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domenica 20 gennaio 2019

Alberi come espressione bioregionale della natura....

Risultati immagini per 2020, il nuovo Messia
Un grandissimo problema oggi è la sistematica distruzione dei boschi che sono parte integrante e di primaria importanza per il nostro ecosistema. Per questo motivo ho scritto un libro intitolato “2020, il nuovo Messia”, che parla proprio della mentalità speculativa che sta distruggendo la Natura, la flora, la fauna, i nostri alberi e … di conseguenza anche noi.

Risultati immagini per 2020, il nuovo Messia

Alberi chiamati sacri perché una volta queste piante venivano considerate
manifestazione delle divinità, a loro si pregava per chiedere protezione e
aiuto e hanno ispirato miti bellissimi e fantastici.
In quasi tutte le tradizioni troviamo l’albero cosmico, asse dell’universo con
le sue radici affondate negli abissi sotterranei e con i suoi rami che
s’innalzavano fino al cielo. Essendo l’albero verticale esso congiunge
l’universo uraniano con i baratri ctoni, i dei dei cieli con quelli degli
abissi. Un’immagine che troviamo anche nella croce, simbolo delle chiese cristiane
adottato dalla religione cristiana soltanto verso la fine del quarto secolo,
ancora senza il Cristo crocifisso sopra. Queste immagini le ho riprese dal
libro “La favola di Cristo” di Luigi Cascioli, ricercatore storico di fama
internazionale.

Il nostro corpo è fatto in forma di croce; simbolicamente la croce significa
la completezza, la barra orizzontale è la madre terra, quella verticale il dio
sole, la forza fecondante di ogni vita. Simboli della completezza sono anche il
lingam e lo yoni della tradizione shivaita ed il Ying e Yang cinese.
L’albero è ermafrodita nella maggior parte dei casi e anche l’albero cosmico è
ermafrodita. E’ una pansessualità cosmica che riporta alle origini dell’uomo,
alla sua completezza. Un albero dà appieno questa idea, anche perché abbattuto
può rinascere dalla talea o può rigenerarsi da solo grazie ai germogli che
crescono ai suoi piedi, un po’ come dalla costola di Adamo nasce Eva. I fiori,
in molti alberi, sono maschi e femmine allo stesso tempo, in altri invece
fioriscono sullo stesso albero il pistillo femmina e lo stame maschio.
Dai primordi certi alberi grandi venivano ritenuti sacri come per esempio le
querce, i frassini, i baobab, etcetera, e dall’osservazione della natura che
muore e poi risorge sono nati molti credi e religioni.
San Bernardo di Chiaravalle lasciò scritto: “Troverai più nei boschi che nei
libri. Gli alberi e le rocce t’insegneranno le cose che nessun maestro ti
dirà.”
Infatti, gli dei venivano immaginati prendendo spunto dai fenomeni osservati
nella natura: i vulcani, il fuoco, i fulmini, il tuono, il mare, il cielo, la
terra della dea madre, gli animali, il vento e naturalmente anche gli alberi.
Nella mitologìa nordica, descritta nell’Edda intorno al 1225, vengono
raccontati molti miti di origine antichissima tra i quali quello del gigantesco
frassino Yggdrasill, asse del mondo con i suoi rami che giungono fino ai cieli
e con tre larghissime radici che affondano nei regni sotterranei; da una di
queste radici che porta al regno dei morti sorge una fonte, necessaria a
nutrire l’albero e ad irrigare con la sua acqua tutta la terra. Dall’acqua
scaturisce la vita e traendo origine proprio dal regno dei morti allude
chiaramente al riciclaggio della vita. Vita, morte e nuova vita, come una
risurrezione insegnataci dall’andamento delle stagioni.

Ancora oggi festeggiamo questo naturale fenomeno con l’albero di natale, e la
rinascita ogni anno del bambin Gesù non è altro che la rinascita del sole, il
solstizio, la premessa per far ricrescere la vita.

