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mercoledì 9 maggio 2018

Il tempo del maschilismo è finito... ora torniamo all'Umano condiviso


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Il femminino e la sua simbologia  sono mutati radicalmente nel corso dei secoli. Nella remota antichità il femminile era rappresentativo di un potere creativo assoluto e totale. Tutte le divinità si mostravano in aspetto femminile o in forme che evocavano tale qualità, a cominciare dalla Grande Madre, la natura stessa, sino a Madre Acqua, Madre Luna e anche Madre Sole, ecc. Ad esempio la formula sacra più antica, il Gayatri Mantra, è dedicata a Savitri, la dea dell’energia solare.
Le donne in quanto incarnazione primigenia del potere procreativo erano pertanto degne di amore e di devozione. La paternità era “sconosciuta” (ovvero ignorata), la madre esisteva di certo e questo era un dato incontrovertibile… Come poi l’operazione procreativa accadesse era lasciato agli umori materni che venivano influenzati o sollecitati dall’amore rivolto dai maschi verso tutte le madri. Insomma il padre era un semplice elemento ispirante per promuovere la maternità, non un fattore primo ma un incidentale aiuto…
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Questo sino a un certo punto, finché non cambiarono pian piano le cose e le responsabilità nelle funzioni creatrici si rovesciarono. Ma non avvenne tutto assieme, questo andamento evolutivo dal matrismo al patriarcato prese secoli e secoli per consolidarsi. Gli studi dell’archeologa lituana Gimbutas tendevano proprio a dimostrare l’esistenza di un lunghissimo periodo di transizione fra matrismo e patriarcato.
Probabilmente gli “ideatori” del patriarcato nacquero sulle sponde dell’Indo, la civilizzazione più antica sulla faccia della terra (antecedente ai Sumeri e agli Egiziani), in quel “paradiso terrestre” avvenne il riconoscimento del valore della paternità come fattore “portante” e di conseguenza come elemento stimolativo per una nuova religione e mitologia. Ma il processo anche qui fu lento, dovendo giustificarsi con fatti sostanziali che ne garantissero l’accettazione per mezzo di consequenzialità storica e di significati allegorici.
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Avveniva così ad esempio nella mitologia induista in cui Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva, il suo sposo. Questo suo figlio, Ganesh, è talmente potente che è in grado di impedire l’accesso alla camera della madre a Shiva stesso (perché non aveva chiesto il permesso di avvicinarsi, notate bene questo particolare importante in cui si garantisce alla madre il diritto di scelta nel rapporto). A questo punto Shiva invia le sue truppe maschili all’attacco di Ganesh ma tutti i suoi “gana” vengono sconfitti e Shiva medesimo vien lasciato con un palmo di naso e infine è solo con l’inganno e chiedendo aiuto all’altro dio maschile, Vishnu, definito il conservatore, che egli riesce a sconfiggere Ganesh… Ma non fu una totale debacle…. poiché poi, per amore di Parvati, Shiva accetta di essere padre, ovvero riconosce che Ganesh è suo figlio e lo ristora alla vita, cambiandogli però testa… (e anche qui notate le simbologie connesse…).
Questa descrizione fantastica la dice lunga sul significato della trasformazione epocale in corso 15.000 anni prima di Cristo…. Molto più tardi, ma sempre in un ambito di civiltà indoeuropea, vediamo addirittura che è il dio maschile a creare da se stesso. Ed è quanto avviene a Giove che, non aiutato dalla consorte, produce dal proprio cervello Minerva. I tempi a questo punto son già mutati, il patriarcato ormai impera sovrano, le donne sono fattrici (o etere buone solo a passare il tempo), persino l’amore, quello vero e nobile, si manifesta fra maschi (vedasi la consuetudine di tutti i maestri greci di avere ragazzini per amanti). In quel tempo la condizione femminile era alquanto scaduta e in Europa od in Medio Oriente restavano sacche di resistenza solo qui e lì.
Ad esempio nella tradizione giudaica la trasmissione della appartenenza al “popolo eletto” avveniva (ed è ancora oggi così) per via materna, ultimo rimasuglio matristico in mezzo a una serie di regole molto patriarcali e misogine. Tale misoginia fu assunta - in modi differenti - anche dalle altre due religioni monoteiste: il cristianesimo e l’islamismo.
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Nell’islamismo però, malgrado la visione della donna in chiave di sudditanza, si salvò il criterio di bellezza e nobiltà dell’amore sensuale, infatti il profeta Maometto ebbe diverse mogli e persino il suo paradiso era riempito di belle donne accoglienti. Questo almeno consentiva un naturale intercourse di rapporti fra i due sessi. Purtroppo non avvenne la stessa cosa nel cristianesimo ove prevalse, anzi peggiorò, la misoginia originaria ebraica. Se nell’ebraismo la divinità, sia pur vista in chiave di “dio padre”, manteneva un distacco verso le cose del mondo, essendo un dio non rappresentabile e puro spirito, nel cristianesimo per poter giustificare la divinità del “figlio” si cancellò completamente il ruolo creativo della madre. Maria concepì vergine dallo spirito santo, la sua è una prestazione completamente passiva e deriva da una scelta del dio padre di impalmarla e renderla madre. Insomma la povera Maria è equiparabile ad una “prostituta” religiosa.
Da questa visione deriva anche la ragione cartesiana pseudo scientifica che indica la natura come passiva, inerte e pure stupida… Insomma lo spirito maschio “infonde” la vita e la “buona” madre porta in grembo quanto le viene concesso di portare….
Capite da voi stessi che tale proiezione è ormai improponibile e obsoleta, sia pur che la maggioranza degli uomini ancora vi si crogiola, illudendosi con favole religiose e ideologiche della “superiorità” maschile, della “superiorità” dell’intelligenza speculativa scientifica, della “superiorità” del potere e della forza. Così non si fanno passi avanti nell’evoluzione della specie. È ovvio che entrambi questi aspetti, matrismo e patriarcato, hanno avuto una loro funzione storica per lo sviluppo delle “qualità” della specie umana. 
Ora è giunto il tempo di comprendere la totale complementarietà e comune appartenenza del maschile e del femminile, ma non per andare verso una specie unisex, bensì per riconoscere pari valore e significato a entrambi gli aspetti e funzioni…. in una fusione simbiotica.
Paolo D'Arpini

