domenica 1 marzo 2020

Paesaggi bioregionali meridionali e ritorno alla tradizione


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Dopo il terzo paesaggio: il primo naturale, il secondo antropizzato e il terzo quello degli spazi abbandonati. il terzo paradiso: il primo naturale, il secondo artificiale, il terzo unisce naturale e artificiale nella coniugazione collettiva di io tu noi, ecco ora il terzo meridione: il primo, la storia del regno di Napoli fino all'unita d'italia, il secondo, l'azzeramento di tutto il sistema socio politico economico culturale del meridione negli ultimi 150 anni e ora il terzo meridione in formazione infatti craj significa domani, anche se può significare pure mai.

Terzo Meridione: Craj

Il ritorno alla tradizione nella sua forma più chiusa e aggressiva è un atto difensivo rispetto alla forza della cultura dominante, la volontà di proclamare valori diversi da quelli imposti dalla occidentalizzazione del mondo. La tradizione può tornare riportando alla memoria le storie comuni facendo riemergere una grammatica interiore ed esteriore fatta di simboli e suoni condivisi. Secondo questa grammatica comune la salvezza non è mai individuale bensì collettiva, perché per salvarsi bisogna ritrovare la comune appartenenza evitando l’isolamento e la chiusura. Per le genti meridionali si tratta di abbandonare lo sterile abbraccio della storia e di dischiudersi a un destino più alto e moderno di quello che fu pur loro nel passato.  

A fine ottocento per le popolazioni meridionali si aprivano le vie dell’esodo verso il nord, verso l’Europa, le Americhe l’Australia, abbandonando paesi d’origine, campagne e masserie; tuttora dopo 150 anni ancora incolte e disabitate, riscattando la loro esistenza con il benessere, solo dopo la seconda meta del 900, con lunghi anni di sacrifici. Alcuni meridionali sono tornati a vivere nei paesi di origine, altri solo d’estate e saltuariamente, molti hanno scelto la via dell’integrazione nei paesi dove hanno vissuto e fatto nascere i propri figli. Ormai come una specie di esperanto musicale l’unica lingua che può rappresentare tutti noi meridionali nel mondo e’ la tarantella, linguaggio musicale universale. La tarantella non ha ancora subito il processo di lenta e profonda sedimentazione evoluzione che ha subito la musica afro americana. Magari fra 50 anni avremo poster pubblicazioni e mostre tematiche dei maestri della tarantella, come oggi già si fa con i maestri del blues.Oltre la riscoperta e la conoscenza delle musiche di tradizione, si può fare un lavoro più grande su tutti gli altri strati del sapere tradizionale soprattutto su usi e costumi:

. riconoscere abiti accessori e gioielli tradizionali capirne le tecniche realizzative e costruttive
. capire il significato magico religioso delle cerimonie e festività
. apprendere danze e canti tradizionali inseriti nel loro contesto calendariale e socio culturale
. suonare tipici strumenti musicali
. scoprire la poesia del dialetto e del lessico sonoro
. cucinare e assaggiare cibi tradizionali

Questo lavoro di didattica va svolto non per ripercorrere modelli espressivi ed educativi delle culture tradizionali, bensì come forma di consapevolezza della nostra storia culturale. Se alcuni modelli funzionano ancora possono essere adattati alla contemporaneità senza riproporne le modalità solo nella forma esteriore. Ora l’effetto della pizzicata è diverso e ci porta lontano da modelli culturali non autoctoni e non in mondi lontani. Quindi un distacco un allontanamento da quelli proposti dalle cosiddetta contro cultura americana: veramente assurdo che noi meridionali sappiamo tutto di Bob Dylan e poco o niente di Matteo Salvatore, abbiamo studiato e analizzato tutta l’attività guerrigliera di Che Guevara e non sappiamo nulla di Ninco Nanco o di Carmine Crocco famosi briganti. A parlare spesso di Rosa Louxemburg o delle operaie sacrificate in una fabbrica americana agli inizi del 900 e a ignorare completamente l’episodio della rivolta di Tricase nel Salento, scenario di una tragica rivolta nel maggio del 1935, una manifestazione di lavoratori che venne repressa nel sangue con cinque vittime di cui tre tabacchine, raccoglitrici di tabacco. L’effetto della pizzicata ci può portare a studiare e riproporre anche graficamente con manifesti stampe le figure della storia del recente meridione ancora poco conosciute, anche con incontri seminari e pubblicazioni, dando spazio anche a storie locali e personaggi minori, con la cultura subalterna meridionale ancora ferma allo status di cultura tradizionale o cultura popolare.

