lunedì 8 aprile 2013

Treia. Tradizioni contadine e uso delle acque - Memoria di Alberto Meriggi per la Festa dei Precursori 2013


Campagna attorno Treia

Ringrazio di cuore Paolo D’Arpini per l’invito che per la seconda volta mi ha rivolto per partecipare alla Festa dei Precursori –immagino– per far ascoltare agli ospiti una voce che riferisce di storia e tradizioni locali legate alle tematiche di cui il Circolo vegetariano VV.TT.  si occupa. 


Il tema riferito a me che trovate nella locandina: “Tradizioni contadine e uso delle acque”, richiederebbe non il quarto d’ora che ho a disposizione ma almeno un quarto di giornata, cinque o sei ore o un convegno apposito, per essere trattato convenientemente. 

Tra l’altro, essendo io figlio di contadini-mezzadri di Treia, non avrei bisogno di rivolgermi alla mia professione di storico per parlare a lungo della vita in campagna, mi basterebbero i miei ricordi e i racconti dei miei familiari più anziani per conversare su tutto questo per l’intero pomeriggio. 

Allora, nel poco tempo che ho a disposizione metto insieme le due cose che il titolo propone e provo solo a riferirvi qualche dato, qualche curiosità, sull’uso delle acque nella tradizione locale sia contadina che cittadina. Le due dimensioni sono sempre state in stretta correlazione. Il centro urbano dipendeva molto dalla campagna circostante soprattutto per quanto concerneva i prodotti alimentari. Parto, dunque, da una considerazione che ritengo importante. 


Il territorio di Treia, in riferimento all’uso storico delle acque, andrebbe diviso almeno in tre aree: il centro urbano, ossia il capoluogo, che per orografia e consistenza del suolo, non ha potuto mai contare sulla presenza di fonti sorgive e, pertanto, l’uso dell’acqua è stato sempre riservato solo all’alimentazione e all’igiene privata e pubblica.  La zona di Passo di Treia, verso sud a valle, in cui scorre da sempre il fiume Potenza, dove l’acqua, invece, ha visto soprattutto un uso per mulini e irrigazioni per le coltivazioni.


Infine un’area a nord-ovest, per intenderci verso Chiesanuova, frazione collocata in una vallata di origine alluvionale, in cui l’acqua è stata utilizzata per le coltivazioni e soprattutto tratta da pozzi scavati nel terreno ricco di vene sotterranee. Detto questo vi propongo qualche considerazione generale a livello storico. Dalla documentazione in cui nel tempo mi sono imbattuto nelle mie ricerche su questo territorio si evince che dal 1389 al 1808 nel territorio di Treia ci sono state circa una quarantina di fonti e fontane ad uso pubblico ed erano tutte al di fuori delle mura della città. 

Ognuna di esse aveva un nome che riguardava un santo o la contrada in cui la fontana si trovava, o una famiglia nobile della zona, o qualche caratteristica particolare. Qualche esempio: fonte di Santa Margherita o fonte di S. Michele, fonte della Cannella, fonte nella Piana del Potenza, fonte di Mariano o fonte di Ferruccio, c’era anche una fonte detta dei giudei, degli ebrei, e una dei frati, ecc. A che proposito si parla delle fonti sorgive nei documenti? E in quali documenti? Se ne parla soprattutto nelle Riformanze, ossia nelle delibere del Consiglio comunale, e dal Quattrocento anche negli Statuti. 

Nelle Riformanze se ne parla a proposito di spese per la manutenzione, per la sistemazione, per l’acquisto di mattoni e altro materiale, ecc. Se ne parla anche a proposito della nomina annuale di custodi e per la concessione di contributi a chiese e ospizi per la costruzione di nuove fontane. Erano spese notevoli per il magro bilancio del Comune: pensate, risulta che nel 1416, per la sistemazione di una fontana, il Comune fu costretto ad imporre una tassa agli abitanti della zona, e chissà quante altre volte ciò sarà accaduto! Ma gli atti consiliari riguardano soprattutto delibere concernenti la locatio e la coptumatio di fonti e fontane, cioè la concessione in affitto o a cottimo di fontane pubbliche per uso di privati. 

