venerdì 21 giugno 2019

Bioregionalismo - Società umana, animali e ambiente


Risultati immagini per - Società umana, animali  e ambiente

Gli interventi dell'uomo nel tentativo di "aggiustare" le presenze del mondo animale sono diventati talmente pesanti da mettere a rischio la stessa esistenza umana. Infatti il controllo sulle altre specie coinvolge anche l'uomo, che non è separato dal mondo animale.


Le regole della vita sono molto semplici, ogni specie sia vegetale che animale ha una interrelazione mutualistica con il suo habitat e con tutte le specie che lo condividono. Le piante hanno bisogno degli animali per la loro riproduzione e propagazione, gli erbivori sono controllati dai carnivori  e così  si mantiene un equilibrio fra ambiente e suoi abitanti.

Ma dove l'uomo è intervento immediatamente questo equilibrio è andato perso. Lo abbiamo visto con la desertificazione del nord Africa e del medio oriente causata da un esagerato incremento dell'allevamento domestico e di transumanza. Questo più l'abitudine venatoria nei confronti di specie ritenute nocive o -al contrario- utili all'economia umana hanno trasformato talmente  l'habitat da renderlo irriconoscibile... Tutto ciò in passato avveniva in modo quasi impercettibile, poiché gli avvenimenti sopra descritti si protraevano per lunghi periodi di tempo, secoli, se non millenni, ed era alquanto difficile per l'uomo riconoscerne gli effetti (legati al suo comportamento).

Ben diversa è la situazione attuale. Oggi l'intervento umano ha una conseguenza pressocché immediata e non si può far a meno di considerare le cause -come gli effetti strettamente interconnessi-  delle mutazioni ambientali in corso.  Dove l'uomo interviene immediatamente la natura e la vita recedono...


Persino ove l'uomo cerca di rimediare ai mali del suo operato anche lì combina guai peggiori. Lo abbiamo visto ad esempio con la politica dei ripopolamenti artificiali di specie faunistiche scomparse in una data bioregione  e recuperate in altri luoghi del pianeta per esservi reimmesse. Questa politica  di recupero ambientale è invero deleteria. I danni causati all'habitat dall'introduzione di specie non autoctone sono enormi. Tant'è che di tanto in tanto, con la scusa del sovrappopolamento, ci si inventa partite di caccia per il contenimento di dette specie.

A dire il vero la mia impressione è che questa politica ambientale è solo funzionale ad interessi altri... che non sono quelli della natura.  La natura, se lasciata a se stessa, trova sempre il modo di armonizzarsi, creando una altalena di presenze fra specie predate e specie predatorie.. ma dove interviene l'uomo appare il caos...  Ma è impossibile che la natura sia lasciata a se stessa, dovrebbe scomparire l'uomo.  La specie umana è aumentata numericamente a dismisura e non ha predatori, né le grosse epidemie che secoli fa decimavano la popolazione, e cibare tutte queste persone, carnivori o vegetariani che siano, porta comunque ad un'alterzione dell'habitat naturale.

Ogni tanto vengono emesse  delibere di vari enti  per abbattere un certo numero di animali selvatici  dichiarati “in eccesso” in una certa area. Cervi, caprioli, cinghiali.. etc.  Questo fatto  causa ogni volta un polverone mediatico e politico, estrinsecato nel gioco delle parti. Ovvero l'antagonismo fra  associazioni venatorie da una parte e  le associazioni animaliste  dall’altra,  con le istituzioni nel mezzo che cercano di soddisfare entrambe, ben sapendo che è tutta una finzione e che la selvaticità e la difesa della vita o il diritto alla caccia sono solo funzionali alle entrate economiche previste (turismo o carne, o tutti e due). 

La verità è che i "selvatici" sono stati “immessi” sul territorio non per il loro  bene ma a scopo speculativo, essi  non  sono dissimili dalle capre, pecore, maiali, etc.  allevati dall’uomo.  Ma come  fare un discorso ragionevole con tanti scalmanati a parlare? Il fatto è che bisogna stare molto attenti al numero di ungulati o facoceri  che  pascolano in un territorio, questo non solo nel caso di greggi difese dall’uomo, ma anche per gli pseudo selvatici  che vi vengono immessi, queste bestie ai giorni nostri  non sono  soggette alla falcidiatura naturale causata dai predatori. Qui in Italia il lupo, la lince e l'orso sono praticamente estinti e nei boschi i caprioli od i cervi  non hanno  nemici naturali che limitino la loro prolificazione, per cui si "deve" ricorrere a battute di caccia.

