giovedì 3 gennaio 2013

Kali Yuga... finirà mai? - Ere, eoni, calcoli e opinioni sull'età della Terra



Facciamo una premessa: cosa intendiamo per Kalì Yuga? 

A mio avviso deve intendersi un “distacco” totale (o pressapoco) di ogni condizione
spirituale realizzabile sulla terra. Mi spiego: il cosmo così come noi
lo conosciamo e possiamo osservarlo e studiarlo è, in realtà, una
similitudine di una dimensione trascendente, diciamo divina, con la
quale è in sintonia. L’uomo, al centro del nostro universo, l’unico
essere avente in sé quella “scintilla divina”, ha la sorprendente
facoltà di poter entrare in “contatto” con questa realtà trascendente,
da qui le iniziazioni, le tante discipline esoteriche, i riti, in un
certo senso lo stesso Yoga che considera nell’individuo anche alcune
“sottili” realtà che la scienza profana non può o non sa vedere.  Da
qui i miti, le vie verso l’immortalità, l’ascetismo, ecc. ecc.

Ora si da il caso che la “legge dei cicli cosmici”, che ritroviamo non
a caso in tutte le tradizioni ancestrali, afferma che l’uomo va
incontro alla “caduta”, caduta che un pò tutte le religioni descrivono
con i miti e la loro fantasia propria alla storia e alla cultura a cui
si riferiscono. Detto in altre parole, è come se il nostro Cosmo,
regolato da leggi fisiche e biologiche, perde sempre più quei sottili
fili che lo allacciano alla realtà spirituale che lo trascende e di
cui è una “manifestazione”.


Questa caduta, per chi legge il Tolkien, nel “Signore degli anelli” la
si percepisce benissimo quando nei primi due libri viene descritta la
realtà e la vita delle varie creature che abitano la “terra di mezzo”
(nome scelto non a caso), dove gli esseri che vi vivono e tutta la
natura è pervasa e accompagnata anche da un “qualcosa” di magico. Dopo
la distruzione dell’anello, invece, come nel racconto, nel terzo
volume “Il ritorno del Re”), vediamo che il Tolkien descrive al realtà
e la vita in una terra profondamente cambiata, hanno vinto le forze
del bene, ma ogni “realtà magica” è scomparsa, dove gli esseri
spiritualmente prima presenti (gli Elfi), si sono ritirati e la “terra
di mezzo”, oramai non più “terra di mezzo”, è totalmente “umanizzata”
e quindi regolata unicamente dalle condizioni e leggi fisiche e
biologiche.


Ecco, questo è il Kalì Yuga, l’uomo che ha perso ogni contatto con una
realtà trascendente. Ovviamente le conseguenze, anche sul piano
“umano”, non possono che essere devastanti, perchè la natura umana,
così sganciata da ogni rapporto con il divino, da ogni aggancio
spirituale, non può che discendere sempre più negli “inferi”, ovvero
manifestare in pieno le sue attitudini bestiali, materiali e
quant’altro.

Fatta questa premessa, un po' confusa, scusatemi, è indubbio che oggi,
anzi non da oggi, ma da almeno un tremila anni, ci troviamo in questa
situazione, ovvero in pieno Kalì Yuga, dove ultimamente anche le
religioni “partecipative” hanno perduto la loro minimale facoltà di
far, almeno “partecipare”, attraverso i loro precetti e i loro riti,
gli uomini ad una condizione di vita che trascenda gli aspetti
materiali. Dove da una vita “religiosamente intesa” (non mi riferisco
a nessuna religione in particolare), si passa a 24 ore di vita spese
unicamente al soddisfacimento delle proprie pulsioni e necessità
fisiche (ateismo manifesto, materialità della vita).


