venerdì 11 settembre 2026

Al sindaco di Ravenna non piacciono i pini...

 



La furia contro gli alberi a Ravenna continua: in abbattimento alberi pluridecennali sanissimi in via Cassino.

Continua la lotta agli alberi da parte di Comuni e di alcuni cittadini. Ancora siamo molto lontani dall’aver compreso sia la necessità di preservare gli alberi, che quella di non sostituirli con alberini che, se non muoiono prima, solo dopo una trentina di anni possono fornire parte dei servizi ecosistemici di un albero adulto.

Un cittadino sbigottito ci ha immediatamente contattato non appena letto che sono in abbattimento sette magnifici pini domestici lungo la via Cassino, zona Stadio a Ravenna.

Alberi bellissimi e in salute che pare non abbiano alcun problema, se non quello di trovarsi in mezzo a previsti lavori di sistemazione dei marciapiedi. Così infatti dice il provvedimento che autorizza il taglio. Pare una follia: per aggiustare un marciapiede la soluzione è abbattere tutto! E il Comune approva! Quando è noto che esistono sistemi collaudati ed economici che consentono di salvare pavimentazioni ed alberi. Alberi urbani che – lo ripetiamo- dovrebbero essere considerati alla stregua di un parametro per stabilire la classe di efficienza energetica di un immobile o di un

quartiere. E invece no, via tutto! Nessuno che rifletta sui costi sempre più salati per il

raffrescamento, e sui benefici per la salute umana che solo gli alberi adulti possono dare, con particolare riferimento alle proprietà balsamiche del pino domestico.

Tramite il consigliere Alvaro Ancisi di Lista per Ravenna abbiamo richiesto un accesso atti urgente per comprendere come il Comune, pur parlando continuamente di forestazione urbana, politiche green, resilienza e altre amenità, abbia potuto autorizzare un nuovo disastro per il verde e per la nostra città.

Il gruppo di cittadini «Salviamo i pini a Lido di Savio e Ravenna



NOTA DELLA “BOTTEGA” del Barbieri

LE DUE IMMAGINI MOSTRANO GLI STESSI ALBERI.

NELLA PRIMA COME SONO DAVVERO,

NELLA SECONDA COME LI IMMAGINA IL SINDACO DI RAVENNA che, corre voce – ma per oggi non siamo in grado di confermare – da piccino rimase choccato per un film Disney.

giovedì 10 settembre 2026

Auto elettriche ed ecologia d'accatto...

 

"Auto elettrica? La continua crescita industriale e tecnologica, che sia spacciata per ecologica o meno inquinante, nasconde una fregatura di fondo..." (Paolo D'Arpini)


"Siamo sicuri che l'auto elettrica sia una soluzione, e il problema non sia invece il modello socioeconomico e faccia parte della coercizione e atomizzazione sociale del programma Smart Cities? Crediamo davvero nella "sincerità ecologista" del Green Deal UE/scandinavo e della AI di Musk e Palantir che li sottendono? 

Serve differenziare, altro che elettrico al 90%: l'inquinamento, se davvero è la prima causa di un opinabile cambiamento climatico, non viene certo dall'auto privata - casomai dalla sua produzione, specie proprio quella elettrica (più lo sfruttamento bieco di risorse non rinnovabili e di braccia affamate). Serve togliere il trasporto merci su gomma, andare al cabotaggio, alla ferrovia, all'interscambio, e di certo la mietitrebbia non la puoi fare elettrica. E considerare altre opzioni complementari. 

In Cina lo sanno e stanno provvedendo, il sistema energetico è misto e in evoluzione continua. 

E se "neutralità tecnologica" dice tutto o niente, se declinata come descritto sopra mi sta benissimo". 
 
Jure Eler


Un discorso sul quale riflettere...

Critica al modello industriale centralizzato: Negli  interventi espressi in varie occasioni  ho ripetutamente criticato  le forme di produzione energetica non sostenibili e ad alto impatto (come le centrali atomiche e i combustibili fossili), inserendole nel quadro di una società ossessionata dal profitto e dall'accumulo.