E il deterioramento nel rapporto uomo/animali porta al deterioramento nel rapporto fra umani e l'habitat.

Insomma bisogna capire le “ragioni” di queste immissioni…. che certo non avvengono per amore delle bestie anzi… vi è la certezza che siano  operazioni di ripopolamento legate ad interessi manipolatori  od -al meglio- a false speranze di recupero naturalistico.  Basti vedere  quanto è  avvenuto -ad esempio- con i grossi cinghiali dell’est europeo che,  come sappiamo, sono stati liberati sul territorio del centro Italia proprio per la loro prolificità e stazza, con il risultato che hanno soppiantato i cinghialetti italici  ed ora imperversano a centinaia di migliaia  e con le loro disastrose incursioni   procurano anche un danno all’erario (per via dei rimborsi dovuti ai contadini). La storia dei caprioli e dei cervidi  è la stessa, un ripopolamento  voluto dagli assessorati alla caccia di varie province d'Italia. 

E così  avviene ogni anno con lepri e  fagiani e simili, che massimamente vengono importati da allevamenti della Slovenia (e viciniori) a prezzi stratosferici. Questi animali “liberati”  servono solo alla categoria dei cacciatori  -tra l’altro- anch’essi ben salassati da imposte e tasse varie.  In verità la caccia è tutto un bussines basato sulla morte  ed è anche causa -per inciso- di  inverse speculazioni da parte di associazioni che fanno da contro-canto  ponendosi contro la caccia e ricevendo anch’esse prebende e fondi pubblici dallo stato.

Potete allora vedere  che questo gioco delle parti danneggia tutti i cittadini  e la natura stessa che è continuamente manipolata pro e contro questo e quello. Insomma un pretesto affaristico in una società che non considera  l’animale diversamente da un plusvalore qualsiasi.

Io personalmente sono vegetariano ma sono pure ecologista e quindi non sono affatto favorevole all’immissione di nuove specie in natura,   ed è per questo che ritengo che la caccia andrebbe completamente vietata in Italia  per il semplice fatto che è un esercizio “vizioso”  inutile e dannoso in assoluto. 

Giacché  la caccia non è   un’attività libera e naturale ma una specie di gioco di ripopolamento ed uccisione, un divertimento  sadico e crudele. Ma anche l'allevamento di armenti e animali da cortile va ripensato. Consentendolo solo allo stato brado o semi-brado e limitando il numero dei capi in considerazione di quanti ne possono vivere al pascolo in un dato fondo,  riequilibrando così la ciclicità della presenza animale con l'uso agricolo del territorio.

Paolo D'Arpini

Immagine correlata

giovedì 20 giugno 2019

Rapporto corretto nei confronti degli animali selvatici


Risultati immagini per Rapporto corretto nei confronti degli animali selvatici

Durante le gite estive può capitare di imbattersi in un animale selvatico che – ai nostri occhi – appare in difficoltà. Sebbene, spesso, il desiderio di intervenire sia spinto dalla reale volontà di aiutare l’animale, questa può non essere la scelta migliore. L’odore umano lasciato nei cuccioli selvatici li condanna all’abbandono da parte della madre.

Il fai-da-te spesso porta alla morte Quando ci si trova a fronteggiare situazioni di emergenza è fondamentale sapere come comportarsi. Scelte prese d’impulso possono spesso portare alla morte dell’animale. «In primavera e in estate – spiega l’Enpa, che ha redatto il vademecum SOS Fauna selvatica – riceviamo moltissime segnalazioni. Attenzione, però, non sempre un animale che ci appare in difficoltà lo è realmente. Intervenire in questi casi può fare più male che bene. Come nel caso dei piccoli di capriolo, lasciati dalle madri nell’erba alta, al sicuro dai predatori. Pensando a cuccioli abbandonati, molti li toccano o li spostano, ma in questo modo li condannano a una vita da orfani». Le regole di comportamento da rispettare. 

