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domenica 16 giugno 2019

Bioregionalismo. La nonviolenza ed il far la pace con la Terra...


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La posizione  assunta nella società -umana od animale che sia- di noi bioregionalisti della Rete Bioregionale Italiana è basata sulla  nonviolenza. Il che  non vuol dire accettare e subire passivamente il male.  In passato di tanto in tanto si son venute a creare delle differenze d'opinione all'interno della Rete, soprattutto riguardo alla alimentazione nonviolenta od  alla protesta attiva nei confronti della società consumista. Alcuni di noi si sentivano più "bombaroli" altri preferivano  ritirarsi in baite di montagna a fare gli eremiti. 

Come al solito mi son trovato a percorrere una via di mezzo. Ho cercato di influire sulla società, soprattutto con l'esemplificazione od anche  attraverso azioni e proposte politiche in sintonia con l'ecologia profonda, ho cercato di rappresentare un modello di vita che fosse congeniale con il criterio bioregionale, certo non un modello "forzato" bensì un semplice adeguamento alle circostanze in termini nonviolenti ed ecologisti. Non ho trascurato momenti di convivialità ed incontro per condividere esperienze e tramandi, senza pretenziosità. Questo -ad esempio- facciamo da molti anni in occasione del Collettivo Bioregionale Ecologista del solstizio estivo.  

Fare la parte  del  "gandhiano" passivo non mi è congeniale ma nemmeno fare  il guerrigliero  è nella mia natura. Ho la pretesa di credere che una tale via di mezzo "bioregionale" tenga conto della sopravvivenza reciproca di tutti gli elementi in gioco. Con ciò  ha fatto arrabbiare parecchi  miei compagni di viaggio, oltre che le parti avverse cioè tutto l'establishment ed i benpensanti. 

La nonviolenza   - diceva  l'amico Piero- dovrebbe essere attiva e sincera,  coinvolgendo l'ambiente in cui la si pratica, la sua possibilità di risonanza e testimonianza ma anche, da un altro lato, i convincimenti e la forza personale, che sono cose distinte dalle prime (una persona può agire in modo nonviolento anche se nessuno lo verrà a sapere; ovvero, la testimonianza nonviolenta può anche essere totalmente personale, non pubblica.  

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Insomma la nonviolenza di carattere bioregionale non può essere una professione, come quella praticata da certi  bioregionalisti d'oltre oceano, propensi a cantare la natura e gli animali,  contemporaneamente andando nei parchi a caccia, oppure  protestare per  i giochi olimpici invernali in Italia, come fonte d'inquinamento, senza curarsi delle distruzioni e avvelenamenti della terra  da parte dei loro stessi governi.  Purtroppo l'ipocrisia piace al sistema, le belle prediche trovano spazi sui media di sistema, il bioregionalismo "geografico" viene esaltato persino su wikipedia, mentre il "vero" bioregionalismo, quello pratico  del vivere bioregionalmente nel luogo  in cui si vive, e non "altrove",  vi trova poco spazio.  

L'amica bioregionalista  vegetariana Marinella Correggia, con  tutte le sue azioni di sensibilizzazione sociale, si poneva il problema di come strappare la bandiera della nonviolenza dalle mani del "nemico". Quel nemico gradito al sistema. In cui troppo spesso ai "ma" seguono i "sì" per onorare una certa coerenza di facciata ed allo stesso tempo aderire alle scelte dello "sviluppo" sostenibile.  

Il bioregionalismo e la nonviolenza  sono una contraddizione attiva,  la loro attuazione è  immersa nella contraddizione,   altra cosa   è la "coerenza formale"... quella formalità descrittiva, che si adegua alle esigenze della "crescita" e delle consuetudini consolidate.

Per questo in alcune occasioni  definisco i veri bioregionalisti   "ribelli e precursori", cioè quel che noi stessi siamo. Anche se alcuni nostri detrattori dicono che siam solo  sessantottini non pentiti, oppure inveterati illusi, poiché il nostro voler cambiare il mondo si risolve in un nulla.  Sarà così,  ma almeno stiamo cercando di farlo cominciando dal cambiare noi stessi, decidendo per noi stessi quei comportamenti necessari a creare una nuova civiltà umana.  Perciò ci definiamo  "precursori e ribelli” e non “rivoluzionari” poiché, come disse Osho, il rivoluzionario appartiene ad una sfera terrena mentre il ribelle e la sua ribellione sono sacri.  


Paolo D'Arpini

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Rete Bioregionale Italiana

martedì 14 agosto 2012

Osho, Socrate, il lavoro nei campi e l'insegnamento spirituale

Osho, un po' sbiadito


Sono sicuro che Osho fosse un grand'uomo, sicuramente un maestro spirituale (un caro amico, che ha scritto vari libri ad argomento religioso, scomparso prematuramente, lo teneva in camera come un'icona), infatti gli USA, per liberarsene, lo hanno arrestato con una scusa e lo hanno tenuto uin gattabuia per 15 gg. a dormire su di un pagliericcio pieno di tallio che è velenoso anche per contatto.
Ma senza sminuire la notevole figura di Osho, se proprio vogliamo dare uno sguardo al nostro retroterra culturale, già Socrate, circa 2.400 anni fa, adottava il metodo maieutico, cioè egli diceva che il suo compito non era "versare" conoscenza nelle menti dei suoi allievi (come liquido in una bottiglia vuota) bensì di far sbocciare il seme che era già in essi.
Spirituale è qualunque cosa che ci aiuta a vedere che non siamo solo cibo e sesso, anche senza difficili esercizi di masturbazione mentale.
Basterebbe (per "ani-maiali" di città, abituati al più a battere la tastiera) andare una settimana a lavorare in una fattoria: alzati all'alba, cura le bestie (mungi, spala me.da, lava le pellacce, conserva la biada, spargi la biada), zappa la terra, pota i rami secchi, raccogli i pomodori-zucchine-melanzane, spacca la legna, fai le buche, riempi le buche, lava-stendi-raccogli-stira-rammenda-conserva i panni, cucina e poi pulisci fornelli e piatti, spazza-lava a terra, lava i vetri, aggiusta le cose rotte, etc.
Voglio vedere (sempre se si resiste...) se non provi qualcosa di spirituale, con le vesciche sulle mani, la schiena rotta, le gambe che tremolano, i piedi gonfi, la testa che gira, il fiatone, il sudore che ti cola davanti e dietro.
Solo poggiare le stanche membra su di un pagliericcio, prima di crollare addormentato, ti farà sentire in paradiso...
Tanti saluti
AlexFocus


