domenica 4 maggio 2014

Umbria - Proposta di progetto organico per il ripopolamento ecosistemico delle zone rurali e per la valorizzazione del demanio agricolo


Dea silvestre di Franco Farina

La proposta vuol richiamare l’attenzione di politici ed amministratori, insieme a quella di tutte le persone di buona volontà e che hanno a cuore i temi dell’ambiente, del paesaggio, della biodiversità, dell’occupazione, della qualità della vita e del cibo, sull’opportunità di destinare quanto più possibile la grande risorsa/bene comune del demanio agricolo ad un progetto teso ad una gestione del territorio che si muova nella prospettiva di una sostenibilità intesa in senso ampio e non in quella della vendita e del fare cassa per convenienze contingenti.

La proposta è quella di valorizzare le zone rurali e marginali delle Regioni italiane come territori di sperimentazione nei quali attirare persone a vivere e lavorare, in un’ottica di ripopolamento umano. Un ripopolamento che definisco ecosistemico in quanto tende all’inserimento della presenza e delle attività umane nel contesto ambientale sotto i loro molteplici aspetti in modo che questi non siano né in contraddizione tra di loro né con tale contesto, bensì elementi di un (eco)sistema complessivamente in armonia.

Il progetto di un tale ripopolamento sarebbe legato, da un lato, ad una serie di misure di facilitazioni ed incentivi atte a creare un contesto favorevole a chi voglia trasferirsi in un territorio protetto da garanzie di conservazione ambientale e, dall’altro, a vincoli e misure volte ad assicurare che lo stesso territorio sia mantenuto, appunto, nelle migliori condizioni ecologiche possibili nel tempo.
Ci sono buone ragioni per credere che vi siano oggi in Italia e non solo molte persone interessate a vivere in territori che diano garanzie durature di tutelare stili di vita e di economia sostenibili ambientalmente ed umanamente (e di continuare a tutelarli anche in futuro) e che sarebbero disposte a pagare un prezzo – che, secondo i casi e le possibilità di ciascuno, può essere finanziario o di adattamento o come sforzo di iniziativa/creatività o lavorativo – per poter vivere in un tale contesto. In questa ottica, le zone rimaste finora, come si usa dire, “marginali” (secondo il modo di vedere unilateralmente orientato alla crescita economica) si trasformerebbero invece in una grande risorsa, proprio per essere ciò che sono: si tratta solo di intervenire con intelligenti e non invasive misure legislative per aprirle all’utilizzo migliore che le persone che le sanno apprezzare potrebbero farne. Con poca spesa peraltro per l’amministrazione pubblica, ed anzi, con qualche opportunità di entrate finanziarie per le Regioni stesse e gli Enti locali e, nel periodo relativamente più lungo, con ricadute benefiche da molti e diversi punti di vista anche (ma certamente non solo) economici.

RIASSUNTO DEI PUNTI DEL PROGETTO

- Messa in vendita dei soli casolari rurali demaniali crollati o semicrollati, utili come cubatura edificabile per ricostruirne di nuovi nel rispetto di ben definiti vincoli paesaggistici ed edilizi – fonte di entrate per la Regione e risposta coerente, da parte delle amministrazioni locali, all’articolo 66 del decreto “Salva Italia” del governo Monti;

- Contestuale riconoscimento di tutto il rimanente demanio agricolo - comprensivo dei suoi edifici rurali abitati, abitabili e/o facilmente recuperabili – come Bene Comune indisponibile, inalienabile, inusucapibile e soggetto a vincoli di rispetto ecosistemico. Delibere regionali di rifiuto netto in merito ad ogni progetto di dismissione del demanio (ad eccezione di quanto detto nel punto precedente);

- Incentivi fiscali per gli acquirenti dei beni di cui al primo punto;

- Disposizioni per l’assegnazione dei beni demaniali agricoli (compresi gli edifici) per il ripopolamento ecosistemico delle zone rurali (mantenimento al catasto agrario degli edifici rurali demaniali);

- Iniziative regionali verso i proprietari privati per incentivare il riutilizzo dei beni abbandonati;

- Iniziative legislative regionali tese a dare uno spazio di agibilità legale alle produzioni contadine, sostenibili e su piccola scala;

- Altre iniziative legislative regionali in materia di biodiversità agricola, turismo ed ospitalità rurale sostenibile ed ulteriori aspetti collaterali.


- Disposizioni per la valorizzazione del demanio agricolo

Le Regioni censiscono tutti i casolari rurali ed i terreni agricoli demaniali. Si impegnano ad attuare tale censimento in tempi prestabiliti e congrui. Per quanto riguarda i casolari vengono distinte due categorie: quelli già crollati, semi-crollati ed inagibili - che devono essere ricostruiti per intero o ai quali servono opere importanti - e quelli privi dei soli requisiti di abitabilità o già abitabili o anche già abitati.

Gli edifici appartenenti alla prima categoria sono una ricchezza storica, paesaggistica ed una risorsa abitativa rurale il cui recupero è però al di là delle possibilità finanziarie degli Enti pubblici e di molti privati. Potrebbero essere invece beni appetibili per privati dotati di sufficienti disponibilità. Essi valgono essenzialmente come cubatura edificabile che permette di ricostruire nello stesso luogo un’abitazione rurale. Questi edifici, dunque – e solo questi – vengono resi disponibili alla dismissione da parte della Regione in linea con l’articolo 66 del decreto “Salva Italia” del governo. Vengono messi in vendita esclusivamente a privati persone fisiche e non a società immobiliari o d’altro genere, né per fondi di investimento immobiliare, e nella misura di un solo edificio ad acquirente. La cubatura dà la possibilità di ricostruire un edificio rurale nel rispetto di una serie di vincoli quali forma e dimensioni simili a quelle dell’edificio originario, materiali affini a quelli originari o comunque compatibili ecologicamente e paesaggisticamente, destinazione d’uso ecocompatibile. I ruderi vengono messi in vendita insieme ad un massimo di due ettari di terreno annesso circostante la casa. Gli acquirenti – se residenti ed esercitanti attività agricola contadina (vedi oltre) – avranno diritto di prelazione per l’assegnazione dei terreni ascritti al podere originariamente di pertinenza del casolare acquistato.

Per tutto il resto del demanio agricolo e rurale le Regioni deliberano opponendosi nettamente ad ogni ipotesi di alienazione di tali beni, come da alcune già è stato fatto. Tutto il resto del demanio agricolo – comprendente sia edifici che terreni anche boschivi – viene dichiarato ufficialmente ‘Bene Comune’ della popolazione e pertanto bene inalienabile, inusucapibile e soggetto a vincoli di rispetto ecosistemico (vedi oltre). Gli edifici rurali attualmente appartenenti al catasto agrario vi rimangono quale parte integrante dei poderi agricoli e viene bloccata ogni procedura di loro passaggio al catasto urbano.