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mercoledì 9 novembre 2011

Osimo - Cristina Omenetti dell'Accademia degli Alethofili: "Il principio femminile e maschile: la via dell’Amore e della Conoscenza"

Marforio e Faustina


Ante Scriptum - Breve storia dell’ “Accademia degli Alethofili”.

Sorgeva ad Osimo intorno al 1780 , alla quale partecipavano nobili, cardinali e uomini di cultura, con il fine di approfondire argomenti relativi alla Storia Greca e Romana “ponderata e discussa con sana e giusta critica”.

Lo stemma accademico era rappresentato da un piedistallo di marmo su cui era scritta l’epigrafe «Historia magistra vitae», con alla destra l’effige della Storia ed alla sinistra quella della Critica tenente il vaglio: questo voleva significare che a ciascuna argomentazione storico-critica doveva essere unita anche la poesia “per render più brillante ed allegra l’adunanza”.
Ricostituita a marzo 2010 per ravvivare l’ambiente culturale del territorio esimano, inserendo però la presenza femminile prima esclusa, soprattutto per coloro che si sentono attratti dal coltivare Amore (platonico) e Conoscenza.

Le due parole contenute nel nome dell’accademia derivano appunto dal greco “Aletheia” (Verità, conoscenza) e “Filia” (Amicizia, Amore), dunque l’attenzione è riposta a sviscerare i significati di queste due principi, che ritroviamo costantentemente presenti nella nostra letteratura e filosofia antica. Alethofili ha anche il significato di amici-amanti della Verità e quindi l’accezione è più di tipo filosofico (filosofia= amore per la sapienza).

Nel sigillo dell’Accademia viene raffigurata la dea Minerva, simbolo della sapienza, con due volti; Platone, il grande filosofo ateniese, punto di riferimento per l’intera filosofia, e Ipazia filosofa neoplatonica, ultima direttrice della famosa biblioteca di Alessandria, barbaramente uccisa nel 420 d.C. Queste due figure nell’emblema evidenziano che questa “nuova” Accademia mette sullo stesso piano l’apporto maschile femminile letterario e filosofico, a differenza del passato, in cui partecipavano solo uomini (nell’antico stemma erano raffigurati Platone e Socrate). La Conoscenza-Sapienza, di natura più maschile, e l’Amore, di natura più femminile, devono quindi ricongiungersi.


La componente femminile infatti è stata troppo a lungo repressa e sottovalutata soprattutto in ambito filosofico, occorre riequilibrare la presenza femminile con quella maschile (Platonerimettere ogni cosa al giusto posto” – Jung: “Se non introduciamo di nuovo l’elemento femminile nella spiritualità, il mondo andrà avanti nell’eccesso di maschilismo, violenza, guerre e crisi”) e costruire uno scambio costruttivo, un dialogo che arricchisca ognuno di noi, per superare l’individualità, risvegliare l’anelito alla crescita personale e per realizzare infine i principi universali (l’UOMO-DONNA universale).

Ecco l’esalogo dell’Accademia degli Alethofili:
- Sia la Verità l’unico scopo, l’unico oggetto della vostra mente e del vostro volere;
2° - Non ritenete vero e non ritenete per falso alcunché sino al momento in cui non siete convinti con sufficiente ragione;
3° - Non accontentativi di amare e riconoscere la Verità, cercate pure di diffonderla, e cioè di renderla nota e gradita ai vostri concittadini. Chi seppellisce la propria coscienza della verità, seppellisce ciò che gli è stato dato per promuovere l’onore dell’Altissimo, e priva l’umanità società del beneficio che avrebbe potuto derivarne;
4° - Non private del vostro amore e soccorso coloro che sinceramente si adoperano per conoscere la verità, per cercarla e difenderla.
5° - Non contraddite alla Verità se sentite d’esser convinti da altri la cui idea è più giusta della vostra.
6° - Abbiate compassione di chi non conosce la Verità o ne ha un concetto errato. Istruitelo senza amarezza e sforzandovi di portarlo sulla retta via soltanto attraverso la forza dei vostri ragionamenti. Disonorerete la verità, la renderete sospetta se la munirete o la difenderete con armi diverse da quella che la ragione vi mette nelle mani.

