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lunedì 23 gennaio 2023

Dall'uomo naturale all'uomo macchina... - Ecco perché l'ecologia profonda non piace al Sistema

 


Il nostro corpo e l'ambiente in cui tutti noi viviamo non è più naturale.  L'habitat umano oltre alla sua povertà in forme viventi (diverse dalla nostra) e alla sua abbondanza di macchine e congegni sempre più complessi,  comprende per ognuno di noi una sorta di guscio o, se vogliamo ricordare l'etimologia della parola “ecologia”, una strana ed angusta “casa”, che ci isola forse da alcuni pericoli, dalle aggressioni di bestie feroci o da alcune malattie, ma anche deforma il nostro rapporto con il mondo naturale, sollecitati come siamo da suggestioni instillate dal Sistema, dall'uso compulsivo di utensili, come ad esempio gli spazzolini elettrici, il forno a microonde, il microchip "salvavita", ecc. fino ai prodotti igienici industriali, come i detersivi sintetici al posto del sapone, o all'enorme schiera dei cibi conservati e artificiali. 

Viviamo in mezzo ad un tiro al nersaglio pubblicitario subendo sollecitazioni che ci perseguitano passo passo della nostra esistenza, dagli annunci pubblicitari su giornali, radio, tv e internet, senza dimenticare le frequenti telefonate reclamistiche, i cartelloni stradali, gli advertisements su ogni mezzo di trasporto pubblico e privato, sino alla pubblicità subliminale di cui non siamo coscientemente consapevoli.

Le suggestioni al consumo, un certo tipo di consumo, e le  spinte ad aderire ad un certo pensiero, ci distaccano sempre più dalle cose vere, pulite. Le leggi della natura, che spingono ogni essere vivente a soddisfare i bisogni naturali, vengono sostituite da desideri che ci allonanano dalla necessità di soddisfare tali bisogni deviando la nostra attenzione verso bisogni virtuali, utili solo al funzionamento della macchina produttiva, del controllo sociale e del restringimento ulteriore della nostra partecipazione alla vera “casa comune”. Sempre più immersi in una sorta di “caverna platonica”, in cui il “Sistema”, ovvero chi controlla il sistema, irreggimenta il consorzio umano in una massa omogeneizzata, l'individuo in consumatore, il poeta in cantore, il giusto in poliziotto o soldato, l'uomo comune in transgenico, lo spiritualista in religioso, lo sportivo in tifoso, ecc.

Ricordo che tantissimi anni fa, quando ero ancora un ragazzo di belle speranze, lessi in una rivista che si chiamava “La civiltà delle macchine” un articolo di Dino Buzzati in cui si descriveva l'illusione instillata nelle mente dei cittadini di distinguersi gli uni dagli altri, in una parvenza di libertà nella società omologata, attraverso le categorie dei “bulobulisti e zigzaghisti”, una distinzione che qualificava il tipo di droga nella trasgressione praticata. Ma senza voler ricorrere alle premonizioni di Buzzati basterà guardare come gli umani si accontentano di fare gli hooligans, tifando per la Roma o per la Lazio, per un'etichetta o per l'altra, ecc. 

Il nostro mondo ristretto ci fa diversi da come potremmo essere “secondo natura”....

Paolo D'Arpini







Portavoce della Rete Bioregionale Italiana  bioregionalismo.treia@gmail.com

martedì 28 maggio 2019

Identità etologica - Chiedersi "chi siamo", partendo dall'animale che è in noi...




Ritengo personalmente che per andare verso una consapevolezza della comune appartenenza e della pari dignità e complementarietà delle varie forme di  vita, insomma delle reciproche relazioni fra specie, sia importante che vengano riconosciute le differenze per poter allo stesso tempo riconoscere l'eticità naturale senza forzare la natura.

L'astrazione del pensiero trasformato in "morale" non aiuta la manifestazione di una spontanea "compassione" che si manifesta in un interspecismo maturo.

Tutti gli esseri viventi attingono e si originano dalla comune matrice che differenziandosi ha assunto le innumerevoli forme, ognuna complementare e relata alle altre, ognuna con alcuni aspetti evolutivi utili al mantenimento della vita ed alla ulteriore propagazione e fioritura di nuove specie.

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L'uomo non è l'ultima parola in natura e questo deve essere sempre presente nella considerazione di chi si pone il "problema" del bene collettivo.

La vita si nutre della vita, su questo non ci sono dubbi, d'altra parte vediamo che esiste un  certo equilibrio   anche nel modo in cui questo costante e collettivo alimentarsi avviene. I microorganismi svolgono funzioni essenziali come  base alimentare degli organismi più complessi e contribuiscono al riciclaggio della materia morta.