Dove non ci sono più “maestri”, ergo non ci sono più Iniziazioni, e la
sapienza antica per potersi perpetuare (perchè altrimenti non sarebbe
percepita) ha dovuto essere razionalizzata e intellettualizzata con
tutti i rischi che ciò comporta. Compresi quelli che certe
“discipline”, sono ridotte a mero fatto fisico sportivo e altre sono
finite nella più insulsa e ridicola superstizione o peggio.
Insomma, nel Kalì Yuga, l’uomo è lasciato a se stesso e alle leggi che
lo regolano e presiedono. Nulla di strano che, la sua natura, così
abbrutita, possa portarlo ad autodistruggersi, lui e l’ambiente in cui
vive.

Ora, come già accennai, se cerchiamo di quantificare e di individuare
inizio e fine di ogni “era”, “età dell’oro”, Kalì yuga, ecc. ci
troviamo di fronte a problemi insormontabili, pechè noi siamo propensi
a riferirci al tempo lineare, descrivendone la storia di Gea e degli
uomini, mentre il tutto invece risponde al “tempo ciclico”, e tra
tempo lineare e tempo ciclico, non si sa quale sia la corrispondenza.
Nei miti antichi, riflesso di un sapere o comunque di un archetipo
cosmico, una delle più ricorrenti rappresentazioni della “caduta”
viene indicata e quantificata in questo modo:


Partiamo intanto che tutta la “Manifestazione” è indicata come un
“Kalpa”, ovvero un ciclo completo della manifestazione.
Questo Kalpa è a sua volta composto, da 14 “Manvantara”, tra loro
conchiusi come le palline di un rosario.


A sua volta, ogni Manvatara si sviluppa in 4 “Ere”, ovvero: età
dell’Oro (krita Yuga), dell’Argento (Treta Yuga), del bronzo (Dvpara
Yuga) e del ferro (Kalì Yuga),  che ne rappresentano la “caduta”
dell’uomo dalla dimensione divina originaria.


Al termine dell’età del ferro o Kalì yuga, si ha l’inversione del
Ciclo, e si ricomincia con una restaurazione dell’età dell’Oro.
L’inversione dovrebbe  sempre essere traumatica, catastrofica e la
nuova umanità perde totalmente, tranne che nei miti, il ricordo degli
“stati” e della storia precedente.

Detto questo, descritta la Manifestazione con il suo Kalpa, i 14
Manvantare che compongono un Kalpa, le 4 Età che compongono ogni
singolo Manvantara, possiamo anche dire che molte tradizioni indicano
che noi dovremmo essere alla fine del settimo Manvantara.
Molti si sono datti alla quantificazione di queste Ere, se non
addirittura di tutto il ciclo cosmico (Kalpa), ma come detto è questo
un conto che lascia il tempo che trova perché siamo alle prese con due
diverse percezioni del Tempo.


In ogni caso una delle “quantificazioni” più razionali è quella che
considera un Kalpa con una durata totale di 910 mila anni.
La durata di ogni singolo Manvatara (in tutto 14) è invece di 64.800
anni (essendo noi oggi alla fine del settimo Manvantara, ne consegue
che questo ciclo cosmico, il Kalpà, sarebbe iniziato 453 mila anni
addietro).


Ora questi 68.400 anni che compongono un Manvatara si distribuiscono
poi nelle loro 4 Ere, con questa proporzione: 4 + 3 + 2 +1.
Vale a dire che l’Età dell’Oro durerebbe 25.920 anni; quella
dell’Argento 19.440 anni; quella del bronzo 12.960 anni; ed infine il
Kalì yuga 6.480 anni.


Ne consegue che questo Kalì Yuga sarebbe iniziato nel 4.450 A.C. e
dovrebbe terminare nel 2030 dopo Cristo (praticamente ci siamo quasi).

Ora, esposto tutto ciò e che comunque altre tradizioni riportano in
modi difformi, ma tutto sommato similari, io sono un pò scettico in
questo determinismo, in queste quantificazioni in tempo lineare, di
una realtà trascendente soggetta al tempo ciclico ed inoltre sono
anche scettico nella interpretazione razionale di quelle che sono
certe discipline esoteriche il cui “sapere” potrebbe riferirsi a
qualcosa di diverso.