Buddha diceva infatti: “Non credere a nulla, semplicemente per sentito dire, non importa dove l’hai letta o chi l’ha detto, neppure se l’ho detto io, a meno che non sia affine alla tua ragione e al tuo buon senso.  Non credere nelle tradizioni, perché sono state tramandate per molte generazioni. Non credere in niente, solo perché se ne parla tanto, o è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli uomini. Non credere semplicemente perché è scritto nei tuoi libri religiosi. Non credere solo per l’autorità dei tuoi insegnanti e degli anziani. Ma se dopo l’osservazione e l’analisi personale, scopri che è d’accordo con la ragione, ed è favorevole al bene e beneficio di tutti, allora accettala e vivi per essa”.


Ora veniamo all’illustrazione del tema principale.


Incontro di Sofia Minkova

Tutta la creazione è opera dei due principi assoluti ed eterni, maschile e femminile.

Nell’universo intero è riprodotta l’attività dei due grandi principi cosmici creatori, il Padre celeste e la Madre Divina. Questi due principi fondamentali si riflettono in tutte le manifestazioni della natura e della vita, per essere fecondi devono obbligatoriamente lavorare insieme, separati sono improduttivi e per questo sono perennemente alla ricerca l’uno dell’altro. E questo concetto lo ritroviamo nella filosofia di Platone, nel Tantra (Shiva e Shakti simboleggiano le due polarità opposte – Shiva è pura coscienza, incondizionata, trascendente, forza centrifuga, Shakti è l’eterno femminino, la Madre divina, l’Energia cosmica che alimenta l’Universo, la creazione), nel Taoismo (binomio Yin e Yang raffigurati a forma di goccia racchiusi in cerchio), nelle varie tradizioni occidentali e orientali, fino ad oggi nella scienza, con la fisica quantistica, l’intreccio, l’entanglement, appunto la matrice divina che è nutrice e ricettacolo (nel “Timeo” di Platone), è il campo olografico ove tutto è UNO (cosmo = ordine).

L’uomo e la donna sono il riflesso di questi due principi, maschile e femminile; ogni difficoltà o sofferenza deriva da una cattiva comprensione della questione dei 2 principi.
Cerchiamo di “rimettere ogni cosa al suo giusto posto” avrebbe detto Platone…
La creazione è il risultato dell’equilibrio perfetto di forze opposte, di spirito e materia.

Il simbolo del Fiore della Vita, dell’esagramma, della stella di Davide rappresenta il principio maschile (triangolo in alto) e quello femminile (triangolo in basso), in perfetta armonia, è l’androgino.

Il numero 6 è femminile, connesso con il Vento (le 4 direzioni, più il Cielo e la Terra), è la matrice divina, la Madre che è insieme nutrice e ricettacolo. Nella cabala il 6 corrisponde a Tipheret, il Cuore, connesso all’Energia “Cristica” di risveglio spirituale.

La matrice universale “Grande Madre” collega ogni cosa

Nell’era Paleolitica dal 30.000 a.C. il culto della Grande Madre è testimoniato dalle numerose figure femminili steatopigie (c.d. “Veneri”) ritrovate in tutta Europa: lungo le generazioni, i popoli e le varie culture, le “competenze” della Grande Dea si sono moltiplicate in diverse divinità femminili:

da Iside, la Regina dei Cieli, la Stella del Mattino (come le litanie della Vergine Maria) dea della maternità e della fertilità nella mitologia egizia,
a Inanna/Ishtar-Astarte-Afrodite-Venere dee dell’amore sensuale (nell’antica Ur Mesopotamia),
a Ecate triforme (come le 3 fasi della vita: nascita, riproduzione, morte),
a Demetra, Cerere e Persefone, Proserpina dee della fertilità dei campi,
a Artemide-Diana, dea della caccia, Minerva dea della guerra,
fino alla nostra Maria (principessa), Madonna (mia donna).
Ripercorriamo nel particolare le dee più simboliche dell’antichità.

«Per quel che ci riguarda» scrive Fulcanelli «noi sappiamo che la dea Iside è la madre di tutte le cose, e che essa le porta tutte nel suo seno, e che soltanto lei è la dispensatrice della rivelazione e dell’iniziazione».

«La dea Iside» scrive Frazer «nei geroglifici è chiamata “la dea dai molti nomi”, e nelle iscrizioni greche “la dea dai mille nomi”. In un epigramma greco essa è descritta come “colei che ha dato nascita ai frutti della terra”».

La grande Dea Madre -Terra Celtica Dana, Dea da cui nacquero i Tuatha de Danann e compagna del dio Dagda, era anche portatrice di fertilità ed abbondanza, nonché madre di altre dee. Dana era la più venerata senza dubbio, Dea Madre (Anu o Danu per gli irlandesi, Dana o Dona per i britanni), personificazione della natura. Come fra mitologia greca e romana c’era una stretta affinità, così era per le mitologie irlandesi e britanniche. Dana proteggeva le donne, la maternità, la fertilità, le nascite, gli animali e i raccolti. Nella sua accezione negativa essa dava sterilità, carestia, fame, morte e talvolta portava la guerra: si diceva che “voltava la faccia”, presentando il suo lato oscuro.

«La dea Cibele» scrive Jean Markale «derivava dalla dea preistorica della vita e della fecondità, origine di ogni creatura umana e animale. Essa era l’espressione concreta dell’energia creatrice, e che alcuni filosofi chiameranno più tardi la natura naturans, la natura che crea, immagine della creazione permanente che opera attraverso il mondo per andare dalla materia prima verso la Pietra Filosofale».

