché mi rappresenta.

Ma non conoscendolo?

Non conoscendolo forse potranno dire che sono un tipo particolare molto strano, un po’ mezzo sciroccato in sostanza, anche perché il mio modo espressivo si manifesta in questa forma.


In occasione della tua presentazione tenuta a Treia a una mia pubblicazione, ho scritto di te: "Uno dei referenti della ricerca umanistica, per non dire spiritualistica italiana". In che termini ti calza? O non ti calza?

Ci sta perché nella ricerca spirituale non è importante ricoprire una carica autorevole anzi, è esattamente il contrario. Se noi andiamo a vedere la funzione che svolsero gli insegnanti, o santi, o maestri che furono, erano sempre sotto traccia. Poi dopo, successivamente magari, venivano portati in auge e descritti come chissà che, ma nel momento in cui vivevano la loro normale esistenza terrena, erano persone normalissime, probabilmente anche abbastanza emarginate. È un aspetto da tenere in considerazione.

C’è una sorta di piccola vanità – senza accezione negativa – nel ricordare questa similitudine?

Certo, senza accezione negativa. Perché effettivamente non ci si può vantare di essere un maestro. E se non c’ è il vanto, non c’è neanche l’esposizione di se stessi nel mondo; ne è una conseguenza. O perché si è magari incapaci di esprimere sentimenti, pensieri o, scusa la parola, insegnamenti. Non si può fare come se fosse un insegnamento cattedratico dove uno si erge a maestro. Il compito o la missione deve essere, o può essere, compiuto senza pretese, in una forma del tutto semplice e conviviale.

Quanto hai appena detto, ha dei legami con la tua educazione, la tua famiglia, la tua biografia diciamo giovanile?

Può darsi. Nel senso che devi sapere che la mia famiglia (dal lato paterno) era di origine ebraica. Durante il periodo fascista, per evitare i problemi che tutti possiamo immaginare, mio nonno decise di cambiare il cognome e di convertirsi al cristianesimo e così evitò di essere perseguito. In seguito a ciò, non è che la nostra famiglia fosse diventata cristiana, però era diventata laica. Nel senso che non seguiva più nessuna forma religiosa. Questo imprinting in qualche modo mi è rimasto, nonostante a quel tempo non è che fossi particolarmente consapevole di ciò che era avvenuto. In seguito ne venni a conoscenza e compresi il motivo per cui non c’erano particolari convenzioni religiose nella mia famiglia e ci si limitava nel perseguimento di un’etica umana. Tutto ciò è stato importante per me, perché non sono stato impregnato di una particolare religione. In seguito alla morte di mia madre fui invece mandato in collegio dai salesiani e lì cominciai ad apprendere anche qualcosa della religione cattolica. La novità mi prese però per breve tempo, nel senso che appena capii che il cattolicesimo non era altro che una sequela di dogmi e favole, capii che tutto sommato non faceva per me e quindi proseguii sulla strada della laicità. Nella prima parte della vita tutti i bambini vivono in una dimensione dove ciò che sognano si realizza, perciò se sognano di cavalcare nel cielo, prendono una scopa e la cosa si compie. E non possono che riferire di aver cavalcato nel cielo.

Quell’incanto quando si è interrotto per te? Ti ricordi il momento, o la circostanza o l’episodio che ha provocato l’infrazione?

L’interruzione avvenne per un fatto fortuito che improvvisamente mi rese consapevole della vacuità di ciò che appare. Avvenne tantissimi anni fa quando i miei si erano trasferiti a Trieste a causa di mio padre che lavorava nelle ferrovie. Ero un bambino piccolissimo, avrò avuto forse tre anni, o qualcosa di più. Una sera, voci sotto casa annunciavano lo spettacolo di un circo. La promessa dei miei genitori, che mi avrebbero portato a vedere lo spettacolo, accese – come sarebbe accaduto ad ogni bimbo – la mia eccitazione.
Mi ero piazzato sotto al tavolo e mi agitavo come fa un bambino che cerca di attirare la attenzione. Improvvisamente, alzandomi in piedi sbattei la testa e persi i sensi. O forse no, perché ricordo che ero perfettamente consapevole di ciò che stava accadendo. Tuttavia caddi a terra senza più riuscire a muovermi. Intanto però vedevo che i miei genitori mi prendevano, mi portavano a letto, cercavano di rianimarmi. Ero completamente cosciente e allo stesso tempo non compivo alcun gesto, alcun movimento.
Fu da quell’esperienza che mi resi conto, che ciò che consideriamo reale, non è la realtà come se fosse un oggetto, ma è soltanto uno stato interiore della consapevolezza. Quello stato permaneva nonostante l’apparente o effettivo svenimento. Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in mezzo al mondo con questa consapevolezza. Per la prima nella mia vita mi accorsi di non essere nel mondo pur essendo del mondo, almeno in qualche forma.

Lungo il tuo percorso ti sei avvicinato alla dimensione altra, alla dimensione che la cultura non ci passa, chiamiamola genericamente spirituale. Pur condividendo la tua critica al concetto di insegnamento, hai avuto un maestro?

Da un punto di vista formale intendi?

Volevo arrivare a chiederti, da cosa è scaturita la tua ricerca spirituale?

È scaturita soltanto da esperienze vissute, non da trasmissioni consapevoli, di conoscenza se così vogliamo chiamarla. A parte l’apprendimento attraverso libri in cui magari venivo a conoscenza di una certa forma di spiritualità “altra” basata sull’autoconsapevolezza e sulla ricerca di sé. Ma quello era un accrescimento se vogliamo intellettuale. Dal punto di vista invece spirituale vero e proprio, quella conoscenza non può essere trasmessa sul piano intellettuale. Può essere invece assorbita soltanto attraverso una trasmissione diretta, attraverso un riconoscimento diretto. Potremmo chiamarlo energetico, vibratorio o estetico. Ed è esattamente il tipo di rapporto che ebbi in primis con il mio maestro spirituale. Con il quale scambiai pochissime parole, ma tutto quanto passò attraverso una trasmissione energetica, diretta, immediata. Non c’era assolutamente bisogno di spiegazioni perché la consapevolezza avveniva da sé. Usare il termine telepatia è limitante. Avveniva perché c’era un’osmosi totale, una totale condivisione. E quindi quello che passava era semplicemente ciò che veniva risvegliato. Non poteva proprio essere definito un insegnamento.

Da allora, dalla giovinezza ad oggi, sono passati diversi decenni. Puoi puntualizzare i passaggi della tua evoluzione, della tua ricerca?

Corrispondono alle fasi della vita. Nei periodi in cui la giovinezza ci rende più baldi, più fieri e più dediti all’agire, le forme di esperienza si manifestavano anche in modi concreti come attraverso ad esempio dei viaggi. Intrapresi infatti un lungo viaggio in Africa con mezzi di fortuna, spesso a piedi. Tutta l’Africa nera mi insegnò il ritorno alla presenza nella natura, mi sentii vicinissimo agli animali. Incontrai anche animali che consideriamo pericolosi come leoni, elefanti, scimmie soprattutto. Sono una forma di riconoscimento della nostra origine che ci fa capire quanto siamo loro affini.

Il momento in cui sei inserito ora, sul quale sei concentrato, si chiama spiritualità laica, ecologia profonda e bioregionalismo?

In questa fase è come quando si va avanti con l’età. A un certo punto si fa una sintesi di tutto quello che si è vissuto e che si è appreso attraverso l’esperienza. In qualche modo si chiama elaborazione e rielaborazione, memoria, visione all’interno e proiezione. Accade anche in forma di dialogo, come stiamo facendo in questo momento.
Magari, come negli anni trascorsi, quando non ero così propenso a un dialogo di questo tipo, che in qualche modo comporta anche una concettualizzazione se vogliamo così chiamarla, avevo uno spirito più poetico, scrivevo poesie o raccontini. Adesso invece per poter condividere non disdegno l’uso anche di terminologie che forse potrebbero essere definite intellettualismi, perché comunque è un modo per precisare il significato.
Mi viene in mente un amico, Massimo Angelini. Un giornalista anche lui, che ha scritto (e che abbiamo presentato qui a Treia) un libro dal titolo Ecologia della parola. In cui, attraverso il percorso etimologico, si scoprono i cambiamenti dei significati. Si da un valore alla parola attraverso la sua vera accezione. È uno studio sui significati reali che le parole hanno assunto nel tempo, senza mai trascurare l’accezione originale. Quindi, quando si parla di spiritualità laica – un tema sul quale scrivo da diversi anni per la rivista NonCredo – Il primato laico del dubbio, tengo presente che il primo punto della spiritualità laica è quello di non identificarsi con qualsiasi credo, con qualsiasi fede religiosa, perché la spiritualità laica non è soltanto una forma di laicità o di laicismo, è la spiritualità naturale dell’uomo. Quella che in forma di ecologia profonda possiamo definire l’intelligenza-coscienza, che ci consente di poter testimoniare la vita.
Tuttavia, nella spiritualità laica c’è una predilezione della relazione con la natura o addirittura un annullamento della relazione con la natura, a causa di un’identificazione di noi stessi come parte della natura.