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Commenti ricevuti:
 
 
Lolli Fabricio:  Veramente mi pare ingeneroso accostare Osho con Socrate. Osho fu condannato perchè lui stesso(ripeto...lui stesso) ammise di aver istigato episodi di teppismo nei confronti degli abitanti di un paese che non gradiva la sua setta (lui la def...inì così). Ammise persino di aver preparato una bomba batteriologica da usare contro non ricordo quale città (lui l'ammise e per questo fu scacciato dalla America). Socrate, fu il primo pacifista antesignano della storia. Preferì morire suicida che rischiare di portare disordini (molti giovani ateniesi lo amavano) nella sua città. Il suo unico delitto fu....sposare Santippe
 
 
Caterina Regazzi:  Santippe..... un mito
 
 
Ajad Paolo Milano:  Per informazione, Osho non è stato condannato, è stato avvelenato (è un po' diverso). E ve lo immaginate Osho che prepara un bomba batteriologica? Avvelenato ed espulso dagli Stati Uniti e rifiutato dalle altre "democrazie" occidentali, perché avrebbe aiutato troppe persone a crescere in libertà e consapevolezza.
 
 
Lolli Fabricio:  Mi spiace Paolo, ma dovresti informarti meglio. Osho è stato condannato perchè la sua setta (ripeto, non lo dico in termini spregiativi, ma era lui stesso che la definiva così) diverse volte era entrata in contrasto con gli abitanti del pos...to giungendo (non lui personalmente, ma diciamo che esortava con il verbo) anche a episodi di teppismo da entrambe le parti. In quanto alla bomba batteriologica, anche a me sembra incredibile, ma lui stesso ammise al processo che avevano tentato di fabbricarla per sterminare gli abitanti di questo paese posseduti dal demonio. In quanto all'avvelenamento non ne so nulla...io sapevo che era morto di cancro. So anche che dopo essere stato estradato dagli Usa tentò di entrare praticamente in tutti gli stati europei Italia compresa ma fu sempre tenuto alla larga per timore che provocasse dei disordini...certo non lui personalmente ma alcune delle persone invasate che lo seguivano e che lo consideravano una specie di divinità. Non tutti i seguaci di Osho erano equilibrati e rispettosi delle opinioni altrui, ma una parte, come purtroppo accade in tutte le religioni e simili non possedevano il dono della saggezza....dono che aveva Socrate.
 
 
Ajad Paolo Milano:  Caro Fabricio, mi piace il tuo tono sereno e aperto al confronto, quindi senza animosità proseguo il dialogo. Non so se affermi queste cose per sentito dire o per lettura, posso dirti che ho incontrato Osho in Oregon e in quel periodo i med...ia americani erano scatenati contro di lui con enormi dosi di invenzioni e manipolazioni. L'espressione 'posseduti dal demonio' ci dovrebbe far capire che siamo nel campo delle fandonie... di cui peraltro appare chiara la matrice! L'avvelenamento invece (a cura del governo americano) è dimostrato da molti libri in inglese e almeno uno in italiano intitolato (guarda un po') Operazione Socrate, basati su documenti, testimonianze e sul processo. Nel quale è stato accusato di più di cento capi d'accusa, tutti caduti. I suoi legali e discepoli lo hanno convinto a farsi estradare, essendo chiaro che lo volevano uccidere. Aggiungo che uno stato 'democratico' non può tenere alla larga un individuo mai condannato soli per il timore che... (accettano terroristi di ogni specie!), a meno che non obbedisca ad un ordine illegale emesso da una grande potenza straniera. Infine, certo non tutti i seguaci corrispondono ala grandezza del maestro, ma di questa verità è piena la storia delle religioni...
 
 
Lolli Fabricio:  Su Osho avevo letto diverse cose anni fa e avevo alcune amiche che tenevano il suo poster in camera e praticavano la meditazione in contatto con lui. E proprio questo aspetto mi aveva incuriosito (parlo di 20-25 anni fa, forse di più).... Le mie amiche erano perennemente alla ricerca di qualcosa di interiore che risolvesse il loro malessere interiore e Osho fu solo una tappa nella loro ricerca...ora credo che almeno una di loro stia affrontando la fase cattolica-integralista,le altre non so, perse di vista. Dicevo che mi aveva incuriosito e affascinato come certe menti deboli fossero disposte a farsi plagiare da chiunque avesse sufficiente carisma per farlo. Non dubito che Osho avesse ottimi principi, o meglio...non ho motivi per dubitarne in quanto quello che ha sempre detto il governo americano su di lui per me era solo carta straccia. Ma il facile degenerare verso il fanatismo di queste sette che si creano, o meglio di gruppi appartenenti a queste sette, lo ritengo insano e pericoloso. Penso lo stesso del cattolicesimo e delle sue aberrazioni, per non parlare dell'islamismo ecc...Con questo sono assolutamente convinto che Gesù fosse un'ottima persona. Insomma, per riassumere, la spiritualità dovrebbe essere una cosa interiore, intima e privata. Quando senti il bisogno di condividerla con il gruppo, io dubito....ma il mondo è bello perchè siamo tutti diversi.













Articoli di riferimento su Osho: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/search?q=osho 

lunedì 30 luglio 2012

Sathya Sai Baba ed Osho Rajneesh... diversi ed uguali? Sì, con gli occhi della spiritualità laica!

 



 

Sathya Sai Baba ed Osho Rajneesh…. Che hanno questi due in comune?  Comparazione di due saggi indiani mai incontrati… ma conosciuti!



Debbo anticipare che non sono, né son mai stato,  un cercatore spirituale "professionista", cioè non ho mai cercato nessuna verità altra da me stesso,  né ho mai provato il desiderio o la curiosità di andare a conoscere questo o quel maestro.

Sono un fatalista e ho sempre considerato che quello che deve accadere nella vita accade per conto suo e non c’è bisogno di rincorrere nulla. 