 
Il culto di Ishtar o Astarte, la Dea Madre e “Regina del Paradiso”, implicava un’iniziazione in sette fasi (i sette veli). Il Collegio delle Vergini, il convento delle sacerdotesse di Ashera, è derivato da molte sorgenti. Merlin Stone scrive nel suo libro “Quando Dio era una Donna”:
Durante i tempi biblici, esisteva ancora il costume per molte donne, come era stato da migliaia di anni prima in Sumer, Babilonia e Canaan, di vivere all’interno del complesso del tempio, nei tempi primitivi, il vero cuore della comunità. Si sa che i templi possedevano terra agricola ed allevamenti di animali domestici, tenevano la registrazione culturale ed economica e generalmente sembrano aver funzionato come l’ufficio di controllo della società”.


Artemide Saraswati Ganga

Evans dimostra che la cultura pre-ellenica e quella dell’India pre-ariana, hanno parecchie somiglianze e sembrerebbero venire da una civiltà comune che non è né orientale né asiatica. Le dee madri dell’Occidente, meno numerose di quelle dell’Asia e d’Oriente, hanno un’antichità indiscutibile, alcune risalgono al Paleolitico antico.

Ecco altre rappresentazioni delle Madonne nere in Francia e in Italia.
Chartres Notre Dame de Pilier Notre Dame de Sous terre Madonna di Loreto


Il matriarcato esalta il legame intimo tra la donna e la natura del Mondo, l’antico archetipo dell’Anima Mundi, la coscienza planetaria che lega tutto, la Matrice universale, la Matrix divina, nota anche come Nousfera, come lo Spirito, l’intelligenza di tutti gli organismi di Madre Terra.

Nella tradizione orientale l’eterno femminino è rappresentato da Shakti, spesso raffigurata nella triade: Durga – Laksmi – Sarasvati.

 
Nel Tantra esiste un SUTRA: “Se un praticante del Tanta potrà comprendere l’anima di una donna, grazie al suo stato di identificazione perfetta (SAMYANA) egli potrà conoscere così il mondo intero e trovare Brahman (DIO), l’Onnipotente ed Eterno che esiste oltre questo mondo.”

Più tardi alcune religioni patriarcali (Ebraismo-Giudaismo, Islamismo, Cristianesimo) hanno stravolto questa visione, inducendo la società futura a considerare la donna come una tentatrice di cui diffidare o come un essere inferiore, debole, privo di discernimento e incapace di comportarsi bene, se non condotta da un uomo.

Mentre prima tutto era ciclicità e continua trasformazione in armonia (il ciclo della luna, il ciclo femminile, il ciclo delle stagioni, il ciclo della vita), poi si è creata giudizio e separazione (Diavolo= separare, diffamare).

I contrari sono complementari

Questa interpretazione negativa della donna è dovuta ad una cattiva comprensione della Divinità: si è voluto vedere nell’uomo un rappresentate del Dio creatore dell’Universo, considerato esclusivamente maschile. In realtà l’Essere cosmico non può essere identificato solo con il principio maschile. Dio è maschile e femminile al tempo stesso, entrambi sono contenuti in Lui. Noi siamo stati creati a Sua immagine e somiglianza, maschio e femmina, Adamo ed Eva.
Rendiamo l’uomo (Adamo) a nostra immagine secondo la nostra somiglianza”. (Genesi 1, 26).
E l’umanità fu creata “maschio e femmina” (1, 27), per cui Dio deve essere sia maschile che femminile, sia Padre che Madre.

Anche i Cabalisti che hanno studiato il nome di Dio, interpretano le lettere ebraiche che lo compongono Iod- Hè –Vav – Hè nel Padre celeste, la Madre divina, il figlio e la figlia.

I due principi sono di pari valore, anche se occupano posizioni diverse, non va confusa la posizione con il valore. Il valore è un concetto di ordine spirituale, la posizione è un concetto di ordine materiale.

Se nel nome il principio maschile è posto prima del femminile, rispecchia il simbolismo cosmico.
Simbolicamente, il principio maschile rappresenta lo spirito (Purușa: principio attivo) e il principio femminile la materia (Prakriti: principio passivo).

Lo spirito, sottile e volatile, tende a salire (rappresentato nel Tao da Yang: bianco in alto), mentre la materia, più pesante, tende verso il basso (Yin: nero in basso).
Ciascuno ha bisogno dell’altro: lo spirito ha bisogno della materia per incarnarsi e la materia ha bisogno dello spirito per essere animata.

In sanscrito il principio maschile Shiva, scritto senza il simbolo femminile della Shakti, diventa Shava, cadavere; allo stesso modo Shakti senza il simbolo in sanscrito di Shiva diventa distruzione, energia senza controllo).

La creazione non è che il risultato di questo incontro armonioso fra lo spirito e la materia.
E’ il cerchio che unisce Yin e Yang; è la spirale del Tao - Qi che ruota.