Questo non è in qualche modo legato al paganesimo o all’animismo e perciò con un contenuto di fede?

Ci sono delle affinità. La differenza sostanziale è che nel paganesimo si faceva riferimento ad enti, ad entità reali rappresentative della natura. Quindi Genius Loci o, Spiritus Loci. Mentre invece nella spiritualità laica si tiene conto della valenza di tutti gli elementi viventi, o anche non viventi che però rappresentano una sostanzialità nella natura, ma non come forme di dignità altre, sono solo espressioni diverse della totale manifestazione naturalistica. Allora potremmo definire l’ecologia profonda una forma di naturalismo, ma nell’accezione in cui tutto è, non nell’accezione di una parcellizzazione delle forme.
Questa differenza delle forme è chiaro che esiste come esiste la differenza tra tutti gli esseri umani o fra tutto ciò che è vivente. Non c’è una foglia dello stesso albero che sia uguale all’altra. Non c’è un granello di sabbia su migliaia e migliaia di granelli che sia uguale all’altro. Ciò non toglie che tutti rappresentino la medesima sostanza, origine, madre. Questo è importante.
Per cui la spiritualità laica, è laica perfino nei confronti della spiritualità laica.


Proviamo a descrivere la natura o l’identità del Bioregionalismo e dell’Ecologia profonda.

Inizialmente il bioregionalismo aveva un carattere prevalentemente geografico. Adottava gli habitat naturali per suddividere le regioni della natura. Dava all’area considerata il titolo di entità organica. In quanto i suoi differenti abitatori, minerali, vegetali e animali si erano aggregati a mo’ di organismo unico.
Peter Berg è stato colui che s’è inventato la parola. Di lui ricordiamo Alza la posta. Saggi storici sul bioregionalismo. La sua scia è stata seguita da altri, tra cui Gary Snyder con La pratica del selvatico. Buono, selvatico, sacro e altri titoli.
Nel frattempo – la questione era iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, negli Stati Uniti, connessa alla Cultura Beat – il bioregionalismo ha evoluto il suo contenuto andando praticamente a condividere il principio base dell’Ecologia Profonda, ovvero che c’è una sola vita, che tutto è sua espressione.
Ma il tuo stesso libro Sul fondo del Barile - Crisi sociale e recupero del sé o quello di Guido della Casa, Ecologia Profonda, sebbene, appunto, in chiave di ecologia profonda fanno riferimento alle espressioni della natura come differenze formali, tutte interdipendenti, di una sola vita. Come è per i vari organi di un organismo vivente. Solo successivamente interviene la descrizione degli organi specifici, ma sempre tenendo presente che esso, come tutti gli altri sono terminali della stessa natura. Una montagna, un fiume, un deserto, una pianura, cioè ogni cosa, ha la sua specificità, in cui la vita si manifesta in un certo modo, con forme differenti e con aggregazioni funzionali. Un’eventuale pan-ingegneria sarebbe disastrosa.


Siamo espressioni di un grande corpo dunque?

Questo grande corpo non è soltanto la terra. Di solito nell’ecologia profonda ci occupiamo del pianeta Terra, Gaia, come una forma vivente in se stessa no? Allo stesso tempo l’ecologia profonda compie un passo verso quello che potremmo definire anche panteismo, secondo la visione di Giordano Bruno, dove tutto quanto ciò che è Uno si manifesta in ciò che è in tutte le forme.

Rispetto a questi tre temi Spiritualità Laica, Ecologia Profonda e Bioregionalismo, e coniugando la tua ricerca e contemporaneamente la conduzione di un blog e di diversi siti dedicati a questi argomenti, pensi di avere il polso della diffusione di questi concetti e della cultura che implicano? Oppure, qual è la maggiore difficoltà o il più frequente equivoco in cui le persone rischiano di incappare nei confronti di questi temi che interessano lo Spirito e il Tutto? Il Tutto in che cosa viene colto, in che cosa viene equivocato?

L’equivoco si manifesta a tutti i livelli, ad esempio nell’ambito bioregionale, ricordo che tanti anni fa partimmo con La Rete Bioregionale Italiana (ufficialmente nata ad Acquapendente nella primavera del 1996) e con l’idea di diffondere il bioregionalismo. Se ne appropriò la Lega Nord per definire le bioregioni come ambiti etnici, dove la vita delle persone era praticamente condizionata dalla cultura locale e quindi dall’etnia che viveva in quel luogo. Questo è stato un fraintendimento, perché tutti noi bioregionalisti ci riconosciamo nel luogo in cui siamo nati o viviamo.
Quindi bioregionalista può essere anche una persona che non è nata nel luogo, ma che vivendolo lo riconosce come un’espressione di sé. A quel punto si integra completamente nel luogo. Ma non solo nel luogo, anche nella comunità con cui vive. E non solo quella umana, ma di tutti gli esseri viventi che vi partecipano. Per questo chiunque può essere bioregionalista in qualsiasi luogo, perché è soltanto un’apertura verso la presenza nel luogo. Questo è stato il primo fraintendimento.
Il secondo fraintendimento riguarda l’ecologia profonda. Come dicevi prima si fa quasi menzione a una sorta di New-age, dove tutto quanto è legato alla natura e i riti Wicca e questo e quell’altro.
Anche noi bioregionalisti organizziamo le celebrazioni dei vari equinozi e solstizi… ci sono determinati momenti dell’anno che vanno riconosciuti come importanti. Però non gli diamo un’importanza assoluta in quanto riconoscimento di una qualche divinità naturalistica. È soltanto un percorso da celebrare per essere felici di poter vivere nel momento in cui siamo. Un modo per riconoscere che altri, più belli o più brutti, hanno un loro significato e valore.
La maggior parte della gente, soprattutto quelli che fanno riti un po', diciamo così, pagani, magari preferisce festeggiare il solstizio d’estate, ricordare i Celti, Stone Age e tutte le cose di quel genere, per contemplare la bellezza del sole nella sua pienezza. Ma altrettanto importante, chiaramente, è il solstizio invernale perché dopo la vita che si è richiusa ad approfondire le radici, risorge e pian piano ritorna ad esprimersi. Oppure l’equinozio di primavera, dove la vita ci riporta ad una bellezza. O quello d’autunno, come in questa occasione, dove condividiamo la consapevolezza che questa bellezza ha un grande valore.
Se in primavera di questo valore non ce ne rendiamo conto perché tutto quanto fiorisce, in autunno le cose che cominciano pian piano a scemare, hanno un significato più forte. Non a caso si dice che proprio l’autunno è il momento per la raccolta dei frutti migliori dell’uomo, per l’uomo. Come ad esempio la vite e l’ulivo. L’ulivo è simbolo di vita in assoluto, non soltanto in termini cristiani. La vite perché è quello spirito, il senso dello spirito e non a caso anche nella religione cristiana viene utilizzato il vino per la comunione.

Il mio pensiero è che il messaggio di Cristo abbia un grande valore, che i contenuti del cristianesimo abbiano un grande valore, mi riferisco per esempio non solo all’amore ma al perdono, soprattutto rispetto a quanto succede in altre religioni, dove il perdono è sostituito dalla legge del taglione. Il vero messaggio cristico più che cristiano, nella vulgata è andato perduto e sono rimasti quelli i dogmi, gli schemi, le gerarchie. Sei d’accordo con questa lettura? Sei d’accordo con il fatto che il cristianesimo abbia un grande annuncio da fare e l’ha fatto a suo tempo, del tutto frainteso, del tutto dimenticato?

Certamente sono d’accordo per quanto riguarda l’insegnamento del Cristo di cui noi abbiamo ricevuto soltanto briciole e anche travisate e manipolate. Sarebbe bella una ricerca, soprattutto per quanto riguarda dei messaggi più genuini di quelli che sono chiamati i Vangeli Apocrifi e anche dei famosi Rotoli di Qumran, dove c’è l’insegnamento esseno che corrisponde a quello cristico ma a lui antecedente. Comunque possiamo riscontrare che questa filosofia, continuiamo a chiamarla cristica, è sicuramente un messaggio innovativo all’interno di tutta una serie di impostazioni religiose che in quel periodo erano dominanti nel Medio Oriente mediterraneo.
Il senso del perdono che non è come viene inteso, un calcolo per sottrarci alle nostre responsabilità, come molti fanno nei confronti della confessione. Come stavo leggendo in un testo scritto da Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani – Ventuno giorni per rinascere – Mondadori, dove il perdono è un reggente della guarigione se autentico amore.
Poi c’è il perdono razionale che calcola, che si considera valido per cancellare dalla nostra mente la tendenza alla recriminazione. E poi c’è quello emozionale, che è invece rivolto ad un perdono verso se stessi e quindi alla cancellazione anche del senso dell’offesa, perché si rivede nella trasposizione della posizione come: “è successo” e basta. E quindi non c’è neanche più bisogno del perdono.