Soprattutto verso i santi maschi  ho sempre  mantenuto un occhio critico, pensando che nessuno potesse incarnare meglio di me lo "spirito". Certo ora non vedo più la cosa nello stesso modo, ora per me son tutti come me stesso e quindi l’antagonismo è finito.

Restano comunque i ricordi e le abitudini comportamentali.  

Ma torniamo ad Osho Rajneesh  ed a Sathya Sai Baba …. 
A volte li definisco  “due saggi opposti” e  perché? Osho Rajneesh rappresenta la trasgressione in senso intellettuale e sociologico mentre Sathya Sai Baba incarna il modello devozionale indiano classico.

Il primo fece di tutto per creare scalpore e rompere  ogni schema, parlando male di tutti e persino di se stesso. Era famoso per i suoi scherzi crudeli come quello –ad esempio- in cui annunciò che alcuni dei suoi “discepoli” si erano realizzati per poi osservare le loro reazioni e svergognarli adeguatamente  per la finzione da loro dimostrata negli atteggiamenti esteriori. Osho era un nato nell'anno della Capra perciò vi potete immaginare il tipo. Tutti i discepoli di Osho erano una macchietta con i loro panni indaco vistosi, pieni di collane e di rosari, si dicevano “sannyasin” (rinuncianti) ma si comportavano da grandi epicurei (in tutti i sensi).

L’ashram di Poona era famoso per le libertà espressive manifestate in ogni campo… Allo stesso tempo Osho era  capace di tenere a bada quella mandria di scalmanati e li condusse –almeno alcuni di essi- pian piano all’annullamento del senso dell’io ed alla comprensione della vanità  dell’ottenimento mondano. In qualche modo restarono tutti “fregati” dalle sue trappole diaboliche ma i più saggi non se la presero ed andarono oltre….. Questo metodo di Osho  potrei definirlo  “psicologia transpersonale pura”.

 Praticamente da quando frequento ambiti spiritualisti ho costantemente incontrato e fatto  amicizia con discepoli di Osho, con loro mi sono divertito un mondo, ho amoreggiato con alcune e  litigato con alcuni.  Malgrado non avessi mai voluto incontrare e conoscere personalmente Rajneesh si vede che fosse mio destino incontrarlo attraverso i suoi seguaci in cui mi sono imbattuto e mi imbatto ovunque io vada.  Siccome non l’ho mai  incontrato di persona posso dire di conoscerlo   “indirettamente”.

Mi sono dilungato su Osho perché ho per lui una simpatia antipatia innata, ci avrei litigato di sicuro ma siccome non l’ho mai voluto né potuto incontrare mi resta affettuosamente vicino e apprezzo i suoi tricks furibondi. 

In qualche modo la stessa cosa  accadde con Sathya Sai Baba. Pensate che per anni ed anni sono andato e  risiedei per parecchio  tempo in Andra Pradesh , lo stato indiano in cui si trova Puttaparti,  dove c’era il suo ashram.  Abitavo a pochi kilometri da lui ma (come avvenne per Poona  che si trova a poche miglia da Ganeshpuri) non mi passò mai per la capa di andarlo a visitare, ma  anche così non potei fare a meno di essere continuamente e costantemente frequentato dai suoi devoti. Ancora    oggi succede ed infatti ho rapporti epistolari e di amicizia con tanti “beneficiati” di Sai Baba.

Voglio però qui raccontare come  accadde che da una iniziale diffidenza nei  confronti degli avvenimenti miracolistici a lui attribuiti  appresi a considerarli come un gioco utile all’avvicinamento verso la “coscienza”. 

Tanti anni fa stavo a Jillelamudi,  lì viveva anche un certo Siam, un ragazzo inglese originario di Malta, il quale non si dichiarava particolarmente interessato alle pratiche spirituali, mi diceva “non so dove andare e siccome qui mi danno da mangiare e da vestire ci resto finché posso”,  ma non dovete meravigliarvi della cosa perché questa era l’atmosfera dell’accoglienza totale ricevuta nella Casa di Tutti di Anasuya Devi. Un giorno  chiesi a Siam se avesse mai conosciuto Sathya Sai Baba e lui mi rispose che aveva vissuto a Puttaparti a lungo.

Per curiosità gli domandai ancora se avesse avuto qualche esperienza miracolistica con il santo,  a questo punto Siam mi guardò più seriamente e mi  narrò una sua esperienza. “Stavo lì già da parecchio tempo senza mai aver avuto un particolare rapporto con Sai Baba, poi accadde che  mi beccassi la rogna, una malattia epidermica  che spesso si attacca dal contatto diretto con  i cani,  vedi anche qui a Jillellamudi succede perché i bambini della scuola per il freddo dormono con i cani randagi al fianco e  si beccano la rogna,  insomma mi ero preso l’infezione e le mie mani erano piene di piaghe, una situazione dolorosa e pareva che non vi fossero cure adeguate a guarire dal male. Una notte sognai che Sai Baba stava passando in rassegna tutti noi e quando si trovò davanti a me mi guardò e mi chiese come  stavo,  io gli mostrai le  mani piagate e dissi –non posso più nemmeno mangiare per il dolore che provo- (in India si mangia con le mani ed il contatto con le spezie piccanti  procura bruciore)…  al che Baba, sempre nel sogno, mi disse di non preoccuparmi e mi prese le mani fra le sue… l’indomani mattina ero guarito…”.  

Dopo che Siam mi ebbe raccontato questa storia compresi come mai si stava dando tanta pena  a curare dei bambini che avevano preso la rogna  e smisi di pensare che “certe esibizioni miracolistiche di alcuni santi del sud” non erano affatto conduttive alla spiritualità. Insomma accettai  i miracoli di Sathya Sai Baba come un possibile  aiuto spirituale….   Ed allora eccomi al termine della “comparazione” fra Osho e Sathya e traggo una conclusione: Le vie del karma sono imperscrutabili! ed andare avanti con il paraocchi non conduce alla pienezza… .  