Mi chiederete com’erano queste fontane e come venivano usate. C’è da dire che dai documenti traspare con evidenza che erano strutture che dal punto di vista architettonico conciliavano bene il decoro con la funzionalità. Nella maggior parte dei casi erano costruite con mattoni, coperte con una volta, spesso di tipo reale, cioè a tre arcate, ed erano corredate da strutture di servizio che nei documenti sono indicate con termini come “conduttata”, cioè fornita di una conduttura d’acqua proveniente da una sorgente vicina, con “beveratora” o “trocco”, cioè con abbeveratoio per gli animali, “cannellata”, cioè con cannelle per prendere l’acqua, “coperta” o “scoperta” e in qualche caso era presente il lavatoio. 

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Questo per quanto riguarda il territorio. Per l’interno delle mura, ossia in città, i documenti parlano più che altro di cisterne, come quella che si trovava nel quartiere dell’Onglavina che fu sistemata nel 1465. La città non aveva sorgenti all’interno delle mura e gli abitanti accumulavano acqua in pozzi e cisterne. Nelle cisterne e nei pozzi si raccoglieva acqua piovana che veniva utilizzata non come alimento per le persone, ma per gli animali, per usi domestici e igienici e anche per irrigare le piccole coltivazioni negli orti pensili molto presenti dentro le mura di Treia. 

L’acqua da bere gli abitanti del centro urbano la dovevano trasportare dalle fontane sorgive più vicine alle mura. Le fonti che per secoli hanno fornito acqua potabile alla città sono state principalmente due: una era detta “di Mariano” o delle tre cannelle e si trovava a nord-ovest delle mura a circa 500 metri da qui, sotto la chiesa suburbana di Santa Lucia. Un documento del 1808 la descrive così: “ Ha il suo prospetto come una facciata di fabbricato liscio, quasi al basso della terra fornita di tre cannelle, che gettano in beveratora per bestiame sebbene al fianco sinistro siavi una bella e grande beveratora o trocco coperto di volta reale.  Questa fonte deve interessare il Pubblico per essere la principale sia per la purezza della sua acqua, come ancora una delle più vicine alla città”. 

In effetti da quella fontana i Treiesi di paese si sono riforniti d’acqua potabile fino al 1888, anno in cui incominciò a funzionare regolarmente il nuovo acquedotto pubblico che portò alla città acqua dalle fonti sorgive delle colline treiesi distanti circa sette chilometri. L’acquedotto fu inaugurato nel maggio del 1886, dopo 31 anni dall’inizio dei lavori, con importanti cerimonie e festeggiamenti e in quella occasione fu inaugurata anche la bella fontana, opera di Filippo Venerati, che ancora si trova al centro della piazza principale. 


Prima non c’era la fontana, ma nel sottosuolo della piazza c’era qualcos’altro che lavori di scavo hanno evidenziato e che desterà stupore anche nei treiesi. Proprio nello spazio tra la fontana e il palazzo comunale c’era una grande cisterna con annessa neviera. Un grande serbatoio di acqua e neve per la città. Un'altra importante fonte sorgiva per l’approvvigionamento di acqua potabile per la città si trovava a sud-est, proprio a valle sotto la chiesa di S. Francesco e per questo detta “fonte dei frati”. 

E’ citata in un documento come fonte “conduttata e murata con sua cannella, una delle più prossime alla città”. Vi dicevo che un’altra fonte di informazioni sull’acqua e sul suo uso, sia urbano che agricolo, sono stati gli Statuti comunali, cioè quelle raccolte di nome che i comuni predisponevano per regolamentare la vita civile della comunità in tutti i settori. Lo scorso anno parlai proprio qui delle norme statutarie riguardanti l’alimentazione. Ebbene, negli Statuti di Treia, stampati nel 1526 e rimasti in vigore fino al 1810, molte sono le norme che riguardano lo stato delle acque, il loro uso e, di conseguenza, il controllo dei fiumi, dei ruscelli, delle fonti sorgive, dei pozzi e delle sorgenti. Questi luoghi erano considerati di estrema importanza non solo da un punto di vista igienico-sanitario ma, come abbiamo visto, soprattutto per la potabilità in tempi in cui l’approvvigionamento idrico era legato quasi esclusivamente alle sorgenti. 