Il perdono perciò corrisponde o è sovrapponibile a quello che la tradizione orientale ci tramanda come accettazione?

Io direi che è molto simile al concetto della compassione buddista. In quel caso la compassione equivale al perdono.

Quindi il perdono, la compassione, hanno un valore terapeutico nei confronti dell’individuo che riesce ad arrivare a quel livello per non ritenersi più offeso nell’orgoglio?

Certo non solo quello, ma è anche la porta di ingresso per poter accedere all’autoconoscenza. Perché poi essendo in grado di poterci identificare nell’altro attraverso il perdono, automaticamente siamo anche più propensi ad accettare noi stessi per quel che siamo e quindi siamo in grado di poterci vedere sempre più in profondità, fino a superare quel velo dell’illusione che ci fa identificare con un nome e una forma. Quel vedersi sempre più in profondità è ulteriormente terapeutico. Beh a quel punto direi che la terapia scompare. Fino ad un certo punto ci può essere, fino alla psicologia transpersonale noi possiamo intuire che c’è un percorso attraverso l’approfondimento, ma poi c’è una fase successiva che non può essere più razionalmente analizzata e quindi non ci può essere più neanche una terapia. Se vogliamo intraprendere un percorso in cui piano piano ci liberiamo della zavorra e dalle sovrastrutture è comunque corretto interpretarlo come perdono-terapia. Le vie spirituali, se sono sincere ed oneste tutto sommato danno questo indirizzo. Nel Taoismo, c’è l’abbandono. Pian piano impariamo a rilasciare ciò che ci aveva fatto assumere una posizione, che ci faceva considerare particolarmente benedetti, fino al punto di pensare di essere in grado di poter decidere, per la natura, per la vita, per gli altri esseri senzienti. Quindi fino a farci credere nel nostro egoismo.

Intervista rilasciata a Treia il 21 settembre 2019

Foto scattate da Rocco Trevis  Merlo

Fonte: 

martedì 28 maggio 2019

"Sul Fondo del Barile. Crisi sociale e recupero del Sé" di Lorenzo Merlo - Recensione


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La consapevolezza che l’attuale mondo “moderno” si trovi in una profondissima crisi va aumentando di anno in anno, pur con aspetti molto diversi. Anche le persone che ne acquistano coscienza hanno le origini culturali più varie. Alcuni autori parlano di una situazione in peggioramento inesorabile, altri pensano che la nostra civiltà, ormai diffusa in tutto il mondo, si trova vicina al “fondo del barile”: quindi è possibile una prossima risalita. In quest’ultima categoria possiamo mettere questo libro, come si può intuire anche dal titolo.
  La maggior parte delle critiche al mondo attuale parla quasi soltanto il linguaggio dell’economia, il “solito” linguaggio. In questo libro, come in alcuni altri, si estende la critica a tanti  campi, che in realtà stanno alla radice del profondo disagio della  società: filosofia, fisica, sociologia, psicoanalisi, crisi ecologica. Scienza e tecnologia, la nuova Fede della modernità, mostrano l’inadeguatezza delle loro pretese.
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  Nel testo di Lorenzo Merlo si incontrano numerosissime citazioni, tutte azzeccate e ben inserite, provenienti da Autori di formazione molto diversa, che comunque contribuiscono all’analisi della gravissima crisi attuale, dei valori, delle coscienze, ma soprattutto dell’intera Terra, non soltanto dell’umanità, che in fondo ne costituisce una componente, sia pure estremamente invadente. Sul lato umano, la malattia è spirituale, è la ricerca ossessiva del piacere e della crescita materiale, è la caduta del senso del limite causata dall’illusione di onnipotenza di un “ego” mostruoso, anche collettivo. Vi è anche la critica degli intellettuali cosiddetti di sinistra che ritengono possibile abbattere il capitalismo in nome del progresso e la stupida illusione di quelli cosiddetti di destra che ritengono possibile difendere i valori tradizionali ma anche la competizione economica globalizzata, che ne è il contrario. Ma destra e sinistra  sono  categorie del secolo scorso, buone per i libri di storia.
 La prima parte del testo è dedicato alla gravità della situazione attuale, successivamente viene  la consapevolezza, la terza parte parla della risalita. Se siamo sul fondo del barile, significa che possiamo soltanto risalire. 
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All’inizio della terza parte sta scritto:
  Ma nella contrazione generale che tutto ha coinvolto, c’è uno spazio che si espande e respira sotto le macerie della post-modernità. E’ una vena sottotraccia che non ha ancora il linguaggio idoneo per uscire e pubblicarsi, ma lo troverà. Si tratta delle voci di coloro che in tutto questo discorso, che alcuni non esitano a chiamare catastrofico, riconoscono la presenza satanica di un comune genitore, il materialismo tout court. Con i suoi figli, il positivismo, il capitalismo, lo scientismo, l’imperialismo; con i suoi nipoti, l’opulenza, il culto della personalità e quello del denaro; con i suoi dogmi, per il progresso ad infinitum, per la tecnologia, per il tempo lineare, per l’apparire, forma una famiglia piuttosto invadente e pesante, che oscura e mortifica l’intelligenza del cuore, la bellezza, il senso del bene comune, l’equilibrio individuale e sociale.
  Anche dopo un collasso si può vedere il lato positivo perché tutto è da ricostruire, in modo nuovo. Il materialismo è giunto al suo limite. Cresce la consapevolezza spirituale, Ecologia Profonda e Bioregionalismo rappresentano lo spirito nuovo, le iniziative “spiritualiste” sono in aumento e possono far rivivere l’essenziale, la sobrietà, la convivialità, magari in piccole comunità del tutto nuove.
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  Per la prima volta nella storia l’uomo ha i mezzi tecnici per distruggere la Vita, di cui comunque fa parte. Oggi viviamo la tragedia dell’eccesso di popolazione. All’inizio del secolo scorso il Pianeta era abitato da un miliardo e mezzo di persone, e da un numero ancora abbastanza equilibrato di esseri senzienti. Ora siamo 7.6 miliardi e la biovarietà è in rapido declino. Si estinguono 50 specie al giorno, più o meno. Questo è veramente il punto grave da cui è difficile uscire, ma possiamo sperare in meraviglioso imprevisto.
  L’Autore non critica la scienza, ma lo scientismo, cioè l’atteggiamento monopolistico e dogmatico della scienza ufficiale meccanicista, che viene creduta l’unica solo perché è quella che viene divulgata. Fra le citazioni figurano spesso scienziati come Werner Heisenberg e Fritjof Capra, che sono portatori di una fisica del tutto nuova, cioè una scienza in cui compaiono anche i fenomeni mentali, anzi, ne sono una parte inscindibile. Fra le citazioni c’è anche Gregory Bateson, il filosofo-antropologo inglese che tanto ha contribuito al nuovo paradigma, a una visione sistemica-olistica, a un completo rovesciamento del modo di vedere le cose proprio della modernità. Si tratta di una scienza che confina con la filosofia, senza un confine preciso, non della scienza che confina con la tecnologia, quella che pensa solo alle applicazioni e destinata a diventare schiava dell’industria.
  Il libro "Sul fondo del barile" di Lorenzo Merlo è una validissima sintesi. Da leggere.
       Guido Dalla Casa       
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mercoledì 23 maggio 2018

Attuazione bioregionale e considerazioni sul cambiamento possibile

"Dopo aver magnato, magnato e ben bevuto, ora siamo al rifiuto di ciò che abbiamo avuto." -  Siamo a proporlo come soluzione, anche a chi ancora non ne ha abbastanza e anche a chi non ne ha avuto per niente.
Attuazione bioregionale e considerazioni sul cambiamento possibile
Effettivamente condivido il pensiero che è l’esigenza che produce l’intelligenza. Prima ne avevamo una ora ne abbiamo un’altra.
Ognuno arriva con la propria. Ognuno non ritiene accettabile castrarla. Ognuno non ritiene dignitoso sottomettersi all’altrui. La frammentazione e l’impossibilità di aggregare  si frappongono all'attuazione ecologista e bioregionale.
Non è ancora il momento giusto?
Manca un esteta, cioè un "leader"?
Siamo rigonfi di saperi tecnici e crediamo bastino anche ad unire gli spiriti?
Chi è già passato all'ascetismo, visto che anche solo telefonare contraddice le intenzioni di fondo?
Chi è in grado di riconoscere – e accreditare – l’intelligenza/esigenza che ci ha portato qua?
Il movimento hippy non ci parlava mezzo secolo fa di cose che ora urliamo come nostre?
Se in 50 anni lo standard che possiamo vantare è in buona misura da noi tutto criticabile, che significa? Che chi ci ha preceduto era totalmente inetto? O che le dinamiche hanno permesso tanto e non tanto altro?
Ora siamo noi al cospetto delle dinamiche. Siamo noi a chiederci come unire gli spiriti e a domandarci se un esteta serva più di un competente.
La soluzione è nella musica e la prenderà chi la danza.
Lorenzo Merlo 

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(Fonte: https://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Attuazione-bioregionale-e-considerazioni-sul-cambiamento-possibile)

domenica 4 marzo 2012

Lorenzo Merlo: "Il senso del sacro come prima devianza dal naturale"

Sacralità: un ramo secco, un fiore di plastica, una roccia abitata.. o semplice erba?