Ecco alcuni dei consigli tratti dal vademecum:  

Gli animali selvatici hanno paura di noi, quindi non vanno accarezzati e manipolati. Inoltre, non bisogna parlare ad alta voce e non bisogna utilizzare gabbie.  

Quando intervenire? In linea di massima si deve intervenire quando gli animali siano feriti, visibilmente debilitati, non reattivi e con equilibrio precario. I pipistrelli a terra vanno sempre raccolti. 

Quando non intervenire? I giovani uccelli, se si trovano a terra ma in un ambiente non ostile, se hanno la livrea “giovanile”, se compiono piccoli saltelli pur senza volare: si stanno semplicemente svezzando e non devono essere raccolti. I cuccioli di mammifero se non sono feriti non vanno mai né raccolti né toccati.  

Chi contattare?  Prima di prendere qualsiasi iniziativa, chiamare sempre e comunque i Carabinieri forestali al 1515, i Corpi forestali regionali (quando presenti, soprattutto nelle regioni a statuto speciale), la Polizia provinciale al 112 (se operativa in quel territorio) e il Centro recupero fauna più vicino che saprà fornire consigli e indicazioni. 

Come gestirli? Se per qualche motivo l’animale non può essere portato subito al Centro di recupero, deve essere lasciato in una scatola con qualche foro, in condizioni di semi-oscurità, verificando che non vi siano vie di fuga. Non improvvisare mai fasciature, steccature o altre medicazioni. Nel caso contattare un veterinario. 

Come comportarsi con i mammiferi di medie e grandi dimensioni? In questo caso bisogna contattare subito le autorità competenti. Non toccare l’animale, non parlare ad alta voce, non illuminarlo con i fari della macchina, non accarezzarlo. Pipistrelli e ricci feriti possono essere raccolti. 

Come comportarsi con gli uccelli? Se si trovano a terra, rondini, rondoni, balestrucci e uccelli senza piume vanno sempre raccolti. Possono essere adagiati, dopo aver indossando dei guanti, all’interno di una scatola con qualche foro. Vanno poi coperti con un telo. La stessa procedura può essere seguita per i piccoli mammiferi. Gli animali vanno consegnati il prima possibile al Cras più vicino. 

Immagine correlata


FONTE: RIVISTANATURA.COM  

mercoledì 19 giugno 2019

Vivere il bioregionalismo giorno per giorno, come siamo e dove siamo



“Ci si può convertire da una fede all’altra, si può passare da un dogma all’altro, ma non ci si può convertire alla comprensione della realtà: credere non è realtà…” (Jiddu Krishnamurti)