La seconda categoria comprende gli edifici rurali demaniali – quelli ancora in piedi, sebbene privi dei requisiti di abitabilità, ed anche quelli già abitati (anche, eventualmente, senza un contratto regolare) – i quali, dunque, se accatastati al catasto agrario, non possono essere trasferiti a quello urbano e devono restare parte integrante dei poderi agricoli. Devono essere inoltre esclusi da ogni possibilità di vendita/dismissione e – insieme a tutti i terreni appartenenti al demanio agricolo ad eccezione degli edifici rurali di cui al primo punto – vengono considerati ufficialmente dalla Regione come ‘Bene Comune’ della popolazione.
Questi edifici, insieme ai terreni del podere di pertinenza, vengono destinati ad ‘assegnazione di ripopolamento’ nei termini che verranno descritti in seguito.

Il richiedente – secondo tali termini - un bene demaniale rurale non ancora censito (ovvero in assenza dell’avvenuto censimento da parte della Regione oltre la scadenza prevista) può presentare una perizia di propria parte che attesti le condizioni del bene da cui si evinca la sua appartenenza alla prima o alla seconda categoria e pertanto ottenere che entro un termine congruo (ad es. di 60 giorni) sia attestata da parte della Regione (o altrimenti d’ufficio) la disponibilità del bene per la vendita o per l’assegnazione di ripopolamento (vedi oltre).

Dato il cospicuo numero di casolari demaniali abbandonati semidistrutti o del tutto crollati, ma utili come cubatura, in molte Regioni italiane, le casse pubbliche dovrebbero poterne ottenere entrate consistenti:
- sia in quanto il loro numero in tutto il territorio nazionale è, appunto, notevole;
- sia perché il loro valore commerciale come cubatura non è troppo diverso da quello dei ruderi ancora in piedi – dato che spesso in questi casi il nuovo proprietario preferisce distruggere in tutto o in parte il vecchio edificio e ricostruirlo ex-novo;
- sia in quanto la Regione può aumentare l’appetibilità dei beni predisponendo collateralmente una serie di provvedimenti che assicureranno agli acquirenti di acquistare un bene situato in un contesto che avrà e manterrà nel tempo una serie di caratteristiche di rispetto ecosistemico speciali (vedi oltre) che possono essere particolarmente interessanti per una certa tipologia di possibili acquirenti.

La Regione, all’occorrenza stipulando accordi appositi con lo Stato, l’Agenzia delle Entrate o gli Enti preposti, riconosce una serie di agevolazioni fiscali a chi acquista un casolare distrutto come prima casa e stabilendovi la propria residenza presso l’anagrafe. Ad esempio, le spese sostenute dal proprietario per alcune opere fondamentali, come la realizzazione o il ripristino della strada di accesso, il collegamento alla rete elettrica o all’acquedotto (se possibile), la realizzazione di un pozzo o le opere necessarie per l’utilizzo di una sorgente, la realizzazione di impianti di energie rinnovabili come il fotovoltaico, l’eolico e il geotermico, potrebbero venir scontate (anche fino all’annullamento) dalle imposte per l’acquisto e dalle tasse sulla casa per un periodo di dieci anni. Per la realizzazione di alcune di queste opere gli Enti pubblici stessi come le (ex)Comunità Montane potrebbero essere impiegate con i propri mezzi così che i costi sostenuti dal proprietario e scontati dalle imposte diverrebbero comunque in altra via un guadagno per un Ente pubblico. Ciò varrebbe particolarmente per la realizzazione delle strade d’accesso, che dovrebbero comunque rimanere non private – tranne eventualmente l’ultimo breve tratto nei pressi dell’abitazione – ma vicinali/interpoderali. I ruderi acquistati invece come seconde case o comunque usati come case per vacanze sarebbero considerati abitazioni di lusso e tassati di conseguenza. Eventualmente alcuni sgravi fiscali potrebbero essere previsti in questo caso esclusivamente a compensazione di spese sostenute dal proprietario per la realizzazione di piccoli impianti di energie rinnovabili paesaggisticamente accettabili.

La Regione istituisce – segnatamente nelle zone dove insistono i beni destinati all’alienazione come detti sopra e quelli destinati all’assegnazione come detto qui di seguito – “Distretti di Rispetto Ecosistemico” in cui vengono adottate misure stringenti di salvaguardia ambientale come il divieto totale dell’uso di pesticidi, diserbanti e concimi chimici, di coltivazioni di ogm anche solo a titolo sperimentale, di qualsiasi tipo di impianto industriale inquinante compresi gli inceneritori (o altrimenti denominati), forti limitazioni alla caccia, abolizione di allevamenti animali senza adeguata superficie a pascolo, disposizione di sostanziali incentivi per impianti di energie rinnovabili, vincoli paesaggistici…


- Disposizioni per incentivare il ripopolamento ecosistemico delle zone rurali

Gli edifici demaniali rurali appartenenti alla seconda categoria ed i terreni (tutti o parte di essi secondo la richiesta degli interessati) appartenenti ai poderi di loro pertinenza ed i terreni agricoli demaniali eventualmente non ascrivibili ad alcun podere vengono assegnati a persone (fisiche o riunite in associazioni o cooperative agricole, sociali o miste) che vogliano ripopolarli e lavorarli coerentemente con una serie di principi ecosistemici. L’affidamento anche con contratto di tipo agricolo è peraltro contemplato anche nell’articolo 66 del Decreto “Salva Italia”, dove si prevede una precedenza per gli agricoltori con meno di quarant’anni di età.
Si propone di seguito una bozza di linee guida per queste ‘assegnazioni di ripopolamento’:

BOZZA DI CRITERI-GUIDA PER LA PRESENTAZIONE DI UNA PROPOSTA DI LEGGE REGIONALE PER L’ASSEGNAZIONE DEI BENI RURALI DEMANIALI ABBANDONATI E PER UNA LORO DESTINAZIONE “ECOSISTEMICA”

La proposta riguarda principi e modalità per l’assegnazione dell’uso abitativo ed agricolo dei beni rurali del demanio anche in stato di abbandono e/o non attualmente abitati o utilizzati (comprendenti case coloniche e terreni) a persone che ne facessero richiesta per viverci in modo ecosostenibile.