La stessa rinascita si incontra anche in altre e più antiche religioni. Come
nell’antico Egitto con Osiride fatto a pezzi che poi resuscita o come nei riti
sciamanici che rappresentono lo svolgersi tra morte e rinascita sia dell’uomo
come anche della vegetazione.
Yggdrasill significa corsiero di Ygg, uno dei nomi del dio Odino o Wotan. Ygg
stranamente non significa frassino, ma bensì quercia, in tedesco Eich, in
olandese eik e in inglese oak. Probabilmente uno scambio che sarebbe
interessante verificare meglio.
Come il da noi meglio conosciuto albero del paradiso, anche presso Yggdrasill
abita un enorme serpente chiamato “Nioggrh”. Anche sotto quest’albero della
vita nasce l’acqua fecondante e della conoscenza dove il dio Ygg, Odino o
Wotan, il padre di tutti gli dei nordici ha dovuto essere iniziato tre volte
per diventare maestro di saggezza e di conoscenza occulta.
Queste iniziazioni, durante le quali il dio, ferito da una lancia e appeso a
testa ingiù per nove notti tra i rami del frassino Yggdrasill, fa pensare a
certe iniziazioni sciamaniche e anche a Gesù inchiodato alla croce col cuore
trafitto dalla lancia di un centurione. Infatti, non c’è niente di nuovo nel
nostro immaginario religioso, tutto proviene dall’umano inconscio collettivo,
dal nostro immaginario archetipico pensato e ben descritto da Carl Gustav Jung,
uno dei padri della psicoanalisi moderna.
Odino invece ferisce sé stesso, non beve, non mangia e si sottopone ad una
morte rituale, iniziatica. Ed è così che ottiene la conoscenza. Odino vede,
anche se è cieco, come lo era Omero, come l’indovino Tiresia accecato dalla dea
Atena, come l’Edipo incestuoso che si cavò gli occhi per espiare il suo
tremendo anche se non volontario peccato. Tutti costoro vedono con gli occhi
dello spirito, cosa che fa pensare al terzo occhio indiano, l’occhio divino
della vera e più profonda conoscenza.
Odino resuscita come lo sciamano fatto a pezzi, come Gesù, come il dio egizio
Osiride.

Quando poi, come musicato in modo sublime da Wagner nel Crepuscolo degli dei, die Goetterdaemmerung, anche gli dei vengono colpiti dall’apocalisse e l’enorme lupo Fenrir divora Odino insieme a quasi tutti gli altri dei, solo l’albero
primordiale Yggdrasill, benché danneggiato, è rimasto in piedi, allora succede
il nuovo miracolo: “La terra uscirà dal mare e sarà verde e bella”.
Ecco il diluvio universale, descritto nel vecchio testamento da una cultura a
noi più conosciuta o comunque più tramandata, oggi si direbbe pubblicizzata.
Un uomo chiamato Ask viene foggiato dal frassino cosmico e una donna chiamata Embla dall’olmo.

Anche Omero e Esiodo parlano di leggende sull’origine degli uomini, uomini
nati dalla quercia e dalla roccia, interessante associazione tra la pietra e
l’albero sacro ricorrente in molte culture antiche. La pietra sacra, il menhir
o bethel, parola che in semitico significa casa di dio, l’omphalos greco,
l’ombelico del mondo, il lingam indiano, tutte dimore dello spirito.
La pietra eterna, ricordiamo anche la Ka’aba alla Mecca, è simbolo di vita
statica, l’albero invece è simbolo di vita dinamica che si rinnova sempre in
una continua rigenerazione, muore e risorge.

Il frassino era consacrato anche a Posìdone, come la quercia a suo fratello
Zeus. Nell’Egitto dei faraoni invece gli dei abitavano il sicomoro sacro.
In Mesopotamia l’albero sacro della vita era il Kiskanu.

In India abbiamo la “ficus religiosa” conosciuta soprattutto perché ai piedi
di quest’albero il Buddha raggiunse l’illuminazione.
In Cina viene venerato il Qian Mu, legno eretto, albero dell’inizio di tutto.
Importante è anche il gelso considerato sacro e ermafrodito, simbolo
antecedente alla divisione tra Ying e Yang, della femmina e del maschio, dello
scuro e del chiaro, della terra e del cielo.