 Nella tradizione meridionale la gestualità è legata spesso al cibo, quindi per dire che si è mangiato poco, la mano si rotea per dire così cosi o tanti altri movimenti legati al linguaggio gestuale. Bello e significativo, tipico di noi meridionali, il gesto che si fa con la mano per esprimere calma facendo leggermente su e giù con il palmo della mano. Simpatico e il gesto scaramantico e apotropaico delle corna. A livello iconografico tutta la figuratività passa tuttora per le colorate comunicative e usatissime carte napoletane di cui tutti conosciamo il significato. Come l’asso di bastoni, il re di denari e soprattutto l’asso di coppe, riconosciuto come simbolo dell’essere meridionale, spiantato lento e amante del vino e delle donne: liscio a denari carico a coppe...!

"Cultura pagana e pop folk cornamuse e danze popolari apparizioni surreali e oniriche biciclette e perfino un furgoncino Ape  vino da osteria intorno a una specie di arena di sabbia nera"

Nel 1962 Calvino scrive in l’esplosione del neorealismo: la rinata libertà fu per la gente al principio smania di raccontare, nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone sacchi di farina e bidoni di olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse e così ai tavoli delle mense del popolo, ogni donna nelle code dei negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa di altra epoca ci si muoveva in un multicolore universo di storie. 

Ecco così noi oggi figli del boom economico siamo usciti da un periodo in cui abbiamo fatto il grande salto, come lo definiva Mao, il grande balzo in avanti, noi meridionali ora siamo inclusi tra i paesi più industrializzati del pianeta, abbiamo fatto veramente un grande salto. Ora che ci siamo fermati a riflettere, quando abbiamo aperto il nostro bagaglio esistenziale culturale abbiamo trovato un vuoto enorme, ci siamo resi conto che avevamo lasciato qualcosa indietro, qualcosa di molto importante e ora siamo tornati a prendere quel qualcosa. Ecco allora il pullulare di storie sui treni, noi figli di meridionali che parliamo ormai il milanese o il torinese, torniamo nei paesi di origine per il sole, le tradizioni, la musica, gli strumenti, il dialetto, con un urgenza unica di comunicare, raccontare storie, modi di essere, modi di fare, alla ricerca di radici e appartenenza. Allora andiamo nei piccoli paesi di origine a parlare con parenti amici conoscenti in un intreccio di ricordi e conoscenze, con le persone che hanno resistito in questi luoghi lontani nell’Italia meridionale. 

Tante voci che si sovrappongono divenendo pian piano una voce unica, un coro, un enorme coro, il coro di noi meridionali figli del boom. Franco Cassano in “Il Pensiero Meridiano” parla di come essere meridionali e progettare un modo diverso di essere al mondo, valorizzando i ritmi diversi che nascono dal rapporto con il mare, l’andare lenti per riallacciare un rapporto solido con le tradizioni della propria terra: la modernità non come annientamento della propria identità culturale, bensì come ricerca reale e autentica dolorosa di un altra identità capace di interrogarsi sul passato, sui propri valori, usando il sacro in chiave eretica, la tradizione in funzione rivoluzionaria. Un rapporto con gente che sembrano incarnare un sistema di valori culturali e morali più antico e ammirevole. 