Da diversi anni mi sto occupando di ecologia profondaspiritualità laica e bioregionalismo e sebbene queste cose corrispondono a una mia personale esigenza di concretezza, ovvero di esprimere un mio sentire oggettivo, vorrei ora approfondire questo mio procedere. Lo faccio in modo discriminativo e qui di seguito esprimo alcune sensazioni sul significato che do al concetto di affermare o credere nella “verità” di vita.
Innanzitutto una domanda: qual’è la differenza  fra il restare assorbiti quietamente nella coscienza del momento presente, rispondendo alle esigenze e agli stimoli della vita con spontaneità e leggerezza, e la reazione spasmodica di un comportamento prefissato, basato sull’assunzione di concetti ideologici?
Un uomo studia libri su libri, ascolta e tiene grandi discorsi, cerca seguaci e diventa egli stesso seguace, inizia insomma a “credere” in un sistema, al quale poi si adatta come  fosse una "verità"; egli imposta ogni sua azione nel rispetto di uno schema sul quale erige una struttura “idealistica”, con essa ritiene di poter “istruire” gli altri e di poter esprimere “la verità”.
Ma come è possibile che la verità sia trasmissibile, una cosa prestampata e immobile, un rigido ideale? Essa può esser “vera” solo se è vera nel fluire continuo della vita, assestandosi e adeguandosi alle circostanze correnti, essa non sclerotizza l'azione, non impone restrizioni, essa respira con tutto ciò che esiste.
Basarsi su un filone di pensiero tracciato da altri per trasmettere la verità è voler dare alle parole un valore che non hanno…
E in buona sostanza come nasce la parola?
Il linguaggio attraverso il quale osiamo affermare “questa è la verità” è molto lontano dalla coscienza esperienziale. Infatti all’inizio esiste una consapevolezza innata, una coscienza intelligente e non qualificata, da questa sorge il senso dell’io, l’ego, il quale, attraverso l'apprendimento dei concetti acquisiti, interpreta una sua parte con parole e comportamenti lineari. Da ciò si deduce che la descrizione, o conoscenza acquisita, è di molto inferiore alla conoscenza innata e alla sperimentazione diretta, libera da preconcetti ideologici.
Un antico detto taoista afferma: "il tao che può esser detto (trasmesso) non è il Tao". E Ramana Maharshi, un saggio dell’India, disse: "..la verità è nel profondo silenzio del nostro cuore…". Purtroppo alcune persone sbandierano la loro verità ai quattro venti, pretendono di averla trovata in fantastiche proiezioni della psiche, nello studio di teorie "esternalizzanti", e considerano il luogo in cui si vive come fosse una descrizione geografica.
Essi amano la fantasia e non la verità…
E a che servono "conoscenze" fasulle, ignorando la vita del giorno per giorno, del qui e ora, se non per speculare sull’immaginario del credere in fantastici nuovi dogmi?
Per sperimentare la verità della vita basterà restare nella spontaneità del respiro… senza decidere in anticipo quando inspirare e quando espirare…
Solo nell'essere presenti dove siamo, e come siamo, possiamo vivere la pratica dell'ecologia profonda e del bioregionalismo, non nella vuota accettazione e narrazione di esotici teoremi.
Paolo D'Arpini
bioregionalismo.treia@gmail.com


lunedì 17 giugno 2019

L'acqua è alla base della vita... ma l'uomo non ne tiene conto


Risultati immagini per L'acqua è alla base della vita

L’acqua è praticamente la componente principale di molti alimenti nonché dell’ambiente e del corpo umano. Se si riflette al fatto che essa non fornisce calorie quando assunta, si capisce come la sua funzione vitale sia legata alla necessità di essa da parte della cellula, espressione universale della vita. In assenza di acqua la vita è inibita e la scoperta di nuovi mondi parte sempre (v. il recente caso di Marte) dalla ricerca su quei suoli inesplorati dell’acqua. 

Anche l’aspetto energetico sembra oggi cambiare l’era dell’idrogeno, la nuova forma pulita di energia ci obbliga a considerare l’acqua anche da questo punto di vista: risorsa preziosa di idrogeno. 

Se poi gli aspetti economici di bilancio non saranno soddisfatti, questo nulla toglie ad un’ennesima preziosità dell’acqua, essere un abbondante potenziale contenitore di idrogeno. Tra l’altro l’impiego della luce solare (in presenza di un catalizzatore) come energia estrattiva apre ulteriori spazi da percorrere. 

La ricchezza d’acqua non sempre significa disponibilità: in un terreno agricolo ad esempio si possono creare a seguito di ripetuti interventi sbagliati da parte dell’uomo delle condizioni assai negative a fini della trasferibilità e del trasporto dell’acqua. Sono stati messi a punto test idonei propri e finalizzati a misurare non la quantità di acqua presente, ma il grado di disponibilità e quindi di sfruttamento da parte dell’uomo e della coltura scelta per il terreno. Se poi passiamo a parlare dell’acqua potabile il discorso si fa ancora più difficile: lo scarso rispetto delle falde acquifere, e l’utilizzo di acqua potabile per usi diversi dal consumo umano, le perdite che purtroppo sono responsabili della dispersione nell’ambiente di quasi il 30% delle risorse idriche disponibili rendono 9 l’uomo responsabile di gravi colpe. I comuni e le regioni cominciano a sensibilizzarsi rispetto a questi aspetti e con sempre maggiore attenzione nascono progetti finalizzati alla protezione dell’acqua da tutte le forme di sperpero e di cattivo uso. 