Il contenuto della bozza riguarda:
  • le ragioni e gli obiettivi della proposta
  • come tecnicamente potrebbero essere assegnati i beni del demanio
  • come la Regione può controllare che il loro uso sia quello desiderato


Spirito della legge

Riconosciuto che l’attuale modello di produzione e sviluppo dei paesi fortemente industrializzati come il nostro è causa, per motivi strutturali, di una serie di conseguenze pericolose e spesso disastrose quali i pesanti danni già arrecati all’ambiente e all’equilibrio ecologico con l’estinzione di numerose specie viventi ed il minaccioso cambiamento climatico;
Riconosciuto che i tentativi di risolvere problemi di tale entità in modo ideologico, per schemi di portata generale, pianificato e forzato hanno ovunque fallito;
Riconosciuto che è oggi il tempo di dare spazio anche a chi vuol tentare una via diversa: quella di “esperimenti” molto concreti e pratici e che questi, per esser tali, dovranno essere necessariamente su piccola scala:
Riteniamo che nel cammino verso la soluzione delle citate grandi questioni del nostro tempo dovranno necessariamente giocare un ruolo importante una serie di scelte di vita individuali e collettive che in varie forme pratichino un cambiamento concreto da un orientamento di tipo consumistico ad un altro radicalmente diverso e sostenibile, che ci piace definire “ecosistemico”.
Riteniamo inoltre che la portata sociale di tali cambiamenti individuali non vada a priori sottovalutata in quanto potrà essere ampia tanto più quanto più questi saranno numerosi e che perciò il compito delle istituzioni, da questo punto di vista, dovrebbe essere quello di creare le condizioni più favorevoli perché ciò possa avvenire.
Quando le persone che concretamente basano la propria sussistenza su un modello differente di produzione/consumo non saranno più solo pochi e sporadici pionieri, ma costituiranno uno strato sociale che, per quanto sottile, sarà radicato nella società e su specifiche basi economiche (cosa della quale, almeno nelle campagne di alcune tra le regioni italiane, si vedono significativi segni iniziali), ciò di per sé contribuirà a favorire meccanismi di vario genere (socio-politici-economici-culturali ecc…) che potranno porre le indicazioni verso un mutamento di tendenza di più vasta scala in termini non più utopistici e ideali, ma concretamente possibili.

La presente bozza iniziale per una più compiuta e dettagliata proposta di legge da definirsi vuole in effetti essere un primo passo verso l’apertura di uno spazio giuridico per la possibilità ad esistere di un settore ancorché minoritario di popolazione che fin d’ora, all’interno di questo sistema, comincia a vivere basandosi sul modello di un’altra idea di futuro, non più incentrato unilateralmente sull’aumento della ricchezza e dei consumi (anche perché è molto dubbio che queste cose siano ancora in grado di garantircene uno di futuro).


Obiettivi e valenze parallele della legge

  • Incentivare forme di economia familiare dai consumi sostenibili;
  • Favorire nuove forme di occupazione giovanile (e non solo) e contrastare o prevenire fenomeni di disagio e/o emarginazione sociale;
  • Favorire l’insediamento nelle zone rurali, anche disagiate e marginali, di abitanti che si facciano carico di salvaguardare le condizioni ambientali, paesaggistiche, idrogeologiche e della biodiversità dei territori che abitano;
- Presidiare i territori collinari montani incentivandone una gestione responsabile anche al fine
di prevenire condizioni di abbandono che possono diventar causa di disastri come le sempre
più frequenti frane ed alluvioni che sarebbero molto ridotte se ci fosse chi si prende cura
– com’era in passato – dei corsi d’acqua secondari, di terrazzamenti, pendii e declivi
necessari nell’uso dei campi per un’agricoltura su piccola scala;
  • Promuovere il recupero dei beni demaniali abbandonati nelle zone marginali e montane, favorendo la presenza di persone che, per l’attività che vi svolgono, possano prendersene cura sia dal punto di vista ambientale che paesaggistico;
  • Incentivare il ripopolamento di tali zone;
  • Recuperare all’agricoltura sostenibile e su piccola scala, l’agricoltura contadina, zone altrimenti abbandonate ed improduttive, incentivando altresì le produzioni di qualità e le specialità locali tradizionali nonché forme di turismo rispettoso e di minimo impatto;
  • Favorire lo sviluppo e la diffusione di pratiche autentiche di agricoltura biologica, tale da garantire la salvaguardia della biodiversità;
  • Proporre, promuovere e concretizzare un uso sociale ed ambientale dei beni demaniali che valga come alternativa all’orientamento attualmente prevalente da parte del governo nazionale che è quello della vendita del demanio ai privati per ragioni di cassa (questa destinazione alternativa potrebbe essere preferita almeno per la parte dei beni demaniali di valore commerciale secondario, ma al tempo stesso di grande importanza ambientale e paesaggistica come quelli del demanio agricolo);
  • Perseguire questi obiettivi con il minimo possibile di spesa da parte dell’ente pubblico e ponendo condizioni rigorose atte ad escludere la possibilità di abusi, speculazioni o frodi ovvero tali da destare interesse nella possibile assegnazione dei beni solo in coloro che sinceramente vogliano usarli nel modo e per i fini previsti.