Non possiamo dimenticare l’albero cosmico degli Inca nell’America del Sud, che
scaturisce dal corpo di una dea con accanto Quetzalcoatl, il serpente piumato,
dio della morte e della rinascita; come serpente è ctonio, sotterraneo, ma dal
suo sacrificio sul rogo fa rinascere il sole.
Con tutte queste deità, spiriti, spiritelli dimoranti negli alberi di tutto il
mondo, salvo naturalmente sopra i poli, si può affermare con Mircea Eliade che
“mai l’albero è stato adorato unicamente per sé stesso ma sempre per quel che
si rivelava per suo mezzo”.
L’albero col quale l’uomo in passato viveva in grande simbiosi deve avergli
dato l’impressione di vedere in lui l’origine dell’universo.
Gli uomini della pietra forse si dovrebbero chiamare gli uomini degli alberi o
del legno, di più facile lavorazione dei sassi durissimi, ma di non lunga
conservazione. I legni lavorati, così antichi, sono scomparsi nel tempo.
In provincia di Viterbo nei pressi di Latera troviamo il laghetto di Mezzano
dove sono stati rinvenuti strutture lignee di palafitte dell’età del bronzo di
circa 4000 anni fa. Un altro luogo interessantissimo e direi addirittura
impressionante si trova nei pressi di Avigliano Umbro ed è la foresta fossile
di Dunarobba, dove si possono vedere tronchi d’albero in legno conservati
miracolosamente per circa tre milioni d’anni. Qui si tratta di legno non
fossilizzato in pietra rimasto protetto sotto uno strato di una trentina di
metri di argilla. Alberi, di una specie di conifere che oggi non esistono più
ma simili alla sequoia, che crescevano sulla sponda di un lago vastissimo in un
clima caldo e umido, dove vivevano mammuth e diverse altre razze di animali
preistorici.
Col legno gli uomini costruivano capanne, dimore per adorare gli dei,
palizzate per la loro difesa; l’albero era anche il “Padre del fuoco” e
attraverso l’esempio dei fulmini, l’autocombustione e i vulcani impararono ad
accendere essi stessi il fuoco col quale potevano cucinare, riscaldarsi, vedere
nel buio della notte e difendersi dagli animali feroci. Si otteneva dalle api
che si annidano negli alberi, la cera, il miele, l’idromele, il miele
fermentato, il nettare degli dei creduto utile per ottenere l’immortalità.
Inoltre gli alberi regalavano agli umani diversi frutti, quelli freschi da
mangiare a maturazione o da seccare e quelli indeiscenti nella loro buccia dura
come le noci e le nocchie che essendo a lunga conservazione venivano consumate soprattutto durante l’inverno e che macinati producevano una farina e così  anche il primo pane. Da certi alberi escono resine con le quali produrre
catrame, pece, profumi, aromi e incenso. La prima arma dell’uomo, oltre ai
sassi che si potevano scagliare, sarà senz’altro stato il bastone, in seguito
la lancia e poi l’arco con la freccia.
Esiste nell’immaginario umano un albero che vuole forse dimostrare il
contrario di tutto, l’interscambiabilità tra positivo e negativo, la morte che
crea l’humus per la vita, una connessione tra il basso e l’alto, una energia di
eterno ricambio, un albero sciamanico presente in diverse culture, quelle dei
Lapponi, degli aborigeni australiani, che si ritrova nell’esoterismo ebraico
come anche nella tradizione islamica, descritto da Platone e da Dante, ed è
l’albero rovesciato, in India chiamato Asvatta e precedente almeno di 2000 anni
a Buddha.