Su questo fronte non si può non parlare delle gravi mancanze di acqua che tormentano le popolazioni africane: la scienza e la tecnologia non sempre attente a riversare sulle applicazioni sociali il frutto della ricerca finalmente si sono rese conto dell’opportunità di studiare processi di potabilizzazione anche in forme e modelli “personal” capaci di rendere utilizzabili con opportuni trattamenti di nanofiltrazione, risorse acquifere inadatte all’uso potabile. E’ un settore che merita costante continuo impegno in quanto su di esso si gioca la qualità della vita e la vita stessa di larghe fette di popolazione. 

C'è infine il problema del monitoraggio: per proteggere e per correggere bisogna conoscere. I metodi analitici degli inquinanti in matrice acquosa sono stati messi a punto e pubblicati in forme diverse, praticamente in tutti i paesi sviluppati del mondo. C'è però bisogno di metodi alternativi capaci di fornire risposte in tempo reale, capaci di controllare sistemi automatici di correzione, capaci di indicare in tempo reale gli eventuali inconvenienti prodottisi in un impianto acquedottistico. 

La Scienza fra grandi progressi in questi sono: la sensoristica e la biosensoristica ci vengono incontro. I test di tossicità integrale rappresentano in tale linea un’ulteriore opportunità in quanto fornendo una risposta integrale ed in tempo reale ci affrancano, in una fase di urgenza, dalle analisi specifiche e puntuali che possono essere eseguite soltanto quando necessario. 

Luigi Campanella - AK Informa n. 24

Immagine correlata

La storia della vita sul pianeta Terra


Risultati immagini per La storia della vita sul pianeta Terra

"La nostra conoscenza della narrazione evolutiva è abbastanza frammentaria. ... Dopo tre miliardi e mezzo di anni si stima che un trilione di specie abbia accompagnato la Terra nel suo lungo peregrinare intorno al Sole. Più del 99% si sono estinte. Tra di esse, la frazione che ha lasciato testimonianze fossili è minima. I fossili determinano una visione distorta della vita scomparsa, e non offrono una selezione rappresentativa di esemplari. La natura ha scarsi imbalsamatori ma molti necrofagi e riciclatori. (...) I fossili fanno luce su momenti concreti della scena evolutiva, come il passato dei molluschi, dei vertebrati e degli echinodermi, esseri che hanno incorporato carbonio o fosfato di calcio nelle loro ossa, conchiglie, denti. Quelli a corpo molle, o con supporti deboli come la chitina, restano in penombra. Si tratta di una vastissima regione buia, se teniamo in considerazione che le specie a corpo molle sono state la norma nel corso di otto decimi di storia della vita. (...) Gli aspiranti a fossile devono morire nel mare, o vicino a un lago o a un fiume, dove un sudario di fango possa coprire i loro corpi. (....) Quando scarseggiano i fossili in un certo periodo, forse è dovuto al fatto che, in effetti, ci fossero pochi animali, oppure a fattori che hanno inibito la fossilizzazione, come un abbassamento della concentrazione di ossigeno.
Se volessimo sviscerare l'intera storia dei vermi, degli artropodi senza rinforzo dell'esoscheletro, o degli esseri unicellulari, vale a dire, la storia dei principali abitanti della Terra, ci imbarcheremmo in una impresa impossibile".
(David Blanco Laserna, L'evoluzione, RBA Italia, 2017)