 Paolo D’Arpini


venerdì 27 luglio 2012

Osho Rajneesh... qualcosa che so di lui (Ad Memoriam) - Un'esperienza di spiritualità estremamente laica

Osho Rajneesh nel 1981
 
 
Un paio di anni dopo la dipartita di Osho (precedentemente conosciuto come Rajneesh), ricevetti una lettera da Majid Valcarenghi (un suo seguace) che mi inviava le bozze del libro Operazione Socrate, in cui si analizzano gli ultimi momenti di vita di Osho, nel testo si dava evidenza al fatto che il maestro potesse essere stato avvelenato dalla CIA, durante la sua permanenza in carcere negli USA. Majid mi chiedeva di scrivere un mio pensiero su Osho, per la pubblicazione sulla sua rivista, cosa che feci volentieri, il testo si intitolava "Ad Memoriam" ed in esso parlavo dei retroscena, osservati da uno "spiritualista laico" quale io ero, e delle conseguenze della "predicazione" di Osho nel mondo... Ma qui vorrei inserire alcuni miei ricordi personali sul come "non incontrai mai Osho nemmeno una volta"
 
Ricordo nel 1973, quando visitai l’India per la prima volta, che giunto il tempo del ritorno -durante l’attesa della nave Andrea Doria, veterana della marina passeggeri che compiva il suo ultimo viaggio prima del disarmo- restai a Bombay per un paio di mesi facendo la vita dello sderenato (o sadhu, monaco itinerante o mendicante se preferite). Ero già stato toccato dallo Spirito e non potevo far altro che aspettare che “quella cosa” di cui sapevo essere l’espressione prendesse possesso di me. Un’attesa senza speranza si chiama, poiché se c’è speranza non è attesa è solo aspettativa.
 
Mi capitò un giorno di incontrare delle belle ragazze italiane che andavano vagando per ristorantini a spettegolare. Erano tre, come le tre Grazie, e le avvicinai sorridente ma cosa strana non rimasero affatto affascinate dalla mia persona…
 
Dovete sapere che in un modo o nell’altro le donne sempre mi simpatizzano, non con questo che esse mi trovino particolarmente appetibile dal punto di vista sessuale, semplicemente mi vogliono bene e mi ascoltano con interesse… Sono un affabulatore ed anche come “cercatore spirituale” –malgrado vivessi in totale astinenza- di solito ottenevo un "buon successo".
 
No, quelle tre avevano solo pensieri per Osho, continuavano a parlare di lui come tre innamorate del loro amante, rivelavano tutti i loro giochi amorosi ed i loro desideri nei suoi confronti. Insomma debbo dire che mi sentii un po’ invidioso e quasi quasi mi venne l’idea di andare a sfidarlo in casa, quell’Osho, lì a Poona nel suo ashram che si trova a pochi chilometri da Bombay. Fortunatamente per me mi beccai, a forza di frequentare ristorantini sfiziosi, una bella epatite virale A e dovetti perciò rinunciare alle mie velleità per restare in catalessi nell’albergaccio in cui aspettavo “l’evento” (non sapevo nemmeno io bene cosa, qualsiasi cosa o nulla).
 
Ebbene riuscii a scamparla, allora, tornai in Italia, e poi ancora numerose volte in India e non pensai più di andare da Osho. Ma i discepoli di Osho continuarono a perseguitarmi ed a cercarmi in tutti i modi, me li trovavo davanti ovunque, sia che andassi a Tiruvannamalai, a Jillellamudi od a Ganeshpuri, sia che restassi a Roma a fare il “santo” in via Emanuele Filiberto oppure che entrassi nel vortice alternativo di Calcata con tutte le sue tentazioni e devianze.  E mi raggiunsero persino nel "buen retiro" di Treia.
 
Questi discepoli di Osho erano e sono i miei amici più simpatici ed affini, sono completamente pazzi ed inaffidabili. “Qualis pater talisfilius” dice l’adagio, e mai come in questo caso è vero.
Osho stesso fu un’esagerazione in tutti i sensi. Guru Maharaji si faceva 12 RollsRoyce? Ed Osho 120… Muktananda fondava qualche Ashram in giro per il mondo? Ed Osho fondava addirittura una nuova Città-Stato (nell’Oregon). Il successore di Bhaktivedanta rinunciava al sannyasa e si sposava una sua devota? E la segretaria di Osho, molti dicono anche amante, scappava con tutti i soldi della cassa.
 
Osho quando parlava era una macchinetta infernale inarrestabile (i suoi scritti possono riempire un'intera biblioteca), oppure taceva per anni di fila. Prima aveva parlato bene di tutte le religioni, facendo un discorso sincretico, poi finì per dire che tutte le religioni sono finte. All’inizio si pose come Guru ed infine negò di avere qualsiasi discepolo. I suoi seguaci poveretti subirono un bel lavaggio del cervello e coloro che resistettero –probabilmente- ne uscirono fuori veramente sanati dalla malattia del divenire e dell’apparire.
 
Non sta a me giudicare comunque la condizione di questi miei fratelli, sapendo che ognuno di noi ha il suo destino e le sue pene…
 
 
Paolo D'Arpini
 
 
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Alcuni pensieri di Osho sulla morte  
 
“Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la nascita, l’amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già accaduta: non potete farci più nulla. L’amore è una cosa del tutto eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può prevedere affatto.
Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza.
La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza. Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.”
“Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare. Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle. Posso prometterti una cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei entrato nel Regno dell’Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora nell’assoluta atemporalità.
Non ci sarà morte alcuna. Ιl mio corpo scomparirà, il tuo corpo scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto che tra noi non è accaduto l’amore.”
 
 
Il parere di Osho su Amore e Odio
 
D.: Tu dici che amore e odio sono una cosa sola, ma nel mondo vedo più o...dio che amore. Allo stesso tempo affermi che l’illuminazione non è né amore né odio. Stai forse parlando di due diverse qualità d’amore? Come si inserisce questo nel tuo messaggio d’amore?
 