La liberazione emotiva e la spontaneità garantita dai modelli tradizionali vengono vissute come nuovi mezzi di comunicazione ed espressione, per esempio la riscoperta del dialetto. E’ sicuramente anche una alienazione la mancanza di storia nella società urbana industriale, la coscienza regionale appena riemersa per molti è anche una consapevolezza più politicizzata di origine marxista che esalta la cultura subalterna contrapposta alla cultura dominante, critica ideologica alla modernità globale capitalistica. Allora questo grande coro meridionale come e’ stato per l esplosione del neorealismo puo diventare cantore di una nuova modernità, la modernità dei nuovi meridionali, riusciti a riempire il bagaglio esistenziale culturale, trovato semivuoto dopo 50 anni, nelle valige di cartone legate con lo spago.

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La musica popolare è un patrimonio di tutti. Suonare e ballare in piazza vuole essere un contributo ad una tradizione, quella popolare che ha saputo elaborare forme espressive di grande valore antropologico e culturale: anche le feste paesane con i loro riti popolari sono vere e proprie occasioni culturali. Esse rinnovano tradizioni antichissime e rinnovano la memoria collettiva che affonda le sue radici in un lontano passato, come per esempio le feste dedicate alle madonne che dalla neolitica dea madre, si sono rinnovate continuamente di significati antropologici storici culturali. Nelle piazze si fanno rivivere antiche ritualità a volte anche dimenticate, la prerogativa fondamentale è quella, usando un termine forte, di stanare dalle loro case le persone, in particolare gli anziani, di cui nessuno ascolta più le storie, legati sempre più alla televisione e isolati ostinatamente da un mondo che sta correndo più in fretta di loro, anche per favorire la socializzazione tra le generazioni, luogo dove creare una comunicazione schietta e semplice, capace de coinvolgere senza distinzioni l’intera comunità. Suonare e ballare in piazza come desiderio di incontrare e fare incontrare le persone, le loro storie e i loro entusiasmi in una cornice festosa, una buona occasione per scoprire un significato del passato che è ancora in grado di raccontarci la sua storia. 

La musica si esprime e scorre libera nelle piazze nella forma rituale del cerchio dove si annullano tutte le differenze sociali e culturali e tutti partecipano all’evento sullo stesso piano: il cerchio rituale crea una sospensione spazio temporale, un onda energetica che assorbe tutti i partecipanti in uno stato di benessere sensoriale respingendo il malessere legato ai disagi della vita.

La chitarra battente è uno strumento cordofono composto da una cassa di risonanza dal fondo bombato o piatto con un manico da 9 o 1o tasti e un numero variabili di corde da 5 a 12 corde. I bischeri in legno e uno o tre fori della casa abbelliti da rispettive rose come elementi che contraddistinguono la battente. La sua funzione è quella armonica e ritmica di accompagnamento della voce spesso grezza e nasale. le corde sono ricavate da matasse di filo d’acciaio. Vecchi suonatori raccontano di aver ricavato corde strecciando i fili dei freni delle biciclette. I legni preferiti sono acero noce e abete. Viene suonata in genere a battente con colpi dal alto verso il basso o viceversa. Quando si vuole dare un suono continuo si suona a rotazione in modo da non lasciare tempi vuoti di suono. Il piano armonico della cassa viene in genere ornata con disegni floreali e geometrici.

La lira calabrese, un antico strumento cordofono ad arco diffuso in tutto il mediterraneo e nella parte centro orientale del continente europeo. La sua origine è ancora incerta. Formata da un pezzo di legno ricavato a forma di pera su cui viene poggiato il piano armonico con i fori di risonanza. Monta tre corde di cui quella centrale viene suonata di continuo e fa da bordone, la corda sinistra viene toccata lateralmente con un unghia e modula la melodia mentre quella di destra viene suonata fissa di volta in volta. La lira viene suonata poggiata tra le ginocchia e suona accompagnata da chitarra battente, fischiotto e tamburello. In origine le corde erano di budello e l’archetto di crine di cavallo.

