domenica 27 settembre 2026

"Non giudicare per non essere giudicato..."



Piccole note per mantenere, replicare e perpetuare lo status quo personale e sociale di sofferenza o per evolvere verso una condizione esistenziale creativa e vitale.

 

 

Legenda

In ambito relazionale ci sono due tipi di giudizi, la cui differenza, perlopiù occulta, è dà riconoscere attraverso il sentire prima che a mezzo del capire cognitivo.

Il primo giudizio emerge dall’inconsapevolezza del suo emettitore, il secondo avviene con consapevolezza. Al primo corrisponde l’idea che il prossimo si trovi di fronte al nostro stesso mondo. Una condicio che impone la successiva identificazione di noi stessi con il giudizio emesso. All’altro tipo di giudizio, estraneo all’identificazione, corrisponde il riconoscimento di noi stessi, di qualche nostro aspetto, fino a quel momento rimasto nell’ombra dell’importanza personale. A fare da sfondo a questa seconda modalità è il rispetto e la legittimazione di ciò che non rientra nei nostri canoni. 

Ma la distinzione di più evidente discriminazione tra i due tipi di giudizio sta nel ribadire io non sono così o sono anch’io così, per quanto riguarda il primo e, per il secondo, si può essere anche come non avevo mai neppure sospettato e vediamo come si fa ad arrivare a dire o fare in quel modo.

Il primo tende a dividere e spezzare la linea della conoscenza, il secondo a mantenere la relazione, a scoprire in esso le modalità biografiche che hanno portato a un certo pensiero e a una certa azione e affermazione estranea al nostro percorso. Perciò, il primo a seguitare a ignorare le strutture degli uomini e il secondo a vederle. Il primo è interessato al potere, il secondo alla conoscenza. Il primo non sa che la conoscenza avviene per mezzo di consapevolezze e che non appartiene a nessuno e che i saperi non sono che un accumulo di dati che tutti possono accatastare. Il primo ha carattere meccanico e crede si possa raggiungere la verità nel mondo duale-secolare, il secondo, che è magico o quantistico, sa che la verità appartiene all’Uno universale. Il primo si dedica a gonfiare l’io e a mantiene così lo status quo dell’identità e tende alle chiusure su sé stessi, il secondo cerca di non farsi rapire dalle pretese dell’io e tende all’evoluzione e all’apertura di sé stessi.

 

C’è un terzo tipo di giudizio, fa testo in ambito tecnico, ovvero delimitato da regole autoctone. Sebbene qui non sia trattato più di tanto, è a causa sua e dell’impropria inconsapevole estensione che se ne fa, che avviene il giudizio di primo genere, quello con il quale siamo identificati, quello che presuppone l’altro a traguardare il mondo dal nostro stesso pertugio, come se questi si muovesse secondo le nostre stesse autoreferenziali leggi, norme, abitudini, attenzioni e morali. Così, mutuando ciò che in contesto tecnico è legittimo in ambito relazionale aperto ci si inoltra come sprovveduti verso gli oceani dell’equivoco, dell’incomprensione, dell’identificazione del presunto errore con la persona che l’avrebbe commesso.

 

Se a causa del primo dei due tipi di giudizio si può dire: “Giudico, quindi sono”, contemplandoli insieme si potrebbe titolare “l’Io e l’Uno.

 

Giudico, quindi sono

Definire gli altri, subire la forza schiacciante di una definizione e attribuire un certo valore a quanto detto da altri sono atti magico, a mezzo dei quali, pur senza averne la volontà e la consapevolezza, si dà una pennellata alla definizione di sé stessi, di quello che crediamo di essere o tendiamo a essere. Con il giudizio del primo tipo, oltre a definire sé stessi si dichiara differenza o appartenenza alla fantomatica categoria alla quale, secondo noi e il nostro giudizio, stiamo autoreferenzialmente facendo riferimento. Come detto, è un giudizio che scocca di nascosto sempre il solito messaggio: io non sono così o sono anch’io così.