Amore e odio sono due facce della stessa medaglia.
Ma all’amore è stato fatto qualcosa di drastico.
E, incredibilmente, da persone che avevano le migliori intenzioni.
Non riusciresti mai a immaginare che cosa ha distrutto l’amore.
È stato proprio il continuo insegnare l’amore che lo ha distrutto.
L’odio è ancora puro, l’amore no.
Quando odi, il tuo odio è autentico
mentre il tuo amore è solo ipocrisia.
Questo deve essere compreso a fondo.
Per migliaia di anni preti, politici, pedagoghi, hanno insegnato solo amore:
ama il tuo nemico, il prossimo, i genitori, Dio.
Perché hanno iniziato a dare questi insegnamenti sull’amore?
Perché avevano paura dell’amore autentico, poiché questo è fuori dal vostro controllo.
Ne vieni posseduto.
Non lo possiedi, bensì ne vieni posseduto.
E ogni società vuole che tu ti controlli.
La società ha paura della tua natura selvaggia, della spontaneità,
così fin dal principio ti taglia le ali.
La tua capacità d’amare è la cosa più pericolosa, dentro di te,
perché quando sei posseduto dall’amore puoi anche combattere contro il mondo intero.
 
 

lunedì 9 luglio 2012

Nella spiritualità laica il maestro è colui che ti porta ad essere il tuo stesso maestro!

“Maestro è colui che ti porta ad essere il tuo stesso Maestro!” (Saul Arpino)

Paolo D'Arpini all'ingresso del Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia


Diceva Ramana Maharshi:”Conosci la tua mente, per non farti imbrogliare dalla mente”  Vedi quante immagini appaiono in un sogno, quanti personaggi che si cercano e si sfuggono, che si amano e si odiano? Ma il sognatore è uno solo….

Per risvegliarti a te stesso da qualsiasi punto o identità ti riconosci nel sogno, accetta quella, fermati a quella e da lì osserva e scopri l’osservatore. Non aspettare illudendoti che potrai svegliarti se stai sognando di essere qualcun altro, un personaggio più preparato o più simpatico…

Qualsiasi sia il personaggio del sogno nel quale ti ritrovi, accettalo.

Osho diceva: “Accettarsi per quel che siamo è la base per il risveglio spirituale”. Infatti accettarsi non significa rinunciare alla propria crescita, anzi vuol dire che accettiamo di crescere partendo da ciò che siamo. In questo modo la crescita non sarà una scelta bensì un moto spontaneo.

E’ la fioritura dell’intrinseca perfezione che trova una forma espressiva, senza sforzo, senza rabbia o frustrazione, senza sacrificio, senza uso della memoria,senza espiazione, senza speranza…


Puoi dirmi allora dove si pone, a cosa serve, quella sofferenza, quell’autocontrollo, che sin’ora ha accompagnato la tua ricerca? Dov’è l’utilità proiettiva dell’io che cerca se stesso? Quanti sono gli “io” in te? Dov’è quell’uno che cerca e l’altro che è cercato? Dove sono le vite trascorse arrancando verso la perfezione e dove sono quelle vite future per completarla? Cosa significa “io sono giovane, io sono vecchio, io sono maschio, io sono femmina”? Non sei tu presente qui ed ora, pura coscienza, aldilà di ogni distinzione esteriore?

E sempre lo sarai!


Ascolta, tu sei sempre, assolutamente, e chiunque nel tuo sogno dica qualcosa di sensato, sei tu a dirlo. Riconosci quel messaggio come tuo, guarda la luna e lascia stare il dito, scopri l’essenza e non lasciarti ingannare dal riflesso.. 

E per finire ricorda: “Il Guru ti appartiene completamente ma appartieni tu completamente al Guru..?” (Swami Muktananda)


Paolo D’Arpini



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Commenti ricevuti:



Il Guru di Lucilla Pavoni: "Caro Paolo, di tutte le virtù che ti riconosco, la più grande è questa distanza che prendi dalla definizione "guru". Ne ho conosciuti cosi' tanti che si definivano tali, che il mio cervello si chiude in automatico, quando incontro l'ennesimo ...con queste presunzioni. Il vero "guru", non sa nemmeno lui di esserlo, quello che dice, fa, manifesta, rientra nella perfezione travestita di semplicità. E' rarissimo incontrarne uno nella vita e soprattutto è difficile riconoscerlo, perché Lui non si dichiarerà mai tale, l'unica possibilità di riconoscerlo é diventare lui"


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Il Guru di Marco Carlino (in seguito alla risposta di ieri): “quindi il Guru è l'altro? … non mi ci trovo più..”

Mia rispostina: “Il Guru è il vero Sé... Mentre il sé che separa e vede il Guru come "altro" è l'ego. La semplice comprensione intellettuale di questo processo separativo, che è illusorio, non è però sufficiente. Finché l'ego non è obliterato non è opportuno comportarsi con il Guru come fosse il sé (l'io). Attenzione, qui si parla dell'eventuale Guru esterno, poiché in questo modo si tenderebbe a non rispettarlo o a non prendere in considerazione i suoi insegnamenti. Quindi occorre sapere che il Guru è il vero Sé ed allo stesso tempo esteriormente rapportarsi con lui come se fosse il Maestro supremo, con rispetto e devozione. Questo atteggiamento si riflette anche verso il proprio Sé, il Guru interiore, e quindi ci si "abbandona" alla sua Grazia.  Sapendo che nessuno sforzo personale può obliterare il senso dell'io separato ma che questo può essere rimosso solo dalla Grazia del Guru (che è il Sé). Per questo è  detto di comportarsi equanimamente e con distacco nei confronti di tutto il mondo con la sola eccezione del Guru, che è l'aspetto "risvegliatore" del Sé. Il momento che emerge la "realizzazione" del Sé ogni distinzione scompare.. resta però, nei modi espressivi, una costante forma di devozione e rispetto nei confronti del Guru, che a quel punto è sperimentato realmente come il proprio Sé. Interiormente ogni differenza è annullata ma esteriormente il gioco della diversità continua a manifestarsi. Esiste solo il Sé... tutte le altre distinzioni o intellettualizzazioni servono solo a tenere la mente occupata...  "Materiale aggiunto o di arricchimento" dicono le scritture non duali.  Finché esiste una mente, un io, che distingue, tutto appare complicato.. ma in verità è molto semplice. L'"io sono" è la realtà definitiva.. ma finché permane la tendenza mentale a proiettare l'identità in un nome forma, in un "questo",  si dice che c'è una differenza fra l'osservatore e l'oggetto osservato e l'atto di osservare. Quando scompare il senso dell'io legato al nome forma automaticamente tutto ciò che esiste  viene sperimentato come  il Sé, come osservazione testimonianza. Quanti personaggi nel sogno, distinti, finché si sogna.... ?! Se vuoi puoi leggere questo approfondimento: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2011/10/il-rapporto-guru-discepolo-nella.html

lunedì 26 marzo 2012

Treia - Dal 5 al 13 maggio 2012: "La Festa dei Precursori... perché...?"