Nel Tao l’armonia è simboleggiata dall’uguaglianza delle superfici bianca e nera. La particolare suddivisione ad “S” fra le due aree fa sì che i perimetri di Yin e di Yang siano uguali al perimetro dell’intera circonferenza. Inoltre il punto interno al campo indica che Yin e Yang non sono assoluti, vi è sempre un po’ di Yin in Yang e viceversa.
Il T’ai Chi T’u va pensato in continua rotazione, così come indicano le frecce, cosa che insieme alla sua forma circolare simboleggia l’evoluzione continua e la ciclicità della natura. Se vi fosse assenza perpetua di movimento, Yin e Yang non potrebbero differenziarsi e tutto resterebbe nello stato di immobilità iniziale.

La grande maggioranza delle conoscenze messe a disposizione degli esseri umani conferisce loro il dominio sulla materia e assicura loro il successo. Va benissimo, ma a causa del modo in cui vengono ad essi presentate, tali conoscenze li allontanano sempre più dallo spirito. Ecco la causa della maggior parte degli squilibri che si constatano negli individui e nella società.

Anche O. M. Aivanov a proposito di ciò afferma: “Lo spirito e l’anima sono in noi le manifestazioni dei due principi cosmici, maschile e femminile. Lo spirito rappresenta il fuoco, e l’anima rappresenta la luce. L’anima ha fame, lo spirito ha sete, e ciascuno di essi si nutre dell’elemento che gli è complementare. L’anima, che è femminile, aspira a nutrirsi del principio maschile: mangia il fuoco; e lo spirito, che è maschile, ha bisogno di nutrirsi del principio femminile: beve la luce. Così come il principio maschile genera il principio femminile, è il fuoco che genera la luce. La luce è una manifestazione, un’emanazione del fuoco. Il fuoco che voi accendete si accompagna sempre alla luce, e più i materiali che alimentano il fuoco sono puri, più la luce è sottile e chiara.”
Il libro della Genesi si apre con queste parole: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Questa frase riassume idealmente tutta la filosofia dello spirito e della materia. Il “cielo” è l’anima, lo spirito, lo splendore delle virtù. La “terra” è il mondo fisico con tutte le attività materiali alle quali l’uomo può dedicarsi. Se la terra è stata creata, significa che è necessaria. Ma Mosé, che era un grande Iniziato, ha nominato prima il cielo e poi la terra. Invece, per la maggior parte degli esseri umani la terra viene prima del cielo; addirittura, per taluni non esiste affatto il cielo, ma solo la terra. Questa è la ragione per cui il mondo materiale finisce per fagocitarli. L’equilibrio o lo squilibrio, in ogni essere umano, hanno come causa i rapporti che egli sa o non sa stabilire nella propria vita fra lo spirito e la materia. “

L’universale affinità per Platone
Platone (427 – 347a.C.)

  • «I sapienti dicono... che cielo, terra, dèi e uomini sono tenuti insieme dalla comunanza, dall’amicizia, dalla temperanza e dalla giustizia: ed è proprio per tale ragione, o amico, che essi chiamano questo intero universo “Cosmo”, ordine, e non invece disordine o dissolutezza». (Platone, Gorgia, 508a, a cura di G. Reale, Rusconi Milano 1991).
  • Queste splendide parole di Platone stanno a testimoniare che l’idea di un’universale affinità (panton sungeneia), di una parentela e affinità di essenza fra tutte le realtà dell’universo, è un caposaldo del pensiero platonico.
  • La filosofia platonica individua nel Sommo Bene la radice dell’Essere, e si orienta verso un Principio che, oltre ogni forma di gerarchia, pone in se stesso e a partire da se stesso la radice tanto dell’Uno quanto dei Molti.

La donna e l’uomo : la comprensione e la missione

La donna, essendo più vicina alla materia, è più realista, più concreta e dotata di maggior buon senso, ha qualità legate alla maternità: creatività, dinamicità, dedizione, compassione, sollecitudine verso i più deboli e tutte le creature viventi. (Shak in sascrito vuol dire capace di fare, agire, potenza, dinamico, creativo, è l’attitudine della donna di fare, di creare).
L’uomo invece è più a suo agio sul piano mentale, nel campo dell’astrazione, della teoria.


Nella tradizione antica dello Yoga (unione con il Sé) vi sono sentieri come il Karma-Yoga (la via dell’azione con distacco dai risultati) e il Bhakti-Yoga (la via dell’amore-devozione che congiunge l’uomo al Divino) adatti alla natura femminile, mentre altri come il Raja-Yoga (la via della padronanza di Sé e controllo della mente)o il Jñana-Yoga (la via della Conoscenza) più affini alla natura maschile.

Il giorno in cui gli uomini e le donne comprenderanno ciò che essi rappresentano in realtà, la vita familiare, sociale, economica e perfino la vita cosmica cambierà completamente.

La donna SENTE prima di sapere, l’uomo vuole sapere prima di sentire.
La donna VIVE per comprendere, l’uomo deve prima comprendere per sentire di vivere.

Nessuno deve dominare, ma regnare ed eccellere nell’ambito che gli è proprio, le donne potranno riconquistare libertà e diritti non imitando gli uomini, ma approfondendo le ricchezze della propria natura, comprendendo l’essenza del principio femminile.
L’uomo ha cercato di predominare sulla donna, ora si assiste ad un capovolgimento… e ce ne saranno altri… ma fino a quando? Fino a quando la saggezza non si ristabilirà in entrambi.


La donna dovrà seguire la propria natura di bontà, dolcezza, indulgenza, generosità e spirito di sacrificio.