Maurizio Barozzi

mercoledì 2 gennaio 2013

L'insostenibile pesantezza dello sviluppo sostenibile



Gli anni sessanta del Novecento sono stati anni di grandi rivoluzioni:
i paesi liberatisi dal colonialismo si sono messi in testa di
rivendicare prezzi più equi per le loro risorse naturali --- rame,
gomma, cobalto, fibre tessili, uranio, petrolio --- che fino allora
erano stati sfruttati dai loro colonizzatori; in tanti nel mondo
avevano imparato a osservare la Terra, fotografata dai satelliti
artificiali, e quella sfera nello spazio era apparsa come l'unica casa
per gli esseri umani, grande ma limitata nei suoi continenti e nelle
sue ricchezze; alcuni economisti avevano ironizzato sul significato
del PIL mostrando che questo indicatore ufficiale della ricchezza e
del benessere non è capace di tenere conto dei costi e dei dolori
provocati da sempre più frequenti inquinamenti o alluvioni; alcuni
sociologi avevano mostrato tutti i limiti della società dei consumi;
alcuni biologi aveva denunciato che la popolazione terrestre stava
crescendo troppo rapidamente rispetto alla disponibilità di cibo, di
spazio, di acqua. La terribile parola, "limite", aveva fatto la sua
comparsa nel vocabolario, con grande spavento per gli economisti
ufficiali, per capitalisti, imprenditori e uomini politici.

Si poteva capire che gli esponenti di una gioventù ribelle nei campus
universitari cavalcassero questa insoddisfazione, che gli operai nelle
fabbriche fossero insoddisfatti delle condizioni e dei pericoli del
lavoro. Ma che un club proprio di intellettuali borghesi e di
imprenditori e governanti si fosse messo in testa di ordinare un libro
che, nel 1972, spiegava che sarebbe stato necessario porre dei "Limiti
alla crescita" della popolazione, delle merci e della produzione ---
questo passava tutti i segni.

Tanto più che la velenosa idea fece una qualche presa nel mondo; anche
nei paesi industriali, nel mondo politico, non solo nei giovani
ribelli. Qualche governante considerò con attenzione la analisi dei
"Limiti alla crescita", circolò il termine austerità, in Italia
rapidamente soffocato; perfino i dirigenti sovietici parlarono di "uso
parsimonioso delle risorse", per non parlare del mondo cattolico in
cui circolavano inviti a minori sprechi.

Bisognava provvedere, e i rappresentanti del potere economico crearono
una Commissione che elaborò un rapporto, tradotto in italiano col
titolo: "Il futuro di noi tutti", che ha lanciato su larga scala la
moda della sostenibilità, definendo "ufficialmente" sostenibile lo
sviluppo che consente alla nostra generazione di usare le risorse del
pianeta lasciando, alle generazioni future, un patrimonio di risorse
che assicuri anche a loro un uguale sviluppo. Per vostra tranquillità
ve lo trascrivo nell'originale inglese: "development that meets the
needs of the present without compromising the ability of future
generations to meet their own needs".
Ci sono senza dubbio problemi ambientali, di inquinamento, di
impoverimento delle riserve naturali, ma la società capitalistica è
capace di assicurare lo stesso lo sviluppo economico, pur con alcune
correzioni, uno sviluppo duraturo, sostenibile, appunto.

Purtroppo c'è una insanabile contraddizione in termini in tale
definizione: se usiamo oggi una parte delle risorse terrestri non
rinnovabili, questa parte non sarà più disponibile per le generazioni
future, per coloro che nasceranno fra venti o quarant'anni. Una
espressione popolare americana spiega che non si può mangiare la torta
e averla ancora. "Can't eat a pie and have it".

Inoltre c'è confusione fra sviluppo e crescita dei beni materiali,
quelli appunto che si possono ottenere soltanto usando e modificando
le risorse fisiche della natura. Lo "sviluppo" consiste nel diritto di
avere una vita dignitosa, per le donne e per gli uomini, di disporre
di abitazioni, di cibo e di acqua decenti, di avere accesso
all'informazione, alla conoscenza, al lavoro e di godere il diritto
della libertà.