Criteri nella modalità di applicazione della legge


  • Fatto in tempi certi il censimento dei beni demaniali nella disponibilità della Regione, viene stilato l’elenco dei casolari inseriti nella seconda categoria e relative pertinenze di terreno demaniale – come anche appezzamenti di terreno agricolo demaniale non di pertinenza di fabbricati o indipendente da essi – già abitati o viceversa abbandonati e/o non abitati o non utilizzati che la Regione ritiene di poter affidare;
  • Per quanto riguarda casolari e terreni attualmente abitati i rapporti in essere vengono convertiti, su richiesta degli attuali abitanti e qualora vi siano le condizioni di attività agricola effettivamente svolta, automaticamente in affitti di tipo agricolo secondo la legge 203/82;
  • Dopo una adeguata campagna informativo-pubblicitaria ad opera della Regione stessa o di un eventuale comitato promotore della legge, si apre l’accoglienza delle domande di affidamento dei poderi non utilizzati: unico requisito per fare domanda sarà l’accettazione degli impegni che l’affidamento comporta;
  • In assenza o ritardo di tale iniziativa da parte della Regione i soggetti interessati possono comunque fare domanda per i poderi documentandone lo stato che ne determina la disponibilità per l’utilizzo in questione ed hanno diritto ad una risposta entro un termine ragionevolmente breve (ad es, di 60 giorni) che può essere positiva o, se negativa, che deve essere motivata fermo restando in ogni caso l’impegno della Regione a non lasciare più in stato di abbandono/inutilizzo alcun casolare/podere demaniale né a venderlo tranne che non sia tra quelli inseriti nella prima categoria, (semi)crollati e pertanto utili solo come cubatura edificabile;
  • Saranno gli stessi titolari della domanda di affidamento a scegliere il podere fra quelli disponibili. Sarà data precedenza ai residenti nella Regione nella quale si trovano i beni richiesti, ai disoccupati, ai licenziati, ai cassintegrati ed a coloro che per motivi particolari (per es. ex-carcerati, ex-tossicodipendenti….) possono trovare maggiori difficoltà a trovare un lavoro, a chi non possiede alcun bene immobile. Case con più di due ettari di terra e terreni privi di casolari saranno assegnati esclusivamente a coloro che si impegnano a svolgervi un’attività agricola entro un termine da stabilire ed in questo caso sarà data precedenza a chi possa dimostrare una qualche esperienza e competenza in campo agricolo al qual fine saranno presi in considerazione esperienze lavorative, titoli di studio ed anche la discendenza da genitori agricoltori. Naturalmente, fatto salvo ogni altro elemento di graduatoria, la precedenza sarà data secondo la data di arrivo della domanda all’ente regionale;
  • La Regione e l’assegnatario (ma potrà trattarsi anche di più persone per uno stesso podere o di persone giuridiche senza fini di lucro quali associazioni, cooperative ecc…) stipulano un contratto agrario secondo la legge 203/82 (si potrebbe anche pensare ad un uso gratuito) o in ogni caso una forma di contratto fortemente agevolato e tale da favorire il più possibile una progettualità a lungo termine da parte dell’affittuario che deve anche essere nelle condizioni previste per accedere a contributi e finanziamenti eventualmente messi a disposizione da parte di enti nazionali ed europei. Per le case senza terra o non provviste di una superficie ad uso agricolo tale da giustificare un contratto agrario si stabiliranno comunque condizioni di canone agevolate. L’assegnatario si impegna ad eseguire (eventualmente di propria mano “in economia diretta” come era previsto in passato dalla legge 203/82) i lavori di manutenzione straordinaria volti ad ottenere i requisiti minimi di abitabilità per il fabbricato secondo il progetto di intervento stabilito dall’ente regionale o da altro ente da esso delegato il quale ha la facoltà di controllare che i lavori vengano svolti in modo conforme. Le spese che l’assegnatario dovrà sostenere per la ristrutturazione verranno poi scomputate dall’affitto calcolando i materiali secondo la presentazione delle ricevute d’acquisto e la manodopera proporzionalmente agli standards delle imprese edili. Relativamente alle condizioni iniziali della casa si stabilirà fra l’ente pubblico e l’assegnatario (in un clima di collaborazione che si auspica dovrebbe caratterizzare tutte le fasi e gli aspetti del rapporto) un adeguato limite di tempo – in ogni caso sufficientemente lungo, per es. non inferiore a tre anni – entro il quale l’intervento di ristrutturazione deve essere completato e superato il quale la Regione può, se lo ritiene opportuno, revocare l’assegnazione.
  • Fin dall’inizio dell’affidamento l’affittuario è tenuto a non usare nella sua attività agricola (qualora questa ci sia) alcuna sostanza quali concimi chimici, diserbanti, pesticidi, insetticidi, anticrittogamici, organismi geneticamente modificati ed altre sostanze non ammesse in agricoltura biologica; non è però tenuto ad ottenere la certificazione biologica da parte di ente terzo autorizzato (a meno che la Regione non intenda stipulare un accordo apposito con uno di questi enti e farsi carico in tutto o in parte delle spese necessarie – in tal caso si potrebbe prendere in considerazione anche la possibilità di una “Certificazione di Gruppo” - vedi Reg. CE 834/07);
  • Dallo scadere del periodo iniziale concordato in poi la Regione e/o i suoi delegati possono in qualsiasi momento e senza preavviso venire a controllare direttamente che gli obiettivi della legge siano rispettati ovvero che sussistano una serie di requisiti:
  1. oltre ad avervi la residenza anagrafica l’affittuario deve effettivamente risiedere abitualmente nel podere e prendersene cura;
  2. per verificare che nell’agricoltura praticata non siano state usate sostanze non ammesse possono essere effettuati prelievi di terreno o di prodotti da analizzare;
  3. l’ambiente circostante deve essere rispettato.
  4. Le opere necessarie per l’ottenimento dei requisiti minimi di abitabilità devono essere state completate.

  • Si potrebbe anche prevedere la possibilità che la Regione definisca – prevedendo eventualmente anche una serie di requisiti richiesti – un qualche titolo giuridico da dare su sua delega all’affittuario che ne facesse richiesta da far valere verso terzi in funzione della salvaguardia ambientale e per la vigilanza ecologica del territorio circostante il bene assegnatogli. Questo compito potrebbe comprendere anche accordi per lavori quali la manutenzione di sentieri, di canali dell’acqua piovana, di terrazzamenti e muretti a secco, bacini idrici, la segnalazione e pulizia di discariche abusive, il controllo di eventuali attività di bracconaggio, ecc… che l’affittuario potrebbe condurre in sostituzione parziale o totale del pagamento del canone d’affitto;
  • Le persone a cui viene assegnato un bene demaniale secondo questa legge si impegnano a non avere un livello di reddito e di consumi pro-capite sproporzionato rispetto alle attività che conducono, verificabile con controlli incrociati e pena il venir meno dell’assegnazione del bene. Tale limite sarebbe ovviamente relativo alle diverse tipologie di condizione economico-familiare (ad esempio per chi è singolo, sposato, con figli, con persone a carico ecc….)

  • Qualora l’affittuario risultasse inadempiente rispetto ai requisiti sopraelencati la Regione recide il contratto e rende il bene disponibile per altri. Fino a che nessun altro ne facesse domanda, però, la Regione può lasciare il bene stesso al precedente affittuario con un contratto a breve termine rinnovabile e secondo le correnti condizioni di mercato.

  • In qualsiasi momento l’affittuario può recidere il contratto e rilasciare il bene assegnatogli senza con ciò aver diritto a pretendere alcunché per le migliorie apportate al bene pubblico di cui ha avuto fino allora disponibilità. In questo caso i suoi conviventi residenti (qualora ce ne fossero) hanno dritto di prelazione a succedergli nella titolarità del contratto di affitto in ordine di anzianità di residenza.


Una nota a margine

Il precedente paragrafo sulle modalità d’applicazione va considerato solo come uno schema indicativo generale.
E’ importante comunque prevedere possibili controlli in modo abbastanza severo sia per far sì che una tale legge invogli solo chi è già convinto di voler fare una precisa scelta di vita, ma gliene manca solo l’occasione, sia perché la proposta possa apparire, per così dire, degna di fiducia agli occhi di chi si trova ad amministrare la cosa pubblica e alla cittadinanza in generale – che è poi il proprietario finale della cosa pubblica.
Si tratta certo di un’idea che va controcorrente e che può apparire antieconomica – e lo è nel senso convenzionale – ma credo vada invece riconosciuta la sua “convenienza” in una prospettiva più lungimirante e globale.