Del resto tutti gli Statuti comunali marchigiani contenevano norme specifiche e severe per garantire la purezza delle acque contro ogni contaminazione. A Treia il podestà aveva l’obbligo, sotto vincolo di giuramento, di sorvegliare e far riparare le fontane, i pozzi e le cisterne che si trovavano sia dentro che fuori le mura del paese e se non lo faceva era multato di cento soldi da trattenere dal suo salario. 

Multe pesanti con l’obbligo di riparare il danno erano previste per chi danneggiava tali strutture rubando pietre o legno, o magari, scavando nei pressi per piantare alberi o siepi. Tali danni erano ritenuti talmente gravi che chiunque, in segretezza, poteva accusare e denunciare i contravventori ricevendo la terza parte della multa. Con una multa di 40 soldi erano puniti coloro che lavavano panni o filati ad una distanza inferiore di una ventina di metri dalle fontane pubbliche. 

Non si potevano tenere maiali a pascolare, da giugno a settembre, vicini più di 10/15 metri dalle fontane e dalle sorgenti: Era vietato lavare presso le fontane indumenti, pelli e interiora di animali. E guai seri correva chi gettava immondizia a una distanza inferiore di 40/50 metri da pozzi, fontane e sorgenti. Multe pesanti erano a carico di coloro che per scopi privati cambiavano il corso delle acque di un ruscello o di un torrente e per coloro che in vario modo sporcavano le acque pubbliche. Ho trovato un interessante documento del 1788 in cui la Sacra Congregazione del Buon Governo, una specie di Ministero del Bilancio dello Stato pontificio, prescriveva che si dovevano lasciare incolti i terreni prossimi agli acquedotti delle fonti pubbliche due piedi per ogni lato, ossia circa 60 cm., e non si dovevano piantare alberi ad una distanza inferiore a circa due metri e mezzo. 

Per il terreno che restava incolto i proprietari erano esentati dal pagamento di qualunque tassa. Potrei dilungarmi ancora su questi aspetti, ma mi fermo qui per dedicare qualche minuto a curiosità che la storia di questo territorio ci propone sull’uso delle acque. 

L’importante frazione di Passo di Treia è sorta in epoca romana grazie ad un particolare uso delle acque del fiume Potenza che ancora la lambisce. Quella zona, contrassegnata da un crocevia di importanti strade e da un ponte romano, si caratterizzò all’epoca e per tutto il Medioevo per la presenza di mulini ad acqua per macinare i cereali e per follare i panni. 

Ve ne erano a decine che i documenti attestano presenti e funzionali fino al Settecento e nel basso Medioevo addirittura fortificati con torri, due delle quali ancora superstiti. Erano piccoli mulini, detti terragni, come quelli citati da Dante nel XXIII canto dell’Inferno, con piccole pale sottostanti che si potevano muovere anche grazie allo scorrere debole delle acque dei vallati appositamente scavati per deviare acqua dal fiume Potenza verso i mulini. Erano luoghi di incontro per i lavoratori della terra, ma anche di tumulti per la famigerata tassa sul macinato, di questua per religiosi e mendicanti, di svago per la presenza di prostitute. 

Ma a Passo di Treia, nei pressi del ponte sul Potenza, vi erano anche sorgenti di acqua salata, le saline, che diedero lavoro a salariati locali almeno fino a metà dell’Ottocento e furono riattivate per procurare sale anche durante l’ultima guerra. La contrada è ancora detta “salara”. A Treia capoluogo vi è stata sempre molta attenzione all’utilizzo delle acque piovane e al loro controllo. 