L'approccio bioregionale all'energia: Secondo il principio del bioregionalismo (nella visione della  Rete Bioregionale Italiana), ogni comunità locale dovrebbe tendere all'autosufficienza e al soddisfacimento dei propri bisogni — inclusi quelli energetici e alimentari — sfruttando unicamente le risorse rinnovabili e native del proprio territorio geografico e biologico, senza depredare l'ambiente.
 
Decrescita e riduzione dei consumi:  La vera "energia alternativa" parte dal cambiamento degli stili di vita individuali. Più che concentrarsi sulla produzione di nuova energia, dovremmo sostenere la necessità di abbattere i consumi superflui e l'inquinamento domestico, ripensando radicalmente le nostre abitudini quotidiane.

Paolo D'Arpini 




Articolo collegato: 

Autonomia energetica bioregionale:   https://www.lteconomy.it/bloglte/profilegrid_blogs/autonomia-energetica-bioregionale/


martedì 8 settembre 2026

11-12-13 settembre 2026: pazze e pazzi per la Piana fiorentina...

 


Marcia per invertire la rotta e riprenderci il territorioAd un anno dalla firma di quel Patto che affermava l’importanza di un progetto per la creazione di un Parco Agricolo della Piana Fiorentina, un atto decisivo e condiviso da 40 Associazioni.

Noi che abbiamo seguito passo dopo passo l’evolversi di questo importante progetto al fine di far vivere e rivivere il territorio.

Noi che crediamo fermamente alle necessità di vita per l’intera popolazione di questo territorio.

Noi che crediamo che un sorriso, un abbraccio o una stretta di mano siano valori importanti.

Noi che crediamo che il cibo prodotto dai nostri agricoltori sia un valore necessario da consolidare.

Noi che amiamo i verdi prati, gli alberi, il silenzio della campagna, noi che non vogliamo altro cemento e il rombo degli aerei sulle nostre teste nei luoghi della quotidianità.

Noi che crediamo che il territorio sia un bene prezioso che abbiamo avuto solo in prestito e che vogliamo salvaguardare anche negli angoli più nascosti.

Noi che crediamo in tutti questi valori abbiamo deciso di partire, passo dopo passo, con lentezza e decisione camminando per la Piana, portando la nostra conoscenza con amore e onestà.

Una marcia per incontrare le persone, per parlarci, per abbracciarle e per scoprire gli angoli più belli e nascosti.

Perché la nostra volontà è riprenderci il nostro territorio, che appartiene a coloro che ci vivono.

Un atto che non è solo  di protesta, ma anche di proposta.

Per questo facciamo appello a tutti, associazioni e singoli cittadini di unirsi a noi camminando assieme, anche solo idealmente.

Per questi motivi Vi chiediamo di condividere e partecipare a questa Marcia e a tutte le iniziative che seguiranno.

La marcia si svolgerà nei giorni 11-12 e 13 settembre 2026 seguendo un percorso ad anello.

Per segnalarci la vostra adesione, anche solo per un tratto o un giorno del percorso, vi preghiamo di  contattare il 379.1244626

Contiamo sulla vostra partecipazione.

I promotori

CIRCOLI LEGAMBIENTE DELLA PIANA
VAS – VITA AMBIENTE SALUTE
ITALIA NOSTRA

PRESIDIO NO AEROPORTO
GIARDINO DEI FENICOTTERI PIANA DI LECORE




Fonte notizia: Daniele Barbieri 


lunedì 7 settembre 2026

Tre giorni per la Pace 2026: fuori l'Italia dalla guerra...



18 - 19 - 20 SETTEMBRE 2026 PRESSO IL C.I.Q. CENTRO INTERNAZIONALE DI QUARTIERE,
VIA FABIO MASSIMO 19 - MILANO (MM3 PORTO DI MARE)

 

In questa quarta edizione della Tre giorni per la Pace poniamo al centro la necessità di portare l'Italia fuori dalla guerra.

Nella scorsa edizione avevamo deciso di usare come sottotitolo "Perché siamo in guerra" consci del fatto che l'Italia è immersa nel sistema guerra, a causa dell'adesione ad organizzazioni funzionali agli interessi di Washington: NATO ed Unione Europea.