E’ essenziale, comunque, che, qualora un giorno una proposta come quella appena esposta potesse prendere forma concretamente come disegno di legge vero e proprio, ne sia rispettato lo spirito fondamentale cioè quello di puntare in primo luogo ad un recupero ecologico, sociale, paesaggistico e di gestione/salvaguardia del territorio dei beni rurali abbandonati e delle zone in cui questi si trovano e non (sebbene ciò non sia per principio incompatibile o da escludere) quello di cercare una improbabile via di sviluppo economico di queste zone o di una valorizzazione economica di questi beni in termini finanziari. Di conseguenza i controlli o le limitazioni da porre agli affittuari potranno essere coerenti con lo spirito che informa la proposta, ma non potranno limitarsi ad entrare nel merito di quale incremento le loro attività portino o meno all’economia della zona, quali prospettive esse abbiano di inserirsi con successo nel mercato e la sua competitività o quanto siano credibili da un punto di vista imprenditoriale e produttivo. In quanto cose di questo genere restringerebbero la valutazione a problematiche estranee e perfino antitetiche alla prospettiva di una sostenibilità molto più ampia in cui la proposta è concepita.


- Interessamento della Regione presso i proprietari privati:

Nella stessa ottica di favorire un ripopolamento ecosistemico delle zone rurali la Regione può adoperarsi anche perché gli stessi proprietari privati di beni (casolari e terreni) abbandonati o non utilizzati li possano mettere a disposizione. Questo potrebbe essere fatto attraverso incentivi quali sgravi fiscali a chi affitta, ad esempio:
- con contratto agrario (legge 203/82) per un uso agricolo definito come “contadino”;
- in Comuni con popolazione inferiore ad una data cifra (per es. 5000 abitanti);
- in zone rurali di qualsiasi Comune, ma al di sopra di una certa altitudine (per es. 300-400 mts. slm).

Sergio Cabras - sercabras@gmail.com


sabato 3 maggio 2014

Treia 2020.... e 2020 il nuovo messia - Discorso del 3 maggio 2014



Il 3 maggio 2014 sono stato all'incontro di presentazione della lista di Franco Capponi che concorre come sindaco al comune di Treia. 


Ero stato invitato da Laura, la moglie di uno dei candidati, alla quale avevo affidato un mio libricino indiano di canti, essendo lei una rilegatrice, che abbisognava di urgenti riparazioni in seguito all'uso pluriennale che l'aveva reso una specie di straccetto di carta. 

Debbo dire che sono rimasto piacevolmente meravigliato del lavoro di restauro svolto da Laura. Il libro adesso sembra quasi nuovo. Ma a proposito di libri debbo anche fare una similitudine fra il nome della lista che si chiama “Treia 2020 Capponi sindaco” ed il libro di Peter Boom (con cui collaborai alla stesura) intitolato “2020 il nuovo messia”. Strano neh? 


Nella prefazione da me scritta dicevo di Peter “Nel libro l'autore insegue una filosofia “dionisiaca”, in cui la forza della natura è sovrana ed incontrollabile. Egli vede infatti questa società consumista come un cadavere, dal cui humus far rinascere la vita”. (vedi:  http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2012/11/2020-il-nuovo-messia-arriva-giusto-in.html)

Beh, nel programma della lista Treia 2020 non si vuole arrivare a questo punto però ho notato con piacere che grande interesse è stato rivolto agli aspetti ambientali ed alla ecologizzazione della struttura comunitaria. Ad esempio è stato detto di un progetto di mercatino a km 0 con prodotti agricoli e artigianali locali, della formazione di un eco-villaggio, di una riduzione dei consumi energetici, di un recupero e valorizzazione degli immobili storici, della costituzione di case famiglia per anziani e di agri-nido per bambini, etc.  Questi temi sembravano essere presenti anche nel cuore dei vari candidati consiglieri comunali che si sono succeduti a parlare autopresentandosi. 

Ma come sempre succede le cose più significative vengono dette a conclusione della parte ufficiale. Riunito attorno al tavolo del rinfresco (a dire il vero un po' carente di cibi vegetariani) il popolo si è lasciato andare a più intime confidenze. Così ho potuto scambiare quattro chiacchiere sul funzionamento dell'impianto termico con il tecnico che era venuto a montare la caldaia a casa di Caterina, poi ho discusso della situazione interna del PD con Adriano, poi con Giovanni ho parlato del campo di bocce e del servizio di taxi condiviso per chi non ha la macchina, abbiamo accennato a progetti culturali e scolastici con Edi...  


Dopo  un po' (in disparte) David mi si è avvicinato per commentare i miei scritti sulla situazione politica di Treia (vedi http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2014/04/il-cavallo-di-treia-del-25-maggio-2014.html) aggiungendo: “Sei un vero democristiano ti tieni sempre in bilico senza prendere una posizione assoluta.. ma chi è quel Lucifero a cui fai cenno?” 
Ed io gli ho risposto: “E' la tendenza a parlar male della gente, a dividere la società in buoni e cattivi, creando fratture insanabili nella comunità, insomma è il perseguire il proprio interesse a tutti i costi a scapito degli altri”. Laura che era lì con noi annuiva silenziosamente ed anche Davide ci ha pensato un po' su e poi è stato risucchiato dall'incrociarsi degli astanti e dai convenevoli con quelli che ci gironzolavano attorno. 

Mentre mi accomiatavo quasi alla chetichella -come al mio solito- mi son trovato a riflettere sugli strani meccanismi della democrazia e del potere. La democrazia necessariamente prevede che ci siano divisioni e concorrenza fra le parti e che infine vinca la parte che ottiene maggiori consensi. Ma è questo benefico per la società? E questo un modo per soddisfare le reali esigenze di tutta la società? Forse un beneficio  è possibile solo se una volta conclusa la competizione elettorale chi vince è capace di superare le differenze di parte e svolgere una funzione utile a tutti. 

Mi auguro che questo avvenga anche qui a Treia!

Paolo D'Arpini

venerdì 2 maggio 2014

Hortus Urbis - Eventi speciali nel mese di maggio 2014




Siamo lieti di invitarvi alle speciali iniziative all'Hortus Urbis di Roma che si affiancano alle attività domenicali per i bambini, con una pittrice/illustratrice, un’attrice giardiniera, un esperto in etnobotanica e gli esperti di treeclimbing. In programma: un laboratorio/spettacolo per un visionario corso per giardinieri planetari e un corso di due giorni con escursioni sul riconoscimento delle piante spontanee, ma anche un breve corso pratico di potatura in occasione della Festa di Maggio all’orto.