Risultati immagini per La storia della vita sul pianeta Terra

Quanto osservato è uno dei motivi principali per cui mi sento disinteressato riguardo la tesi dell' "anello mancante" come contestazione dell'evoluzionismo darwiniano.
La teoria di Wallace e Darwin è l'ipotesi più razionale, ragionevole e coerente riguardo lo sviluppo nel tempo della vita sul pianeta: le repliche di Dna realizzate dagli organismi biologici contengono errori, quindi modifiche (anche le repliche delle nostre cellule ne contengono, ed è per questo che il nostro corpo invecchia, attraverso cumuli di errori). Dato un organismo adatto all'ambiente contemporaneo, i suoi discendenti variamente modificati possono esserlo di più o di meno, nel mentre che le stesse condizioni ambientali si modificano.
Perciò, la teoria della selezione a posteriori del più adatto appare perfettamente logica.
Il suo limite è quello di essere difficilmente verificabile o falsificabile nei dettagli, a causa delle scarse tracce materiali disponibili riguardo il lungo passato biologico terrestre.
La storia della vita sul pianeta è conosciuta solo a spezzoni per testimonianze dirette (fossili e qualche raro caso di organismi mummificati), per cui la maggior parte del lavoro deve coprire per interpolazione intellettuale molte zone prive di dati materiali.
La scarsità o anche totale assenza di dati in molte zone di una storia frammentaria non costituisce prova di errore descrittivo, costituisce solo un limite.
Una prova di errore sarebbe, in ipotesi, una evento certificato che risulti incompatibile e contraddittorio con la teoria.
Cosa che non mi pare sia finora accaduta.
Quando ero ragazzo, al liceo, contestai la tesi antievoluzionista dell'insegnante di religione con un intervento che coniugava originalmente Darwin, Monod e il creazionismo: "Prof, se vogliamo ammettere la creazione divina, nulla vieta che dio abbia costruito un mondo destinato a funzionare secondo le regole della selezione naturale a posteriori", cioè secondo "il caso e la necessità", come sosteneva il biologo francese.
Don Benciolini ammise che non poteva contestare una simile ipotesi logica.
Nei quasi cinquant'anni successivi non sono riuscito a contestarla neanch'io.
Cosa che spero possa essere presa in considerazione dagli amici teisti, che non devono sentirsi obbligati ad essere "fissisti" (come venivano chiamati, nel XIX secolo, gli antievoluzionisti).

Vincenzo Zamboni


Risultati immagini per La storia della vita sul pianeta Terra

Commento di Orazio Fergnani:  "Fra le due scuole principali certamente quella evoluzionista appare la più logica. Ma certo riuscire a capire attraverso quanti miliardi di successive mutanti evoluzioni sia necessario passare per derivare dalla forma di 'ameba unicellulare ad un essere complesso come l'uomo o anche gli animali superiori con oltre 100 miliardi di cellule che interagiscono coordinatamente e contemporaneamente... mi risulta un po' indigesto... Probabilmente sono possibili altre varianti teoriche che ancora non abbiamo individuato.  A mio parere non si può riuscire a spiegare tutte queste quasi infinite mutazioni con la teoria del migliore adattamento ambientale."

Immagine correlata


domenica 16 giugno 2019

Bioregionalismo. La nonviolenza ed il far la pace con la Terra...


Risultati immagini per bioregionalismo paolo d'arpini

La posizione  assunta nella società -umana od animale che sia- di noi bioregionalisti della Rete Bioregionale Italiana è basata sulla  nonviolenza. Il che  non vuol dire accettare e subire passivamente il male.  In passato di tanto in tanto si son venute a creare delle differenze d'opinione all'interno della Rete, soprattutto riguardo alla alimentazione nonviolenta od  alla protesta attiva nei confronti della società consumista. Alcuni di noi si sentivano più "bombaroli" altri preferivano  ritirarsi in baite di montagna a fare gli eremiti. 

Come al solito mi son trovato a percorrere una via di mezzo. Ho cercato di influire sulla società, soprattutto con l'esemplificazione od anche  attraverso azioni e proposte politiche in sintonia con l'ecologia profonda, ho cercato di rappresentare un modello di vita che fosse congeniale con il criterio bioregionale, certo non un modello "forzato" bensì un semplice adeguamento alle circostanze in termini nonviolenti ed ecologisti. Non ho trascurato momenti di convivialità ed incontro per condividere esperienze e tramandi, senza pretenziosità. Questo -ad esempio- facciamo da molti anni in occasione del Collettivo Bioregionale Ecologista del solstizio estivo.  

Fare la parte  del  "gandhiano" passivo non mi è congeniale ma nemmeno fare  il guerrigliero  è nella mia natura. Ho la pretesa di credere che una tale via di mezzo "bioregionale" tenga conto della sopravvivenza reciproca di tutti gli elementi in gioco. Con ciò  ha fatto arrabbiare parecchi  miei compagni di viaggio, oltre che le parti avverse cioè tutto l'establishment ed i benpensanti. 