I suoni della chitarra battente e della lira calabrese sono quelli che più si avvicinano, per come vengono suonati alla musicalità blues. Spesso i suonatori eseguono poche note tirando fuori dal loro strumento suoni metallici e dissonanti, portando la melodia con voci grezze e nasali, cantate d’amore tristi e melanconiche.

Psiconomade: la zampogna ha la funzione di un messaggio, di una difesa e anche una forma di resistenza dello spirito umano di fronte a una civiltà intenta a distruggerlo. E’ ovvio che il punto di partenza sia il rifiuto di tutte le norme e di tutti i valori morali e convenzionali, portati dal consumismo e non si può fare a meno di fare tabula rasa e sprigionare quel tanto di individualità che si è riusciti a salvare, dalla pressione esercitata dalla società contemporanea. Quindi trovare elementi arcaici e originari. Una vita ormai soffocata da schemi e sovrastrutture. I mezzi sono quelli che valgono a svincolare la personalità: il vino, che sgancia il cervello dalle leggi morali e intellettuali, la musica che in origine era intesa come improvvisazione ed espressione di una libertà interiore e segreta. Quindi rifiuto della società di massa, per trovare in se stessi una traccia dei valori trascendenti che possono guidare nel viaggio breve e tempestoso della vita. La contemplazione è solo un modo per estraniarsi dal mondo circostante, in un supremo tentativo di realizzarsi e di affermare la propria personalità, minacciata dalla insistente marcia della scienza, verso forme che danno sempre meno importanza alla figura dell’uomo. La contemplazione è una esaltazione come un altra, non fa differenza tra esaltazione religiosa e quella alcolica: importante è sentirsi liberi.

Macoffa era un uomo brutto e deforme ed era innamorato di una donna bellissima. Era anche un eccellente suonatore di zampogna e certe volte suonava per lei. Macoffa fece per lei, per lungo tempo, appassionate serenate. E l’amata alla finestra sembrava dirgli di si. Da un giorno all’altro, la bella non lo ascoltò più e Macoffa inizio a immalinconire. Più immalinconiva e più suonava. Suonava in un modo cosi appassionato che tutto il paese si commuoveva. E suona suona, e suona suona, una notte Macoffa inizio a volare. Suonava e volava e non si accorgeva più di nulla, fu cosi che si ritrovo nel mezzo della luna. Da allora tutte le notti di luna piena si può vedere una macchia scura a forma di zampogna, sulla faccia della luna. Quella macchia è Macoffa che suona. Fiaba tradizionale di Albidona Cs

In questi anni la scoperta che mi ha più sorpreso, oltre alla musica di tradizione, è stata proprio l’architettura rurale purtroppo non ancora riconosciuta come forma di arte, sempre diversa, come il dialetto. D’altra parte proprio coloro che hanno trasmesso canti e balli della tradizione, sono stati gli artefici dei diversi stili costruttivi. Anzi proprio le aje di tali architetture, sono stati i luoghi di maggior aggregazione esecuzione trasmissione e diffusione di musiche canti e balli. Mi sento un po scienziato, un po artista, un po artigiano, una po antropologo, un po architetto e un po agricoltore: antropoarchigroltore. Mi piace pensare aver indicato una via, una delle tante vie possibili.

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“Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