Le piante procurano ossigeno e forniscono cibo agli animali ed allo stesso tempo ricevono humus e sostanze organiche utili in cambio. Gli animali  aiutano la propagazione delle piante, e qui non mi riferisco semplicemente agli insetti che facilitano l'impollinazione, bensì a tutte le specie di erbivori che sfogliando le piante senza ucciderle fan sì che esse affondino vieppiù le radici nella terra.

Le piante producono frutti appetibili  ed i semi  vengono diffusi in altri spazi dagli animali. L'eccesso di erbivori viene calmierato con la presenza di predatori e fra erbivori e predatori c'è una armonia di co-presenza. Essi aumentano e decrescono sulla base delle necessità finali delle piante nell'ambiente.   

Tutti sanno che i leoni quando aggrediscono un branco di antilopi, ricevono dalle antilopi stesse un "tributo" in forma dell'animale più malandato del gruppo, una specie di "offerta/sacrificio" che tra l'altro ha la funzione di mantenere sano il branco. Insomma la natura pur nella sua apparente crudeltà è saggia e materna. Si occupa di tutti gli aspetti e nulla trascura per i suoi figli. Al contrario ove manca l'interscambio, come ad esempio nelle nostre periferie urbane in cui sono aumentati indiscriminatamente alcune specie avicole e terricole per la mancanza di idonei "calmieratori".

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Anche l'uomo per migliaia di anni ha rispettato questa "etica naturale" contribuendo a mantenere la vita sul pianeta in equilibrio. Solitamente l'uomo, come tutti gli animali frugivori, non ha bisogno di alimentarsi direttamente delle carni di altri animali. Vedasi le scimmie antropomorfe nostre cugine che fanno un uso insignificante di carne, assumendo solo piccole quantità di insetti o piccoli animaletti della foresta a mo' di integrazione alimentare, quando necessario. Altrettanto fanno i cinghiali e gli orsi. Però, ad esempio, gli orsi che si sono spostati al polo nord ovviamente hanno modificato la loro dieta sino a renderla totalmente carnivora e così è avvenuto per l'uomo che nella sua lenta occupazione del pianeta  e spostandosi sempre più dall'habitat tropicale originario ha dovuto pian piano modificare in parte o totalmente le sue abitudini alimentari, per necessità di sopravvivenza.

La scoperta dell'agricoltura molto ha comunque contribuito per riportare l'uomo alla sua dieta originaria.  Fermo restando che a seconda della latitudine la dieta varia in base al reperimento di risorse alimentari, vediamo che oggigiorno le capacità produttive, senza voler ricorrere alla chimica od agli OGM,  garantirebbero all'uomo nutrimento sufficiente non solo  i 6 miliardi di individui che siamo ma per almeno 10 volte tanti.... E qui veniamo al punto dolente... L'uomo avendo perso un contatto diretto con la natura ha utilizzato le sue capacità  tecniche e la sua capacità di sottomettere (e sottomettersi) per assoggettare la sua stessa specie ed anche le altre ad un dominio utilizzativo e speculativo che non tiene conto della pari dignità di tutti gli esseri viventi.

L'uomo ha diviso la società umana in "schiavi" produttori di ricchezza (per l'uso di pochi "padroni") e le specie animali in  "oggetti di mercato" da sfruttare ignominiosamente come merce.  I grandi  finanzieri ed i produttori del denaro, staccati dal contesto umano, galleggiano razzisticamente  sul resto dell'umanità e fingono di fornire ai loro sottoposti un benessere privo di valore, in forma di cibo sanguinolento e crudele  e malsano proveniente dagli allevamenti intensivi e dai macelli.

Risultati immagini per allevamenti intensivi e dai macelli.

Questo meccanismo è non solo la causa della distruzione del pianeta, per il consumo di tutte le risorse e per l'avvelenamento degli elementi naturali, ma è anche causa della perdita totale dell'anima originaria, della naturale e rispettosa correlazione fra esseri viventi e habitat....

Mi rendo conto di aver toccato un argomento che a questo punto con l'etica propugnata dai cosiddetti animalisti viaggia in una sorta di parallelismo antagonista....

E' vero che le abitudini alimentari vanno modificate in funzione di un ritornò alla naturalità.. ed è anche vero che non si può separare l'uomo dagli altri animali. Il mutuo aiuto è necessario per la reciproca sopravvivenza e per la comune crescita karmica. Gli spazi naturali vanno recuperati senza forzature e la specie umana non deve necessariamente saltare da "dominante" a "in estinzione". Riscoprire il significato della fatica, del reciproco aiuto, della simbiosi mutualistica senza prevaricazioni... insomma  vivere  una Pace Interspecista è la chiave della nostra e "loro" sopravvivenza. 