L’uomo dovrà risvegliarsi alle virtù superiori, onestà, giustizia, rispetto.
Il fine è elevarsi ognuno al di sopra degli interessi personali, dominare i desideri inferiori e gli istinti per poi realizzare dentro di sé i principi universali (Uomo-Donna Universale).

Dal mio canto posso dire qual è la missione della donna: essere l’educatrice dell’uomo, con i suoi pensieri, i suoi sguardi, il suo atteggiamento, il suo esempio, la donna è capace di indurlo a compiere gli atti più nobili.
L’uomo chiede di essere ispirato dalla donna (la Musa), che lo trascinerà nella direzione migliore.

La polarità è il prodotto dell’Unità

L’equilibrio e l’armonia si fonda sulla polarizzazione, ossia sull’esistenza di due poli che da opposti diventano complementari, facenti parte di un’unica realtà. Solo così possono avvenire fra loro gli scambi armoniosi e ciò può avvenire con la comprensione.
Abbiamo detto che l’intera manifestazione deriva dall’Uno e si esplicita in forma duale, yin e yang, energia centripeta e centrifuga, maschio-femmina, e deve essere inteso come espressione del Divino che irraggia la sua potenza dovunque.

A cura della Dott.ssa Cristina Omenetti - mailto:-chicca.o@email.it
Co-presidente insieme a Fabrizio Bartoli dell’”Accademia degli Alethofili”.


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Di questi argomenti se ne parlerà dall'8 al 10 dicembre 2011, durante la manifestazione "Vita senza Tempo, che si tiene  al Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia, Via delle Sacchette, 15/a - alle h. 17. Ingresso Libero - Info: 0733/216293 

giovedì 18 agosto 2011

Pansessualità e sessualità naturale sono sinonimi? Analisi sui costumi sessuali delle antiche popolazioni del Centro Italia


Copie di antiche statue di divinità femminili - Foto di Gustavo Piccinini

La sessualità “concettuale” assume forme contorte in cui la trasgressione alla norma si trasforma in ipotesi di soddisfazione puramente mentali.

Da questo comportamento innaturale sorgono due aspetti, il primo è la perdita della naturalezza e dello stimolo sessuale vissuto con innocenza, l’altro è l’adattamento alle tendenze immaginate con conseguente accettazione della sessualità deviata. Mi spiego meglio.

Oggigiorno sembrerebbe che la libertà sessuale sia un fatto acquisito nella nostra società, ma ciò avviene solo in forma virtuale, massimamente nelle immagini e nelle prefigurazioni, il che significa che la sessualità non è più vissuta come un fatto naturale, come mangiare bere dormire evacuare respirare, bensì come uno sfogo alle frustrazioni ed un compensativo all’incapacità di provare attraverso il sesso quelle emozioni che solitamente dovrebbero accompagnarlo.

Il sesso è diventato un prodotto di consumo.

Come tale si vende nei giornali, nelle televisioni, in internet, nelle strade, nelle discoteche… oppure se non si può acquistarlo lo si ruba, sotto forma di stupro e violenza o di onanismo da pornografia.

Anticamente la sessualità era “trasmessa” al momento opportuno, come una qualsiasi “conoscenza” (sia pur innata)  da comprendere nelle sue sfaccettature ed abilità, ciò avveniva in forme sacrali in modo che la sessualità venisse riconosciuta come un dono ed una bellezza della natura. Ciò potrebbe sembrare “amorale” secondo il giudizi morale della nostra società perbenista ed ipocrita, ma la morale finta porta solo alla perversione mentre l’amoralità mantiene la società umana in una condizione di naturalezza ed innocenza.

Mi sovviene del giovinetto Krishna, un’incarnazione divina, che amoreggiava con Rada, anch’essa considerata incarnazione della madre divina. Krishna avrà avuto 14 o 15 anni mentre Rada, che era pure sposata, ne aveva molti più di lui… eppure entrambi sono venerati in India come il simbolo dell’amore “puro”, della devozione reciproca e della sessualità pulita. Noi diremmo che Rada ha fatto la “nave scuola” di Krishna ma ciò è molto, molto riduttivo ed anche stupido. Io propendo a considerarla l’impartitrice del vero amore… Questa di Rada e Krishna è una storia di cinquemila anni fa ma oggi come si trasmette l’amore?

Lasciatemi però continuare nell’analisi storica. E prendo ad esempio la consegna dei misteri sessuali nelle popolazioni italiche prima dell’avvento definitivo del patriarcato (i cui fondatori in Europa furono essenzialmente i greci ed i romani). Vediamo invece cosa succedeva al tempo dei lucumoni falisci.

A scuola di sesso dal lucumone.

Era una notte buia e tempestosa…. Ecco l’inizio classico con cui Charlie Brown iniziava le sue fiabe, ricordate? Andrebbe bene per parlare di qualsiasi argomento e quindi va bene anche per parlare di costumi sessuali antichi. Ma non voglio qui illustrare le diverse propensioni ed attitudini (questo tema è trattato nell’articolo sulla pansessualità) anche se esse stesse sono parte del bagaglio istintuale dell’uomo. Quello che mi interessa toccare è la sessualità come forma di spiritualità e “religione” della vita.