Forse l´esigenza spirituale di noi tutti è l´unica peculiarità umana dalla quale è fiorita la sua dimensione materiale, la cultura.
Forse le grandi aggregazioni umane hanno acuito le esigenze di distinzione e quindi di guerra.

Forse oggi riferiamo a ipotesi soluzioni di problemi che la storia ci pone.
Così facendo adottiamo verità strumentali alle nostre esigenze.
Così facendo accrediatiamo ciò che vorremmo aggiornare.
Così facendo confermiamo che la storia è l´unica verità.

O semplicemente è sacro ciò che sta nell´io, e nulla più.



“La Terra è sacra...” - Così si legge nelle prime righe de Carta per il rinascimento della campagna, un interessante articolo di Wendell Berry, Giannozzo Pucci, Vandana Shiva, Maurizio Pallante (http://reti.ilcambiamento.it/ecologiaprofonda/2012/01/23/carta-per-il-rinascimento-della-campagna/).

Tutto il pezzo è una bellissima celebrazione della Terra. Meglio, è la celebrazione che può essere concepita e vissuta solo da coloro che ne stanno osservando la mortificazione, lo stupro, la violenza, l’ingiuria, l’insulto, la vergogna, la sopraffazione. Un pianto in più maniere che ogni giorno possiamo versare come tributo, fedeltà, amore e convinzione di verità. Ma è questo il punto interessante che offre la Carta. A quale verità ci stiamo riferendo? A quale verità stiamo affidando la nostra identità, concezione e realtà? Chiamando
“sacra” la Terra emettiamo un segno che necessariamente fa riferimento alla cultura umana. Cioè, prima di quella cultura, non v’era sacralità alcuna. Senza quella cultura non v’é sacralità alcuna, gli animali possono confermacelo (forse).


La considerazione non è frutto del mio sacco (ma non voglio sottrarmi ad eventuali mie responsabilità). E’ frutto invece della prospettiva dei primitivisti, dei green anarchy e forse di altri movimenti a loro affini. TUTTA la cultura umana, a partire dal linguaggio, è per loro una mediazione che necessariamente implica uno scollamento dalla Natura, dall’uno (minuscolo perché non da intendere in modo sacro).

Così, non si tratta più di difendere la campagna ma di fare presente che l’agricoltura è la prima forma organizzata di perdizione dell’uomo dalla sua condizione originaria. Non solo, ma l’ultima, cronologicamente, è l’arte. Quest’ultima, è un’espressione umana che praticamente tutte le società - modulandone l’esigenza - hanno celebrato senza riserva.

I primitivisti hanno osservato che solo le piccole società di meno di 100 persone, di raccoglitori-cacciatori, possono avere e mantenere un legame con la natura. (Resta da chiedere ai primitivisti se con le consapevolezze acquisite dagli uomini sussiste la possibilità di recuperare, con soddisfazione, le origini.) Aggregazioni più ampie tendono a provocare esigenze che producono cultura, cioè mediazione, distanza, separazione. Il sacro è perciò solo espressione culturale, quindi solo dimostrazione di estraneità alla natura, quindi di valore alcuno.

Se la propspettiva della loro radicale critica alla società non interessa ai tanti che condividono che le condizioni da loro elette sono irrecuperabili, potrebbe però interessare ai pochi che comunque si pongono domande. Due sono quelle qui utili.

1. La storia è il palmares di un inintterrotto campionato tra esigenze diverse? In caso positivo, non possiamo che rispettarla. In caso negativo non possiamo che offenderla. sacralità&verità ovvero la storia è l’unica verità?

2. La critica alla società dei primitivisti è particolarmente interessante quando - nel suo insieme - ci fa notare un aspetto che forse non è stato ancora adeguatamente trattato. Quello dei grandi numeri.

Ogni considerazione critica, come per esempio l’articolo sopra citato dedicato alla celebrazione della campagna, segnala preoccupazioni e cerca consensi affinché il cambio di rotta o di paradigma possa godere di una spinta a favore in più. Tentativo mirabile, ma che forse non è il prioritario. La priorità dovrebbe essere data all’osservazione delle dinamiche che i grandi numeri creano rispetto a quelle ammissibili nei piccoli.


Nei grandi numeri, è possibile non avere frange di sabotatori?
E’ possibile un equilibrio univoco?
E’ possibile l’onestà definitivamente affermata?
E’ possibile il consenso assoluto?
E’ possibile governare con amore?
E’ possibile un regno condiviso da tutti?
Forse basta un’incertezza negativa per una sola di queste domande per passare alla seconda fase, a sua volta sintetizzata in una domanda: come affermare la nostra verità?
Dovremo ricorrere alla forza?
Adotteremo la sopraffazione?
Anche i grandi numeri possono comportarsi come i piccoli?
Le dinamiche implicate nel grande numero non sono verità?
Porgeremo l’altra guancia lasciando che la Terra sia ulteriormente divorata?
Potremo fare a meno delle lobby di potere?

Se anche per la seconda fase ci venisse qualche incertezza, significa che siamo disponibili alla terza: come raggiungere il nuovo paradigma senza far ricorso agli strumenti del vecchio?
Se la risposta sta nella rivoluzione personale che ognuno di noi può compiere, da una parte affermiamo l’unica cosa capace di insinuarsi nello spazio apertoci dalla teoria (razionalistica), dall’altro - e questo è il punto - togliamo sacralità alla Terra e la diamo alla Storia.


Proprio come si era incominciato.


Lorenzo Merlo
VICTORYPROJECT
mailto:VICTORYPROJECTxex@victoryproject.net


................

Di questo e simili temi se ne parlerà durante l'incontro Collettivo Ecologista che si terrà ad Aprilia dal 22 al 24 giugno 2012:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2012/01/20/programma-per-lincontro-collettivo-ecologista-solstizio-estivo-aprilia-latina-22-23-e-24-giugno-2012/

venerdì 16 dicembre 2011

Il significato di “bene comune” nell'ottica dell'ecologia profonda e della spiritualità laica



Basterebbe  chiedersi, quando si prende una posizione, o si fa una scelta se quella scelta porta o meno al bene comune, il nostro, quello della nostra famiglia quello della nostra famiglia allargata che è l’umanità e con essa di Madre Natura nel suo insieme, compresi gli aspetti sociale, culturale e spirituale.

E quindi, quale dovrebbe essere secondo me il fine ultimo, il più ampio possibile, di un ecologista (ma senza l’esasperazione di un -ismo)? Può essere la salvaguardia del pianeta, il riequilibrio della vita in questo mondo che è stato tanto snaturato, sfruttato, sporcato dall’uomo?

E allora prendo come esempio di questo discorso le scelte alimentari: agricoltura e allevamento biologici, vegetarianesimo, veganesimo, riduzione del consumo dei prodotti di origine animale…. A questo fine  non è più facile e quindi non avrebbe un maggior effetto positivo per l’ambiente, diffondere l’abitudine ad una riduzione del consumo dei prodotti di origine animale, sia per motivi di salute , che per motivi ecologici (consumo o spreco di risorse come acqua, terra, effetto serra, minore inquinamento in tutte le fasi della catena produttiva), piuttosto che propugnare il veganesimo?

Ovviamente ognuno poi ha le sue tendenze e c’è chi ci aggiunge un motivo etico, di rispetto assoluto della vita animale in tutte le sue forme, e può portare la sua visione tranquillamente, ma non devono poter coesistere, nello stesso gruppo, queste diverse visioni?