Le sue radici si affondano nel cielo e con le fronde copre la terra.
Un’energia spirituale, primordiale discende dalle radici verso i rami che si
estendono verso la terra per illuminare l’uomo.
Un altro albero della vita con i suoi sette bracci che corrispondono ai sette
pianeti è quello mesopotamico che si ritrova riprodotto nel candelabro a sette
bracci ebraico, la menorah, modello consegnato da Dio a Mosé.
Anticamente gli alberi sacri servivano anche da oracolo come la quercia di
Dodona sul luogo dove una volta si ergeva il santuario dedicato a Zeus ai piedi
del monte Tamaro. Nel quinto secolo questo tempio diventò chiesa cristiana e
sede vescovile. Una religione sopra un’altra e dove una volta sacerdotesse
dicevano le profezie interpretando il fruscio del fogliame ora regnano i
preti.
La vera divinità dell’albero era sempre rappresentativa della Grande Dea
Madre, la Terra, creatrice di tutta la vita.
Le querce venivano chiamate dagli Elleni antichi “prime madri”.
Siccome le querce in quanto onorate come sacre non venivano abbattute potevano anche superare i duemila anni e infatti nelle torbiere si sono ritrovati
tronchi giganteschi e nel 1690 circa un celebre botanico riferisce di una
quercia con un tronco del diametro di dieci metri e si parla anche di una
quercia che poteva dar riparo a trecento uomini e i loro cavalli.
Gli alberi più grandi e più vecchi si sono trovati nelle Montagne Rocciose,
come la sequoia gigante che supera i centotrenta metri di altezza e i trentasei
metri di circonferenza e che può vivere fino a quattromila anni, nella stessa
regione si trovano dei pini di alta montagna che addirittura possono arrivare a
cinquemila anni. In Giappone fu scoperto un Ginkgo Biloba, che sopravvisse
inalterato per centocinquanta milioni di anni. Questo mitico albero fu trovato
in un bosco sacro vicino ad un tempi.
Non posso fare a meno di nominare il famoso libro “Il ramo d’oro” di Frazer.
Il ramo d’oro è simbolo della luce iniziatica, riesce a trionfare sulle ombre
infernali del regno di Plutone e di far resuscitare. L’albero del quale fu
colto questo ramo da Enea era un leccio, una quercia verde considerato un
albero infernale, ma anche albero della resurrezione.
Il dio della rinascita, cioè quello che fa ribollire la linfa alla vita
dormiente con i suoi culti orgiastici, figlio di Zeus e protettore degli
alberi, era il dio della vite Dioniso, colui che muore e rinasce, un vero dio
della natura chiamato “colui che vive ed opera negli alberi” o anche “colui che
è nell’albero”. 
Il pino è l’albero di Dioniso, ma le sue piante predilette sono l’edera e la
vite, che servono per raggiungere il delirio dionisiaco e l’orgia menadica. Le
celebrazioni dei cosiddetti misteri dionisiaci venivano condotte da sacerdoti
eunuchi oltre che nei paesi del vicino oriente anche nella Roma antica
all’inizio della primavera. I celebranti si autoflagellarono, alcuni neofiti
addirittura si castrarono allo scopo di rianimare il dio morto e con lui tutta
la natura che in quel periodo inizia a germogliare. Il giorno dell’equinozio,
dopo due giorni di lamenti funebri, ebbe inizio l’Hilaria, la sfrenata,
licenziosa festa della resurrezione divina, i cosiddetti baccanali. Oggi da noi
esiste ancora la tradizione del Carnevale, pallida imitazione delle feste di
allora.
Un altro mito riguarda invece l’albero della mirra, che era anche il nome
della figlia di un re dell’Assiria. Questa signorina innamoratasi pazzamente
del padre riuscì con l’inganno a giacere con lui per dodici notti di seguito.
Quando il re si accorse del rapporto incestuoso con la figlia la volle uccidere
con un pugnale, ma Mirra pregò gli dei di renderla invisibile ed essi per pietà
la trasformarono in un albero, l’albero della mirra. Nove mesi dopo nacque da
quel albero il più bello di tutti “Adone”, nato da quel atto proibito,
l’incesto tra il re e sua figlia.
Probabilmente il primo albero piantato e coltivato dagli uomini, cioè dai
Sumeri circa seimila anni fa è la Phoenix dactilifera, la palma da datteri,
conosciuta anche per essere servita da riparo alla nascita di Apollo, dio
guerriero e figlio di Latona e di Zeus, che aveva fatto una volta di più le
corna a sua moglie Era.

Apollo era anche il dio della divinazione, della musica e della pastorizia,
ebbe, così padre così figlio, numerosi amori con ninfe e giovani uomini poi
tramutatisi in fiori o alberi, tra i quali Giacinto e Ciparisso (cipresso) e la
ninfa Dafne che per sfuggire alle sue brame si tramutò in un albero di lauro,
chiara allusione alla sua stretta unione con la vegetazione, con la natura.
Gli alberi hanno un’anima. E’ stato dimostrato che una qualunque cellula è
autonoma e possiede un sistema che ne regola l’equilibrio e la difesa, in
potenza un principio di vita psichica. Esperimenti hanno dimostrato che le
piante reagiscono a certi input e che possono sentire benessere, paura, dolore
e inoltre che sono capaci di memorizzare.
Io ritengo che tutto ha un’anima, basta toccare, vedere anche una pietra, ma
un albero, soprattutto quando è grande e maestoso irradia qualcosa di magico
che in tempi antichi veniva percepito come se ci fosse al suo interno una
deità.

Allora quel albero veniva adorato e protetto, ai suoi piedi veniva eretto un
altare, come ancora oggi vien fatto in India.
L’albero, in questo modo, poteva arrivare ad un’età avanzatissima lasciando
crescere intorno ad esso un bosco sacro come per esempio ad Uppsala in Svezia e  anche più vicino a noi a Nemi a sud di Roma o come i boschi sacri che
protessero la nascita, l’illuminazione e il trapasso di Buddha.
I boschi sacri, chiamati “nemeton” sono esistiti presso molti popoli ed in
tutti i continenti. Purtroppo a causa dello sfruttamento dei legni, per ragioni
belliche e religiose molti di questi “nemeton” sono andati distrutti.
La prima e la seconda guerra mondiale hanno causato un disboscamento
sistematico, ma molto prima ancora con l’avvento del cristianesimo i missionari
cristiani per rendere impossibile il culto pagano degli alberi li hanno fatti
distruggere e di questo esistono purtroppo numerose testimonianze ben
documentate.