Il futuro non ha bisogno di rivoluzioni.. il futuro ha bisogno di un nuovo esperimento!” (Osho)

Ancora oggi, dopo 28 anni che l'evento si ripete, c'è qualcuno che mi chiede "...perchè hai  chiamato questa cosa,  la Festa dei Precursori?". Me lo chiedono con una nota di rimprovero, in quanto la parola "precursori" assomiglia molto ad "incursori", insomma ha un che di militaresco.  

Magari  autodefinirsi "precursori"  fa pensare che ci vogliamo gloriare del nostro essere antesignani. Beh, che posso farci... la verità, come spesso ho accennato in varie occasioni,  è che il "precursore" è  semplicemente colui che si prende tutte le pizze in faccia e non raccoglie mai niente. Il precursore è chi ara, zappa e semina e non raccoglie. Dopo arriva sempre qualcuno, più bravo o più furbo o più fortunato,  che riveste il manto del trionfatore,  sale sul carro e afferma ad alta voce, fra due ali festanti di folla, quel che noi precursori siamo andati sussurrando, spesso azzittiti od inascoltati, a destra e manca. 

Essere un precursore sovente comporta di  finire sul rogo,  significa che si vive in povertà e che il proprio lavoro viene considerato al meglio l'opera stramba di un fuori di testa. Precursore e laico (nel senso antico ovviamente) hanno quasi lo stesso significato... quello di indicare chi è "fuori".... chi è ribelle al sistema.   

Allorché, nella primavera del 1984, decisi di fondare il circolo vegetariano VV.TT. lo feci nella piena consapevolezza che lo scopo della nuova associazione sarebbe stato quello di andare contro…

Eravamo un manipolo di ribelli quel giorno davanti al notaio Giuseppe Togandi nel suo studio di Orte e mentre compivamo il nostro dovere giurando fedeltà alle finalità del sodalizio stavamo anche andando contro tutte le norme consolidate di ogni vecchio sodalizio, affermando (tra l’altro): “Lo scopo dell’associazione è quello di istituire e promuovere in tutti gli spazi ritenuti opportuni pratiche per lo sviluppo spirituale e meditazioni collettive, sperimentazioni di sopravvivenza in luoghi selvaggi e seminari sull’uso armonico delle riserve della natura, organizzare e promuovere la ricerca di cure naturali per la mente e per il corpo, dimostrare e divulgare l’importanza di un’esistenza armonica e piena d’amore…”.

Insomma stavano fondando una nuova "religione", una spiritualità laica,   facendo finta di niente…

Il fatto è che per mettere in pratica queste finalità associative -necessariamente- dovevamo andar contro le regole e le consuetudini della società in cui viviamo.. Insomma ci siamo presi la briga di incarnare un cambiamento, ribellandoci alle norme restrittive e meschine della cultura corrente. Rinunciando a trarne benefici materiali per noi stessi. Insomma lavoriamo a gratis: "Non lo fo per piacer mio ma per compiacere a Dio...".  

Ecco perché dal 1984 celebriamo La Festa dei Precursori, ogni anno, per ricordarci quello scopo prefisso e proseguire indefessi nella meta di rompere il ghiaccio verso nuove frontiere dell’intelligenza umana.

Alcuni   fra i soliti detrattori dicono che siamo sessantottini non pentiti, oppure che siamo inveterati illusi, poiché il nostro voler cambiare il mondo si risolve in un nulla… Sarà così… ma almeno stiamo cercando di farlo cominciando dal cambiare noi stessi, decidendo per noi stessi quei comportamenti necessari a creare una nuova civiltà umana. 

Perciò ci definiamo “ribelli” e non “rivoluzionari” poiché, come disse Osho, il rivoluzionario appartiene ad una sfera terrena mentre il ribelle e la sua ribellione sono sacri. Il rivoluzionario sente il bisogno di rivolgersi alla folla, muovendosi in ambiti politici e di governo, insomma ha bisogno di “potere”. Ed il potere sempre corrompe (lo sappiamo bene) ed i rivoluzionari che lo hanno assunto ne sono stati corrotti. Il potere ha cambiato la loro mente mentre la società è rimasta la stessa, solo i nomi sono cambiati.

Per questo il mondo ha bisogno di precursori ribelli e questo è un momento in cui se non vi saranno parecchi spiriti ribelli i nostri giorni sulla terra, come specie umana, sono contati…  Gli scienziati, i politici, i finanzieri, i religiosi stanno scavando la nostra tomba e siamo molto vicino al punto di non ritorno…

"Dobbiamo cambiare il nostro modo di vedere e di agire, creare più energia meditativa, sviluppare più amore ed armonia. Per farlo dobbiamo distruggere il vecchio, la sua bruttura, le sue putride ideologie, le sue stupide emarginazioni, le superstizioni idiote e creare un nuovo essere umano dagli occhi limpidi..." Parole di Osho. 



Una discontinuità con il passato, ecco il significato della ribellione, continuando a percorrere coraggiosamente nuovi sentieri con spirito di sacrificio e discriminazione. Insomma andiamo avanti a fare i rompighiaccio, senza occupare alcun luogo, senza perseguire alcun potere, semplicemente sperimentando la nostra crescita in tutti i particolari del vivibile….

Ora il tempo è maturo, negli anni a venire o l’uomo scomparirà o sulla terra farà la sua comparsa un nuovo essere umano con una visione diversa e quell’essere umano sarà anch'egli un precursore.

Paolo D’Arpini

Circolo Vegetariano VV.TT.
Via Sacchette, 15/a - Treia (Macerata)
Tel. 0733/216293

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Di questo e simili temi se ne parlerà durante La Festa dei Precursori 2012, che si tiene nella sede del Circolo Vegetariano VV.TT. dal 5 al 13 maggio 2012 (vedi programma nella locandina soprastante)


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Ringraziamenti:

Ringrazio la mia adorata compagna Caterina Regazzi che mi da ospitalità ed  ha messo a disposizione  lo spazio di Via Sacchette per farne la nuova sede del Circolo.