Forse noi parliamo di certe cose perchè viviamo in un mondo del benessere ed abbiamo di più di quello che ci necessita e, dopo averlo sfruttato all’inverosimile, per emendarci dalle colpe della nostra specie, vorremmo tutelare la natura e le altre specie animali in maniera assoluta.

Ma le forme della vita sono tante! Pensiamo ai popoli che vivono in zone dove la vegetazione è assente per tutta o buona parte dell’anno e la fonte di cibo irrinunciabile è quella animale.


Possiamo provare a tornare a vivere tutti nella foresta equatoriale, dove con i frutti che la natura offre potremmo tranquillamente sopravvivere oppure “ADATTARCI”. L’evoluzione è adattamento, l’adattamento della specie umana è andato a scapito dell’ambiente che si è impoverito di risorse per la nostra avidità: possesso di tanto oltre il necessario, consumismo, un sistema economico perverso per cui la stessa sinistra parla di far ripartire l’economia!!!

Ma quale ripartire?

Bisogna approfittare di questo momento per portare avanti scelte radicali, che coinvolgono aspetti sociali importantissimi, la riduzione degli orari di lavoro, la cancellazione di lavori inutili, fatti solo per tenere impiegate persone in posti di potere e di lauti guadagni – ma di queste cose nessuno parla, neanche i sindacati.

E se, come specie umana, o come una parte (lo pseudopodo di Paolo?) della specie umana siamo consapevoli di questo progresso malsano a cui siamo giunti, il successivo passo evolutivo, è così difficile da capire? Non sarà forse un passo indietro?

Concludo con una frase del saggio indiano Ramana Maharshi, che riassume un po’ quello che dovrebbe essere secondo me lo spirito su cui improntare le nostre vite: “Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo. Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti ed inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima.”

Caterina Regazzi
Rete Bioregionale Italiana
 



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Commento di Lorenzo Merlo


Grazie Caterina…

Tra tutti gli spunti che offri, ne prediligo uno per una considerazione.
Dopo aver magnato, magnato e ben bevuto, ora siamo al rifiuto di ciò che abbiamo avuto.
Siamo a proporlo come soluzione, anche a chi ancora non ne ha a basta e anche a chi non ne ha avuto per niente.
Effettivamente condivido il pensiero che è l’esigenza che produce l’intelligenza. Prima ne avevamo una ora ne abbiamo un’altra.
Ognuno arriva con la propria. Ognuno non ritiene accettabile castrarla. Ognuno non ritiene dignitoso sottomettersi all’altrui.
La frammentazione e l’impossibilità di aggregare si fanno spazio.
Non è ancora il momento giusto? 
Manca un estetico, cioè, manca un leader?
Siamo rigonfi di saperi tecnici e crediamo bastino anche ad unire gli spiriti?
Chi è già passato ascetismo, visto che anche solo telefonare contraddice le intenzioni di fondo?
Chi è in grado di riconoscere – ed accreditare – l’intelligenza/esigenza – che ci ha portato qua?
Il movimento hippy non ci parlava mezzo secolo fa, di cose che ora urliamo come nostre?
Se in 50 anni lo standard che possiamo vantare è in buona misura da noi tutto criticabile, che significa? Che chi ci ha preceduto era totalmente inetto? O che le dinamiche hanno permesso tanto e non tanto altro?


Ora siamo noi al cospetto delle dinamiche. Siamo noi a chiederci come unire gli spiriti. E a domandarci se un esteta serva più di un competente.

La soluzione è nella musica e la prenderà chi la danza. Grazie Caterina.

lunedì 5 dicembre 2011

Scambio epistolare, tra Lorenzo Merlo e Paolo D'Arpini, sulla capacità della natura e degli esseri viventi di esprimere “spiritualità”


Albero umano



Ed in particolare in riferimento alla nota aggiunta:  È possibile che le piante, e perfino i grandi alberi, manifestino spontaneamente sentimenti ed emozioni, particolarmente la gioia e l'esultanza, agitandosi, fremendo, scuotendo i rami come per battere le mani, il tutto non come reazione ad una presenza umana, ma come movimento spontaneo della loro essenza, della loro personalità. La conseguenza inevitabile che dobbiamo trarre da tali moti spontanei della pianta è che essa costituisce una entità vivente dai confini ben più vasti di quelli che siamo soliti concederle.   .....  Noi crediamo di sapere tutto del mondo della natura. In genere, però - almeno nella prospettiva della scienza occidentale moderna - abbiamo trascurato di considerare la presenza di una dimensione spirituale che, così come si manifesta nell'uomo, indubbiamente è presente in ogni altro ente naturale: animale, vegetale, minerale, acqua ed aria comprese.
Vi è un abete rosso tuttora vivente, in Svezia, la cui età è stata stimata in circa 8.000 anni: ciò significa che era già un grande albero millenario prima ancora che sorgesse l'Impero Romano, prima che Socrate insegnasse a filosofare e prima che Buddha indicasse agli uomini la sua strada per uscire dal dolore e dalla sofferenza. In base a quale folle presunzione possiamo pensare che un organismo vivente superiore, che ha vissuto innumerevoli inverni e primavere, estati ed autunni, abbia condotto una esistenza del tutto cieca e inconsapevole, senza neppure manifestare la felicità di vivere e di poter godere dell'impareggiabile spettacolo di un mondo vivo, rischiarato dalla luce del Sole di giorno, e impreziosito da migliaia di astri brillanti nel cielo notturno? (Francesco Lamendola)

 

Scrive Lorenzo Merlo:

L'attribuzione - in questo caso di spiritualità è forse arbitrio solo di colui che ha consapevolezza di sé. E della possibilità - arbitraria - di dominio sull'altro.
Se il bue non mostra di avere consapevolezza della sua superiorità fisica - almeno secondo i criteri umani - non necessariamente si può dire non ne abbia.
Così per il larice svedese e via dicendo.
Ma isolare la spiritualità è tipicamente logico e meno tipicamente naturale. Attribuire caratteristiche e attributi a qualche parte della natura appare del tutto inopportuno se teniamo presente che tutto ciò che la logica è in grado di elaborare deriva dalla natura, dall'osservazione di questa, dall'esserla... per quanto mediata.
Per queste considerazione attribuire spiritualità al larice svedese non mi sembra opportuno come non lo è attribuire a chiunque sentimenti e sembianze di derivazione umana. Dio (cristiano) docet.

Diversamente, per esempio, il concetto di natura amica dovrebbe essere un concetto condivisibile da tutti noi. Invece, credo, ci fa - giustamente - inorridire.

Investire di umano la natura e le sue espressioni è dovuto a spinte culturali umanizzanti, dalle quali - a mio avviso - è necessario emanciparsi. Diversamente si arriverà facilmente a credere che l'ecocentrismo possa esistere anche senza di noi. E soprattutto, che possa essere realizzato con noi.

La realtà, qualunque, è da noi in poi.

Questo tipo di note le ho già espresse in merito al testo-manifesto, al tempo della sua stesura. Sono state espresse perché le ritengo discriminanti della posizione che si ritiene di poter assumere in merito all'ecologia profonda (e a tanto altro). E sono state espresse perché richieste dai redattori del documento-manifesto. Ma non sono state per nulla tenute in considerazione.

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Risposta di Paolo D'Arpini:

Caro Lorenzo, mi piace il tuo approccio estremamente laico...

E non posso fare a meno di concordare con te che la spiritualità è una attribuzione di carattere umano. In quanto, da quanto ne sappiamo, solo l'uomo è in grado di sperimentare coscienza di sè ed intelligenza discriminativa e razionale. Questa capacità possiamo anche definirla "spirito" ...

Allo stesso tempo siccome non esiste cosa su questa terra e nell'universo, che possa dirsi separata -in quanto il tutto contribuisce a manifestare le qualità del "tutto"- e la vita stessa è inscindibile nelle sue varie manifestazioni, manifestando radici comuni in tutte le sue forme, di qualsiasi genere e natura, si può intuire che la caratteristica della "coscienza-intelligenza" sia presente in ogni elemento vivo, che dimostra nascita, crescita e morte, sia pur in diversi gradienti.

Facciamo l'esempio della crescita in "intelligenza e coscienza" da parte dell'uomo. Comunciando dalla sua formazione in quanto unione di spermatozoo ed uovo, passando per la sua fase embrionale, alla formazione completa degli organi, alla fuoriuscita dal grembo, all'inizio della sua capacità di apprendimento e discernimento... attraverso vari momenti evolutivi che -pur apparentementi differenti in qualità- rappresentano comunque una crescita del medesimo soggetto. Se ciò avviene nell'uomo perchè non ipotizzare che possa avvenire in ogni altra forma vitale, pur in una scala differenziata e limiatata? Se accettiamo questa premessa come un presupposto di condivisione della stessa qualità di "coscienza ed intelligenza", ecco che improvvisamente possiamo ricoscere in tutto ciò che è vivo la qualità "spirituale"... Ma ben inteso non in senso religioso... quella è un'assunzione che non ci compete a noi laici ed ecologisti.. No, riconosciamo lo "spirito" in quanto capacità della vita di esprimese se stessa in forme enrgetiche sottili.. e qui possiamo fermarci...