Naturalmente il cristianesimo ci mise secoli per convertire i pagani e mano
mano dei monaci si stabilirono nelle foreste sacre e vi fondarono monasteri.
Sul monte Cassino, Benedetto da Norcia, in mezzo alla folta foresta dove
sorgeva un tempio dedicato ad Apollo costruì la chiesa del Dio unico; il
monastero di Castel Sant’Elia qui in provincia era un tempio di Venere e vale
la pena di andare a farci una visita.
Ogni albero ha la sua storia ed impersonava spesso delle ninfe come per
esempio il tiglio, il pino nero, il pioppo bianco, il noce e il mandorlo.
L’albero più significativo delle tre religioni monoteistiche, cioè quella
degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani, è senz’altro l’ulivo che con il suo
olio “crea la luce”, che è “l’asse immobile della terra”, che rappresenta
Abramo l’antenato comune degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Il
ramoscello d’ulivo portato dalla colomba a Noé é anche qui il segnale di nuova
luce e la ripresa della vita sulla terra.
Il fico invece è servito con le sue foglie a coprire le vergogne di Adamo ed
Eva, ma è anche l’albero dedicato a Dioniso ed a Priapo, il dio fallico per
eccellenza ed i falli portati in processione venivano appunto scolpiti con il
legno di questo albero. Il fico, frutto succulento e ricolmo di semi quando è
maturo simbolizza sia il maschio che la femmina, un significato ancora oggi
molto vivo e talvolta anche volgare.

Atlante, colui che sostiene la terra, era il guardiano del giardino della dea
Era, moglie di Zeus, dove cresceva un melo dai frutti d’oro, che lei aveva
avuto in dono dalla madre terra. Un giorno Era si era accorta che le rubavano
le mele e perciò ordinò al drago Ladon di attorcigliarsi intorno al tronco
dell’albero in modo che nessuno potesse avvicinarsi.
Il serpente con l’albero ci ricorda chiaramente l’Eden di Adamo ed Eva e anche
l’albero cosmico nordico con il suo gigantesco serpente Nioggrh.
Ad Adamo un pezzo del frutto proibito è rimasto nella strozza e a tutt’oggi si
vede chiaramente il nostro pomo d’Adamo.
Adamo viene spesso rappresentato come androgino, infatti viene creato “maschio e femmina”, viene creato al plurale e solo dopo ha luogo la divisione in due, cioè nel maschio e la femmina.
L’albero ermafrodito era il simbolo più adatto per rappresentare l’uomo
primordiale proprio perché capace di moltiplicarsi in maniera asessuata
attraverso i rametti che nascono ai suoi piedi. Un albero tagliato può
rigenerarsi rispuntando dalla terra.
Con l’affermazione del Cristianesimo veniva adorato soltanto un pezzo di legno
morto, cioè la croce e l’adorazione degli alberi vivi e sacri veniva vietata.
In conseguenza da ciò nacque un monoteismo dogmatico ed intollerante. L’anima e  il corpo vengono separati in un dualismo spesso atroce e causa di grandi
sofferenze e frustrazioni.

Claude Lévi-Strauss ha scritto:
“Da aperta che era un tempo, l’umanità si è sempre più rinchiusa in sé stessa.
Tale antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che
oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo, in lei
tutto era un segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno nel suo
intimo percepiva. Avendolo perso, l’uomo di oggi la distrugge e con ciò si
condanna.”
Spero che d’ora in poi possiate guardare agli alberi ed alla Natura tutta con
occhi e sentimento diversi.
Grazie per l’attenzione.
Peter Boom
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giovedì 18 agosto 2011

Pansessualità e sessualità naturale sono sinonimi? Analisi sui costumi sessuali delle antiche popolazioni del Centro Italia


Copie di antiche statue di divinità femminili - Foto di Gustavo Piccinini

La sessualità “concettuale” assume forme contorte in cui la trasgressione alla norma si trasforma in ipotesi di soddisfazione puramente mentali.

Da questo comportamento innaturale sorgono due aspetti, il primo è la perdita della naturalezza e dello stimolo sessuale vissuto con innocenza, l’altro è l’adattamento alle tendenze immaginate con conseguente accettazione della sessualità deviata. Mi spiego meglio.