La nonviolenza   - diceva  l'amico Piero- dovrebbe essere attiva e sincera,  coinvolgendo l'ambiente in cui la si pratica, la sua possibilità di risonanza e testimonianza ma anche, da un altro lato, i convincimenti e la forza personale, che sono cose distinte dalle prime (una persona può agire in modo nonviolento anche se nessuno lo verrà a sapere; ovvero, la testimonianza nonviolenta può anche essere totalmente personale, non pubblica.  

Risultati immagini per bioregionalismo e far la pace con la Terra..

Insomma la nonviolenza di carattere bioregionale non può essere una professione, come quella praticata da certi  bioregionalisti d'oltre oceano, propensi a cantare la natura e gli animali,  contemporaneamente andando nei parchi a caccia, oppure  protestare per  i giochi olimpici invernali in Italia, come fonte d'inquinamento, senza curarsi delle distruzioni e avvelenamenti della terra  da parte dei loro stessi governi.  Purtroppo l'ipocrisia piace al sistema, le belle prediche trovano spazi sui media di sistema, il bioregionalismo "geografico" viene esaltato persino su wikipedia, mentre il "vero" bioregionalismo, quello pratico  del vivere bioregionalmente nel luogo  in cui si vive, e non "altrove",  vi trova poco spazio.  

L'amica bioregionalista  vegetariana Marinella Correggia, con  tutte le sue azioni di sensibilizzazione sociale, si poneva il problema di come strappare la bandiera della nonviolenza dalle mani del "nemico". Quel nemico gradito al sistema. In cui troppo spesso ai "ma" seguono i "sì" per onorare una certa coerenza di facciata ed allo stesso tempo aderire alle scelte dello "sviluppo" sostenibile.  

Il bioregionalismo e la nonviolenza  sono una contraddizione attiva,  la loro attuazione è  immersa nella contraddizione,   altra cosa   è la "coerenza formale"... quella formalità descrittiva, che si adegua alle esigenze della "crescita" e delle consuetudini consolidate.

Per questo in alcune occasioni  definisco i veri bioregionalisti   "ribelli e precursori", cioè quel che noi stessi siamo. Anche se alcuni nostri detrattori dicono che siam solo  sessantottini non pentiti, oppure inveterati illusi, poiché il nostro voler cambiare il mondo si risolve in un nulla.  Sarà così,  ma almeno stiamo cercando di farlo cominciando dal cambiare noi stessi, decidendo per noi stessi quei comportamenti necessari a creare una nuova civiltà umana.  Perciò ci definiamo  "precursori e ribelli” e non “rivoluzionari” poiché, come disse Osho, il rivoluzionario appartiene ad una sfera terrena mentre il ribelle e la sua ribellione sono sacri.  


Paolo D'Arpini

Risultati immagini per bioregionalismo paolo d'arpini
Rete Bioregionale Italiana

sabato 15 giugno 2019

Diciamo no allo spargimento nei campi di fanghi prelevati dagli impianti di depurazione fognaria


Immagine correlata

Le considerazioni  che riguardano in senso lato questioni potenzialmente pericolose per la salute pubblica e per l’ambiente naturale e antropico, portano in conclusione a suggerire l’adozione del principio di precauzione (precautionary principle) introdotto per la prima volta dal Trattato di Maastricht nell’Unione Europea, che stabilisce il dovere di prevenire e di ridurre la possibilità che possano verificarsi emissioni o eventi inquinanti e di evitare un impatto ambientale indipendentemente dalla prova certa che esso possa verificarsi ma in presenza di indizi fondati scientificamente che possano farlo ritenere probabile. Viene assunto un atteggiamento di prudenza, in definitiva, anche in assenza di prove (tecnicamente e materialmente misurabili) idonee a dimostrare l’esistenza di un nesso causale tra le emissioni e potenziali effetti negativi significativi. 

Si ritiene che lo spargimento nei campi di fanghi prelevati dagli impianti di depurazione fognaria  sia proprio uno dei casi in cui tale principio debba essere applicato, trattandosi di rischi per la salute. In aggiunta si richiama il principio di prevenzione (o di correzione alla fonte), sempre adottato dall’Unione Europea ed elemento trasversale della normativa e dei programmi d’azione, che stabilisce che bisogna operare perché gli inquinamenti vengano evitati (ad es. agendo sulla qualità delle materie prime e all’interno della struttura dei cicli produttivi perché siano intrinsecamente sicuri e a ridotte emissioni) anziché andare a combatterne successivamente gli  effetti sul campo. 