Nella società umana da tempo immemorabile è stata data grande rilevanza al sesso, l’atto sessuale è stato posto in cima alla scala dei valori umani (prima che subentrasse l’oscurantismo sessuofobico dei culti monoteisti).

Questo interesse per l’amore sessuale è dovuto non solo al “richiamo della carne” –uno stimolo che ha sempre condizionato i rapporti sociali- ma soprattutto alla consapevolezza che il rapporto “procreativo” ha sovente esercitato una potente attrattiva nella mente umana che ha visto in esso l’unica possibilità conosciuta di perpetuare la propria esistenza. La ricerca dell’eternità, in questo caso, passa attraverso quella “trasmissione di sé” che appunto sta alla base del rapporto sessuale, un modo insomma di perpetuare e suffragare l’io…

Gli animali, soprattutto i mammiferi, dedicano alle attività sessuali e riproduttive gran parte delle loro energie, anzi la loro vita è centrata sulla sessualità, la loro esistenza è scandita dalla pulsione sessuale e dai suoi ritmi e regole. Non si può fare a meno di osservare nell’uomo ciò che avviene nei suoi fratelli animali. Ma c’è qualcosa che contraddistingue l’uomo nell’espletamento delle funzioni riproduttive: la perdita dell’estro femminile ed anche la capacità di sublimare o trasformare il rapporto sessuale in atto rituale e di adorazione, ovvero in gesto d’amore. Non voglio ora prendere ad esempio l’estrema sublimazione, quella dell’asceta che rivolge il suo desiderio sessuale verso una divinità astratta, o verso il Sé, trasformando lo stimolo carnale in energia mistica. Vorrei piuttosto evidenziare come la relazione sessuale sia divenuta, nel corso di questa nostra civiltà umana, un modo di esprimere religiosità e sentimento. La prima religione conosciuta dall’uomo è quella della Madre Terra, la sua pratica era già evidente nelle statuine femminili che evocavano la capacità fertilizzatrice trasposta all’umano. Ciò avvenne nel cosiddetto periodo matristico. Persino l’uso di grotte o spelonche od oscure foreste come luogo di culto delle “madri” è sinonimo di una religiosità che poneva al primo posto la sessualità.

Questa visione panteistica di rispetto verso la sessualità fu importante non solo nelle cosiddette società matriarcali ma anche nei periodi successivi in cui l’uomo (il maschio) assunse una maggiore considerazione sociale con la conseguente “mascolinizzazione” delle divinità.

Per fare un esempio concreto di questi aspetti parlerò delle due civiltà che contraddistinsero il nostro Lazio. Da una parte c’erano i Falisci, la cui caratteristica fu quella di vivere in armonia con la natura. La nazione falisca era una libera confederazione di unità indipendenti e sovrane in cui i luoghi sacri erano i corsi d’acqua, le rocce, gli alberi e le caverne che venivano usate per scopi rituali (oltre che abitativi).

La divinità principale dei falisci era femminile, l’incarnazione della Madre Terra in forma di Giunone, la dea dell’abbondanza e della fertilità. Diverso invece fu l’atteggiamento dei “cugini” romani (sicuramente una branchia separatasi dal contesto falisco), i quali per contraddistinguersi e manifestare il loro spirito guerriero scelsero Marte come protettore, esemplare è il loro atteggiamento verso la sessualità se poi esaminiamo la storia del ratto delle sabine….

In verità i romani furono in Italia i veri iniziatori del patriarcato. La loro società era basata sulla dominanza maschile e dalla conseguente necessità di affermazione e di conquista (una devianza che osserviamo anche nel detto mafioso “comannari è mejjo che fotteri” (comandare è meglio che far l’amore).

Fortunatamente per la specie umana, però, né i romani né gli altri dominatori successivamente intervenuti poterono cancellare il rispetto spontaneo che ha continuato a manifestarsi in tutta la penisola, vedi il mantenimento del culto della Madonna, alquanto anomalo nel contesto di una religione patriarcale come il cristianesimo. Sino ad oggi… ma oggi?

Con lo sfilacciamento della solidarietà al femminile e la perdita del rispetto verso l’amore sessuale anche qui in Italia rischiamo grosso…. Infatti cancellando “l’adorazione” e la considerazione verso il femminino, perdiamo la capacità di esprimere bellezza e poesia attraverso il rapporto sessuale. Spesso ho notato che dove questo “rispetto amoroso” viene a mancare subentra la pornografia e la licenza e l’amore decade ad una semplice meccanica delle membra.

Attenzione non sto facendo un discorso “moralista” anzi se leggerete bene sino in fondo capirete che sono totalmente contrario alla morale, che la morale stessa è la madre dell’immoralità, mentre la mancanza del senso morale (amoralità) è la condizione per il mantenimento nella società umana di stimoli e sentimenti sani ed innocenti Comunque andiamo avanti nell’analisi sul passato trascorso.

I Falisci, per quanto detto sopra, non possono in ogni caso essere considerati delle mammolette, come si potrebbe sospettare dai loro atteggiamenti di venerazione verso il femminino e verso la natura. Al contrario essi rappresentano un modo giusto di agire in cui la violenza viene accettata solo in forma di autodifesa, difatti fu proverbiale la loro resistenza ai romani che infine li sconfissero solo grazie all’inganno. Radendo infine al suolo anche l’indomita Falleri, l’imprendibile rocca falisca, facendola poi ricostruire nella pianura lungo la via Amerina (l’attuale Faleri Novi a Fabbrica di Roma).