Oggigiorno sembrerebbe che la libertà sessuale sia un fatto acquisito nella nostra società, ma ciò avviene solo in forma virtuale, massimamente nelle immagini e nelle prefigurazioni, il che significa che la sessualità non è più vissuta come un fatto naturale, come mangiare bere dormire evacuare respirare, bensì come uno sfogo alle frustrazioni ed un compensativo all’incapacità di provare attraverso il sesso quelle emozioni che solitamente dovrebbero accompagnarlo.

Il sesso è diventato un prodotto di consumo.

Come tale si vende nei giornali, nelle televisioni, in internet, nelle strade, nelle discoteche… oppure se non si può acquistarlo lo si ruba, sotto forma di stupro e violenza o di onanismo da pornografia.

Anticamente la sessualità era “trasmessa” al momento opportuno, come una qualsiasi “conoscenza” (sia pur innata)  da comprendere nelle sue sfaccettature ed abilità, ciò avveniva in forme sacrali in modo che la sessualità venisse riconosciuta come un dono ed una bellezza della natura. Ciò potrebbe sembrare “amorale” secondo il giudizi morale della nostra società perbenista ed ipocrita, ma la morale finta porta solo alla perversione mentre l’amoralità mantiene la società umana in una condizione di naturalezza ed innocenza.

Mi sovviene del giovinetto Krishna, un’incarnazione divina, che amoreggiava con Rada, anch’essa considerata incarnazione della madre divina. Krishna avrà avuto 14 o 15 anni mentre Rada, che era pure sposata, ne aveva molti più di lui… eppure entrambi sono venerati in India come il simbolo dell’amore “puro”, della devozione reciproca e della sessualità pulita. Noi diremmo che Rada ha fatto la “nave scuola” di Krishna ma ciò è molto, molto riduttivo ed anche stupido. Io propendo a considerarla l’impartitrice del vero amore… Questa di Rada e Krishna è una storia di cinquemila anni fa ma oggi come si trasmette l’amore?

Lasciatemi però continuare nell’analisi storica. E prendo ad esempio la consegna dei misteri sessuali nelle popolazioni italiche prima dell’avvento definitivo del patriarcato (i cui fondatori in Europa furono essenzialmente i greci ed i romani). Vediamo invece cosa succedeva al tempo dei lucumoni falisci.

A scuola di sesso dal lucumone.

Era una notte buia e tempestosa…. Ecco l’inizio classico con cui Charlie Brown iniziava le sue fiabe, ricordate? Andrebbe bene per parlare di qualsiasi argomento e quindi va bene anche per parlare di costumi sessuali antichi. Ma non voglio qui illustrare le diverse propensioni ed attitudini (questo tema è trattato nell’articolo sulla pansessualità) anche se esse stesse sono parte del bagaglio istintuale dell’uomo. Quello che mi interessa toccare è la sessualità come forma di spiritualità e “religione” della vita.

Nella società umana da tempo immemorabile è stata data grande rilevanza al sesso, l’atto sessuale è stato posto in cima alla scala dei valori umani (prima che subentrasse l’oscurantismo sessuofobico dei culti monoteisti).

Questo interesse per l’amore sessuale è dovuto non solo al “richiamo della carne” –uno stimolo che ha sempre condizionato i rapporti sociali- ma soprattutto alla consapevolezza che il rapporto “procreativo” ha sovente esercitato una potente attrattiva nella mente umana che ha visto in esso l’unica possibilità conosciuta di perpetuare la propria esistenza. La ricerca dell’eternità, in questo caso, passa attraverso quella “trasmissione di sé” che appunto sta alla base del rapporto sessuale, un modo insomma di perpetuare e suffragare l’io…

Gli animali, soprattutto i mammiferi, dedicano alle attività sessuali e riproduttive gran parte delle loro energie, anzi la loro vita è centrata sulla sessualità, la loro esistenza è scandita dalla pulsione sessuale e dai suoi ritmi e regole. Non si può fare a meno di osservare nell’uomo ciò che avviene nei suoi fratelli animali. Ma c’è qualcosa che contraddistingue l’uomo nell’espletamento delle funzioni riproduttive: la perdita dell’estro femminile ed anche la capacità di sublimare o trasformare il rapporto sessuale in atto rituale e di adorazione, ovvero in gesto d’amore. Non voglio ora prendere ad esempio l’estrema sublimazione, quella dell’asceta che rivolge il suo desiderio sessuale verso una divinità astratta, o verso il Sé, trasformando lo stimolo carnale in energia mistica. Vorrei piuttosto evidenziare come la relazione sessuale sia divenuta, nel corso di questa nostra civiltà umana, un modo di esprimere religiosità e sentimento. La prima religione conosciuta dall’uomo è quella della Madre Terra, la sua pratica era già evidente nelle statuine femminili che evocavano la capacità fertilizzatrice trasposta all’umano. Ciò avvenne nel cosiddetto periodo matristico. Persino l’uso di grotte o spelonche od oscure foreste come luogo di culto delle “madri” è sinonimo di una religiosità che poneva al primo posto la sessualità.