Categoria che, sempre in modo magico o quantistico, dissolviamo quando le parti si invertono, fino ad accusare chi, al momento della nostra osservazione e relativo giudizio, si sta comportando esattamente come noi avevamo fatto e faremo in altro tempo e modo. Si tratta di un’inconsapevole costituzione quantistica della realtà destinata a mantenere la sensazione della continuità di noi stessi. Oppure, della mobilità del punto di attenzione che, come una sagoma a centri concentrici presa di mira, esclude dallo sguardo del tiratore tutto il mondo che le sta intorno. 

 

Il sostegno di sé stessi comporta la riductio ad absurdum dell’essere umano a oggetto della propria autoreferenziale discriminazione. Tanto il maestro che colpevolizza il bimbo che non ha rispettato la sua richiesta, quanto il genocidio e relativa pulizia etnica di Gaza, ne sono equipollenti. Con pari modalità, ugualmente seguitiamo anche tutti noi vita natural durante, ogni volta che giudichiamo l’espressione altrui scagliandoci contro la persona emittente. 

Al contrario, ovvero emancipati dalla difesa reattiva e ad oltranza di noi stessi e del nostro pensiero, nonché realizzando la rinuncia a prevaricare la realtà e il prossimo in funzione di noi stessi, possiamo realizzare una modalità di relazione assertiva che non ha niente da spartire con quella giudicativa.

 

L’egocentrismo, il materialismo e il meccanicismo implicano le supremazie della morale e del pensiero. A cavallo di queste, si celebra l’elevazione dell’io all’inconsapevole lignaggio di creatore e governatore del mondo. Un mondo, una realtà, un ordine che origina dall’individuo, che ne è investito e che l’individuo stesso considera fuori da sé, oggettivo e per tutti uguale.

 

Il giudizio egocentrico riduce l’eternità a sé stesso, non riconosce la rotazione dei ruoli, l’identicità delle parti delle quali vede solo il costume, la ripetitività dei tempi, non vede oltre il proprio naso e impiega inconsapevolmente sé stesso come unità di misura di tutte le cose, per stimare le proprie e altrui scelte e azioni. È anche a questa narcisistica miopia che si deve lo stato miserevole delle esistenze, delle educazioni, delle politiche, delle culture.

 

A causa della sua autoreferenzialità, la cultura scientista ha eliminato dalla sua cartesiana struttura il vero significato di magia e le dinamiche che con essa da oscure divengono lapalissiane. Ha quindi radiato la scienza suprema dal processo della conoscenza, l’ha ridotta alla barzelletta che non è. Se così non fosse avvenuto, saremmo consapevoli di come essa tutto permei e ci permetta di osservare l’unità di tutte le cose. Non c’è nulla di separato e indipendente, il dualismo è strumentale alla storia, tutto Uno. È stata la scienza classica e il suo maldestro figlio scientista che hanno creduto di poter conoscere frammentando la realtà. Ed è sempre lui a credere e a far credere che i piccoli saperi tecnici che si autocelebra d’aver scoperto comportino conoscenza e progresso evolutivo.

Solo con la fisica quantistica l’osservatore della presunta unica realtà cessa di essere altro da quanto osserva e, ciò che osserva, mentre viene strumentalmente oggettivato, cessa di essere oggettivo.

 

Nella cosmogonia di pensiero generata dall’idea della realtà oggettiva esaurita dalla dimensione materiale e dalla separazione degli oggetti e nella distinzione tra mente e materia, anche la realtà relazionale, ovvero quella concorde o estranea al nostro pensiero-emozione-sentimento, viene ugualmente reificata, comportando così divisione, separazione, interruzione. È l’esatto opposto di quanto si può constatare in ambito contemplativo, energetico, in cui assistiamo personalmente all’unione con il tutto, nonché alla vicenda materialista-oggettivistica e al relativo picco di saperi analitici ma superficiali e alla loro scarsa penetrazione nella conoscenza profonda.