Nella definizione "ufficiale" di sviluppo sostenibile si fa
riferimento alla crescita dell'uso delle risorse naturali che sono, lo
spiega bene l'ecologia, limitate fisicamente. Se si traggono petrolio
o gas naturale dai pozzi, carbone dalle miniere, inevitabilmente se ne
lascia di meno alle generazioni future; se si aumenta la produzione di
cereali o di soia si lascia, inevitabilmente, un terreno impoverito di
sostanze nutritive e esposto all'erosione; se si usano i fiumi come
ricettacolo dei rifiuti e delle scorie delle attività umane non si può
sperare e pretendere di avere acqua potabile a valle.

La nostra società di mercato stabilisce che è bene, anzi obbligatorio,
fare aumentare il prodotto interno lordo, cioè la quantità di denaro
che ogni anno circola attraverso una economia. Ma tale indicatore
aumenta soltanto se aumenta la produzione e l'uso e il consumo di
automobili, di cereali, di benzina, di cemento, di scarpe, di telefoni
e computer, di elettricità, carta, eccetera, tutte cose che possono
essere ottenute soltanto estraendo dalle miniere o dai campi o dalle
foreste risorse naturali che non saranno più disponibili alle
generazioni future; tutte cose che inevitabilmente generano scorie che
peggiorano la qualità delle risorse naturali (acqua, aria, suolo,
mare) che lasciamo alle generazioni future.

Per farla breve le attuali regole economiche fanno sì che l'attuale
società --- italiana, europea, mondiale --- sia intrinsecamente
insostenibile. Ci stiamo prendendo in giro, con le grandi attestazioni
di amore per lo sviluppo sostenibile, per la sostenibilità, in un
mondo in cui le regole di base dei rapporti umani e economici sono
insostenibili. E la situazione è tanto più grave in quanto le stesse
regole economiche sono state assimilate dai paesi ex-socialisti e
vengono puntigliosamente esportate nei paesi emergenti come Cina,
India, Brasile e anche in quelli poveri del mondo.

Eppure la speranza di poster continuare sulla gloriosa strada della
crescita merceologica, si è diffusa non solo nella borghesia
imprenditoriale, ma anche nel mondo ambientalista, quello da cui era
nata la grande contestazione degli anni sessanta. E così ci sono stati
volonterosi sforzi per attuare un ambientalismo scientifico, per
proporre soluzioni tecnico-scientifiche coerenti col disegno di
sviluppo sostenibile pur nella doverosa possibilità di produrre e
consumare e disporre di più beni materiali.

Se le abitazioni sono strutture che divorano energia e cemento e acqua
è possibile immaginare nuovi materiali da costruzione, tecniche di
isolamento termico, l'inserimento di pannelli solari sui tetti,
pensare e proporre città e case sostenibili.

E' vero che i consumi di energia sotto forma di prodotti petroliferi,
di carbone e gas naturale immettono nell'atmosfera crescenti quantità
di gas, come l'anidride carbonica, che modificano la composizione
chimica dell'atmosfera e provocano mutamenti climatici disastrosi; è
vero che sarebbe ragionevole diminuire le emissioni dei gas serra,
consumando di meno energia, ma di energia c'è bisogno ed ecco le
proposte sostenibili di filtrare i gas dai camini delle fabbriche e
delle centrali, di immettere tali gas nel sottosuolo, di sostituire le
fonti fossili con quelle rinnovabili, ed ecco un proliferare di pale
eoliche, di pannelli fotovoltaici, di centrali alimentate con la
biomassa, magari con oli importati dai paesi tropicali, tutto grazie a
provvidenziali finanziamenti pubblici, ed ecco nuove proficue fonti di
affari e di crescita finanziaria, pur di far correre automobili
sostenibili in congestionate città sostenibili, con grattacieli
sostenibili sempre più svettanti nel cielo.