Programma in dettaglio:


Il 4 MAGGIO alle 18.00 –Terza lezione di giardinaggio per giardinieri planetari, SEMI DI FUTURO, di e con Lorenza Zambon | CASA DEGLI ALFIERI, Teatro e Natura

Il nuovo laboratorio/spettacolo a cura dell’attrice giardiniera Lorenza Zambon, uno straordinario “corso” di auto coltivazione botanico/teatrale open air. In occasione dello Spettacolo/Laboratorio sarà possibile trovare il nuovo libro di Lorenza Zambon, Lezioni di giardinaggio planetario, edito da Ponte delle Grazie nella collana Rose Selvatiche


Dal 10 MAGGIO dalle 9.00 alle 11.00 – ACQUERELLO NELL’ORTO, a cura di Gioia Marchegiani, pittrice e illustratrice

Una grande occasione per vivere la natura, osservarla e dipingerla. Quattro lezioni di acquerello en plein air con dimostrazioni e sperimentazioni. Ogni partecipante verrà seguito in base alle personali esigenze.


Il 10 e 11 MAGGIO, ore 10.00 – 13.00 – corso di fitoalimurgia, PIANTE SPONTANEE di Giovanni Salerno, botanico, florista amico dell'Hortus Urbis esperto in etnobotanica.

Riscopriamo il piacere di andare in cerca di erbe alimentari spontanee, stare in contatto con la natura, fare salutari passeggiate e variare la dieta scoprendo nuovi sapori e alimenti che spesso possiedono anche composti importanti per il nostro organismo e per la nostra salute.


Il 18 MAGGIO dalle 10.30 alle 12.30 – POTATURA IN TREECLIMBING | modulo formativo per adulti, a cura di Ecologistica Srl

Un “mini” corso potatura in treeclimbing con dimostrazione pratica fra gli olmi dell’orto.



Info. info.zappataromana@gmail.com

giovedì 1 maggio 2014

1 maggio 2014 - Per adesso Treia può attendere…. Un parere “politico” personale di Paolo D’Arpini

“Un tale che abitava presso la porta Yan della capitale di Song dimagrì tanto per il dolore della morte dei suoi genitori che fu deciso di conferire la carica di “maestro dei funzionari” a questo modello di pietà filiale. I vicini si sentirono incoraggiati a seguirne l’esempio. Metà di essi morì di cachessia, senza aver ottenuto nessuna carica pubblica” (Chaung Tzu)
Treia - Porta Vallesacco (per mettere nel sacco chi ci entra)

Il 28 aprile 2014 io e la mia compagna Caterina siamo andati ad una riunione dell’Associazione Adesso Treia, riunione che attendevamo con ansia viste le recenti vicissitudini non proprio felici dell’associazione, in vista delle prossime elezioni comunali.
Con Adesso Treia ho avuto rapporti sin dal primo incontro, che si tenne il 4 ottobre dello scorso anno (vedi presentazione di Alberto Meriggi: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2013/10/treia-adesso-adesso-e-treia.html), in cui l’associazione venne presentata al pubblico.
Sin da quella prima riunione diedi la mia adesione, anche perché sentivo il bisogno di un collegamento sociale che qui a Treia non ero ancora riuscito ad ottenere in altri ambienti. Nel frattempo le riunioni si sono succedute e tutti, me compreso, nutrivamo belle speranze. Ma la vita non sempre va come noi vorremmo (o cerchiamo di prevedere) e l’associazione, pur avendo dimostrato grande fermento culturale, non è riuscita ad inserirsi adeguatamente nel contesto “politico” treiese malgrado numerosi tentativi da parte nostra, tentativi indirizzati in ogni direzione del contesto sociale della città. E, a questo punto (secondo me), bisogna essere pronti ad entrare nel fiume della vita navigando a vista.
Abbiamo fatto tardi o non avevamo il biglietto giusto o il treno era sbagliato, non si sa, ma non si poteva fare altrimenti. E comunque eccoci qui “in forma di lobby culturale” che cerchiamo comunque di influire positivamente sulla società di Treia, proponendo cambiamenti di prospettiva e soluzioni innovative per il governo della città, restando comunque all’esterno dell’agone elettorale….
Saranno nostri “compagni di viaggio” quei candidati che sapranno ascoltare le nostre proposte ed i nostri consigli (in qualsiasi “compagine” essi si trovino)… Anche se una certa vicinanza emozionale ed elettiva la percepiamo con chi maggiormente propone un cambiamento di registro dai sistemi della vecchia politica di campo….
Paolo D’Arpini, 1 maggio 2014

mercoledì 30 aprile 2014

Piano di azione nazionale per l'uso sostenibile dei prodotti fitosanitari


Verde urbano
Con decreto 22 gennaio 2014, il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ed il Ministro della salute ha adottato il piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari come previsto dal D. Lgs. 150/2012 di recepimento della Direttiva 2009/128/CE.
Dettagliatamente gli obiettivi generali che si prefigge, al fine di ridurre i rischi associati all’impiego dei prodotti fitosanitari, sono i seguenti:
  • ridurre i rischi e gli impatti dei prodotti fitosanitari sulla salute umana, sull’ambiente e sulla biodiversità,
  • promuovere l’applicazione della difesa integrata, dell’agricoltura biologica e di altri approcci alternativi,
  • proteggere gli utilizzatori dei prodotti fitosanitari e la popolazione interessata,
  • tutelare i consumatori,
  • salvaguardare l’ambiente acquatico e le acque potabili,
  • conservare la biodiversità e gli ecosistemi.
Il piano, entrato in vigore, a metà febbraio scorso, si pone l’obiettivo di ridurre impatto dei prodotti fitosanitari anche in aree extragricole frequentate dalla popolazione, quali le aree urbane, le ferrovie, i giardini, le scuole, gli spazi ludici di pubblica frequentazione e tutte le loro aree a servizio.
Le azioni previste per raggiungere i sopra-menzionati obiettivi sono molteplici e articolati in svariate sotto misure. Le principali azioni da mettere in atto risultano le seguenti:
1) Formazione
assicurare un’azione di formazione sui rischi connessi all’impiego dei prodotti fitosanitari,
2) Informazione e sensibilizzazione
garantire un’informazione alla popolazione sui rischi associati all’impiego di prodotti fitosanitari,
3)Controlli delle attrezzature
assicurare un’azione di controllo, regolazione e manutenzione sulle macchine irroratrici,
4)Divieto di irrorazione area
prevedere il divieto di irrorazione aerea, salvo deroghe in casi specifici, ad esempio quando non sia possibile applicare metodi alternativi o quando l’irrorazione aerea presenti evidenti vantaggi per l’ambiente e la salute umana,
5)Disposizioni su manipolazione stoccaggio e smaltimento
prevedere che manipolazione, stoccaggio, smaltimento dei prodotti fitosanitari e dei loro contenuti siano sempre correttamente eseguiti,
6) Favorire l‘agricoltura biologica
prevedere la difesa a basso apporto di prodotti fitosanitari delle colture agrarie, al fine di salvaguardare un alto livello di
biodiversità e la protezione delle avversità biotiche delle piante, privilegiando le opportune tecniche agronomiche,
incrementare la superficie agraria destinata all’agricoltura biologica dove si utilizza la difesa integrata volontaria,
8) Indicatori di verifica e monitoraggio delle azioni
individuare indicatori utili alla misura dell’efficacia della azioni poste in essere con il piano e favorire un’ampia diffusione dei risultati del monitoraggio.

