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giovedì 10 settembre 2026

Auto elettriche ed ecologia d'accatto...

 

"Auto elettrica? La continua crescita industriale e tecnologica, che sia spacciata per ecologica o meno inquinante, nasconde una fregatura di fondo..." (Paolo D'Arpini)


"Siamo sicuri che l'auto elettrica sia una soluzione, e il problema non sia invece il modello socioeconomico e faccia parte della coercizione e atomizzazione sociale del programma Smart Cities? Crediamo davvero nella "sincerità ecologista" del Green Deal UE/scandinavo e della AI di Musk e Palantir che li sottendono? 

Serve differenziare, altro che elettrico al 90%: l'inquinamento, se davvero è la prima causa di un opinabile cambiamento climatico, non viene certo dall'auto privata - casomai dalla sua produzione, specie proprio quella elettrica (più lo sfruttamento bieco di risorse non rinnovabili e di braccia affamate). Serve togliere il trasporto merci su gomma, andare al cabotaggio, alla ferrovia, all'interscambio, e di certo la mietitrebbia non la puoi fare elettrica. E considerare altre opzioni complementari. 

In Cina lo sanno e stanno provvedendo, il sistema energetico è misto e in evoluzione continua. 

E se "neutralità tecnologica" dice tutto o niente, se declinata come descritto sopra mi sta benissimo". 
 
Jure Eler


Un discorso sul quale riflettere...

Critica al modello industriale centralizzato: Negli  interventi espressi in varie occasioni  ho ripetutamente criticato  le forme di produzione energetica non sostenibili e ad alto impatto (come le centrali atomiche e i combustibili fossili), inserendole nel quadro di una società ossessionata dal profitto e dall'accumulo.

L'approccio bioregionale all'energia: Secondo il principio del bioregionalismo (nella visione della  Rete Bioregionale Italiana), ogni comunità locale dovrebbe tendere all'autosufficienza e al soddisfacimento dei propri bisogni — inclusi quelli energetici e alimentari — sfruttando unicamente le risorse rinnovabili e native del proprio territorio geografico e biologico, senza depredare l'ambiente.
 
Decrescita e riduzione dei consumi:  La vera "energia alternativa" parte dal cambiamento degli stili di vita individuali. Più che concentrarsi sulla produzione di nuova energia, dovremmo sostenere la necessità di abbattere i consumi superflui e l'inquinamento domestico, ripensando radicalmente le nostre abitudini quotidiane.

Paolo D'Arpini 




Articolo collegato: 

Autonomia energetica bioregionale:   https://www.lteconomy.it/bloglte/profilegrid_blogs/autonomia-energetica-bioregionale/


lunedì 31 agosto 2026

Sincronicità... onda?




"Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza
Smetti di ascoltare e sentirai la verità.
Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare.
Non cercare il contatto e troverai l'unione.
Sii quieto e troverai l'onda dello spirito.
Sii delicato e non avrai bisogno di forza.
Sii paziente e compirai ogni cosa.
Sii umile e manterrai la tua integrità."
(Meditazione Taoista)

Le qualità, le sensazioni, le attrazioni e repulsioni che appaiono nel campo della coscienza, sono proiezioni come lo sono i sogni che appaiono al sognatore. Tutto si risolve nella stessa realtà, unica ed indivisibile, inspiegabile perché non vi è nessuno a cui poterla spiegare…

La nostra mente è il risultato di una combinazione psichica e energetica delle forze combinate dalla natura in questo caleidoscopio che è la coscienza individuale. In effetti nulla ci appartiene (se inteso specificatamente) oppure tutto ci appartiene (se inteso come la totalità del conosciuto)... 

Cosa volete che sia una bella parola proferita in silenzio od una brutta parola urlata al vento? Andiamo avanti perché tornare indietro è impossibile... nel senso che non si può correggere nulla degli eventi vissuti (nel passato), possiamo solo osservare con maggiore attenzione gli eventi che si presentano davanti ai nostri occhi nel presente...

Qualcuno allora potrebbe chiedersi come sia possibile modificare ciò che è già descritto nel destino. Eppure nel pensiero c'è  una leva di movimento, se un chiaro intento si manifesta nel pensiero possiamo scoprire che le ispirazioni che abbiamo avuto su qualsiasi argomento innovativo vengono poi seguite a ruota da una messe di interventi nello stesso filone...

Sincronicità? Onda? Nel bioregionalismo si chiama "il grande flusso", e la funzione dei precursori è appunto quella di avviare un processo evolutivo dell'intelligenza umana... per questo è importante che i precursori non assumano su di sé una specifica "laurea" o "copyright", il loro lavoro è solo quello di preparare il terreno, seminare e procedere... 

Ognuno comincia a qualche punto e poi prosegue e lascia il suo percorso come esempio.

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana 

martedì 11 agosto 2026

"Dal Treja a Treia" di Paolo D'Arpini - In distribuzione in tutta Italia...



"Dal Treja a Treia" - Un viaggio fra bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica. Da Calcata alle Marche. (Edizioni Ephemeria) -  Il libro è reperibile nelle librerie e nei siti di distribuzione libraria.

Un libro che è un racconto di vita dell'autore Paolo D'Arpini, scrittore e viaggiatore, fra Africa, India e altri Paesi d'Europa, sempre alla ricerca del Sé più profondo in relazione alle tante esperienze vissute e alle comunità/culture che ha incontrato durante i suoi viaggi e alle sue ricerche spirituali. 

Nel libro si tratta di quegli argomenti riportati anche nel sottotitolo del volume: bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica, termini che, in parte, lo stesso autore ha contribuito a coniare. 

Le località punti focali dei racconti sono principalmente due, Calcata nella Valle del fiume Treja dove D'arpini ha vissuto, in anni più giovanili, ed è stato uno dei protagonisti di quella comunità di artisti e pensatori che ha reso Calcata famosa in Italia e nel mondo, per poi arrivare a Treia, in provincia di Macerata nelle Marche, dove l'autore vive stabilmente ormai da diversi anni proseguendo la sua ricerca personale intorno ai temi sopra citati e in contatto con le comunità locali...