Questi due principi-cardine della politica comunitaria sono stati resi operativi a partire dai primi due programmi d’azione in materia ambientale e sanciscono per la prima volta la centralità dell’interesse ambientale in qualsiasi programmazione o decisione adottata nella Comunità introducendo il principio della priorità della prevenzione degli inquinamenti nonché il principio “chi inquina paga” che comporta la necessità di addossare all’inquinatore il costo della prevenzione, della riduzione, nonché della riparazione del danno causato all’ambiente. 

ITALIA NOSTRA, PERTANTO, esprime netta contrarietà all’impiego di fanghi di rifiuto dei depuratori biologici cittadini, sia se alimentati da fognature che includono anche scarichi di tipo industriale che di tipo “esclusivamente” civile, essendo la città un organismo estremamente complesso ove nelle fognature può finire di tutto, sia nell’ordinarietà che per ignoranza, disattenzione o per colpa. Chiariamo ancora più esplicitamente: prevenire e assumere un principio precauzionale implica che non si tratta di rivedere la normativa attuale obsoleta, arricchendola di qualche parametro o di qualche cautela: la norma necessaria è il divieto, così come hanno fatto alcune Nazioni europee. La posta in gioco è troppo elevata e riguarda la salute, la salubrità del cibo, la qualità dell’ambiente e la vivibilità in sicurezza dei paesaggi agricoli del nostro Paese. 

Nel frattempo… Si può procedere da subito alla riduzione significativa del quantitativo di fanghi di rifiuto da smaltire, prodotti dai depuratori esistenti, dotando di semplici digestori anaerobici i depuratori che non ancora ne fossero provvisti, con quattro benefici: produzione di biogas impiegabile a fini energetici nello stesso depuratore; lavorabilità del fango in quanto il digestato residuo è maggiormente palabile; riduzione importante del quantitativo da smaltire come rifiuto; conseguente risparmio economico. La produzione di fanghi può essere del tutto eliminata adottando, specie per agglomerati abitativi fino a 2000-3000 abitanti 14 , ovunque sia possibile, i 14 Possono essere realizzati fitodepuratori (constructed wet-lands) anche di grandi dimensioni, avendo disponibilità di spazio e collegandoli in parallello, al servizio di decine di migliaia di abitanti. 

Il D.Lgs 152/06 recante “Norme in materia ambientale” dispone che per la scelta della tipologia degli impianti di depurazione: “I trattamenti appropriati devono essere individuati con l’obiettivo di rendere semplice la manutenzione e la gestione, essere in grado di sopportare adeguatamente forti variazioni orarie del carico idraulico e organico e di minimizzare i costi gestionali.” A riguardo precisa: “Per tutti gli agglomerati con popolazione equivalente compresa tra 50 e 2000 a.e, si ritiene auspicabile il ricorso a tecnologie di 25 fitodepuratori, tecnica naturale di depurazione delle acque peraltro raccomandata dalla legge quanto poi non applicata. 

Trattasi di una tipologia di impianti che consentono uno straordinario inserimento nel paesaggio, al punto da divenire indistinguibili dal contesto e non percepibili in quanto non emettono suoni o odori e non richiedono attrezzature elettromeccaniche. L’arricchimento correttivo in carbonio nei suoli, ove necessario, può essere assicurato, più correttamente e opportunamente dal compost di qualità ottenuto dalle frazioni biodegradabili dei rifiuti conferiti in maniera differenziata e da tutte le frazioni organiche di origine naturale residue delle lavorazioni (potature, industria del legno, allevamenti ecc…). Non è l’agricoltura ad aver bisogno dei rifiuti fangosi dei depuratori, bensì il più utilitaristico e spregiudicato interesse economico. 
 
  A cura di Giovanni Damiani di Italia Nostra

Risultati immagini per Diciamo no allo spargimento nei campi di fanghi prelevati dagli impianti di depurazione fognaria