Il piano non incide sulle competenze delle ARPA, che consistono nell'eseguire regolarmente la ricerca dei residui di pesticidi nell'ambito dei piani di monitoraggio delle acque superficiali e sotterranee della nostra regione.

martedì 29 aprile 2014

Fabio Taffetani: "Tutto il male dei diserbanti"




Ci sono sempre più agricoltori che abusano sistematicamente della pratica del diserbo chimico (spesso del tutto inutile, oltre che dannosa per noi e per gli ambienti naturali), ma che utilizzano il diserbo anche al di fuori delle aree coltivate, distruggendo gli habitat erbosi delle fasce non coltivate. 

Anche semplici cittadini irrorano le fasce erbose sotto casa con erbicidi per evitare lo sviluppo delle erbe "infestanti". 


La pratica del diserbo, nata per il controllo delle commensali in agricoltura, erroneamente considerata come alternativa allo sfalcio, viene ora proposta da amministrazioni locali, ANAS e Società Autostrade, grazie al sostegno delle industrie chimiche che producono il diserbante più aggressivo e meno selettivo oggi sul mercato (il glyphosate), per la manutenzione sistematica delle strade pubbliche (a volte con la scusa di combattere le allergie da pol! line, ma in realtà, anziché ridurre le fonti di produzione di polline, se ne determina un aumento significativo con la proliferazione di graminacee e di neofite), ben sapendo che, una volta effettuato il primo trattamento, si dovrà continuare questa pratica anche negli anni successivi per evitare la proliferazione delle erbe più aggressive, libere di espandersi, in seguito alla scomparsa della vegetazione matura che presidiava il terreno.


Solo gli addetti ai lavori, e una minoranza di cittadini bene informati, oggi sanno che una pratica corrente dell’agricoltura del nostro tempo è il diserbo chimico. Le cosiddette erbacce non vengono più estirpate manualmente o meccanicamente, come accadeva in passato, ma la loro distruzione è affidata a molecole chimiche che si incaricano di annientare il loro sistema ormonale, lasciando in vita le colture utili. 

Si tratta di una pratica che ha cominciato a diffondersi nel nostro Paese all’indomani della seconda guerra mondiale e che ! ormai è accettata universalmente come una consuetudine normale. Essa offre infatti la possibilità di risparmiare lavoro e quindi di ridurre i costi aziendali. Fa parte quindi delle innovazioni tecniche inaugurate dall’agricoltura industriale nel XX secolo, che hanno reso la nostra agricoltura sempre più competitiva ma al tempo stesso i nostri agricoltori sempre più subordinati all’industria chimica e soggetti a margini decrescenti di profitto.

Oggi, anche su piccoli appezzamenti di terreno, in ogni regione d’Italia, si pratica sistematicamente questa operazione di avvelenamento selettivo del terreno per avere campi privi di erbe indesiderate. Può capitare che persino il personale dei comuni e delle provincie, incaricato di tenere sgombri i bordi delle strade, ricorra a simili mezzi, oltre al decespugliatore meccanico.


Chi possiede gli strumenti per leggere il paesaggio e le condizioni del terreno, girando per le nostre campagne può scorgere le tracce visibili della silenziosa guerra chimica oggi in corso.


Sempre più frequentemente gli interfilari di vigneti e frutteti appaiono completamente nudi, salvo radi ciuffi d’erba rosseggianti che sembrano sopravvissuti al passaggio del fuoco.


Tutto ciò nonostante l’agricoltura biologica abbia da tempo scoperto e sperimentato – valorizzando vecchi saperi contadini – i vantaggi del mantenimento controllato dell’erba nel campo (inerbimento). Questa pratica infatti assicura la difesa del suolo dall’azione della pioggia battente e dai processi di erosione, la conservazione dell’humus e della vita biologica del terreno, la difesa della biodiversità, una crescita più sana delle piante, una superiore qualità organolettica dei frutti, ecc.


Ma il ricorso al diserbo chimico continua anche perché esso fa parte di un sistema che ha finito coll’imporre le regole del profitto anche all’ambito incomprimibile della vita. 

L’agricoltura industriale, infatti, ha abolito le antiche rotazioni delle colture – con le quali si curava la fertilità del terreno e si conteneva la proliferazione delle erbe spontanee – e ha affidato interamente alla chimica il compito di produrre, con i concimi di sintesi, i prodotti agricoli, e di distruggere le piante indesiderate con i diserbanti. Questi ultimi fanno dunque anche parte di un circolo vizioso che agli effetti indesiderati prodotti dall’alterazione degli equilibri naturali risponde con una ulteriore assoggettamento della vita organica alla chimica.


Ebbene, a parte le considerazione esposte, ci sono almeno quattro fondamentali ragioni per dire basta a questo modo violento e barbarico di fare agricoltura: 


1) I diserbanti sono altamente nocivi alla salute umana, soprattutto degli agricoltori che li usano. Alcuni componenti come il 2,4 _ D e il 2,4,5 _ T (quest’ultimo presente nei defolianti usati dagli americani nella guerra contro il Vietnam) sono gravemente indiziati di ingenerare tumori e i linfomi-non-Hodgkin (H. Norberg-Hodge/P. Goering/ J. Page, From the ground up. Rethinking industrial agricolture, Zed Books, London 2001, p. 19). Una campagna dove sempre più frequentemente circolano tali veleni è destinata a diventare un luogo altamente insalubre tanto per gli agricoltori che per tutti noi;


2) I diserbanti non solo sono gravemente nocivi alla fauna dei campi (uccelli, serpi, talpe, ricci, rospi, grilli, cicale, ecc.) ma sopprimono anche gran parte della vita biologica del terreno. E il terreno non è un semplice supporto neutro per le coltivazioni, quale lo ha reso l’agricoltura industriale, ma un organismo vivente su cui crescono le piante da cui ricaviamo il nostro cibo. Esso è, a pensarci bene, la base stessa della vita, di ogni vita sulla terra. È difficile immaginare che possa sopportare a lungo l’avvelenamento chimico selettivo dei diserbanti. Così come appare difficile immaginare che si possano produrre alimenti sani da un habitat in cui! la vita viene così sistematicamente perseguita.