Quarta di copertina



Paolo D'Arpini - Collage di Sergio Orlando



sabato 8 agosto 2026

"Dal Treja a Treia"... - Il nuovo libro di Paolo D'Arpini è in arrivo...

 

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edizioni@ephemeria.it - Cell. 338.9889440 Antonello Andreani


Il 7 agosto 2026 mi ha scritto Antonello Andreani, l'editore di Ephemeria (casa editrice di Macerata), per informarmi che il mio nuovo libro "Dal Treja a Treia  - Viaggio fra bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica. Da Calcata alle Marche" è in uscita.  Fra qualche giorno potremo averne le prime copie. In questo libro racconto gli eventi che hanno caratterizzato la mia permanenza a Calcata, nella Valle del Treja, nel lasso di 33 anni, fino all'impulso   che nel 2010 mi ha spinto a trasferirmi nella città di Treia, nelle Marche. 

"Dal Treja a Treia" la differenza ortografica sta solo in una linguetta, la pronuncia è la stessa e sicuramente lo è anche l'origine del nome ma  l'orografia è diversa ed anche le due comunità che ci vivono lo sono. 

Non voglio ancora entrare nella descrizione della storia raccontata nel libro,  per ora mi fermo ad un articolo premonitore, pubblicato nella primavera del 2020 nel periodico "La Rucola" di Macerata (che segue...), una sorta di proscenio narrativo!

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Calcata, il borgo sospeso nella Valle del Treja...


Non vi sono dubbi che sin dalla più remota antichità i nomi dei luoghi traevano la loro origine da persone, o divinità, che avevano  qualificato con la loro presenza il luogo stesso. Ciò, a esempio, è evidente per il picco della Maiella, che prese il nome dalla ninfa Maya, e ciò vale anche per il fiume Treja, collegato alla dea Trea, con la differenza che per quanto riguarda la Maiella si fa riferimento a un mito, mentre nel caso del fiume Treja c’è l’evidenza storica. 

Fiume Treja


Fescennium – Tale evidenza è derivata da una ricerca fatta dall’archeologo inglese Potter, che negli anni 60 dello scorso secolo, diresse una campagna di scavi nel cuore della valle del Treja. I ritrovamenti da lui effettuati sconvolsero l’intero panorama del periodo storico antecedente la fondazione di Roma e mandarono all’aria le conclusioni di parecchi studiosi da biblioteca che basavano la loro conoscenza sulle tradizioni scritte. Nel luogo ove oggi esiste un parco regionale, chiamato per l’appunto “Valle del Treia”, ubicato tra gli abitati di Calcata e Mazzano, attorno a 1.500 anni a.C. e forse anche prima, insistette una civiltà fiorente, la mitica Fescennium, il cui fulcro originario era posto su tre colline, oggi denominate Narce, Pizzopiede e Montelisanti. 


Preziosi reperti – Attualmente, come spesso succede, questi luoghi sono disabitati ma per secoli nel sottosuolo  i contadini vi rinvennero importanti reperti e oggetti di pregio. Proprio questa dovizia richiamò l’interesse del Potter, il quale, da buon inglese che non si lascia influenzare dai libri ma conta sulla ricerca nel campo, scoprì vestigia che mai si sarebbero immaginate, basti pensare che metà dei sotterranei e delle sale di Villa Giulia, a Roma, e il museo di Forte Sangallo di Civita Castellana, traboccano di materiali preziosi, sculture, monili, armi e altri oggetti che dimostravano l’opulenza di quella primitiva città policentrica. 

Tempio Falisco a Monte Li Santi


Il tempio – Una ricchezza che non poteva essere giustificata dall’agricoltura e dalla pastorizia e nemmeno dai commerci, in quanto il Treja non è navigabile, e quell’antichissimo sito era  situato all’interno di un territorio impervio. Cosa c’era dunque di tanto importante in quel preciso punto della Valle del Treja? Il Potter risolvette l’arcano allorché scoprì, in una spianata lungo il fiume, sotto i tre abitati suddetti, i resti di un vetusto tempio che si fa risalire alla Dea, in forma di Alma Mater (Giunone, la Grande Dea), signora dell’abbondanza e della grazia, e della quale il fiume era il sacro luogo delle abluzioni, da qui il suo nome Treja. 

Luogo di pellegrinaggio – Insomma quello era un luogo di pellegrinaggio e pertanto la sua ricchezza, confermata da tutti quei meravigliosi reperti storici rinvenuti dal Potter, era legata alla frequentazione di migliaia e migliaia di “fedeli”. La stessa cosa, in tempi più a noi vicini, è accaduta a Roma, in quanto capitale del cattolicesimo e sede del papato. Appresi notizie certe sulla civiltà di Fescennium, nella valle del Treja, attraverso  Gilda Bocconi, una archeologa che  operò nei siti predetti. 


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Treia nelle Marche 

Pertanto verso l’inizio di questo millennio rimasi meravigliato nello scoprire che esisteva, anche nelle Marche, un altro toponimo dedicato alla Dea, un borgo medioevale che porta il suo nome, Treia appunto, per primo me ne parlò un suo abitante, trasferitosi a Calcata, il prof. Giancarlo Croce. Una decina d’anni dopo conobbi un’altra persona originaria di questo borgo, ed è la mia attuale compagna Caterina Regazzi, la quale nel 2010 dalla valle del Treja mi condusse a Treia, per dimostrami la sua esistenza ed io qui rimasi, affascinato dal luogo.

La Madonna Nera – La presenza della Dea anche qui è molto forte, infatti nel sito archeologico ove insisteva la città antica furono rinvenuti parecchi oggetti di culto dedicati alla Madre, tant’è vero che a tutt’oggi esiste il culto  della Madonna Nera, che altri non è che la trasposizione cristiana della Dea. 

Atreya – Il toponimo originario di “Treia” è basato anche su alcune “presenze” che suggeriscono un legame fra Treia e le culture ariane (una curiosità: esiste una Treia anche in Germania). Il nome stesso  denota  l’appartenenza a una società matristica indoeruropea: Atreya, in sanscrito, è il nome della divina madre di Datta, il maestro primordiale. 