La verità sui falisci è che essi valutarono come “bonum optimum” la libertà, l’eguaglianza e la loro civiltà, basata sulla spontanea propagazione, non aveva alcuna propensione alla rapina, tipica dei “cugini” romani.

Fortunatamente questo spirito nobile e di spontaneità e naturalezza comportamentale della “gens” dei Falisci non andò completamente perduto ma restò almeno nelle cerimonie dei riti fescennini (rimasti in auge anche a Roma per diversi secoli) ed in parte anche nelle norme paritarie del diritto romano.

Ritorno ora alle usanze sessuali religiose dei Falisci per far notare come oggi potrebbero tornare di utilità. I termini che spesso uso di ecologia e spiritualità naturale o laica, in cui si presuppone la piena armonia e pariteticità fra l’energia maschile e femminile, sono solo un altro nome per quella visione olistica che contraddistinse i buoni Falisci (come tutte le altre popolazioni di origine indoeuropea che vivevano nel centro Italia). Anche per loro ogni cosa era sacra, il mantenimento dello habitat era la loro filosofia e forma primaria di economia, l’acqua rappresentava la capacità di fertilizzare il suolo e di sostenere e purificare la vita, gli animali erano compagni di viaggio ed amici, gli alberi simboli della forza generatrice della terra, la natura nelle sue variegate manifestazioni e stagioni era vista come “mater”.

Questa considerazione per la vita era evidente anche in campo sessuale, attraverso il rispetto per questa energia ed attraverso la prudenza neri rapporti. Prudenza significa “non coercizione” bensì capacità di “allettamento”. Un sano e libero rapporto sessuale che anche oggi andrebbe vissuto nella capacità di compiacersi reciprocamente e non per godimento usufruttuario o per soddisfazione di interessi di sorta.

La natura ci spinge ad amarci l’un l’altra e non a sfruttare le nostre qualità in termini di prestazione… o di guadagno (anche come immagine… vedi lo sfruttamento in tal senso del corpo umano maschile e -più spesso- femminile).

Vediamo ancora qual’era il diverso significato dell’iniziazione sessuale presso i due nuclei storici di questi due popoli che parlavano entrambi la stesa lingua, il latino.

Presso i romani l’iniziazione aveva essenzialmente le caratteristiche di una emancipazione al maschile, diverso era invece il significato presso i giovanetti e giovanette dell’Agro Falisco. L’iniziazione falisca, pur non conosciuta nei particolari, aveva caratteristiche di coniugazione fra i due sessi, entrambi coinvolti nei riti ed aiutati da sacerdoti e sacerdotesse, a riconoscere la propria sessualità come forme complementari, in modo da segnare un indirizzo comportamentale. Le caverne, dicevo prima, erano spesso i luoghi d’incontro preposti a tali cerimonie… possiamo tentare d’immaginare una processione di adolescenti candidamente vestiti, con abiti nuovi, ognuna ed ognuno con una lampada nella mano, entrare in silenzio e reverenza nell’antro buio per apprendervi vicendevolmente i misteri dell’amore!

Forse, chissà, qualcosa di simile avveniva anche durante i riti dionisiaci o proto-cristiani, allorché i ragazzi –maschi e femmine assieme- si avviavano a ricevere i sacramenti, potremmo definirla un'iniziazione pansessule?  Purtroppo oggi queste funzioni sono state spogliate di ogni carattere iniziatico lasciando l’apprendimento pratico della sessualità alla pornografia o peggio ancora alla più perversa pedofilia religiosa.

Recentemente ancora ed ancora si fa un gran parlare di trasmettere l’educazione sessuale, in chiave teorico illustrativa, come fosse una materia scolastica, tipo matematica o religione… Ma non c’è nulla di peggio per cancellare ogni romanticismo e mistero verso la sessualità, non c’è niente di peggio per trasformare l’amore in mera strumentalizzazione corporale. Alla fine vince ancora una volta l’immoralità mascherata da morale. Vince la perfidia dell’allontanamento dalle sane abitudini umane, trasformando il sesso in “consumo ragionato”.

In tal modo il rapporto vien vissuto in forma di assimilazione esterna a sé o di apprendimento virtuale (avulso dalla quotidianità). Così si lascia la sperimentazione all’estemporaneità o, peggio ancora, alla sopraffazione di chi magari approfitta dell’interesse morboso risvegliato nelle ingenue menti giovanili.

A questo punto sarebbe decisamente meglio rispolverare il metodo popolare alla “Grazie zia..” Oppure lasciare che la conoscenza sessuale –non più sporcata dalla proibizione moralistica o banalizzata dall’uso edonistico- diventi una parte integrante della vita di ognuno, una libertà espressiva che segue la natura, nella consapevolezza che l’energia sessuale appartiene alla vita e non c’è bisogno di “compiacere” nessuno adattandosi alle leggi di mercato per conquistarsi un “pezzetto” d’amore.

Il percorso all’inverso da compiere, dopo secoli di condizionamento che hanno portato al “matrimonio” (pagamento della madre), allo stupro ed alla perversione, è lungo e difficile ma è l’unico da intraprendere per riportare l’uomo alla sua pienezza emotiva e sessuale.

Paolo D’Arpini