E' vero che molte merci inquinano durante la produzione e durante il
"consumo", è vero che, a conti fatti, non si consuma niente, che le
attività umane non fanno altro che trasformare le merci in rifiuti
gassosi, liquidi e solidi --- quattro chili di rifiuti per ogni chilo
di merce prodotta e usata --- ma anche qui le soluzioni sostenibili
non mancano. E' possibile trarre elettricità e affari dal trattamento
e dal riciclo dei rifiuti, è possibile utilizzare materie alternative
biodegradabili tratte dalla biomassa vegetale in alternativa a quelle
derivate dal petrolio.

Anche se, col procedere verso improbabili soluzioni sostenibili si è
poi visto che si usciva da una trappola per cascare in un'altra; la
produzione su larga scala di carburanti sostenibili, alternativi alla
benzina, dal mais o dallo zucchero sconvolgeva l'agricoltura dei paesi
poveri; l'uso di grassi vegetali per la produzione di carburanti
diesel provocava la distruzione delle foreste tropicali per fare
spazio a piantagioni di palma. Al punto da riconoscere che si toglieva
il cibo di bocca ai paesi poveri per far correre i SUV dei parsi
industriali.

Pochi numeri aiutano a mostrare la insostenibilità della
sostenibilità. La produzione primaria netta --- cioè il peso (secco)
di materiali vegetali formati attraverso la fotosintesi (detratte le
perdite per la respirazione vegetale) --- è, sulle terre emerse, di
circa 100 miliardi di tonnellate all'anno.

Di questa ricchezza in gran parte rinnovabile, rigenerata ogni anno
dai cicli della natura, per l'alimentazione umana e degli animali da
allevamento e come legno e altre materie vengono prelevati circa 6
miliardi di tonnellate all'anno. Il peso del carbone, del petrolio e
del gas naturale portati via ogni anno dalle viscere della Terra
ammonta a circa 12 miliardi di tonnellate, a cui vanno aggiunti circa
30 miliardi di tonnellate all'anno di minerali, materiali da
costruzione, tutti non rinnovabili. La trasformazione di tutti i
materiali, tratti dalla natura, da parte dei sette miliardi di esseri
umani esistenti nel 2012, e che aumentano in ragione di circa 70
milioni di persone all'anno, genera ogni anno circa 35 miliardi di
tonnellate di gas anidride carbonica, oltre a miliardi di tonnellate
di altri gas che finiscono nell'atmosfera alterandone la composizione
chimica e accelerando i mutamenti climatici; e genera miliardi di
tonnellate di sostanze organiche e inorganiche che finiscono nelle
acque prelevate dai corpi naturali e restituite inquinate alla natura
in ragione, nel mondo, di circa 4000 miliardi di tonnellate all'anno;
e genera scorie e residui solidi che finiscono sul suolo. Una parte
infine, soprattutto di minerali e metalli e rocce, resta immobilizzata
nella tecnosfera --- nell'universo delle cose fabbricate, edifici,
macchinari, oggetti a vita media e lunga --- che si dilata
continuamente e irreversibilmente.

In un piccolo paese come l'Italia la sola massa dei rifiuti solidi
ammonta a 0,2 miliardi di tonnellate all'anno, quella dei gas di
rifiuto ammonta a oltre mezzo miliardo di tonnellate all'anno, la
massa di acqua che entra nelle fabbriche, nelle case e nei campi e ne
esce contaminata da rifiuti e agenti vari ammonta a circa 60 miliardi
di tonnellate all'anno.

Volenti o nolenti, comunque di cose materiali gli esseri umani hanno
bisogno, in quantità crescente anche per l'inarrestabile aumento della
popolazione mondiale. Tutto quello che si può fare per attenuare la
insostenibilità dovuta all'impoverimento e al peggioramento della
qualità ecologica delle risorse naturali, è cominciare a chiedersi:
chi ha bisogno di che cosa ?