La Dea Freya – Anche secondo lo storico marchigiano Samuele Sabatini la città di Treia trae origine dalla divinità ariana Trea-Jana (che rappresenta la Dea delle selve, Diana, simbolo della Luna). Inoltre è motivo d’interesse storico la raffigurazione di un cinghiale sul frontespizio della chiesa del SS. Crocifisso (ove insisteva l’antica città di Treia), un animale che è collegato alla Dea Freya che viene spesso raffigurata in groppa al facocero. Il cinghiale (o maiale) è da sempre un simbolo della Dea Madre, in tutte le culture matristiche dal  neolitico sino ai nostri giorni.

Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana


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lunedì 6 luglio 2026

Torniamo sulla terra...

 

Immagine correlata

Bioregionalismo, agricoltura biologica e salvezza planetaria… Senza virtualizzazioni ulteriori .. pur che «Senza immaginazione, la gente muore» (Jean Monnet)

Le soffiate su internet, spesso definite "bufale",   hanno anche  la funzione di fermare per qualche momento il senso di impotenza e la disperazione dei poveracci che  si sentono tagliati fuori dalla gestione del loro futuro. Allo stesso tempo osserviamo  il tempismo eccezionale  del sistema di controllo  che ha portato il gossip politico, economico e finanziario a recuperare l’attenzione sul futile, lasciando in disparte il necessario… I pettegolezzi e le sparate delle lingue profonde all'interno dei palazzi del potere hanno coperto di silenzio anche  l'ultima piazza della democrazia, che è appunto internet,  in cui si potrebbe decidere il  futuro del mondo...


La situazione nel mondo "reale"  ovunque è allo sfascio, molte famiglie sono in stato precario,  perciò, hanno pensato in alto loco, meglio ricorrere alle barzellette… od alle canzonette, od alle partite di pallone, od agli scandaletti pornogaysex, etc. Il tutto mentre aumentano gli sbarchi di migranti e procede la sostituzione e la schiavizzazione del popolo italiano.

Scrive un amico scettico, Antonio Pantano: “Caro Paolo, il "gran bar dello sport" oggi  si è trasferito in internet (apparentemente libera e "democratica"). Falsi problemi! Le notizie sono tutte CONTROLLATE! Sopratutto quelle che fingono d'esser rivelatrici degli affari inumani ed antiumani che i "votati al potere" del nostro miserabile tempo svolgono a solo vantaggio personale e a danno dell'umanità tutta (prona e pronta a "credere", sopratutto allo inverosimile). Nichilismo, il mio? Esperienza, e... accortezza”

Sarà pur vero quanto affermano gli amici catastrofisti, epperò occorre aiutare il "popolo" a sgrullarsi di dosso l'idea che tutto è inevitabile e che noi non "possiamo farci nulla". Sono sicuro che nell'inconscio collettivo qualcosa di "quella" semplice verità resta! Anche se in apparenza tarpata e negata. E qual’è la semplice verità? Ovviamente si tratta della considerazione che l’uomo non si può arrogare il diritto di dirigere la vita a suo piacimento.. essendo lui stesso un prodotto della vita. Per cui occorre saper riconoscere il “potere” superiore che in questo momento sta facendoci passare degli esami particolari, per scoprire se davvero siamo la “specie” più evoluta sul pianeta…

Intanto, per semplificare al massimo, cerchiamo vie di uscita dal marasma in cui siamo sprofondati scegliendo di tornare alla semplicità di vita. Ecco cosa ci consiglia –ad esempio- il nostro ottimo agro ecologo Giuseppe Altieri: “…oggi non è più il caso di difendere un posto di lavoro rischioso per la salute e costruito sull'inquinamento dell'Ambiente, smettiamo di essere pedine di un gioco internazionale che fa perdere sovranità nazionale alla nostra cara Italia. Bisogna approfittare della crisi industriale per smettere di inquinare e tornare all'Agricoltura Biologica, unica fonte produttiva reale di reddito a partire dal sole e dalla terra madre….”

Bene… torniamo dunque a casa, sulla Terra, e riportiamo al lavoro dei campi quelle braccia rubate all’agricoltura. 

Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana



P.S. "Sto leggendo in questi giorni il libro "Il mondo secondo Monsanto - Dalla diossina agli OGM: storia di una multinazionale che vi vuole bene..." - di Marie Monique Robin. Un testo allucinante, basato su prove scientifiche definite e su numerose sentenze di Giustizia.. che hanno riconosciuto la Monsanto colpevole di innumerevoli e disastrosi danni a persone, animali ed all'ambiente. Se consideriamo anche i morti delle varie guerre "chimiche" aiutate dalla mortifera ditta sono milioni le vittime causate dalla cieca e proterva sete di denaro ai danni del mondo intero... Eppure la Monsanto fa affari e trova ancora -qui in Italia- chi è disposto a dar credito ai suoi prodotti pestilenziali irrorandoli sulle nostre strade.. Intanto la Monsanto si prepara all'assalto finale.. con gli OGM e con l'appropriazione di tutte le sementi presenti sulla terra l'azienda si prepara a un dominio indiscusso e satanico del pianeta. Rammentiamo che con enormi capitali, sempre la Monsanto, nel circolo polare artico ha costruito un colossale silos contenete piante e semi delle specie vegetali anche meno comuni... cosa si teme?" (P.D'A.)



sabato 23 maggio 2026

La Centrale Naturale collabora con la Rete Bioregionale Italiana...



La Centrale Naturale offre gratuitamente uno spazio di condivisione per chi vuole portare valore agli altri. Benvenuti su “lacentralenaturale – consapevolezza senza pretese”! 

Lo scopo di questo canale YouTube è sensibilizzare le persone verso la natura, la spiritualità e la crescita interiore. Per farlo abbiamo iniziato a coinvolgere persone con competenze, esperienze e visioni interessanti da condividere gratuitamente con tutti. 