Poi, dal punto di vista poetico ed emozionale, perchè non descrivere la vita di un albero come espressione sprituale della natura? Cosa c'è di male... Innegabilmente l'albero è vivo e si esprime attraverso le sue funzioni biologiche e manifesta desideri e repulsioni, come noi umani, in misure diverse....
Che ne pensi?

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Replica di Lorenzo Merlo:

Ciao Paolo,
le mie note erano dedicate all'impossibilità di ogni descrizione della realtà di non poter che essere solo umana. Solo interessata. E anche solo naturale.

Tentavano di esprimere il principio che la realtà stessa non è se non in nostra presenza.
Non erano in alcun modo un tentativo di sostenere che la natura, la realtà e tutto ciò che - analiticamente (umanamente parlando) - la compone, non possa godere di essenza identica a quella che possiamo attribuire all'uomo.

In questa prospettiva, precisavo che il larice svedese non ha alcuna spiritualità. Ovvero che la spiritualità del larice e di ogni forma della natura non sussiste dalla nostra consapevolezza di essa in poi. Che precisarne la presenza nel larice, e in altro, semmai ne toglie. In un certo senso è arrogante, fuorviante e perfino blasfemo. Un po' come sarebbe definendo le caratteristiche dell'Uno.

Anche per queste derive di certe affermazioni  fatte con semplicità (lo spirito è anche del larice), appoggiate e spinte dal nostro brodo di cultura, articolate cioè secondo un linguaggio inopportuno all'immanenza dell'Uno, anzi, opportuno al mantenimento delle parti, al criterio analitico di osservazione e concezione della realtà, nelle riunioni di ecologia profonda ho proposto che un elemento da trattare avrebbe dovuto essere il linguaggio. E' il suo impiego, l'articolazione del suo glossario, che fanno una semantica piuttosto che un'altra. Che  hanno uno spirito o che vorrebbero averlo. (Ma anche questo aspetto - il linguaggio - non è stato accreditato, ponderato, trattato.)

Whitman, tanto per dirne uno, se parla di alberi o tempeste non ha bisogno di precisarne la natura Una. Le sue espressioni hanno la potenza che anno perché sono espressioni a loro volta della natura Una.

Così , amando Ibrahimovic per le suo prodezze calcistiche, ogni volta che ne elenchiamo le virtù, nel contempo lo riduciamo proprio nella sua spiritualità.

Ecco. A te.

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Replica di Paolo D'Arpini

Caro Lorenzo, è un vero piacere disquisire con te su questi temi, che comportano un'attenta analisi delle forme pensiero espresse. La capacità, o forse la limitazione, dell'intelletto di descrivere la realtà, quella percettibile e quella del pensiero, in modo consequenziale e logico, è un grande vantaggio allorché si voglia estrinsecare un percorso lineare. Il suo uso invece è di poca utilità dovendo affrontare un discorso “olistico” -come è appunto quello dell'ecologia profonda e della spiritualità laica.

Certo possiamo avvicinarci, attraverso un'accorta cernita di “parole e significati”, di concetti ed immagini.. Per questo trovo che il messaggio dei pittogrammi – ideogrammi cinesi sia molto più vicino a quanto tu chiedi alla semantica del linguaggio. C'è un tentativo di trasmettere anche la “visione” anche l'immagine, oltre al pensiero....

Restando a noi... se analizziamo i particolari del percorso vitale dobbiamo necessariamente suddividerli in segmenti e studiarli e descriverli nel loro funzionamento tipico, aldifuori del contesto generale, in quanto compresi nello specifico modo dell'osservatore.... Questo è il dettame della logica e questo è il modo operativo del nostro linguaggio, composto di suoni e allocuzioni, che della logica è espressione. Infatti il linguaggio è un ingranaggio matematico utile, sino ad un certo punto, per descrivere i procedimenti sia della percezione sensoriale che della “fantasia” emozionale. Ma ciò che viene così trasmesso, purtroppo, manca della freschezza e dell'immediatezza dell'esperienza, quella che tu definisci giustamente “presenza”. Infatti il linguaggio attinge solo alla memoria, non può raccontare e convenire l'ineffabile momento vissuto... in quanto “presenza”!

Per fortuna nostra, attraverso la capacità analogica della nostra mente, siamo anche in grado di intuire e lanciare piccoli segnali inerenti la sensibilità “spirituale” che non risiede e non può essere descritta con i meccanismi della mente duale.

L'Uno, come giustamente evidenzi, sfugge ad ogni descrizione... e se una descrizione viene tentata è sicuramente parziale e limitata alle forme proprie del linguaggio e del pensiero duale.

Per capire un pesce devi essere pesce, per sentire un albero devi essere un albero.. etc. Questo è verissimo ed è facilmente accettabile anche dalla mente umana. Il fatto poi che se ci si sente un pesce si è limitati al sentire del pesce, come pure se ci si sente uomo si è limitati al sentire dell'uomo dimostra ulteriormente le tue affermazioni sull'impossibilità di condividere “il concetto” spirituale fra viventi di diversa specie. E fin qui siamo d'accordo...

D'altronde, cosa s'intende nella spiritualità laica? Che spogliandosi dal rivestimento identificativo in un particolare “sentire”, ovvero obliterando la propria identità egoica, la quale non è altro che la cristallizzazione di un riconoscersi in pensieri, desideri, azioni, compiuti dall'”oggetto” che funge da osservatore (il nome forma specifico e la mente individuale), immediatamente -liberi da presupposti identificativi- siamo in grado di pienamente condividere, sentendola come propria, l'esperienza del pesce o dell'albero. Che questa capacità sia non solo possibile ma persino attuabile è comprovato dagli stati altri raggiunti durante la meditazione profonda o per mezzo di forti manipolazione psichiche (trance, deliquio, droga, etc.).

Ovviamente la sporadicità e intermittenza dell'esperienza non duale è solo un “assaggio” della condizione naturale in cui l'uomo ed ogni altro essere condivide pienamente -e perciò manifesta- il Tutto, l'UNO. Lo scopo della spiritualità laica, è quello di conseguire -per mezzo di una ripetuta e continua attenzione al percepiente, quello stato di unitarietà che trascende totalmente l'io individuale e consente l'esperienza spirituale propria e definitiva della vita nella sua interezza.

Allorché, con termini filosofici empirici, gli ecologisti profondi descrivono l'unitarietà della vita, e l'interconnessione di ogni suo aspetto, in ogni sua relazione, essi non fanno altro che evocare quello stato di coscienza, quella Consapevolezza intima e profonda, che contraddistingue ogni ente psichico ed ogni elemento materico (in forma latente). E che a me piace chiamare “spirito” (intelligenza e coscienza).

Questo è il mio sentimento....


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Postilla  di Lorenzo Merlo:

Ciao Paolo,
l'elemento osservato con atteggiamento analitico rischia di perdere la possibilità che abbiamo di riconoscerne invece la sua frattalità, ovvero, la limitezza del piano analitico, soprattutto quando - più o meno consapevolmente - la accreditiamo di verità somma, cioè privata della premessa che la eleverebbe  a ottimo strumento. La premessa che manca sempre, nella nostra cultura, è che la verità analitica può essere somma solo e soltanto entro un ambito definito. Oltre i di cui confini quella sommità diviene miseria. "La realtà è maschera", citato qualche nostra mail trascorsa, alludeva anche a questo. 

Se la frattalità del vero induce a rivedere tutto l'ordinario criterio di ricerca della verità come una sorta di sordida battaglia contro tutti, ci permette quanto meno rispettare l'altro e, parimenti, di sentire il diritto di sopraffarlo, nonché di tornare ad accreditare che "il medium è il messaggio". Cioè che è il linguaggio impiegato a "dimostrare" l'ampiezza dell'orizzonte che siamo in grado di contenere per elaborare le nostre espressioni. Cioè che non è la semplice affermazione che comunica noi siamo in grado di cogliere un certo orizzonte, ma il modo in cui la esprimiamo.