Ringrazio tutti gli amici sinceri e le associazioni amiche che collaborano alla buona riuscita di questa festa.

Ringrazio il Comune e la Proloco di Treia per aver concesso il patrocinio morale all'evento.

Ringrazio gli artisti e gli uomini di cultura e di spirito, gli agricoltori, gli artigiani che partecipano alle diverse iniziative.

Possano essi tutti cogliere il frutto  raro della Conoscenza!


Caterina Regazzi al Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia



venerdì 17 febbraio 2012

Incontro con Uppaluri Gopala Krishnamurti (U.G. per gli amici) - "Non c’è niente da fare!”


“Non c’è niente da fare” (U.G. Krishnamurti)


Ante Scriptum

Anni addietro mi venne l’idea di scrivere le mie memorie sugli incontri  fatti con donne e uomini di conoscenza, il testo l’avevo chiamato “incontri con i santi”.

Certo alcuni di questi cosiddetti “santi” appaiono come  esseri umani un po’ anomali, e di difficile accettazione da parte delle masse di cercatori tradizionali… Una di queste “persone” particolari da me incontrate fu  Uppaluri Gopala Krisnamurti, uno completamente fuori dal coro…
  
E qui potete leggere la descrizione dell’incontro avuto con U.G.:

Sto cercando di rimettere in sesto e riorganizzare la memoria che ho di Roma. Questo perché ritengo che -essendo nato e vissuto per lunghi anni in questa città- sia doveroso per me  fissarne le immagini. Non dispongo di alcun album fotografico, solo i miei ricordi ed ovviamente i ricordi che più facilmente vengono a galla son quelli che mi riportano in linea con la spiritualità laica….

Mi considero fortunato di aver potuto conoscere negli anni trascorsi alcuni dei maestri che oggi sono universalmente riconosciuti come Mahatma ovvero i  “grandi dello spirito”.   Di qualcuno ho già raccontato le sensazioni vissute durante l’incontro, come ad esempio  quella volta con il 16° Karmapa, di altri debbo ancora meditare sul significato ed il valore.  Oggi vorrei però raccontare un’importante “tete à tete” che  ebbi con un “personaggio” anomalo della conoscenza, un maestro -non maestro. Un saggio che rifiutava la saggezza come percorso  affermando che  “è la vita stessa che si prende cura di tutto, non c’è bisogno di interferire con l’intenzione di raggiungere la conoscenza, la conoscenza è la nostra vera natura e non può essere ottenuta attraverso processi mentali od una volontaria (ipoteticamente volontaria) ricerca…”. Insomma si trattava di un saggio che secondo i nostri canoni potremmo chiamare “nichilista”, ma anche  Buddha fu definito tale e tanti altri “conoscitori del Sé”  che oggi son rispettati come maestri dell’umanità….

L’incontro con questo “ribelle della saggezza”  avvenne chiaramente nel modo più banale possibile, nel tran tran di una normalissima giornata a Roma, una giornata tiepida d’autunno, com’è oggi, con il sole in cielo e  la città sbrilluccicante di specchi e vetrate riflettenti la luce.   Anche Uppaluri Gopala Krishnamurti (questo il nome canonico del “saggio”) rifulge ora nella mia mente come quel giorno di sole…..
   
Eccolo..  U.G. (per gli amici)….

La mia sadhana (pratica spirituale) procedeva  retta, vivevo a Roma,  la mia vita leggera e scandita da molteplici esperienze. Nel corso del tempo avviai una sorta di comunione sincretica con  altri cercatori sul cammino, avevo frequentato e conosciuto tutti i gruppi che  operavano a quel tempo in città. Incontrai Baktivedanta Prabupada (il fondatore degli Hare Krishna), Raphael Lacquiniti (fondatore dell’Ashram Vidya),  Satyananda (discepolo di Ananda Moy Ma)  e diversi altri luminari dello spirito, oltre  a conoscere i vari devoti e seguaci di Maharishi Mahesh Yogi, Guru Maharaji, Bagawan Rajneesh (Osho),  etc.  ed anche vari maestri anomali  e cultori di strane sette, come i  “rinomati” Bambini di Dio… etc.

Insomma facevo come Narada che andava da un ashram all’altro a cantare i nomi del Signore (nelle varie forme) confrontandosi con i devoti di diverse  religioni, demoni e dei.

Ovviamente avevo notato come ognuno dei “religiosi” incontrati cercasse di tirare l’acqua al proprio mulino.  Quasi tutti  volevano convincermi del loro credo, alcuni arrivando  a dirmi che se non avessi accettato la loro fede era inutile che li frequentassi.  Mi restavano pochi amici laici, liberi e seriamente consapevoli dell’Unità dietro il nome la  forma, una di questi era Marisa Saetti, persona squisita che di tanto in tanto andavo a visitare nella  sua casa antica, vicino alla sede del Partito Radicale, in pieno centro storico di Roma.

Un giorno Marisa mi disse: “Sai viene a trovarmi un Jnani (uomo di conoscenza), che vive in Svizzera ma di tanto in tanto passa  da queste parti, si chiama Krishnamurti – ma non è quell’anti maestro dei teosofi-   è  Upalluri Gopala Krishnamurti, detto U.G.  uno che sta per conto suo, sarà qui a pranzo da me domani, perché non vieni anche tu a farci compagnia?”.

Accettai l’invito e l’indomani mi ritrovai sulla  grande terrazza, noi tre soli, Marisa, U.G. ed io, come ad un incontro fra persone  qualsiasi, magari un po’ borghesi.  Osservavo U.G. con la coda dell’occhio,  un uomo di mezza età che pareva un impiegato di qualche ufficio pubblico di Bombay, vestito come un indiano occidentalizzato, pantaloni scuri, camicia bianca sbottonata sul collo e  mi pare anche una giacca.  Dopo le presentazioni alquanto formali ognuno pareva interessato agli affari suoi, io gironzolavo sulla terrazza, Marisa preparava il pranzo, U.G. se ne stava seduto in silenzio.

Non volevo assolutamente affrontare alcun discorso spirituale   e perciò mi guardavo bene dall’attaccar bottone, ma con mia meraviglia mi avvidi che U.G. sembrava ancor meno di me interessato a chiacchierare, anzi non mi guardava nemmeno.