3) I diserbanti inquinano gravamente le falde acquifere. Noi non sappiamo che cosa succederà – e che cosa succeda già adesso – delle fonti da cui i comuni attingono le risorse idriche per distribuire l’acqua potabile ai cittadini. Dopo anni di diserbo chimico sempre più intenso è facile prevedere che i veleni saranno diffusamente presenti nelle nostre falde. Ora, che una delle risorse più preziose della nostra vita e delle nostre economie, bene sempre più scarso, risorsa strategica per il futuro, debba essere distrutta da una delle pratiche più dissennate che l’uomo abbia immesso nell’agricoltura recente è un paradosso che ripugna a ogni elementare buon senso.


4) Infine, un paradosso a cui la scienza e la tecnica, nel corso dell’età contemporanea, ci hanno spesso abituati. I diserbanti si rivelano alla lunga inutili e controproducenti per lo stesso fine per cui sono utilizzati. Riporto le testimonianze di! due esperti italiani, appartenenti all’ambito dell’agricoltura convenzionale:

«L’introduzione della pratica del diserbo chimico ha provocato una profonda modifica della struttura della vegetazione spontanea. I tratti fondamentali di questo cambiamento possono essere riassunti da una parte nella riduzione della ricchezza floristica e dall’altra nell’abbondanza di un numero ristretto di specie. Pertanto, negli agro-ecosistemi si è ridotto il numero totale di specie infestanti e quelle adattatesi alle nuove condizioni imposte dalla tecnica, per un fenomeno di compensazione, hanno assunto una elevata densità di individui. Il risultato di questo processo è stato un progressivo avvicinamento ecofisiologico tra malerbe e colture, fino ad arrivare, in pratica, a strette associazioni tra specie infestante e specie coltivata, che rendono poco efficaci i trattamenti chimici. 


Le infestanti sono riuscite ad evolvere strategie ecologiche per sfuggire all’azione dei trattamenti. Si deve infatti tener conto che il diserbo chimico è in grado di colpi! re solo la quota di infestazione in atto, ma lascia sostanzialmente indisturbata quella non visibile, definita potenziale, dovuta ai semi e agli organi di propagazione agamica presenti nel terreno. L’infestazione potenziale può rappresentare oltre il 90% dell’infestazione totale» (P. Catizone-G. Dinelli, Il controllo della vegetazione infestante, in Accademia Nazionale di Agricoltura, L’agricoltura verso il terzo millennio attraverso i grandi mutamenti del XX secolo, Edagricole, Bologna 2002, pp. 596-97).


La pratica del diserbo chimico rappresenta una delle procedure alla lunga più inutili, inquinanti, dannose e costose (per gli agricoltori e i consumatori) oggi presente nell’agricoltura del nostro tempo. 


Essa va integralmente estirpata dalla nostra agricoltura e ancor più nell'utilizzazione al di fuori delle aree coltivate come una delle scelte più sbagliate ed infauste della tecno scienza contemporanea. Non c’è alcuna ragione perché tale forma di avvelenamento delle nostre campagne duri un giorno in più. Il risparmio di lavoro che il diserbo chimico consente, rispetto a quello meccanico, non può più essere calcolato in termini puramente aziendali o economici, come è stato fatto dissennatamente finora. 

Se nel computo si immettono i molteplici costi sociali, economici, biologici, ambientali che il suo uso comporta, il bilancio mostra la sua non più occultabile cecità.

Fabio Taffetani, Botanico, Università Politecnica delle Marche, Ancona - f.taffetani@univpm.it

lunedì 28 aprile 2014

Biomasse e problematiche relative alla qualità dell’aria


Anche l'uso domestico delle biomasse concorre ad inquinare l'aria che respiriamo

Nel corso del convegno Aria: quale qualità? Sistema conoscitivo, problemi, sfide, svoltosi recentemente a Bologna nell’ambito del percorso preparatorio della XII Conferenza del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, è stato affrontato il tema delle biomasse, sia nel loro utilizzo domestico (combustione) che in quello industriale. 


Guido Lanzani di ARPA Lombardia ha parlato della combustione domestica delle biomasse legnose e delle questioni relative alla qualità dell’aria. I dati degli inventari delle emissioni mostrano infatti sempre di più quanto significativo sia l’impatto che la combustione della legna in stufe e caminetti ha sulla qualità dell’aria. In Lombardia è la sorgente principale di PM10 e PM2.5 (primario).

Pur fornendo in Lombardia meno del 7% del calore prodotto per il riscaldamento, le emissioni da apparecchi a legna coprono circa il 49% del totale delle emissioni annuali di PM10, concentrate nei mesi più critici per la dispersione in relazione ai fattori di emissione, che, per la legna, sono di ordini di grandezza superiori di quelle del metano. Per fornire infatti lo stesso contributo in termini di calore, la combustione della legna determina emissioni di PM10 da 100 a 1000 volte superiori a quelle del metano.

I dati degli inventari sono inoltre confermati da una serie di analisi sul materiale particolato e di misure di altri inquinanti. I dati raccolti fino ad oggi evidenziano infatti per la Lombardia un contributo della combustione della legna sul totale del PM10 invernale variabile tra l’8 ed il 10% a Milano, tra il 15 ed il 25% nelle stazioni della pianura rurale e tra il 25% ed il 35% nelle stazioni alpine e prealpine. Anche le misure di Benzo(a)pirene in aria confermano il contributo determinante della combustione da legna: le concentrazioni massime sono riscontrate nelle vallate alpine e prealpine e nelle aree dove si stima maggiore l’uso della biomassa per il riscaldamento. 


L’impatto della combustione della legna non è però una specificità lombarda ma è molto esteso. Il problema infatti è diffuso in Europa e nel Nord America oltre che nei Paesi in via di sviluppo. E’ inoltre dimostrato anche il legame con l’inquinamento indoor e con l’esposizione personale.

Per quanto riguarda le possibili strade da percorrere per migliorare lo scenario, Lanzani ha provato a individuare questi elementi:

innovazione tecnologica: sebbene il riscaldamento a metano sia ancora meno impattante per la qualità dell’aria, esistono sul mercato apparecchi con emissioni anche 10 - 50 volte inferiori a quelle dei vecchi apparecchi;

corretto uso apparecchi: la corretta installazione prima e la manutenzione poi sono importanti sia ai fini della riduzione delle emissioni che della sicurezza; le modalità d’uso possono portare a emissioni di ordini di grandezza diverse. L’informazione in questo campo è fondamentale;

regolamentazione: così come fatto con le auto, sono necessarie norme che rendano obbligatorio il percorso virtuoso di miglioramento tecnologico: norme regionali (regole di manutenzione e limitazione all’uso e all’installazione di apparecchi vecchi), norme nazionali (es. per la classificazione degli apparecchi) e norme europee (es. regolamento applicativo direttiva Ecodesign).

Fonte:  ARPAT