 

La spesa per il riarmo, con l'erosione di tutti i servizi sociali dei Paesi europei, è da considerarsi una rapina a danno dei rispettivi popoli nell'ottica del mantenimento del dollaro statunitense.

 

Inoltre, col protrarsi del conflitto ucraino e l'aggressione di USA e Israele contro l'Iran, assieme al genocidio del popolo palestinese ancora in corso, il nostro Paese non solo è partecipe alle aggressioni militari in termini di supporto economico e di fornitura di materiale bellico ma anche dal punto di vista logistico, fornendo le nostre basi per missioni nel Mar Nero e nel Golfo Persico, rendendo il nostro territorio obiettivo legittimo di attacchi militari di risposta.

 

Per queste ragioni la Tre giorni per la Pace 2026 si pone come obiettivo quello di produrre proposte d'azione, motivo per cui si concluderà con la tavola rotonda "Fuori l'Italia dalla guerra".

 

Parteciperanno:
Moni Ovadia, Laila Awad, Fabio D'Ambrosio, Alice Pareyson, Sara Chessa, Fabrizio Cassinelli, Vadim Bottoni, Stefano Orsi, Dazibao, Enrico Vigna, Shokri Hroub, José Luis Darias Suàrez, Tim Anderson, Kina, Fulvio Scaglione, Francesco Dall'Aglio, Antonio Mazzeo, Giuliano Marrucci, Francesco Maringiò, Paolo Ferrero, Giuseppe Salamone, Laura Tussi, Fabrizio Cracolici, Silvia Battisti, Silvano Piccardi

 

Il Coordinamento per la Pace - Milano è l'incontro fra più di trenta associazioni e organizzazioni con un comune obiettivo e scopo: dare una voce più forte e unitaria a chi ritiene che la pace non si raggiunga con le armi; opporsi alla linea di cobelligeranza del nostro governo, chiedendo di fermare la guerra per una pace che sia frutto di una sicurezza condivisa e garantita da democratici organismi internazionali.

 

PROGRAMMA

 

VENERDì 18 SETTEMBRE

 

• 18.30/19.30 - PRESENTAZIONE DELLA TRE GIORNI
Con Fabrizio Cassinelli
Presentano Nadia Schavecher e Pietro Morace

 

• 21.00/23.00 - RESISTENZE E REAZIONI NEL MONDO IN CAMBIAMENTO
Dialogano Moni Ovadia e Laila Awad
Presenta Luciana Pellegreffi

 

SABATO 19 SETTEMBRE

 

• 11.30/13.00 - LA COMUNICAZIONE TRA CONFUSIONE E SICUREZZA
Con Fabio D'Ambrosio, Alice Pareyson e Sara Chessa
Presenta Simone Sollazzo

 

• 14.15/14.45 - GRANDI ARTISTI CONTRO LA GUERRA
Mostra curata e commentata da Silvia Battisti
La curatrice sarà anche presente tra le 17.00 e le 17.30 di sabato e domenica

 

• 15.00/17.00 - LA CRISI DELL'IMPERO
Con Vadim Bottoni, Stefano Orsi, Dazibao
Presenta Leonardo Cribio

 

• 17.30/19.30 - LA MAGGIORANZA GLOBALE: IL MONDO OLTRE L'OCCIDENTE
Con Enrico Vigna, Shokri Hroub, José Luis Darias Suàrez, Tim Anderson, Kina
Presenta Marcello Gentile

 

• 21.00/23.00 - SPETTACOLO TEATRALE / MUSICALE
Con Silvano Piccardi

 

DOMENICA 20 SETTEMBRE

 

• 11.30/13.00 - INCONTRI IN LIBRERIA
Laura Tussi e Fabrizio Cracolici presentano "Narrazioni di Pace. Voci e pratiche per un mondo senza guerra"

 

• 15.00/17.00 - UNIONE EUROPEA servo sciocco e ITALIA colonia degli USA
Con Fulvio Scaglione, Francesco Dall'Aglio, Antonio Mazzeo
Presenta Pierpaolo Pecchiari

 

• 17.30/19.30 - FUORI L'ITALIA DALLA GUERRA
Tavola rotonda con Giuliano Marrucci, Francesco Maringiò, Paolo Ferrero, Giuseppe Salamone
Coordina Marcello Gentile

 

• 19.30/20.00 - INTERVENTO CONCLUSIVO

 


INIZIATIVA A INGRESSO LIBERO

 

 

Seguici sui nostri social e aderisci all'appello fondativo come organizzazione o singolo:  https://linktr.ee/coordinamentopacemilano

 

Coordinamento per la Pace - Milano

 


domenica 6 settembre 2026

Maschile e Femminile e l'incontro nell’umana congiunzione!...