 

Da un recente articolo di Marcello Veneziani, prendo qualche riga a campione per significare cosa comporti identificarsi con il proprio giudizio:  

“Il direttore di un giornale è in fondo un piccolo dio che ogni giorno impagina il mondo e decide in un giudizio universale la scala degli eventi e dei personaggi, i sommersi e i salvati”. (1)

L’alternativa non sta nel non fare o nel morire, ma nell’avere o meno consapevolezza che quei sommersi e quei salvati corrispondono ad un criterio del tutto arbitrario che pensavamo il solo e giusto e sentirne l’orrifico brivido freddo. Consapevolezza alla luce della quale si può arrivare a vivere, parlare e pensare senza dire io. Si può arrivare a realizzare una cultura differente e se cultura è troppo, un’altra educazione, un’altra politica, un'altra società.

 

 

L’Io e l’Uno

La rinuncia di sé stessi avviene anch’essa per un salto magico o quantico. Tanto è inconcepibile in contesto egocentrico-oggettivistico-materialistico, quanto è ordinario in quello evolutivo, in cui l’io non cessa di esistere ma cessa di prevaricare il prossimo e anche sé stessi. Un contesto in cui sopravviene una concezione del mondo, della realtà e dell’altro non più come separati da noi, ma come nostra emanazione, riflesso, specchio, conoscenza e preveggenza, in cui avvertiamo di essere incarnazione temporanea dell’energia eterna. 

Una realtà detta anche olografica, cioè che compare e cangia al nostro cospetto, a noi confacente, non necessariamente confacente ad altri, ma corrispondente anche a insiemi di persone, per esempio seguaci della medesima chiesa, ideologia, squadra, partito, morale, eccetera.

In sostanza, realtà in cui avviene la coscienza di esistere. Una specie di volume che ci contiene, nel quale crediamo di muoverci, ma che si sposta con noi e cangia a nostra immagine e somiglianza. 

 

Sulla profondità del concetto di separazione e interruzione va ricordato il loro potere deleterio in merito alla salute, alla guarigione, all’energia che rimane incistata su qualche vanità dell’importanza personale, su qualche idea materialista, per esempio quella delle necessità irreversibile delle medicine, invece di scorrere attraverso noi e mantenerci legati all’universo, al suo equilibrio e all’autoguarigione che ne comporta, in quanto scoperta delle cause e responsabilità che abbiamo avuto nei confronti dell’insorgenza del malessere.

L’esperienza dell’unione con il tutto sia avverte vivendo il senso della gratitudine incondizionata, disinteressata, con il perdono, con la pazienza e con la tolleranza che ne viene, cioè con l’emancipazione dall’io. Un’esperienza il cui potere sociale si esprime nel valore circolare-educativo che comporta, senza alcuna legge-lineare che lo imponga.

 

Sarebbe interessante constatare a quali dinamiche si assisterebbe se fossimo avvezzi ad una cultura del giudizio previa legittimazione del prossimo. Ovvero disponendo del necessario per costruire un’architettura di eventi, emozioni, traumi, gioie, sentimenti, successi e frustrazioni che hanno portato qualcuno ad esprimere qualcosa che abbiamo mal giudicato. Vale anche per il buon giudizio, ma in questo caso la legittimazione e la giustificazione di qualunque precedente – vedi la disponibilità, non concessa ad altri, all’ammirazione per Maradona nonostante la sua tossicodipendenza – sono implicite.

Quella ricostruzione, compiuta o data per buona, è quanto si fa nei confronti di figli ed amici che hanno commesso azioni non ammesse dal nostro decalogo di comandamenti. Ma per nulla nei confronti di un estraneo o di un nemico, quest’ultimo una sorta di altro privato di tutto ciò che compone anche noi stessi, eventualmente fino alla sua morte, vista come giusta.