Quando girava la vecchia mola di pietra, trascinata in tondo da un asino bendato, la casa tremava, e un rombo continuo saliva dal pavimento. Pensavo a quante volte, ogni giorno, usavo sentire questa continua parola, in tutti i discorsi dei contadini. – Ninte, – come dicono a Gagliano. – Che cosa hai mangiato? – Niente. – Che cosa speri? – Niente. – Che cosa si può fare? – Niente -. La stessa, e gli occhi si alzano, nel gesto della negazione, verso il cielo. L’altra parola, che ritorna sempre nei discorsi è crai, il cras latino, domani. Tutto quello che si aspetta, che deve arrivare, che deve essere fatto o mutato, è crai, Anche se crai significa mai. Il mutarsi dei giorni era un semplice variare di nuvole e di sole: il nuovo anno giaceva immobile, come un tronco addormentato. Nell’uguaglianza delle ore, non c’è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti. Tutto il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago « crai » contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo. Come talvolta il linguaggio inganna, con le sue interne contraddizioni! In questa landa atemporale, il dialetto possiede delle misure del tempo più ricche che quelle di alcuna lingua; di là da quell’immobile, eterno crai, ogni giorno del futuro ha un suo proprio nome. Crai è domani, e sempre; il giorno dopo domani è prescrai e il giorno dopo ancora è pescrille poi viene pescruflo, e poi maruflo e marufIone; ed il settimo giorno è maruficchio. Questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, solo piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie dei crai. 

Verso sud preme dal profondo  
una nuova armonia dalle finestre  
chiuse nei pomeriggi caldi.

Nel 2004 ho maturato l’idea di un viaggio musicale durato 40 giorni circa, per paesi e contrade del meridione. Il viaggio iniziato a Scapoli, in Molise, si conclude idealmente alla stazione di Reggio Calabria, un luogo sopra e sotto lo stretto, di meno e di più. Un luogo fisico e anche simbolico, fortemente simbolico che fa entrare in una concezione diversa del paesaggio, per cosiddire dalla porta principale. Un paesaggio che contiene tanti paesaggi e che trasporta in una dimensione diversa. E’ presente ed è anche passato. E’ passato ed è anche presente. E’ in continuo divenire. E’ il mare e la storia, sono le persone che lo attraversano, è la musica, è ciò che si vede e ciò che non si vede e anche ciò che non si vede si ricorda. Un groviglio inestricabile di risonanze sonore e visive, perciò la prossima volta che ci passi guarda in alto e guarda anche in basso e dentro di te. Alza lo sguardo e guarda verso il cielo e ricorda che spesso l’essenziale è invisibile all’occhio umano.  

Niliu figlio di un re, si invaghisce di una popolana fino a sposarla, sul giovane in fuga pesa la pesante maledizione dei genitori, di sciogliersi come cera, se colpito dai raggi del sole. Quindi Re Niliu è costretto a vivere in una grotta, per non sciogliersi e può uscire solo di notte, senza poter godere appieno le sue ricchezze, l’affetto della giovane moglie e il figlio che lei gli ha dato. Va di notte a trovarli e il giovane è avvertito dal canto del gallo del sorgere del sole. Poi una notte le fate decidono di non far cantare il gallo e Niliu viene sorpreso dai raggi del sole e in preda a disperazione predice di lasciare le sue ricchezze divise in oro, argento e bronzo nelle viscere di un monte.  

Alla fine di agosto, il mio viaggio, volge finalmente al termine e mentre risalgo lo stivale ho tempo di vedere un fantasmagorico concerto, all’arena circolare di Vasto denominato “Craj” storia di cantatori cavalieri e pizzicate, scritta e raccontata dalla voce di Teresa De Sio e Giovanni Lindo Ferretti con udite udite: Uccio Aloisi, i Cantori di Carpino, Matteo Salvatore. Al concerto ha partecipato pure Pino Zimba famoso tamburellista degli Officina Zoe, protagonista del film “Sangue vivo” di Edoardo Winspeare.  

Craj, domani, concerto spettacolo circolare, il pubblico al centro della scena e quattro palchi montati sugli spalti dell’arena su cui si alternano i musicisti. Dallo spettacolo è stato tratto un film presentato al festival del cinema di Venezia nel 2005. Matteo Salvatore, Uccio Aloisi, Antonio Maccarone, Antonio Piccinino, Andrea Sacco e tutti gli altri cantatori e sonatori della tradizione, fanno parte della storia, sono il sud, nella sua forma più potente e soleggiata: canti, serenate, pizziche e ninnenanne. Raccontano una storia singolare universalmente comprensibile. Un orizzonte mitico musicale su cui ricostituire una diversità culturale importante da affermare. Negli ultimi tempi molti musicisti, tra cui Teresa De Sio e Giovanni Lindo Ferretti, hanno lavorato alla costruzione di un suono contaminato, miscelatore di lingue tradizionali e nuove tendenze. Contaminazioni che non vogliono far sparire il segno originario, perché il nostro futuro culturale, si costruisce sul doppio binario dell’innovazione continua e della conservazione delle matrici.