Davanti a circa 2000 milioni di abitanti della Terra che sono sazi di
beni e di merci, talvolta obesi di sprechi, ci sono sulla Terra circa
3000 milioni di persone che, nei paesi di nuova industrializzazione,
stanno correndo a tutta velocità nell'aumento insostenibile della
produzione e del consumo di energia, di metalli, di cemento, di
automobili, di apparecchiature elettroniche, e poi ci sono altri 2000
milioni di persone povere e metà di queste non dispongono di una
quantità sufficiente di cibo, di acqua di buona qualità, sono povere
di libertà e dignità, beni che richiedono anch'essi beni materiali,
perché non si può essere liberi e non si può vivere una vita dignitosa
se mancano abitazioni decenti, letti di ospedale, banchi di scuola.
Una mancanza che è giusta fonte di rivendicazioni, di violenza, di
pressioni migratorie verso paesi opulenti che non vogliono spartire la
loro opulenza. Una mancanza che può essere sanata soltanto con la
terribile e improponibile proposta di imporre ai ricchi di consumare
di meno per lasciare ai poveri una maggiore frazione di beni materiali
che gli consenta di avere una vita minimamente decente. Qualche
considerazione sul produrre che cosa per chi in:
http://www.scribd.com/doc/93089744/unsustainibility.

Resta la domanda: quanto a lungo può durare una società insostenibile
? Da quando gli esseri umani hanno abbandonato la loro condizione di
animali cacciatori e raccoglitori, in relativo equilibrio con i cicli
rinnovabili e sostenibili delle risorse naturali, è cominciato un
inarrestabile cammino verso l'aumento della popolazione, l'aumento dei
desideri di questi nuovi animali speciali, gli umani, e, di
conseguenza, il crescente impoverimento delle riserve di "beni"
naturali e il peggioramento delle condizioni, della qualità, dei corpi
naturali. L'insostenibilità è la punizione di cui parla la Bibbia per
coloro che hanno osato mangiare il frutto della conoscenza.

E' del tutto vano chiacchierare su quanto a lungo potrà durare la
storia dell'uomo sulla Terra, su quanto potranno durare le riserve di
petrolio o di minerali, su quanti gradi aumenterà la temperatura del
pianeta o su quanti metri si solleveranno gli oceani, sul massimo
numero di esseri umani che la Terra può sopportare. Nove miliardi di
persone a metà del XXI secolo ? dieci o undici alla fine del XXI
secolo ? Come vivranno e dove saranno questi in futuro ? Finirà un
giorno l'avventura degli esseri umani su questo pianeta ? Domande
futili perché anche dopo la scomparsa degli esseri umani, dei nostri
arroganti grattacieli e delle nostre fabbriche e centrali, e anche
quando le scorie radioattive che lasciamo alle generazioni future si
saranno stancate di liberare radioattività, continuerà la vita, quella
si, sostenibile, a differenza delle cose umane, fino a quando il Sole
anche lui, non si sarà stancato di gettare calore nello spazio. Per
ora, nel brevissimo (rispetto ai tempi della natura) spazio di una o
dieci o cento generazione, accontentiamoci di ammirare il mondo che ci
circonda e, se possibile di rispettarne le meraviglie.


Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

martedì 1 gennaio 2013

2013 Spilamberto: La notte senza tempo is over! Anche quest’anno l’abbiamo sfangata (nel senso che c’era poco fango lungo il percorso)



Resoconto di Caterina Regazzi:
Scrivo a penna, la mattina del 1 gennaio 2013, dvanti alla porta finestra del soggiorno; il sole fuori splende (anche se le previsioni di Aldo annunciano una perturbazione in arrivo), Paolo è al computer in camera che prepara il Giornaletto del 2 gennaio (cioè oggi per chi legge oggi), Viola dorme tranquilla (almeno si spera), nel suo lettuccio a castello, insomma è un buon inizio di anno.