Ad un certo momento notai persino che sparì all’interno della casa. Memore di come fossi stato importunato in passato da tutti quei “maestri” e discepoli incontrati, che volevano trasmettermi i loro sublimi messaggi, restai un po’ perplesso dall’atteggiamento di Uppaluri Gopala.

Nel frattempo Marisa annunciò che il pranzo era pronto, chiedo di lavarmi le mani e Marisa mi indica il bagno,  vi entro e mi accorgo che era già occupato da Uppaluri Gopala, mi sento un po’ in imbarazzo e faccio per uscire, vedo però che  lui resta immobile, come in catalessi… Non avevo suscitato in lui  alcuna reazione,  non stava facendo nulla di speciale, era lì in piedi che guardava fissamente la vasca da bagno…  a quel punto  ritorno verso il lavello e mi lavo le mani con noncuranza, nel frattempo anch’egli  sembrò uscire da quello  “stato di sconnessione”  e viene a sedersi a tavola. 

Pranzo molto "inglese", non per il cibo -ottimo- cucinato da Marisa,  ma per l’aria distaccata di tutti noi che mangiavamo con sussiego scambiando solo parole necessarie, tipo “vuoi ancora? – qui c’è l’acqua, etc.”. Decisamente sembrava che U.G. non volesse  “convertirmi”  a nulla, la mia curiosità  verso quest’insolito maestro era stata risvegliata ma non “abbastanza”  da fargli qualsivoglia domanda “spirituale”. In fondo di fronte ad un Jnani (un saggio) cosa si può dire se non parole vuote per lui e fuorvianti per noi?  

Solo anni dopo, leggendo la sua biografia mi accorsi che quello era esattamente ciò che aveva voluto comunicarmi: “Sto parlando? Sto dicendo qualche cosa? E’ come l’ululato dello sciacallo, l’abbaiare di un cane o il raglio di un asino. Se riuscite a porre quello che dico allo stesso livello e sentire solo le vibrazioni  siete fuori dall’inganno e  non andrete mai più a sentire nessuno. Finito. Non si dovrebbe parlare di autorealizzazione. Voi realizzerete che non c’è la realizzazione, questo è tutto.  Non  esiste un centro, giusto c’è  la vita che sta lavorando in un modo straordinario…”. 
    
Paolo D’Arpini



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Di seguito una cernita di alcuni brani tratti dal volumetto L’inganno della illuminazione, conversazioni di Uppaluri Gopala Krishnamurti

“Tutto quello che fate rende impossibile l’esprimersi di quanto è già qui. Per questo io lo chiamo lo «stato naturale». Voi siete sempre in quello stato. Quello che impedisce a ciò che è già qui di esprimersi è proprio la ricerca. La ricerca va sempre nella direzione opposta, perciò tutto quello che considerate veramente profondo, tutto quello che considerate sacro, è una contaminazione di quella coscienza. Può non piacervi la parola «contaminazione», ma tutto quello che considerate sacro, santo e profondo è davvero una contaminazione. Così, non c’è niente da fare. Non dipende da voi. Non mi piace usare la parola «grazia», perché allora viene da chiedersi, «la grazia di chi?». Non si tratta di essere prescelti; capita, non so perché. Se mi fosse possibile, cercherei di aiutarvi. Ma questa è una cosa che non posso darvi, perché voi già l’avete. È ridicolo chiedere una cosa che già si possiede.
[...]
Non passo più il tempo a ricordare, preoccuparmi, concettualizzare e compiere tutte quelle cose mentali che la gente compie quando è da sola. La mia mente è soltanto occupata quando è necessario, ad esempio quando fare domande, o quando io devo sistemare il registratore o cose simili. Per il resto del tempo la mia mente si trova nello stato «disinnestato». Naturalmente adesso ho di nuovo la memoria – inizialmente era abolita, ora però è nuovamente presente – ma è come qualcosa che sta dietro, che viene in superficie solo quando è necessario, automaticamente. Quando non serve, non c’è nessuna mente, nessun pensiero, ma solo vita.
[...]
La coscienza è talmente pura che qualunque cosa facciate per purificarvi non fa altro che rendervi impuri. La coscienza deve sgorgare, per così dire: deve purgarsi da ogni traccia di santità e non-santità, da tutto quanto. Anche ciò che voi considerate «sacrosanto» è una contaminazione in quella coscienza. Non avviene attraverso una volontà da parte vostra; quando le barriere vengono distrutte, non attraverso uno sforzo da parte vostra, né per mezzo della vostra volontà, allora le chiuse si aprono e tutto scaturisce. [...] Lo stato di coscienza separativo non funziona più; c’è sempre lo stato di coscienza unitario, e niente può toccarlo. Qualunque cosa può arrivare – un pensiero buono, cattivo, il numero di telefono di una prostituta di Londra… [...] Quello che viene non ha nessuna importanza – buono, cattivo, sacro, profano.

Chi può dire: «Questo è bene; questo è male»? – è tutto finito. Si è come ricondotti alla sorgente. Ci si ritrova in quello stato di coscienza puro, primordiale, che potete chiamare consapevolezza o come vi pare. In quello stato le cose accadono, ma non c’è nessuno che ne sia interessato, che presti loro attenzione. Vanno e vengono così, come lo scorrere delle acque del Gange: acqua di fogna si riversa in essa, corpi mezzi cremati, cose buone e cattive, tuttavia quell’acqua resta sempre pura” (pp. 10; 35-36; 46-48).

Ricordiamo solo che qui, quando U.G. Krishnamurti parla di “nessuna importanza”, vuole intendere quello che si voleva significare per esempio con il termine “indifferenza” nei testi stoici antichi. Ovvero non come – così è usata oggi questa parola – sinonimo di menefreghismo, di secco e freddo distacco dal mondo, ma come benevolente e accogliente apertura a tutto, egualmente a ciò che, ancora in una prospettiva dualistica, si ritiene bene o male, buono o cattivo, da accettare e da rifiutare. Indifferenza: cioè non fare differenza. Nessuna importanza: cioè a ogni cosa, evento, situazione la stessa somma importanza. Tutto è sempre molto importante.

(Selezione dei brani di Gianfranco Bertagni)