Questo progetto nasce senza pretese, senza fini di lucro e senza monetizzazione: lo facciamo per passione, per gioco e come stimolo a una crescita personale e collettiva. Siamo aperti a collaborazioni con chi desidera farsi conoscere e ha qualcosa di autentico da condividere: progetti, storie di vita, riflessioni, video interessanti o divertenti, esperienze legate alla natura, alla consapevolezza e al benessere. 

Crediamo che un mondo migliore possa nascere dal lavoro che ciascuno intraprende su sé stesso. La foresta parla su questa bella Terra e, nonostante le brutture e le nefandezze create dall’essere umano, la magia della natura, la sua sinfonia, unite al nostro coraggio e alla nostra energia, possono renderci partecipi del qui e ora. 

Un saluto a tutti, chiedo solo -se vi piace l'iniziativa- di iscrivervi per darci la possibilità di crescere ed arrivare a più persone.  Grazie!

Sergio Orlando  -  Curatore del  canale 




Commentino di Paolo D'Arpini:

Grazie alla sensibilità e gentilezza di Sergio Orlando anche noi della Rete Bioregionale Italiana abbiamo potuto avere una visibilità completamente gratuita  su youtube. Infatti Sergio con grande spirito di collaborazione e dedizione alla causa ha già divulgato diversi video e audio sui temi a noi cari: bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica. 
L'ultimo video/intervista, girato il 21 maggio 2026, è visibile qui: 

"Tutto è nell’eterno “presente”, nel qui ed ora":    https://www.youtube.com/watch?v=Rl1cq7JfVSA


P.S. - Errata Corrige: Nella mia confusione mentale nel video ho sbagliato a segnalare la data dell'Incontro Collettivo Bioregionale del solstizio estivo, che si tiene il 20 giugno 2026 a Moje di Treia (non il 21 come erroneamente annunciato nel video)  

lunedì 18 maggio 2026

Treia, 20 giugno 2026 - Celebrazione del Solstizio Estivo (San Giovanni) e Collettivo Bioregionale Ecologista...


Treia vista da  Contrada Moje 

Con l'intento di rilanciare la campagna per l'Agricoltura Contadina, il Circolo di Promozione Sociale Auser Treia, in collaborazione con la Rete Bioregionale Italiana, organizzano la Celebrazione del Solstizio Estivo ed il Collettivo Bioregionale Ecologista, che si svolge durante la giornata del 20 giugno 2026 in Contrada Moje di Treia.

Il tema della manifestazione  è quello  di incentivare l'agricoltura biologica per il mantenimento della biodiversità nell’habitat e la produzione di cibo idoneo per una dieta bioregionale.  

La manifestazione prevede la visita di un piccolo orto, la  presentazione di libri sulla cultura bioregionale, un giro di condivisione su esperienze contadine e degustazione di specialità  stagionali da ognuno portate e termina con danze sull'aia. Per informazioni sugli orari:  0733/216293 - 348.7255715

Durante l'evento sarà  presentata la brochure "Quaderni di vita bioregionale" con vari articoli sui temi trattati.  Chi volesse contribuire con uno scritto  invii il materiale entro il 7 giugno 2026 a: bioregionalismo.treia@gmail.com - auser.treia@gmail.com


Come arrivare a Contrada Moje:  Da Treia imboccare la Strada Provinciale 128, all'altezza dell'Isola Ecologica prendere per Contrada Santa Maria in Paterno, dopo 300 mt. circa girare a destra in Contrada Moje.

Rete Bioregionale Italiana



Video collegato: 

Tutto è nell’eterno “presente”, nel qui ed ora - Paolo D'Arpini: https://www.youtube.com/watch?v=Rl1cq7JfVSA

Errata Corrige: Nella mia confusione mentale nel video ho sbagliato a segnalare la data della celebrazione, che si tiene il 20 giugno 2026 a  Moje di Treia (non il 21 come erroneamente annunciato nel video) 







giovedì 7 maggio 2026

No all'avvelenamento dei campi... Repetita Iuvant

 


L'Europa minaccia di rendere legali i danni provocati dai pesticidi agli esseri umani…  mentre i ricchi mangiano biologico.  Non si sa nemmeno dove cominciare, si annega in pessime notizie…

Oggi che i danni da pesticidi sono illegali, nessuno o pochissimi fa le cause per il risarcimento, né tantomeno blocca la vendita e l'uso di pesticidi cancerogeni e distruttori endocrini, come il Glifosate, il Chlorpyryphos, DIchloropropene e altre schifezze tossiche ed inutili.

Chi li ferma?

FACCIAMO UN ALTRO REFERENDUM CONTRO I PESTICIDI, dopo quello del 1990? O UN'AZIONE ALLA CORTE COSTITUZIONALE E DI GIUSTIZIA?

Giuseppe Altieri, agroecologo

Risultati immagini per Giuseppe Altieri

Glifosato: molto peggio di quanto potessimo immaginare.

Mentre i Tribunali condannano BAYER-MONSANTO a pagare i danni, secondo la Mayo Clinic, dopo quarant’anni d'uso dilagante dei glifosato, un Americano su tre, soffre attualmente di una patologia epatica. Alcune sono state diagnosticate anche in bambini di 8 anni.  Mentre i terreni muoiono e spariscono i lombrichi il cibo perde il suo valore nutrizionale. 


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venerdì 17 aprile 2026

La Natura aiuta se stessa...