Questa visione panteistica di rispetto verso la sessualità fu importante non solo nelle cosiddette società matriarcali ma anche nei periodi successivi in cui l’uomo (il maschio) assunse una maggiore considerazione sociale con la conseguente “mascolinizzazione” delle divinità.

Per fare un esempio concreto di questi aspetti parlerò delle due civiltà che contraddistinsero il nostro Lazio. Da una parte c’erano i Falisci, la cui caratteristica fu quella di vivere in armonia con la natura. La nazione falisca era una libera confederazione di unità indipendenti e sovrane in cui i luoghi sacri erano i corsi d’acqua, le rocce, gli alberi e le caverne che venivano usate per scopi rituali (oltre che abitativi).

La divinità principale dei falisci era femminile, l’incarnazione della Madre Terra in forma di Giunone, la dea dell’abbondanza e della fertilità. Diverso invece fu l’atteggiamento dei “cugini” romani (sicuramente una branchia separatasi dal contesto falisco), i quali per contraddistinguersi e manifestare il loro spirito guerriero scelsero Marte come protettore, esemplare è il loro atteggiamento verso la sessualità se poi esaminiamo la storia del ratto delle sabine….

In verità i romani furono in Italia i veri iniziatori del patriarcato. La loro società era basata sulla dominanza maschile e dalla conseguente necessità di affermazione e di conquista (una devianza che osserviamo anche nel detto mafioso “comannari è mejjo che fotteri” (comandare è meglio che far l’amore).

Fortunatamente per la specie umana, però, né i romani né gli altri dominatori successivamente intervenuti poterono cancellare il rispetto spontaneo che ha continuato a manifestarsi in tutta la penisola, vedi il mantenimento del culto della Madonna, alquanto anomalo nel contesto di una religione patriarcale come il cristianesimo. Sino ad oggi… ma oggi?

Con lo sfilacciamento della solidarietà al femminile e la perdita del rispetto verso l’amore sessuale anche qui in Italia rischiamo grosso…. Infatti cancellando “l’adorazione” e la considerazione verso il femminino, perdiamo la capacità di esprimere bellezza e poesia attraverso il rapporto sessuale. Spesso ho notato che dove questo “rispetto amoroso” viene a mancare subentra la pornografia e la licenza e l’amore decade ad una semplice meccanica delle membra.

Attenzione non sto facendo un discorso “moralista” anzi se leggerete bene sino in fondo capirete che sono totalmente contrario alla morale, che la morale stessa è la madre dell’immoralità, mentre la mancanza del senso morale (amoralità) è la condizione per il mantenimento nella società umana di stimoli e sentimenti sani ed innocenti Comunque andiamo avanti nell’analisi sul passato trascorso.

I Falisci, per quanto detto sopra, non possono in ogni caso essere considerati delle mammolette, come si potrebbe sospettare dai loro atteggiamenti di venerazione verso il femminino e verso la natura. Al contrario essi rappresentano un modo giusto di agire in cui la violenza viene accettata solo in forma di autodifesa, difatti fu proverbiale la loro resistenza ai romani che infine li sconfissero solo grazie all’inganno. Radendo infine al suolo anche l’indomita Falleri, l’imprendibile rocca falisca, facendola poi ricostruire nella pianura lungo la via Amerina (l’attuale Faleri Novi a Fabbrica di Roma).

La verità sui falisci è che essi valutarono come “bonum optimum” la libertà, l’eguaglianza e la loro civiltà, basata sulla spontanea propagazione, non aveva alcuna propensione alla rapina, tipica dei “cugini” romani.

Fortunatamente questo spirito nobile e di spontaneità e naturalezza comportamentale della “gens” dei Falisci non andò completamente perduto ma restò almeno nelle cerimonie dei riti fescennini (rimasti in auge anche a Roma per diversi secoli) ed in parte anche nelle norme paritarie del diritto romano.