Argomentare in campo aperto sullo "spirito" lascia a mio avviso più rischi di equivoco di quanti non le lasci un suo - per me - sinonimo: energia. Questa, figura in modo meno evanescente di quanto non possa permettersi spirito (parlo delle dinamiche alle quali possiamo assistere nella nostra cultura). Poi, convengo che il cancello c'è anche in questo caso, quando - per metterla in fisica quantistica - dalla sua forma corpuscolare dobbiamo assumerne anche, e contemporaneamente, la verità ondulatoria. 
(Perdona quest'ultimo blocchetto, volevo accennarne ma non sono stato all'altezza di stringerlo in queste poche righe.)

Per piacere ricambiato

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Finalino di Paolo D'Arpini

Sicut erat in princípio et nunc et semper,  et in sæcula sæculórum. Amen

martedì 18 ottobre 2011

Lorenzo Merlo: "Circolarità del tempo, primitivismo, ecologia profonda, pensiero pratico e filosofia..."

L'interrogarsi:  secondo incantesimo - Immagine di Franco Farina


Viviamo dentro la necessaria bolla del tempo lineare. Eppure, in stile googleearth, possiamo cambiare la scala e riconoscerne invece la circolarità, meglio la volumetricità. Dentro la bolla è la lotta, è la separazione. Con il volume tutto cambia a partire dalle convinzioni più identitarie, è lo spazio dove l’altro è l’io in tempo diverso. Gli ideali fanno parte della natura o sono di per sé disumani in quanto innaturali? Sono espressione precipua dell’aspirazione sovrumana dell’uomo o sono ciò che più dobbiamo coltivare? Sono il segno di un progresso etico e di altro tipo o esattamente l’opposto, la sirena che separerà via via di più dalla Terra?

Il nichilismo ce lo aveva simbolicamente anticipato? La contemplazione è un momento di catarsi? La consapevolezza dei cicli è esoterica e come tale non può essere di tutti? Infine, basterà a toglierci dal ciclo della vita? La domanda è assurda? Ma è lì che ci spinge l’ipotesi che esista la cosa giusta.

Quando avremo avviate le dimensioni del reale che ora ci stanno a cuore - l’elenco è vario: la decrescita, un progresso libero dal pil, una filosofia del benessere legato al dono e non più all’accumulo - come potremo mantenerle, umanamente parlando? Se l’uomo essendo natura la rappresenta in tutto e per tutto, una di queste espressioni è la molteplicità.

La foglia del tiglio è foglia come quella del leccio, eppure, in un certo senso, completamente un’altra cosa. Così gli individui del nostro genere. Li possiamo riconoscere nelle loro identicità e ne possiamo scovare peculiarità individuali senza fine.

Tutto ciò per dire che una percentuale di noi - e forse per equilibrio naturale - si dedicherà al contrario di ciò che interessa alla parte rimanente. La spartizione vale per tutti gli aspetti dell’animo, della natura. Non è lei che è tempesta e sereno? Aurora e crepuscolo? Gelo e arsura? Alchimia e positivismo? Come ritenere che una parte è pregiata e l’altra no se sono complementari? Come possiamo noi essere solo orientati alla lealtà? Come possiamo condividere un solo vero?

Le esigenze delle nostre biografie, necessariamente diverse, generano in noi verità e ricerche idonee alla loro sopravvivenza, sviluppandosi perciò solo nella direzione che tende a garantirgliela. È questa la ricorsività di Bateson.

In temini psicofilosofi ci si può osservare come l’accomodamento sia tendenza imprescindibile dello stato di non passione, dello standard. L’esigenza di modifi care ovvero l’impossibiltà di accomodare come espressione dello stato di passione. Nell’accomodare l’io è già affermato e risiede in altro, non nella lotta. Nella passione vi è l’esigenza di affermazione dell’io, affermazione che risiede interamente nell’urlare la volontà di separazione dallo standard, almeno così come lui lo percepisce o riconosce.

Se però la soddisfazione - e il suo potere alchemico-terapeutico - derivano da momenti diversi da questo e se l’io già affermato non ha bisogno di opportunità per distinguersi e se l’io in affermazione si tuffa invece nella sfi da per il senso di esserci che essa offre, che vive, non possiamo cogliere che il ciclo dell’avanguardia non esprime altra verità che l’integralità di se stesso, lasciando a chi vive la linearità del tempo l’illusione di essere via via nel giusto? E se non diversamente da così possiamo vivere, quanto è vero che ciò che è male è da abbattere a favore di ciò che è bene? Se non possiamo fare diversamente, allora sono le infrastrutture culturali le uniche intelligenze che il ciclo ci fornisce e di cui si nutre?

Con il possesso della femmina come matrice mammifera, come possiamo realizzare - se non a mezzo di infrastrutture culturali - una società capace di esprimere valori diversi dalla presente? La proprietà privata sembra totalmente naturale (capobranco) e così l’accumulo (scoiattoli).

E dalla proprietà privata che per contiguità si giunge ad affermare il principio della forza come mezzo opportuno all’uopo (poi eletto a valore da Machiavelli, prima di altri). Onde, il processo che ci ha condotti qui, alla democrazie, la più inumana, in quanto innaturale, delle infrastrutture culturali.

Il binomio natura/cultura tanto più è analiticamente concepito ed impiegato tanto più genera il mostro della Verità. Coglierlo nella sua integrità ci induce alla concezione olistica. Finalmente! Ma, peccato che a sua volta abbia i lustrini giusti per imbambolarci. Per occultare il principio che nessun olismo può essere senza di noi e che ogni sintesi ed intenzione, di noi, ha bisogno. È il noi presente in ogni comunicazione umana che implica l’ineludibilità di essere in un punto del ciclo. Di essere la verità. Di essere medium e di poter esprimere un solo messaggio, lasciando agli incosapevoli utopisti l’opportunità di esserne più d’uno.

Sarà materia solo per gli ambiziosi politici e sociali promuovere se stessi e le loro verità, con la convinzione spietata che si usa nei duelli. Oscuri che un nuovo guanto colpirà la loro guancia invecchiata. Non è squisitamente positivistico concepire un miglioramento qualitativo della vita? Non è la storia a dimostrarci che ci resta solo la quantità a fare la differenza?

"Il lancio di un nuovo sito di social networking", [...] è "come l’apertura di un nuovo locale nei quartieri alti": attira un sacco di gente per il solo fatto di essere il più recente -nuovo di zecca, oppure rimodernato e ricomposto da poco - "e ben presto si dovrà far da parte, sicuro come il fatto che dopo una sbornia ci si sente male", e perderà la sua forza di attrazione a favore di quello che verrà subito dopo, in un’incessante rincorsa [...].

Qualsiasi forma di consumo considerata tipica di una specifi ca epoca della storia umana può essere presentata senza grande sforzo come versione leggermente modifi cata delle usanze/abitudini del passato/trascorse. In questo campo la continuità sembra essere la regola; salti, discontinuità, cambiamenti radicali o rivoluzionari, eventi spartiacque, possono essere (e molte volte sono) sconfessati in quanto trasformazioni puramente quantitative ma non qualitative.

Qualche riga e un paio di citazioni per una premessa con lo scopo di verificare se, “quando avremo avviate le dimensioni del reale che ci stanno a cuore” non avremo nel contempo realizzato anche l’humus utile per ritornare al dualismo e quindi alla rivitalizzazione degli aspetti che ora deprechiamo: corruzione, ipocrisia, soprusi, prepotenze, giusto per elencare il peggio che necessariamente implica anche il meglio: scorie tossiche, inquinamenti vari, globalizzazione, dogmi, oligarchie. Del resto, come immaginare una società delle dimensioni come quella occidentale, ma anche indiana, cinese, ecc, governata sulla lealtà, priva di controlli, totalmente autocertificata?

I primitivisti sostengono che i popoli di raccoglitori-caccitatori, si organizzavano in gruppi fi no a circa 70 persone. Avevano avvertito che le dimensioni maggiori li allontanavano dalla condizione di armonia. Vivevano liberi dalle nostre dinamiche positivistiche, potevano seguire la verità imperturbabile(?) della natura. È vero, ciò che ci preme ora è ribadire che le dinamiche destra/sinistra sono sotto terra da tempo (anche se molti non se ne sono accorti e qualcuno cavalca la tigre). Che il treno umano sta deragliando con scintillio di schegge impazzite: ogm, avvelenamento chimico metodico della terra e dell’acqua, energia atomica sporca, deperimento sociale e morale, urbanizzazione selvaggia, distruzione delle risorse accumulate in millenni dalla natura, etc. Che il progresso forse ha qualche punto da rivedere e che la scienza classica ha mostrato i suoi limiti. Che il produttivismo, il consumismo, non sono la verità da propinare a tutti quelli che non hanno forza abbastanza per dirci Allahu Akbar e nel contempo tagliarci la giugulare. Che dobbiamo procreare di meno perché la Terra non ce la fa (naturalmente senza rinunciare alla propria prole).