 

Risultati immagini per il messaggio e le qualità psichiche delle piante bioregionalismo treia
Basterebbero circa 7 miliardi all’anno per sostenere la riconversione biologica di tutta l’agricoltura e la zootecnia italiana.
Mentre spendiamo oltre 100 miliardi all’anno di terapie per malattie degenerative collegabili in “Concausa aggravante a sinergia negativa moltiplicativa” ai numerosi residui chimici agricoli presenti negli alimenti e nelle acque potabili…
E almeno altri 10 miliardi all’anno a causa dei danni idrogeologici per alluvioni e dissesti, causati anche dall’uso di disseccanti “Agenti arancio”, concimi e pesticidi chimici che hanno distrutto l’humus dei terreni, i quali pertanto non trattengono più l’acqua a monte.
L’uso dei prodotti chimici di sintesi in agricoltura resta sempre e comunque pericoloso e i rischi derivanti dall’esposizione sussistono in ogni circostanza, per cui sempre e comunque prevale il diritto alla salute (Art 32 Cost.), all’ambiente salubre (Art. 9 Cost.) ed allo sfruttamento razionale dei suoli (Art. 44) e mai è possibile anteporre qualsiasi interesse economico, quando vi sia un danno arrecato all’interesse sociale (Art. 41, 42, 44 Cost.).
E dal momento che i più deboli rappresentano le principali vittime di patologie cronico degenerative, i Pesticidi che si accumulano nell’ambiente e nella catena alimentare violano anche l’Art. 3 della Costituzione, sul principio di uguaglianza e pari dignità.
Purtroppo, nonostante un referendum tenutosi nel 1992 sui residui di pesticidi, le norme di legge non prevedono il limite massimo ammesso della sommatoria dei diversi residui chimici di sintesi che si possono trovare negli alimenti, ma solo un limite per ogni singolo prodotto chimico.
Ciò espone i cittadini ad assorbire Cocktayls di residui chimici, la cui somma spesso supera di gran lunga quella dei limiti ammessi per ogni singola sostanza chimica pericolosa, i cui danni risultano molto più gravi per la “sinergia negativa di tipo moltiplicativo” scientificamente dimostrata, cui si somma l’interferenza endocrina anche a bassissime presenze.
Ciò ha indotto la comunità europea a definire, in leggi e Regolamenti i Pesticidi chimici impiegati in agricoltura “pericolosi per la salute”, chiedendone la sostituzione attraverso la coltivazione biologica a pagamento pubblico… per non continuare ad essere “avvelenati a norma di Legge”.
I dati statistici ARPA confermano che in un piatto misto mediamente ingeriamo da 8 a 13 residui chimici, ma talvolta si è arrivati a rilevarne oltre 30 …fino a 91!! (Lorenzin et al.)
Infine è assolutamente antiscientifica l’affermazione che le piante producono Pesticidi pericolosi come quelli chimici sintetici, a meno che non si tratti di OGM, organismi transgenici in cui sono stati inseriti pezzi del dna di batteri produttori di tossine, per fortuna in Italia vietati dalla coltivazione.
In realtà, la co-evoluzione di miliardi di anni dei vegetali con gli animali che se ne nutrono e con l’Uomo, molto ben selezionato ed adattato, ha fatto si che proprio le sostanze che le piante producono per difendersi dai parassiti siano preziosi antiossidanti e complessi enzimatici molto utili per la salute umana ed animale.

Prof. Giuseppe Altieri, Agroecologo
Risultati immagini per Giuseppe Altieri

P.S. Agroecologia, Unica via
Aempre la stessa storia… sono 50 anni che diciamo le stesse cose… e il sottoscritto è stato promotore del referendum contro i Pesticidi che ottenne un successo clamoroso 93,7% di voti contro i residui negli alimenti… ma poi arrivarono gli  ambientalisti … tutti belli seduti nei tavoli dove si vota a maggioranza e si decide il destino agricolo europeo , nazionale e regionale (Comitati di sorveglianza)… I pesticidi in Italia non dovrebbero essere più usati dal 2014, in quanto vige per tutti gli agricoltori l'obbligo di produzione integrata, basata sul principio "in primis non nuocere" … ovvero tutti gli agricoltori devono usare in forma obbligatoria e prioritaria le tecniche biologiche… e il pesticida deve essere autorizzato solo in casi eccezionali, una volta che le tecniche biologiche fossero risultate insufficienti, e mai a scopo preventivo ma solo in caso di superamento delle soglie economiche di danno da parte di malattie o insetti. (Vedi norme nazionali sulla produzione integrata).

Giuseppe Altieri

mercoledì 8 aprile 2026

"Parlare, pensare e vivere senza dire io" - Intervista di Lorenzo Merlo con Paolo D’Arpini


Treia - Chiacchierata a colazione


Lorenzo Merlo: Paolo, come sei definito dalle persone?

Paolo D’Arpini: Sderenato. Anzi mezzo sderenato, perché sono anche una persona abbastanza equilibrata e anche un po' impegnata.

Ma mezzo sderenato penso sia una tua definizione di te stesso, le persone, come ti definiscono?

Se potessero conoscere il significato del termine mezzo sderenato credo che lo userebbero volentieri perché mi rappresenta.

Ma non conoscendolo?

Non conoscendolo forse potranno dire che sono un tipo particolare molto strano, un po’ mezzo sciroccato in sostanza, anche perché il mio modo espressivo si manifesta in questa forma.

In occasione della tua presentazione a una mia pubblicazione, ho scritto di te: "Uno dei referenti della ricerca umanistica, per non dire spiritualistica italiana". In che termini ti calza? O non ti calza?

Ci sta perché nella ricerca spirituale non è importante ricoprire una carica autorevole anzi, è esattamente il contrario. Se noi andiamo a vedere la funzione che svolsero gli insegnanti, o santi, o maestri che furono, erano sempre sotto traccia. Poi dopo, successivamente magari, venivano portati in auge e descritti come chissà che, ma nel momento in cui vivevano la loro normale esistenza terrena, erano persone normalissime, probabilmente anche abbastanza emarginate. È un aspetto da tenere in considerazione.


C’è una sorta di piccola vanità – senza accezione negativa – nel ricordare questa similitudine?

Certo, senza accezione negativa. Perché effettivamente non ci si può vantare di essere un maestro. E se non c’ è il vanto, non c’è neanche l’esposizione di se stessi nel mondo; ne è una conseguenza. O perché si è magari incapaci di esprimere sentimenti, pensieri o, scusa la parola, insegnamenti. Non si può fare come se fosse un insegnamento cattedratico dove uno si erge a maestro. Il compito o la missione deve essere, o può essere fatto soltanto in una forma del tutto semplice e conviviale.

Quanto hai appena detto, ha dei legami con la tua educazione, la tua famiglia, la tua biografia diciamo giovanile?