Collage di Vincenzo Toccaceli

Il femmineo (e la sua simbologia) è mutato radicalmente nel corso dei secoli. Nella remota antichità il femminile era rappresentativo di un potere creativo assoluto e totale. Tutte le divinità si mostravano in aspetto femminile od in forme che evocavano tale qualità, a cominciare dalla Grande Madre, la natura stessa, sino a Madre Acqua, Madre Luna ed anche Madre Sole, etc. (la formula sacra più antica, il Gayatri Mantra, è dedicato a Savitri, la dea dell’energia solare).
Le donne in quanto incarnazione primigenia del potere procreativo erano pertanto degne di amore e di devozione. La paternità era “sconosciuta” (ovvero ignorata), la madre esisteva di certo e questo era un dato incontrovertibile… Come poi l’operazione procreativa accadesse era lasciato agli umori materni che venivano influenzati o sollecitati dall’amore rivolto dai maschi verso tutte le madri. 
Insomma il padre era un semplice elemento ispirante per promuovere la maternità, non un fattore primo ma un incidentale aiuto….
Questo sino ad un certo punto, finché non cambiarono pian piano le cose e le responsabilità nelle funzioni creatrici si rovesciarono. Ma non avvenne tutto assieme, questo andamento evolutivo dal matrismo al patriarcato prese secoli e secoli per consolidarsi. Gli studi dell’archeologa lituana Gimbutas tendevano proprio a dimostrare l’esistenza di un lunghissimo periodo di transizione fra matrismo e patriarcato. Sicuramente gli “autori” del patriarcato nacquero sulle sponde dell’Indo, la civilizzazione più antica sulla faccia della terra (antecedente ai Sumeri ed agli Egiziani di migliaia di anni), in quel “paradiso terrestre” avvenne il riconoscimento del valore della paternità come fattore “portante” e di conseguenza come elemento stimolativo per una nuova religione e mitologia. Ma il processo anche qui fu lento, dovendo giustificarsi con fatti sostanziali che ne garantissero l’accettazione per mezzo di consequenzialità storica e di significati allegorici.
Avveniva così ad esempio nella mitologia induista in cui Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva, il suo sposo. Questo suo figlio, Ganesh, è talmente potente che è in grado di impedire l’accesso alla camera della madre a Shiva stesso (perché non aveva chiesto il permesso di avvicinarsi, notate bene questo particolare importante in cui si garantisce alla madre il diritto di scelta nel rapporto). A questo punto Shiva invia le sue truppe maschili all’attacco di Ganesh ma tutti i suoi “gana” vengono sconfitti e Shiva medesimo vien lasciato con un palmo di naso ed infine è solo con l’inganno e chiedendo aiuto all’altro dio maschile, Vishnu, definito il conservatore, che riesce a sconfiggere Ganesh… ma non fu una totale debacle…. poiché poi, per amore di Parvati, Shiva accetta di essere padre, ovvero riconosce che Ganesh è suo figlio e lo ristora alla vita, cambiandogli però testa… (ed anche qui notate le simbologie connesse…).