Ritorno ora alle usanze sessuali religiose dei Falisci per far notare come oggi potrebbero tornare di utilità. I termini che spesso uso di ecologia e spiritualità naturale o laica, in cui si presuppone la piena armonia e pariteticità fra l’energia maschile e femminile, sono solo un altro nome per quella visione olistica che contraddistinse i buoni Falisci (come tutte le altre popolazioni di origine indoeuropea che vivevano nel centro Italia). Anche per loro ogni cosa era sacra, il mantenimento dello habitat era la loro filosofia e forma primaria di economia, l’acqua rappresentava la capacità di fertilizzare il suolo e di sostenere e purificare la vita, gli animali erano compagni di viaggio ed amici, gli alberi simboli della forza generatrice della terra, la natura nelle sue variegate manifestazioni e stagioni era vista come “mater”.

Questa considerazione per la vita era evidente anche in campo sessuale, attraverso il rispetto per questa energia ed attraverso la prudenza neri rapporti. Prudenza significa “non coercizione” bensì capacità di “allettamento”. Un sano e libero rapporto sessuale che anche oggi andrebbe vissuto nella capacità di compiacersi reciprocamente e non per godimento usufruttuario o per soddisfazione di interessi di sorta.

La natura ci spinge ad amarci l’un l’altra e non a sfruttare le nostre qualità in termini di prestazione… o di guadagno (anche come immagine… vedi lo sfruttamento in tal senso del corpo umano maschile e -più spesso- femminile).

Vediamo ancora qual’era il diverso significato dell’iniziazione sessuale presso i due nuclei storici di questi due popoli che parlavano entrambi la stesa lingua, il latino.

Presso i romani l’iniziazione aveva essenzialmente le caratteristiche di una emancipazione al maschile, diverso era invece il significato presso i giovanetti e giovanette dell’Agro Falisco. L’iniziazione falisca, pur non conosciuta nei particolari, aveva caratteristiche di coniugazione fra i due sessi, entrambi coinvolti nei riti ed aiutati da sacerdoti e sacerdotesse, a riconoscere la propria sessualità come forme complementari, in modo da segnare un indirizzo comportamentale. Le caverne, dicevo prima, erano spesso i luoghi d’incontro preposti a tali cerimonie… possiamo tentare d’immaginare una processione di adolescenti candidamente vestiti, con abiti nuovi, ognuna ed ognuno con una lampada nella mano, entrare in silenzio e reverenza nell’antro buio per apprendervi vicendevolmente i misteri dell’amore!

Forse, chissà, qualcosa di simile avveniva anche durante i riti dionisiaci o proto-cristiani, allorché i ragazzi –maschi e femmine assieme- si avviavano a ricevere i sacramenti, potremmo definirla un'iniziazione pansessule?  Purtroppo oggi queste funzioni sono state spogliate di ogni carattere iniziatico lasciando l’apprendimento pratico della sessualità alla pornografia o peggio ancora alla più perversa pedofilia religiosa.

Recentemente ancora ed ancora si fa un gran parlare di trasmettere l’educazione sessuale, in chiave teorico illustrativa, come fosse una materia scolastica, tipo matematica o religione… Ma non c’è nulla di peggio per cancellare ogni romanticismo e mistero verso la sessualità, non c’è niente di peggio per trasformare l’amore in mera strumentalizzazione corporale. Alla fine vince ancora una volta l’immoralità mascherata da morale. Vince la perfidia dell’allontanamento dalle sane abitudini umane, trasformando il sesso in “consumo ragionato”.

In tal modo il rapporto vien vissuto in forma di assimilazione esterna a sé o di apprendimento virtuale (avulso dalla quotidianità). Così si lascia la sperimentazione all’estemporaneità o, peggio ancora, alla sopraffazione di chi magari approfitta dell’interesse morboso risvegliato nelle ingenue menti giovanili.

A questo punto sarebbe decisamente meglio rispolverare il metodo popolare alla “Grazie zia..” Oppure lasciare che la conoscenza sessuale –non più sporcata dalla proibizione moralistica o banalizzata dall’uso edonistico- diventi una parte integrante della vita di ognuno, una libertà espressiva che segue la natura, nella consapevolezza che l’energia sessuale appartiene alla vita e non c’è bisogno di “compiacere” nessuno adattandosi alle leggi di mercato per conquistarsi un “pezzetto” d’amore.

Il percorso all’inverso da compiere, dopo secoli di condizionamento che hanno portato al “matrimonio” (pagamento della madre), allo stupro ed alla perversione, è lungo e difficile ma è l’unico da intraprendere per riportare l’uomo alla sua pienezza emotiva e sessuale.

Paolo D’Arpini