Può darsi. Nel senso che devi sapere che la mia famiglia (dal lato paterno) era di origine ebraica. Durante il periodo fascista, per evitare i problemi che tutti possiamo immaginare, mio nonno decise di cambiare il cognome e di convertirsi al cristianesimo e così evitò di essere perseguito. In seguito a ciò, non è che la nostra famiglia fosse diventata cristiana, però era diventata laica. Nel senso che non seguiva più nessuna forma religiosa. Questo imprinting in qualche modo mi è rimasto, nonostante a quel tempo non è che fossi particolarmente consapevole di ciò che era avvenuto. In seguito ne venni a conoscenza e compresi il motivo per cui non c’erano particolari convenzioni religiose nella mia famiglia e ci si limitava nel perseguimento di un’etica umana. Tutto ciò è stato importante per me, perché non sono stato impregnato di una particolare religione. In seguito alla morte di mia madre fui invece mandato in collegio dai salesiani e lì cominciai ad apprendere anche qualcosa della religione cattolica. La novità mi prese però per breve tempo, nel senso che appena capii che il cattolicesimo non era altro che una sequela di dogmi e favole, capii che tutto sommato non faceva per me e quindi proseguii sulla strada della laicità. Nella prima parte della vita tutti i bambini vivono in una dimensione dove ciò che sognano si realizza, perciò se sognano di cavalcare nel cielo, prendono una scopa e la cosa si compie. E non possono che riferire di aver cavalcato nel cielo.


Quell’incanto quando si è interrotto per te? Ti ricordi il momento, o la circostanza o l’episodio che ha provocato l’infrazione?

L’interruzione avvenne per un fatto fortuito che improvvisamente mi rese consapevole della vacuità di ciò che appare. Avvenne tantissimi anni fa quando i miei si erano trasferiti a Trieste a causa di mio padre che lavorava nelle ferrovie. Ero un bambino piccolissimo, avrò avuto forse tre anni, o qualcosa di più. Una sera, voci sotto casa annunciavano lo spettacolo di un circo. La promessa dei miei genitori, che mi avrebbero portato a vedere lo spettacolo, accese – come sarebbe accaduto ad ogni bimbo – la mia eccitazione.
Mi ero piazzato sotto al tavolo e mi agitavo come fa un bambino che cerca di attirare la attenzione. Improvvisamente, alzandomi in piedi sbattei la testa e persi i sensi. O forse no, perché ricordo che ero perfettamente consapevole di ciò che stava accadendo. Tuttavia caddi a terra senza più riuscire a muovermi. Intanto però vedevo che i miei genitori mi prendevano, mi portavano a letto, cercavano di rianimarmi. Ero completamente cosciente e allo stesso tempo non compivo alcun gesto, alcun movimento.
Fu da quell’esperienza che mi resi conto, che ciò che consideriamo reale, non è la realtà come se fosse un oggetto, ma è soltanto uno stato interiore della consapevolezza. Quello stato permaneva nonostante l’apparente o effettivo svenimento. Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in mezzo al mondo con questa consapevolezza. Per la prima nella mia vita mi accorsi di non essere nel mondo pur essendo del mondo, almeno in qualche forma.


Lungo il tuo percorso ti sei avvicinato alla dimensione altra, alla dimensione che la cultura non ci passa, chiamiamola genericamente spirituale. Pur condividendo la tua critica al concetto di insegnamento, hai avuto un maestro?

Da un punto di vista formale intendi?

Volevo arrivare a chiederti, da cosa è scaturita la tua ricerca spirituale?

È scaturita soltanto da esperienze vissute, non da trasmissioni consapevoli, di conoscenza se così vogliamo chiamarla. A parte l’apprendimento attraverso libri in cui magari venivo a conoscenza di una certa forma di spiritualità “altra” basata sull’autoconsapevolezza e sulla ricerca di sé. Ma quello era un accrescimento se vogliamo intellettuale. Dal punto di vista invece spirituale vero e proprio, quella conoscenza non può essere trasmessa sul piano intellettuale. Può essere invece assorbita soltanto attraverso una trasmissione diretta, attraverso un riconoscimento diretto. Potremmo chiamarlo energetico, vibratorio o estetico. Ed è esattamente il tipo di rapporto che ebbi in primis con il mio maestro spirituale. Con il quale scambiai pochissime parole, ma tutto quanto passò attraverso una trasmissione energetica, diretta, immediata. Non c’era assolutamente bisogno di spiegazioni perché la consapevolezza avveniva da sé. Usare il termine telepatia è limitante. Avveniva perché c’era un’osmosi totale, una totale condivisione. E quindi quello che passava era semplicemente ciò che veniva risvegliato. Non poteva proprio essere definito un insegnamento.


Da allora, dalla giovinezza ad oggi, sono passati diversi decenni. Puoi puntualizzare i passaggi della tua evoluzione, della tua ricerca?

Corrispondono alle fasi della vita. Nei periodi in cui la giovinezza ci rende più baldi, più fieri e più dediti all’agire, le forme di esperienza si manifestavano anche in modi concreti come attraverso ad esempio dei viaggi. Intrapresi infatti un lungo viaggio in Africa con mezzi di fortuna, spesso a piedi. Tutta l’Africa nera mi insegnò il ritorno alla presenza nella natura, mi sentii vicinissimo agli animali. Incontrai anche animali che consideriamo pericolosi come leoni, elefanti, scimmie soprattutto. Sono una forma di riconoscimento della nostra origine che ci fa capire quanto siamo loro affini.

Il momento in cui sei inserito ora, sul quale sei concentrato, si chiama spiritualità laica, ecologia profonda e bioregionalismo?