 

Il giudizio identificato a noi chiude la possibilità di cogliere in quale modo l’affermazione criticata diviene vera e informativa, impedisce l’alchimia quantistica di far accadere e poi decantare l’emozione che permette la conoscenza delle energie in campo, di cosa abbiano comportato, di chi le abbia subite e di chi le abbia emesse. La scelta di bere Coca Cola, alcol e assumere certe sostanze nonostante la corrispondente nota nocività, offre a molti lo spunto per riconoscere di quali dinamiche energetiche si parli.

 

Quando, per volontà consapevole o circostanza emozionale, la supremazia dell’io che pensiamo di essere viene meno, si accede alla realtà attraverso la contemplazione e si coglie quanto la realtà stia nella relazione e da questa dipenda e si muova. È uno stato che eleva il sentire e mette a tacere il pensare, la sua morale e l’io che li emanava. La dimensione intellettuale è messa a sedere e il corpo diviene organo di percezione alla pari del bastone del rabdomante. Serve pulizia da ogni tossicità, da ogni disturbo, sirena, chimera e vanità. 

Il sentire ha natura energetica, vibrazionale, sottile, per essere ascoltato nelle precise informazioni che offre richiede l’assenza di perturbazioni fisiche e psicologiche, è inequivocabile nell’informazione che ci dà, in quanto allude ad una relazione profonda con una persona, un luogo, una casa che, se moralmente, tecnicamente o razionalmente osservati non rendono le informazioni raccolte attraverso il sentire. Il feng shui rappresenta un esempio di cosa voglia dire osservare il mondo attraverso il terzo occhio.

Senza le resistenze dell’io, i suoi giudizi e categorie e cioè senza più la prevaricazione dell’importanza über alles che diamo a noi stessi, possiamo contemplare e sentire l’energia di persone, luoghi e momenti. Possiamo muoverci e scegliere secondo il nostro sé, non più secondo il giogo del nostro parassita detto io, energivoro di tutte le nostre potenzialità magiche.

 

In noi pulsano universi diversi che da soli basterebbero a rendere evidente quanto criticare prima di legittimare sia fuori luogo, quanto ciò sia dovuto al suprematismo egocentrico che, come sulla ruota del criceto ci fa girare sempre intorno ai medesimi schemi di pensiero, che ci impedisce di raccogliere conoscenza dagli aggregati di energia che tutto compongono e muovono. Che ci impone di credere ci sia una sola posizione nei confronti del mondo in quel momento e sempre corrispondente alla nostra.

 

Con la cultura della contemplazione otterremmo uomini compiuti, ovvero capaci di tolleranza e pazienza non forzata da dottrine d’ordine intellettuale vario, ma radicata nel corpo. Uomini capaci di esprimere sempre la loro miglior forza creatrice, la loro miglior resilienza. 

Al contrario, con la cultura materialista dell’oggettività o della supremazia dell’io, non possiamo evitare di vivere sempre in mezzo a conflitti d’ordine vario per qualità e quantità, a dare responsabilità, a difendere l’orticello costi quel che costi, a rimpinzare il mondo di vittimismo e a urlare alla sfortuna.

 

Se dire “Giudico, quindi sono”, comporta l’accredito alla supremazia della fasulla opera dell’io e della realtà esaurita nella razionalità e nella meccanica delle parti, riconoscere l’”Io e l’Uno” comporta accreditare il sentire e la conoscenza nella contemplazione, nella relazione e nel corpo.

 

“Spesso succede che quella che si credeva la vetta, era solo l'ennesimo gradino.” 

Seneca, Lettere morali a Lucilio, Lettera 118, 6.

 

Lorenzo Merlo













 

Note

.1 - https://www.ariannaeditrice.it/articoli/narciso-va-in-stampa-e-in-video

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