La sera del 31 dicembre 2012 abbiamo rinnovato l’esperimento della Notte senza Tempo. E’ una tradizione di vecchia data per Paolo da Calcata ed ormai triennale per me e mi fa piacere lasciare una traccia, un piccolo resoconto.
Fino all’ultimo, come sempre, non si sapeva chi ci sarebbe stato e chi no. Chi, invitato, all’ultimo non sarebbe potuto venire; chi, neanche conosciuto oppure neanche mai incontrato, telefonava “prenotando” un posto per sé, chi telefonava pensando che Paolo fosse ancora a Calcata: “Sono Domenico, frequento Calcata e vorrei partecipare alla Notte senza Tempo….”.
Nel tardo pomeriggio ho preparato la tavola, una bella insalata e tagliato a pezzetti le buone focacce di Rosalba, che così, anche se assente, era un po’ con noi. 
Poi sono arrivati: Aldo da Savignano, con uova e marmellate di sua produzione (accompagnato da Maria che però non si è potuta trattenere a causa di un altro impegno di solidarietà); Regina da Vignola, con un misto di verdure cotte e crude e con le vesti spumeggianti ma con abiti e stivali di ricambio per la passeggiata; Dario, con pane fatto da lui con pasta madre e cotto al forno a legna, proveniente da Prignano sulla Secchia; Roberto di Budrio, nella bassa bolognese, amico del canapofilo Fuzzi, con una pentola di riso vegano integrale con verdure; per ultima, trafelata per i vari e numerosi brindisini che l’avevano tenuta occupata sino all’ultimo, Rosa da Modena con un intingolo di tofu e mele, dolci vari e prosecco.
Nell’attesa di Rosa c’eravamo seduti in salotto, come dei bravi borghesi, per conoscerci un po’ e così ognuno a rotazione ha detto qualcosa di sé.

Sono venuti fuori racconti interessanti di esperienze di vita, che io e Paolo non abbiamo esitato a “riconoscere” come bioregionali. Quel tipo di bioregionalismo che si manifesta nel ritorno ad una vita contadina, il più semplice possibile, senza inutili orpelli, in sintonia con la natura e la comunità locale. Interessante soprattutto il racconto di Dario sulla coltivazione condivisa di un ettaro di collina coltivato a grani antichi, senza aratura né uso di prodotti chimici.
Poi, finalmente, è iniziata la cena, abbondante ma naturale, condita di parole, sguardi e sorrisi, complimenti e brindisi. Di seguito il rito della scrittura dei pensierini buoni e cattivi. Quelli buoni (che seguono) per lanciarci /lasciarci un messaggio e gli per esprimere (più o meno segretamente) le cose che vorremmo abbandonare o cambiare nel nuovo anno.
Verso le ore 23 siamo partiti alla volta della passeggiata notturna, con la fedele cagnetta Magò, facendo all’andata un percorso un po’ diverso dal solito, per stradine anche asfaltate e campi aperti, cosa che ci ha fatto godere ed apprezzare maggiormente la presenza, alta in cielo, di una luna quasi piena, che creava ombre sul terreno. Il cielo era senza nubi e senza nebbia e proprio per questo la temperatura era alquanto rigida; l’erba e la terra umida scricchiolavano sotto i nostri piedi. Si andava benissimo senza la luce delle torce che comunque avevamo appresso (spente).
Arrivati al posto stabilito dove avevamo precedentemente preparato un cerchio di sassi abbiamo ammirato la luce della luna riflessa sull’acqua gorgogliante del Panaro e acceso il fuoco. Avevamo così tutti gli elementi: aria, acqua, terra, fuoco… e cielo.
Abbiamo bruciato i bigliettini (con i pensieri cattivi) e siamo rimasti in contemplazione delle fiamme finchè un po’ “imbarbagliati” ed un po’ infreddoliti ci siamo decisi a rientrare. La nottata si è conclusa con alcuni canti: Shiva Manasa Puja, Gurudeva Hamara Pyara e per finire il mantra cristiano Christus Vincit. Libagione di buon augurio, dolcetti e ultime chiacchiere prima di lasciarci ognuno per le proprie case (meno Aldo che si è coricato sul divano della tavernetta).
Al prossimo incontro e buon 2013 a Tutti!