In questa fase è come quando si va avanti con l’età. A un certo punto si fa una sintesi di tutto quello che si è vissuto e che si è appreso attraverso l’esperienza. In qualche modo si chiama elaborazione e rielaborazione, memoria, visione all’interno e proiezione. Accade anche in forma di dialogo, come stiamo facendo in questo momento.
Magari, come negli anni trascorsi, quando non ero così propenso a un dialogo di questo tipo, che in qualche modo comporta anche una concettualizzazione se vogliamo così chiamarla, avevo uno spirito più poetico, scrivevo poesie o raccontini. Adesso invece per poter condividere non disdegno l’uso anche di terminologie che forse potrebbero essere definite intellettualismi, perché comunque è un modo per precisare il significato.
Mi viene in mente un amico, Massimo Angelini. Un giornalista anche lui, che ha scritto (e che abbiamo presentato qui a Treia) un libro dal titolo Ecologia della parola. In cui, attraverso il percorso etimologico, si scoprono i cambiamenti dei significati. Si da un valore alla parola attraverso la sua vera accezione. È uno studio sui significati reali che le parole hanno assunto nel tempo, senza mai trascurare l’accezione originale. Quindi, quando si parla di spiritualità laica – un tema sul quale scrivo da diversi anni per la rivista NonCredo – Il primato laico del dubbio, tengo presente che il primo punto della spiritualità laica è quello di non identificarsi con qualsiasi credo, con qualsiasi fede religiosa, perché la spiritualità laica non è soltanto una forma di laicità o di laicismo, è la spiritualità naturale dell’uomo. Quella che in forma di ecologia profonda possiamo definire l’intelligenza-coscienza, che ci consente di poter testimoniare la vita.
Tuttavia, nella spiritualità laica c’è una predilezione della relazione con la natura o addirittura un annullamento della relazione con la natura, a causa di un’identificazione di noi stessi come parte della natura.


Questo non è in qualche modo legato al paganesimo o all’animismo e perciò con un contenuto di fede?

Ci sono delle affinità. La differenza sostanziale è che nel paganesimo si faceva riferimento ad enti, ad entità reali rappresentative della natura. Quindi Genius Loci o, Spiritus Loci. Mentre invece nella spiritualità laica si tiene conto della valenza di tutti gli elementi viventi, o anche non viventi che però rappresentano una sostanzialità nella natura, ma non come forme di dignità altre, sono solo espressioni diverse della totale manifestazione naturalistica. Allora potremmo definire l’ecologia profonda una forma di naturalismo, ma nell’accezione in cui tutto è, non nell’accezione di una parcellizzazione delle forme.
Questa differenza delle forme è chiaro che esiste come esiste la differenza tra tutti gli esseri umani o fra tutto ciò che è vivente. Non c’è una foglia dello stesso albero che sia uguale all’altra. Non c’è un granello di sabbia su migliaia e migliaia di granelli che sia uguale all’altro. Ciò non toglie che tutti rappresentino la medesima sostanza, origine, madre. Questo è importante.
Per cui la spiritualità laica, è laica perfino nei confronti della spiritualità laica.

Proviamo a descrivere la natura o l’identità del Bioregionalismo e dell’Ecologia profonda.

Inizialmente il bioregionalismo aveva un carattere prevalentemente geografico. Adottava gli habitat naturali per suddividere le regioni della natura. Dava all’area considerata il titolo di entità organica. In quanto i suoi differenti abitatori, minerali, vegetali e animali si erano aggregati a mo’ di organismo unico.
Peter Berg è stato colui che s’è inventato la parola. Di lui ricordiamo Alza la posta. Saggi storici sul bioregionalismo. La sua scia è stata seguita da altri, tra cui Gary Snyder con La pratica del selvatico. Buono, selvatico, sacro e altri titoli.
Nel frattempo – la questione era iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, negli Stati Uniti, connessa alla Cultura Beat – il bioregionalismo ha evoluto il suo contenuto andando praticamente a condividere il principio base dell’Ecologia Profonda, ovvero che c’è una sola vita, che tutto è sua espressione.
Ma il tuo stesso libro Sul fondo del Barile - Crisi sociale e recupero del sé o quello di Guido della Casa, Ecologia Profonda, sebbene, appunto, in chiave di ecologia profonda fanno riferimento alle espressioni della natura come differenze formali, tutte interdipendenti, di una sola vita. Come è per i vari organi di un organismo vivente. Solo successivamente interviene la descrizione degli organi specifici, ma sempre tenendo presente che esso, come tutti gli altri sono terminali della stessa natura. Una montagna, un fiume, un deserto, una pianura, cioè ogni cosa, ha la sua specificità, in cui la vita si manifesta in un certo modo, con forme differenti e con aggregazioni funzionali. Un’eventuale pan-ingegneria sarebbe disastrosa.

Siamo espressioni di un grande corpo dunque?

Questo grande corpo non è soltanto la terra. Di solito nell’ecologia profonda ci occupiamo del pianeta Terra, Gaia, come una forma vivente in se stessa no? Allo stesso tempo l’ecologia profonda compie un passo verso quello che potremmo definire anche panteismo, secondo la visione di Giordano Bruno, dove tutto quanto ciò che è Uno si manifesta in ciò che è in tutte le forme.


Rispetto a questi tre temi Spiritualità Laica, Ecologia Profonda e Bioregionalismo, e coniugando la tua ricerca e contemporaneamente la conduzione di un blog e di diversi siti dedicati a questi argomenti, pensi di avere il polso della diffusione di questi concetti e della cultura che implicano? Oppure, qual è la maggiore difficoltà o il più frequente equivoco in cui le persone rischiano di incappare nei confronti di questi temi che interessano lo Spirito e il Tutto? Il Tutto in che cosa viene colto, in che cosa viene equivocato?