Disposizioni delle autorità in ogni tempo hanno vietato di ostruire con immondizia o altro i correntini dell’acqua ai lati delle strade, pena multe pesanti. La città ha sempre sofferto la mancanza d’acqua e il suo uso è sempre stato legato alla fatica e a tante difficoltà. I lavori più pesanti erano legati al trasporto dell’acqua dalle fonti o dai pozzi alle abitazioni, dove bisognava ben dosarla per l’alimentazione e i vari servizi igienici della persona e delle professioni. Pensate a quanta acqua serviva ai fornai, ai macellai, ai lavoratori delle pelli, della lana, del lino, ai muratori. Dai documenti non risulta che vi fosse un servizio di trasporto pubblico dell’acqua. Nelle campagne altre ai consueti usi domestici, per bere, cucinare e per i vari servizi, c’era il grande consumo per gli animali e per le coltivazioni. 

Gli animali nelle stalle erano numerosi e abbeverarli rappresentava uno dei più faticosi impegni della giornata. Almeno una volta al giorno dovevano bere e perciò d’estate venivano portati fuori uno ad uno nei pressi del pozzo più vicino dal quale veniva attinta acqua con due secchi, detti “’mbuzzatore”, legati agli estremi di una corda che correva nel solco di una carrucola fissata sopra il pozzo. 

Appeso al muro del pozzo non mancava mai un attrezzo detto “rampì”, rampino, che era un uncino a tre punte legato ad una corda, che serviva per recuperare i secchi che spesso cadevano nel fondo del pozzo. L’acqua attinta veniva versata in un recipiente grande laterale in muratura, detto “trocca” dove gli animali bevevano, il corrispondente all’abbeveratora delle fontane pubbliche. 

Mi riferisco soprattutto al bestiame bovino il quale d’inverno veniva, invece, abbeverato all’interno della stalla con enorme fatica dei contadini addetti. Il bestiame più piccolo, come maiali e ovini, veniva abbeverato nelle stalle versando l’acqua in recipienti più piccoli detti “trocchi”, al maschile. 


D’estate animali piccoli e pollame utilizzavano l’acqua di piccoli stagni, detti pantani, che nelle case contadine delle nostre zone non mancavano mai. A proposito dei pozzi va detto che essi venivano scavati a mano dopo aver individuato una vena d’acqua sotterranea da parte di un rabdomante. 

A Treia ogni contrada aveva un rabdomante che praticava questa attività divinatoria e questo fino a qualche anno fa. Io ne ho conosciuti diversi e da ragazzo li ho visti all’opera. Il trasporto dell’acqua dai pozzi o dalle fontane verso le abitazioni di campagna, ma anche di paese, era compito delle donne e dei bambini. Un lavoro che solitamente veniva svolto al mattino presto. 

Le donne avevano, poi, un altro compito importante, il lavare la biancheria di tutti e della casa. I piccoli capi venivano lavati giornalmente, o quasi, nei pressi dei pozzi, nella “trocca” dove si abbeverava il bestiame, ma periodicamente, circa una volta al mese, si faceva il grande lavaggio della biancheria più grande, lenzuola, pantaloni, camicie, presso i ruscelli della zona dove si trovavano degli angoli appositi che ben si prestavano per tale operazione. Le donne di paese uscivano fuori dalle mura e lavavano presso le fontane pubbliche dove però era consentito e dove c’erano appositi lavatoi. 

La fontana più utilizzata per questo fin dal Medioevo si trovava ad appena 200 metri da qui. Da queste parti disporre dell’acqua ha sempre significato lavoro massacrante, ma non ci si faceva caso perché l’acqua era la vita delle persone, degli animali e delle risorse naturali per vivere. Le campagne di Treia hanno sempre avuto un problema: le terre coltivate appartenevano a proprietari che nella maggior parte dei casi vivevano fuori, specialmente a Roma e a Macerata. 