…………………..

Relazione di Dario Vesprini:
Salve, mi chiamo Dario e sono eccezionalmente un contadino (per non dire un contadino eccezionale!?). Ieri sera ho partecipato alla camminata NOTTE SENZA TEMPO con altri sei amici e amiche mai visti prima (ed è straordinario come ci possa essere un sentimento di amicizia anche con persone che non si sono mai viste prima). E’ stata un’esperienza molto bella, nella sua semplicità (forse, bisognerebbe dire: archetipicità).
Quando ci siamo trovati intorno al fuoco, su una riva del fiume Panaro, le cui acque riflettevano la luce lunare (allo stesso modo che nostri volti le vampe del falò?!), dopo aver fatto il nostro rituale di purificazione (sotto la guida di Paolo), mi è venuta in mente, per una sorta di immedesimazione, una storiella ebraica, che ho pur cercato di riferire con qualche approssimazione; che, ora, qui di seguito posso riportare integralmente:
“(…) si narra come un Rabbi di celebrata saggezza, allorché gli toccava un compito difficile, si recava in un certo punto nel bosco, accendeva un fuoco propiziatorio, si raccoglieva in preghiera, e la cosa desiderata si adempiva. Alcune generazioni dopo un altro illuminato Rabbi, Mosé Leib, trovatosi di fronte allo stesso compito andò nel bosco e disse: ‘Non possiamo più accendere il fuoco, non conosciamo più le parole antiche, segrete preghiere, però sappiamo ancora dov’è questo punto del bosco’. E ottenne quanto chiedeva. Passarono altre generazioni e Rabbi Israel, nella medesima situazione, chiamò a sé i suoi e disse:‘I secoli sono trascorsi, non possiamo più accendere quel fuoco, non possiamo più dire quelle misteriose preghiere, non conosciamo più nemmeno il luogo nel bosco, ma possiamo raccontare di come la cosa si è adempiuta nel passato. E la cosa si adempì ugualmente anche quella volta per forza di commemorazione’.
Ecco, secondo me, noi abbiamo vissuto questo tipo di esperienza!
Buon Anno a tutti.

…………….

Pensierini di buon auspicio:

“Auguro per me e per tutti noi presenti ed assenti di sentirci sempre parte dell’Universo e di superare separazioni e settarismi, inglobando il diverso, per formare un tutto Uno.”
“Sia prosperità, abbondanza, creatività, in ogni luogo in ogni dove, in ogni tempo, per tutte le creature. Om Shanti Om.”
“Uomo e natura sono parti complementari ed equilibrate di un organismo sistemico.”
“Nel sentiero della notte senza tempo non c’è tempo e non c’è luogo, siamo sospesi”
“Scusate se dico “io”. Io credo fermamente nella pace. So di non essere all’altezza di ciò in cui credo. Tuttavia uguro PACE a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Intorno a questa tavola sono sicuro che ce ne siano almeno 6, me escluso.”
“Arrivare alla consapevolezza che Madre Terra è un organismo vivente e siamo suoi ospiti.”
“Da qui all’eternità -dove c’è l’infinito presente- noi ci siamo ora! Grazie.”

……………

Considerazione di Paolo D’Arpini:
Questo rito che ormai mi accompagna da tanti anni è sempre una sorta di meraviglia. Non c’è traccia di comportamento codificato eppure tutto sempre si svolge allo stesso modo. Una cerimonia sacrale in cui si è consapevoli del momento vissuto e basta.
Divertente osservare come di volta in volta le variazioni sul tema appaiono come note in fila su una partitura in cui la musica si ripete – in un raga- impercettibilmente sempre diversa, ma riconoscibile.
In particolare questa Notte Senza Tempo, mi ha ricordato le serate trascorse a parlare di terra ed acqua e di cibo e di convivialità, parlare… No! Vivere insieme.