Matteo Salvatore ha vissuto una giovinezza di miseria e di analfabetismo riscattandosi poi con la dolcezza della sua chitarra e la forza poetica delle sue parole. un riscatto accompagnato da mille follie poiche sfuggito a ogni regola e a ogni legge. Arguto e imprevedibile, come ogni lazzarone geniale e sregolato, un vero artista, non ricorre esplicitamente a nessuna tradizione, inventa un nuovo stile, riferimento costante per molti musicisti, che riconoscono nel cantastorie pugliese, un grande maestro.  

Uccio Aloisi, figura emblematica della musica e della cultura popolare salentina, con un repertorio vasto di canti e musiche ripreso direttamente dal cuore di una cultura di tradizione orale: storielle, nenie, canti alla stisa, pizziche, canti di lavoro. Nato a Cutrofiano, piccolo paese del basso Salento, Antonio questo il suo vero nome, ha una storia di figlio della terra, nel senso più reale del termine. La sua voce, unica e particolare, gli è stata sempre compagna fedele.  

Antonio Piccinino e Antonio Maccherone, “i Cantori di Carpino” i massimi rappresentanti della musicalità, dell’area del Gargano. Maestri dell’arte del canto, con Andrea Sacco, alla carpinese, alla montanara. Suonavano e cantavano una tarantella struggente e appassionata. Interpreti di una vocalità che non ha avuto eguali sul piano dello stile. La loro esecuzione, si impone all attenzione degli ascoltatori, per il suo carattere estemporaneo che lascia trasparire, come questi canti sgorghino naturalmente dalla vita di campagna, nutrendosi della sua ritualità.

Ludovico Einaudi è stato maestro concertatore della Notte della Taranta e dell’orchestra che ha diretto in diverse edizioni sul palco di Melpignano. Pianista, compositore, nato a torino nel 1955, si è diplomato al conservatorio perfezionandosi sotto la guida del maestro Luciano Berio. Figlio dell’editore, cresciuto in un ambiente colto e letterario, la sua musica affonda le radici nella tradizione classica con innesti derivati dalla musica pop rock folk e contemporanea. Affiancato, come assistente musicale, nella creazione e produzione artistica del concerto, dal tamburellista e violinista Mauro Durante. Nel 2004, maestro concertatore è stato Ambrogio Sparagna con Giovanni Lindo Ferretti (CCCP, CSI, PGR), maestro concertatore e Gianni Maroccolo, maestro del suono. Lindo Ferretti, nel corso di quel festival, tenne un laboratorio di voce e parola, con recita finale nella piazza di Melpignano.

Mascarimiri: da sempre impegnato ad affermare il concetto di tradinnovazione, il gruppo guidato da Claudio “Cavallo” Giagnotti presenta “Gitanistan” progetto partito da una ricerca personale, considerando le origini Rom dei fratelli Giagnotti, volta a scoprire i cambiamenti delle famiglie Rom salentine. il progetto ha dato il nome anche al disco della formazione, un affascinante cammino tra le musiche mediterranee che hanno subito l’influenza Rom, con il ritmo della pizzica che si intreccia in sapori arabo andalusi alla bourree della Francia, agli echi flamenchi e balcanici. Dalla ricerca è stata tratta una mostra di immagini lungo il cammino del popolo Rom in Salento, la viaggiante nazione.

Ferdinando Renzetti  

Risultato immagini per ferdinando renzetti

ferdinandorenzetti@libero.it

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