Che l’ecologia è roba vecchia e che l’ecologia profonda è la nuova verità, sempre che chi la diffonde non utilizzi un linguaggio opportuno a dimostrare che ha le intenzioni ma non è ancora espressione di quelle nuove verità. Cioè non viva ancora il sentimento di unità con l’Uno ma di questo, ne viva solo il mito. Eppure già ci furono diversi scienziati e spiritualisti illuminati che sin dagli albori della società dei consumi avvertivano l’uomo del rischio di uscir fuori dai binari dell’equilibrio scienza/vita. Ci preme tutto questo ed è doveroso promuoverlo in quanto al momento è il passo utile all’equilibrio, è il passo che manca. E se avremo scampo, che imprevedibile epilogo invece della catastrofe ecologica? Torneremo alla religione di qualunque forma riterremo opportuno vestirla?

Inizieremo a comprendere che le denigrate sette forse sono solo espressioni chi ha già varcato certi cancelli?

Ma finché siamo coscienti sulle idee e chiudiamo all’ascolto della natura umana - cosa già realizzata dal comunismo e dal capitalismo - forse corriamo il rischio di ricadere nella logica delle ideologie e naturalmente nel suo eventuale sangue. Cioè, ricalcheremmo proprio ciò che volevamo fuggire, così come hanno sostanzialmente compiuto tutte le rivoluzioni in modo più o meno appariscente, più o meno riconoscibile. Resteremo nella (ineludibile?) antropocentrica condizione, convinti che un ecocentrismo resti possibile. Convinti perciò che l’osservatore possa sedersi in poltrona a modellare una realtà ecocentrica. La fittizia verità che ora siamo interessati a condividere d’avere smascherata, non verrà però sostituita con altra, come forse alcuni credono. La verità ci ha formati, accompagnati e condotti. Ci dà la direzione. In sostanza permette all’io di essere e divenire. Senza questa l’io entra nel campo minato del relativismo (culturalmente meraviglioso, psicofilosofi camente meno), perde un orizzonte che per quanto lontano era chiaro e dava sicurezza e via.

La nostra verità diviene pari a verità credute da altri, quindi perde portanza. L’Oriana lo urlava. Ratzinger lo urla.

Se non fosse per la mentalità antisociale e per le azioni ostili della sottoclasse [il popolo dei socialmente reietti n.d.r.] non ci sarebbe alcun processo pubblico, ne ci sarebbero ragioni da ponderare, reati da punite o negligenze cui porre riparo. Alla retorica seguiva la prassi, che forniva ai posteri la 'prova empirica' e gli argomenti non forniti dalla retorica. Quanto più tali prassi si moltiplicavano e si diffondevano, tanto più le diagnosi da cui essi derivavano apparivano evidenti di per sé, e tanto più si riduceva la probabilità che l’espediente retorico venisse individuato e conseguentemente smascherato e confutato.

Come il medico e il genitore forniscono risposte alle ansiose domande, giusto per dare calma, giusto per ridurre lo stress di una complessità che li trova inadeguati. Giusto per comprendere che una verità fittizia vale una vera. Siamo a Mafalda: “Fermate il mondo! Voglio scendere!” Eh sì, perché lottare per le nostre idee ci permetterà  di arrivare al dominio, ma non di avere il consenso di tutti.

Ultimamente ci stava quasi riuscendo Hitler, poi, qualcuno ha messo insieme idee diverse dalle sue, ha raccolto le forze. Ha ridotto, nella sua forma democratica, l’anomalia.

Come farà quindi l’io a sussistere e a lottare per sopravvivere se diviene capace di condividere le ragioni del nemico? È questo il momento con il quale fare i conti con il nichilismo, che per quanto possa essere lui stesso un tema di verità, nella sostanza è così spossante che contiene il rischio di prenderci per sfi nimento. Sono considerazioni che diventano a loro volta premesse per iniziare a sospettare che tornerà di gran moda ciò che ora fuggiamo. In sostanza i valori più ardimentosi, quelli più wagneriani, quelli che eleggono la lotta e il sacrifi cio a bene supremo, irrinunciabile ed essenziale per una vita autentica e degna di essere vissuta. Dunque stesse verità e consapevolezze differenti creano scenografi e di realtà anche opposte.

In mezzo c’è l’arroganza di noi tutti che pensiamo a criticare e a cercare verità più autentiche di quelle che vogliamo scartare. Un gran bel contesto per ritornare sull’argomento, mai morto, che la memoria e l’esperienza ci possono esorcizzare dal ripetere i cosiddetti errori che non vogliamo più commettere. Ma nessuna esigenza si fonda sull’esperienza altrui. Nessuna esperienza è trasmissibile, a parte quelle che già sono nella nostra carne. Così come il decalogo è buono solo per chi lo saprebbe ricreare ed è elenco solo astratto per chi lo apprezza. Così possiamo comprendere perché anche il fanatico pacifi sta a volte usa la forza. Perché chi si dedica a promuovere l’ecologia profonda non rinuncia al telefonino o al laptop. Il contemplare non è un valore in sé, lo diviene se sorge un’esigenza che lo chiede.

Quando sono in circolazione nella moltitudine delle grandi società, anche le energie più polarizzanti - le mode, in una parola - dopo aver lasciato il segno tendono a meticciare, quindi a disperdersi e soprattutto a esorcizzare se stesse. Parevano irrinunciabili prima, appaiono modeste dopo. Così come la satira del comico che vuole colpire a suon di battute qualcuna delle mode disponibili, in fondo concorre, appunto, a esorcizzarle. Vorrebbe andarci contro ma forse semplicemente le rende via via più edibili proprio a coloro che le consideravano velenose. Come lo spirito ribelle di molti giovani, poi rientra, via via più smussato entro la cosiddetta normalità.

Così le Brigate rosse hanno partecipato a costituire un mattoncino utile alla babele dell’edonismo. Allo stesso modo i capelloni crearono il perbenismo e se ne vollero allontanare per diventare anarchici e della sinistra. Alcuni sono evoluti nella mistica, altri nelle Br, altri, i coerenti, sono ancora lì a non poter vantare nulla, oltre all’inumana coerenza. Come un jazz, colmo di espressioni architettate su un paradigma estraneo alla melodia. Provocato dall’esigenza di andare oltre il presente dell’epoca. Colpevole di restare solo una bolla di alternativa. Inopportuno a sostituire la verità ma solo buono ad aggiornarla. Per renderla ulteriormente capacità di accogliere/rifi utare nuovi popoli, restando, in fondo, immutata.

Quando saremo in molti a condividere ciò che ci fa sentire un’avanguardia, dovremo organizzarci. Saremo scevri da lotte di potere? Svaniranno dall’umanità le antipatie personali? Potremo vivere senza serrature e senza eserciti? Vogliamo criticare la modernità che ci ha dato la tecnologia. Vogliamo recuperare il rapporto con la natura. Ma saremo in grado di rinunciare al trapianto del nostro fegato per onorare una scelta culturale e politica? O dovremo riconoscere che i tanto denigrati Testimoni di Geova, e chissà chi altri - i quali appunto rinunciano anche al trapianto del sangue – forse tanto da denigrare non sono. Nonché, non è che ci troveremmo al punto dove forti saranno le spinte affi nché la nostra buona novella non fi nisca nell’ordine della religione? Delle scomuniche? O del fondamentalismo?

Forse è individualmente che si può verifi care l’aggiornamento di se stessi. È il senso di soddisfazione l’unico metronomo della bellezza, della felicità. Se non fortuitamente, non è aderendo al movimento, non è aderendo alla dialettica del retorico che ci si avvicina al sé. Il criterio soggettivo della soddisfazione personale - apparentemente, paurosamente soggettivo e perfi no fondamenta dell’edonismo - come riferimento necessario a noi, diviene anche necessario alle grandi società, sempreché la questione morale sia ancora accreditata come il faro nella notte. L’aggiornamento di se stessi non passa attraverso le idee, passa nei muscoli, è la nostra storia, è una biografia. È attraverso i sentimenti che si mostra, non attraverso i dogmi che ogni dottrina implica, che ogni fede impone. Così la pianta volge le foglie alla luce. Ma lasciale il tempo. Diversamente avrai bisogno di un tirfor, o di un lanciarazzi stinger. Ma non siamo tutti giunchi.

[...] non v’è peggior spossamento,
peggior privazione, forse, di quella
dei vinti nella lotta simbolica
per il riconoscimento, per
l’accesso a un essere sociale socialmente
riconosciuto, cioè, in
una parola, all’umanità.
(Pierre Bourdieu - Meditazioni pascaliane)


Lorenzo Merlo - Victory Project