Questa descrizione fantastica la dice lunga sul significato della trasformazione epocale in corso 15.000 anni prima di Cristo…. Molto più tardi, ma sempre in un ambito di civiltà indoeuropea, vediamo addirittura che è il dio maschile a creare da se stesso. Ed è quanto avviene a Giove che, non aiutato dalla consorte, produce dal proprio cervello Minerva. I tempi a questo punto son già mutati, il patriarcato ormai impera sovrano, le donne sono fattrici (od etere buone solo a passare il tempo), persino l’amore, quello vero e nobile, si manifesta fra maschi (vedasi la consuetudine di tutti i maestri greci di avere ragazzini per amanti). In quel tempo la condizione femminile era alquanto scaduta ed in Europa od in Medio Oriente restavano sacche di resistenza solo qui e lì.
Ad esempio nella tradizione giudaica la trasmissione della appartenenza al “popolo eletto” avveniva (ed è ancora oggi così) per via materna, ultimo rimasuglio matristico in mezzo ad una serie di regole molto patriarcali e misogine. Tale misoginia fu assunta –in modi differenti- anche dalle altre due religioni monoteiste:  il cristianesimo e l’islamismo. Nell’islamismo però, malgrado la visione della donna in chiave di sudditanza, si salvò il criterio di bellezza e nobiltà dell’amore sensuale, infatti il profeta Maometto ebbe diverse mogli e persino il suo paradiso era riempito di belle donne accoglienti. Questo almeno consentiva un naturale intercourse di rapporti fra i due sessi. 
Purtroppo non avvenne la stessa cosa nel cristianesimo ove prevalse, anzi peggiorò, la misoginia originaria ebraica. Se nell’ebraismo la divinità, sia pur vista in chiave di “dio padre”, manteneva un distacco verso le cose del mondo, essendo un dio non rappresentabile e puro spirito, nel cristianesimo per poter giustificare la divinità del “figlio” si cancellò completamente il ruolo creativo della madre. Maria concepì vergine dallo spirito santo, la sua è una prestazione completamente passiva e deriva da una scelta del dio padre di impalmarla e renderla madre. Insomma la povera Maria è equiparabile ad una “prostituta” spirituale.
Da questa visione deriva anche la ragione cartesiana pseudo scientifica che indica la natura come passiva, inerte e pure stupida… Insomma lo spirito maschio “infonde” la vita e la “buona” madre porta in grembo quanto le viene concesso di portare….
Capite da voi stessi che tale proiezione è ormai improponibile ed obsoleta, sia pur che la maggioranza degli uomini ancora vi si crogiola, illudendosi con favole religiose ed ideologiche della “superiorità” maschile, della “superiorità” dell’intelligenza speculativa scientifica, della “superiorità” del potere e della forza. Così non si fanno passi avanti nell’evoluzione della specie. E’ ovvio che entrambi questi aspetti, matrismo e patriarcato, hanno avuto una loro funzione storica per lo sviluppo delle “qualità” della specie umana. 
Ora è giunto il tempo di comprenderne la totale complementarietà e comune appartenenza, ma non per andare verso una specie unisex, bensì per riconoscere pari valore e significato ad entrambi gli aspetti e funzioni… in una fusione simbiotica.
Anche se… diciamola tutta… il femmineo avrà sempre la mia riconoscenza e rispetto ed amore devoto, poiché merita di essere “prediletto” per la sua specialità… Purché rinunci a satana ed alle sue pompe, ovvero all’uso indirizzato e furbo di tali buone qualità..!

Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana


sabato 5 settembre 2026

Castelli di sabbia e autoreferenzialità della realtà...


 

Come bimbi felici che danno forma al loro castello di sabbia, così noi costruiamo, ugualmente rapiti dalle nostre visioni, la nostra realtà, ugualmente autoreferenziale al gioco sulla battigia. 


Realtà che ci appare forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta. Una sorta di giubbotto antiproiettile cognitivo che inconsapevolmente indossiamo ogni volta che ci troviamo in stato di veglia. Vale per chi procede spavaldo, ma anche per le psicologie affaticate dalla pena dell’esistenza. 


Se servisse un campione a sostegno dell’idea che “la mappa non è il territorio” (Alfred Korzybski, 1879-1950. Concetto ripreso e reso più noto da Gregory Bateson, 1904-1980), il castello di sabbia svolgerebbe egregiamente la funzione. Concetto sostanzialmente sovrapponibile a quello del mito della caverna di Platone (428/7-348/7 a.c.).


Nonostante l’enorme valore pedagogico contenuto nella formula del pensatore e matematico polacco, niente di questo è presente nella cultura che respiriamo. Tracce e coltivazioni sono limitate entro alcuni settori, tra cui quello terapeutico, psicomotorio, esistenziale evolutivo, psico-neuro-endocrino-immunologico, programmazione neuro-linguistica. 


Tra l’altro, si tratta di settori che, invece di farsi portabandiera politica di quell’enorme valore formativo e relazionale, se ne stanno nel loro cantuccio come ragni sulla tela in attesa del paziente-preda. Ruolo che le persone non rivestirebbero se cresciute con la consapevolezza che la mappa non è il territorio, ovvero che la loro realtà è arbitraria al pari di quella altrui e che difenderla fino a morire o a dare la morte corrisponde con precisione al carburante necessario a mantenere e mantenersi nella realtà conflittuale, cioè nella dimensione in cui il conflitto di ogni schiatta è legittimo.

 

Se non possiamo consumare l’esistenza senza un’identità forte e certa, strutturata e intelligente, giusta e onesta e il relativo senso delle cose, possiamo però sfruttare le occasioni disseminate su tutti i sentieri della vita, per passare da uno stato profondo di affermazione di noi stessi, della nostra importanza personale, ad uno di ascolto, in cui tralasciarci, per scoprire l’universo presente dietro le quinte delle mappe altrui.


Ma anche questo passaggio è precluso dalla cultura che inneggia alla competitività in cui conta solo emergere. La medesima cultura che agevola l’afflizione nelle vite di chi resta sotto a fare da tappeto a quelli il cui castello di sabbia non è ancora crollato sotto l’onda delle burrasche della storia.


Scambiare la mappa per il territorio corrisponde a muoversi sulla mappa credendo sia il territorio, tanto che la mappa autoreferenziale assume inconsapevolmente in noi lo stato di territorio. Una sorta di rimpiattino dovuto all’inconsapevolezza, dalle latenti sorprese per lo più in forma di scontro frontale, con degenze più o meno lunghe, ammesso d’essere sopravvissuti. Un’inconsapevolezza che, da un lato riguarda le necessità del proprio sostentamento e dall’altro cosa tali necessità comportano a noi e al prossimo se e quando vengono affermate secondo le modalità del maglio sull’acciaio. 

 

Se, con parole gentili si può dire che fraintendere mappa e territorio significa tenere accesa la miccia di una bomba a orologeria di cui siamo ignari, si può traslare la confusione nella figura del casellario. Un insieme di scomparti creati alla bisogna – senza necessità di razionalizzazione – quali contrafforti per sostenere il nostro fragile castello. 


Casella dopo casella componiamo con ordine cartesiano i criteri della vita. Un ordine che, non di rado, visto dal prossimo, ci appare come un rebus troppo difficile per accedere alla conoscenza dell’altro, del suo universo, delle sue coordinate di lunga e breve frequenza. È quest’ultimo un epilogo che non aggiunge né toglie niente a quanto già appena detto, fatto salvo per coloro che, per una volta, invece di utilizzare il proprio casellario di sabbia, vomitatore di giudizi e interpretazioni lontane dal significato originario di queste righe, si fermino un istante e provino a vedere come la propria mappa o interpretazione del mondo non fosse che un fragile castello di sabbia. Che cessino di vedere la verità nel proprio casellario e scoprano in che termini è presente anche in quello altrui. E anche che la realtà, che si impegnavano a descrivere più minuziosamente possibile, di fatto non c’è, almeno finché non ci siamo noi, e il nostro casellario, a descriverla.

 

“Non esiste esperienza oggettiva

[...]

L'esperienza del mondo esterno è sempre mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa misura, gli oggetti sono mie creazioni e l'esperienza che ho di essi è soggettiva, non oggettiva.

Tuttavia, non è banale osservare che pochissimi, almeno nella cultura occidentale, dubitano dell'oggettività di dati sensoriali come il dolore o delle proprie immagini visive del mondo esterno. La nostra civiltà è profondamente basata su questa illusione”.   (Gregory Bateson, Mente e natura, 1991, Milano, Adelphi, p. 49.)

 

Lorenzo Merlo