Costoro non erano molto interessati alle colture e al benessere dei contadini e non facevano spese per migliorare le strutture agricole e le attrezzature. Scavare pozzi e costruire canalizzazioni per l’irrigazione dei campi non erano ritenuti interventi necessari e a cui dare priorità. Chiaramente la produzione ne risentiva, ma ne risentiva soprattutto la fatica dei lavoranti. Le colture erano povere, i terreni erano coltivati a grano, fava e farro, ceci, cicerchia, lenticchia, orzo, lupini e viti. A partire dalla fine del Settecento, nella zona lungo il Potenza, cominciò ad essere coltivata la canapa, la quale cardata e filata con metodi rudimentali, veniva utilizzata dalle donne per tessere tele da usare per l’arredamento e l’abbigliamento. 


A Treia tale coltivazione incentivò la lavorazione di cordami da parte di artigiani locali che divennero rinomati anche fuori zona. Vorrei chiudere con una curiosità che a me pare interessante. Vi ho parlato di uno stretto rapporto tra uso delle acque e fatica. Un certo sollievo da questo punto di vista lo procurò in zona, a partire dalla fine del Cinquecento, l’arte dei vasai, detti in zona coccià, che si sviluppò nella vicina Appignano ma che si diffuse anche a Treia, tanto che ancora esiste una via dei vasari con evidenti tracce delle antiche botteghe. Si fabbricavano stoviglie povere di argilla per uso domestico e agricolo. 

Anche le abitazioni dei contadini si riempirono di brocche, brocchette, vasche, piatti, bicchieri, boccali, bottiglie e pentolame. Un materiale che alleviò di molto le fatiche quotidiane per il trasporto, la conservazione e l’utilizzo dell’acqua potabile e per i servizi igienici. Mi avvio alla chiusura con una annotazione che da treiese avrei preferito tacere, ma per obiettività non posso nascondere. Treia è molto bella, ma nel centro urbano c’è un elemento architettonico che grida vendetta al cospetto di Dio. E’ il grande serbatoio dell’acqua per l’approvvigionamento idrico della città che indubbiamente deturpa il paesaggio urbano ma che nei primi anni Cinquanta si ritenne necessario costruire per sopperire alla carenza d’acqua e avere sempre un deposito abbondante che fornisse acqua per caduta e quindi con una buona pressione. 

L’acquedotto della fine dell’Ottocento già non era più sufficiente a soddisfare tutti i bisogni del paese, soprattutto l’acqua che proveniva da sette chilometri di distanza, non aveva la pressione necessaria per servire tutte le famiglie, l’ospedale e tutte le numerose attività artigianali. 

Del resto quella brutta struttura viene ancora utilizzata e si mostra assai utile. Se nel dopoguerra Treia capoluogo piangeva, alcune zone del suo territorio non ridevano. Pensate che la zona di Chiesanuova è stata servita da un acquedotto pubblico solo trent’anni fa. Prima si utilizzavano solo pozzi e il centro abitato della borgata era servito da un solo pozzo a cui tutte le famiglie attingevano. 

Problemi a cui oggi si è data soluzione, totale o parziale. Ciò che invece appare irrisolvibile è il problema dell’inquinamento. Le nostre acque non si possono usare più come le abbiamo viste usare nella nostra storia, lontana e recente. Fin dall’antichità le nostre sorgenti hanno dissetato uomini e animali e questo fino a una trentina di anni fa. Io ricordo da bambino di aver bevuto in campagna l’acqua dei ruscelli, quella che scorreva nei fossi e la vedevo bere agli adulti con una certa regolarità. Quando mia madre mi portava con sé a lavare nel ruscello vedevo le donne che bevevano regolarmente quell’acqua. 

In campagna tutti siamo cresciuti bevendo solo acqua dei pozzi. Oggi nel territorio comunale non c’è un pozzo con acqua potabile al 100% e anche gli acquedotti pubblici hanno bisogno di continue cure e terapie. Con queste tristi note vi ringrazio per l’attenzione.

Alberto Meriggi - Docente all'Università di Macerata








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