L’equivoco si manifesta a tutti i livelli, ad esempio nell’ambito bioregionale, ricordo che tanti anni fa partimmo con La Rete Bioregionale Italiana (ufficialmente nata ad Acquapendente nella primavera del 1996) e con l’idea di diffondere il bioregionalismo. Se ne appropriò la Lega Nord per definire le bioregioni come ambiti etnici, dove la vita delle persone era praticamente condizionata dalla cultura locale e quindi dall’etnia che viveva in quel luogo. Questo è stato un fraintendimento, perché tutti noi bioregionalisti ci riconosciamo nel luogo in cui siamo nati o viviamo.
Quindi bioregionalista può essere anche una persona che non è nata nel luogo, ma che vivendolo lo riconosce come un’espressione di sé. A quel punto si integra completamente nel luogo. Ma non solo nel luogo, anche nella comunità con cui vive. E non solo quella umana, ma di tutti gli esseri viventi che vi partecipano. Per questo chiunque può essere bioregionalista in qualsiasi luogo, perché è soltanto un’apertura verso la presenza nel luogo. Questo è stato il primo fraintendimento.
Il secondo fraintendimento riguarda l’ecologia profonda. Come dicevi prima si fa quasi menzione a una sorta di New-age, dove tutto quanto è legato alla natura e i riti Wicca e questo e quell’altro.
Anche noi bioregionalisti organizziamo le celebrazioni dei vari equinozi e solstizi… ci sono determinati momenti dell’anno che vanno riconosciuti come importanti. Però non gli diamo un’importanza assoluta in quanto riconoscimento di una qualche divinità naturalistica. È soltanto un percorso da celebrare per essere felici di poter vivere nel momento in cui siamo. Un modo per riconoscere che altri, più belli o più brutti, hanno un loro significato e valore.
La maggior parte della gente, soprattutto quelli che fanno riti un po', diciamo così, pagani, magari preferisce festeggiare il solstizio d’estate, ricordare i Celti, Stone Ange e tutte le cose di quel genere, per contemplare la bellezza del sole nella sua pienezza. Ma altrettanto importante, chiaramente, è il solstizio invernale perché dopo la vita che si è richiusa ad approfondire le radici, risorge e pian piano ritorna ad esprimersi. Oppure l’equinozio di primavera, dove la vita ci riporta ad una bellezza. O quello d’autunno, come in questa occasione, dove condividiamo la consapevolezza che questa bellezza ha un grande valore.
Se in primavera di questo valore non ce ne rendiamo conto perché tutto quanto fiorisce, in autunno le cose che cominciano pian piano a scemare, hanno un significato più forte. Non a caso si dice che proprio l’autunno è il momento per la raccolta dei frutti migliori dell’uomo, per l’uomo. Come ad esempio la vite e l’ulivo. L’ulivo è simbolo di vita in assoluto, non soltanto in termini cristiani. La vite perché è quello spirito, il senso dello spirito e non a caso anche nella religione cristiana viene utilizzato il vino per la comunione.

Il mio pensiero è che il messaggio di Cristo abbia un grande valore, che i contenuti del cristianesimo abbiano un grande valore, mi riferisco per esempio non solo all’amore ma al perdono, soprattutto rispetto a quanto succede in altre religioni, dove il perdono è sostituito dalla legge del taglione. Il vero messaggio cristico più che cristiano, nella vulgata è andato perduto e sono rimasti quelli i dogmi, gli schemi, le gerarchie. Sei d’accordo con questa lettura? Sei d’accordo con il fatto che il cristianesimo abbia un grande annuncio da fare e l’ha fatto a suo tempo, del tutto frainteso, del tutto dimenticato?

Certamente sono d’accordo per quanto riguarda l’insegnamento del Cristo di cui noi abbiamo ricevuto soltanto briciole e anche travisate e manipolate. Sarebbe bella una ricerca, soprattutto per quanto riguarda dei messaggi più genuini di quelli che sono chiamati i Vangeli Apocrifi e anche dei famosi Rotoli di Qumran, dove c’è l’insegnamento esseno che corrisponde a quello cristico ma a lui antecedente. Comunque possiamo riscontrare che questa filosofia, continuiamo a chiamarla cristica, è sicuramente un messaggio innovativo all’interno di tutta una serie di impostazioni religiose che in quel periodo erano dominanti nel Medio Oriente mediterraneo.
Il senso del perdono che non è come viene inteso, un calcolo per sottrarci alle nostre responsabilità, come molti fanno nei confronti della confessione. Come stavo leggendo in un testo scritto da Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani – Ventuno giorni per rinascere – Mondadori, dove il perdono è un reggente della guarigione se autentico amore.
Poi c’è il perdono razionale che calcola, che si considera valido per cancellare dalla nostra mente la tendenza alla recriminazione. E poi c’è quello emozionale, che è invece rivolto ad un perdono verso se stessi e quindi alla cancellazione anche del senso dell’offesa, perché si rivede nella trasposizione della posizione come: “è successo” e basta. E quindi non c’è neanche più bisogno del perdono.

Il perdono perciò corrisponde o è sovrapponibile a quello che la tradizione orientale ci tramanda come accettazione?

Io direi che è molto simile al concetto della compassione buddista. In quel caso la compassione equivale al perdono.

Quindi il perdono, la compassione, hanno un valore terapeutico nei confronti dell’individuo che riesce ad arrivare a quel livello per non ritenersi più offeso nell’orgoglio?

Certo non solo quello, ma è anche la porta di ingresso per poter accedere all’autoconoscenza. Perché poi essendo in grado di poterci identificare nell’altro attraverso il perdono, automaticamente siamo anche più propensi ad accettare noi stessi per quel che siamo e quindi siamo in grado di poterci vedere sempre più in profondità, fino a superare quel velo dell’illusione che ci fa identificare con un nome e una forma. Quel vedersi sempre più in profondità è ulteriormente terapeutico. Beh a quel punto direi che la terapia scompare. Fino ad un certo punto ci può essere, fino alla psicologia transpersonale noi possiamo intuire che c’è un percorso attraverso l’approfondimento, ma poi c’è una fase successiva che non può essere più razionalmente analizzata e quindi non ci può essere più neanche una terapia. Se vogliamo intraprendere un percorso in cui piano piano ci liberiamo della zavorra e dalle sovrastrutture è comunque corretto interpretarlo come perdono-terapia. Le vie spirituali, se sono sincere ed oneste tutto sommato danno questo indirizzo. Nel Taoismo, c’è l’abbandono. Pian piano impariamo a rilasciare ciò che ci aveva fatto assumere una posizione, che ci faceva considerare particolarmente benedetti, fino al punto di pensare di essere in grado di poter decidere, per la natura, per la vita, per gli altri esseri senzienti. Quindi fino a farci credere nel nostro egoismo.

P.S. Questa conversazione è  stata poi inserita, assieme a molte altre domande e risposte, nel libro:  
Vivere, parlare, pensare. Senza dire io. Interviste a uomini come noi