Bisogna stancarsi del "vizio" in cui siamo costretti a vivere ed iniziare a recuperare la capacità di procurarci il nostro cibo senza dover ricorrere al mercato e senza doversi vendere  ai "padroni del mondo". La rivolta è necessaria, lo sforzo è necessario....

Capisco di non poter esaurire l'argomento con un singolo scritto... intanto ho buttato lì alcune riflessioni.

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana

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bioregionalismo.treia@gmail.com

martedì 13 novembre 2018

L'alimentazione bioregionale aiuta l'olfatto, l'estetica e la sessualità...

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L’olfatto, si sa, è il primo senso che si è sviluppato negli esseri viventi. Attraverso l’olfatto, più che per mezzo degli altri sensi, gli animali sono in grado di riconoscere il mondo che li circonda, la loro vita è tutta una mappa di odori. Ovviamente è stato così anche per l’uomo, soprattutto fino all’avvento della società industriale che con i suoi forti olezzi ha tarpato ed ottenebrato la capacità olfattive dell’uomo.
L’olfatto si è insomma "addormentato" nella nostra specie, allo stesso modo in cui quando siamo sottoposti ad un rumore assordante e continuo tendiamo a cancellarlo dall’attenzione consapevole corrente.
Evidentemente la situazione olfattiva cominciava ad essere già alquanto drammatica se consideriamo la scoperta fatta a Creta, dove furono trovati residui attestanti la lavorazione in serie di varie erbe e fiori, cocci di calderoni, pollini, tracce di olio e di essenze già pronte. Ma perché proprio a Creta in mezzo al mare Egeo fu installato questo laboratorio? Probabilmente i commerci delle essenze profumate erano diretti a tutte le aree costiere del Mediterraneo, un po’ come avvenne per le famose ceramiche di Samo rinvenute in tutto il mondo allora conosciuto. La risposta del perché fosse così importante la fornitura di profumi in un’area marinara può venire oggi dalla moderna ricerca sull’interazione fra cibo e odori corporali.
L’ebbrezza che si prova annusando una folata d’aria impregnata di resina o di sandalo, l’odore forte del muschio, della mirra o dell’incenso che brucia è un’emozione antica che ha eccitato la fantasia di milioni di persone. Anche deodorare il corpo dalle esalazioni indesiderate è un’usanza antichissima, che veniva praticata non solo per i cadaveri, imbalsamati e resi più "gradevoli" all’olfatto con oli essenziali prima di essere inumati o cremati, ma anche per i "viventi" di questo mondo e soprattutto per coloro che svolgevano attività di carattere sociale: i sacerdoti, i governanti, le cortigiane, etc.
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Recentemente alcuni esteti e psicologi stanno cercando di rivalutare l’odore naturale dell’uomo ("naturale" intendi bene..), definendolo un termometro della psiche in grado di rivelare parecchi messaggi interiori. Difatti l’effusione è il primo messaggio, come abbiamo già detto, che ci comunica sia lo stato di salute fisica sia la condizione mentale in cui ci si trova. Ciò è vero anche per i cosiddetti "richiami sessuali" che vengono coscientemente od inconsciamente percepiti e che condizionano le nostre scelte amorose…. E questo anche nella produzione del testosterone e del  mestruo, odori che purtroppo oggi vengono considerati "puzza" e si tenta di debellarli in ogni modo.
Nell’antichità uno dei "deodoranti" naturali (utilizzato ancora oggi dagli aborigeni e dai naturisti) è l’argilla, di cui tutto il corpo viene cosparso per l’assorbimento delle esalazioni fisiologiche, l’argilla ha anche un’alta funzione detergente, difatti cospargendo il corpo di terra argillosa, ed aspettando qualche tempo prima di risciacquarsi, aiuta il corpo a liberarsi dalle scorie accumulate responsabili della cattiva traspirazione epidermica. Ma usare la creta od altri impiastri di erbe e fiori per cancellare l’inaccettabile "fetore" serve a poco quando ci si mette di mezzo la genetica...
Ma - dico io - l’uomo è soprattutto ciò di cui si nutre, ecco la verità! E le sue feci, le sue urine, il suo sudore testimoniano ciò. Questa è stata anche la mia esperienza personale, ad esempio le feci di animali erbivori non sono mai fetide, la cacca di cavallo, mucca, capra, pecora, etc. sia fresca che disseccata non emana mai cattivo odore mentre le deiezioni di cani, gatti ed altri carnivori è risaputo che puzzano tremendamente. Ciò vale anche per l’homo sapiens, a seconda del suo metodo alimentare le "emanazioni" assumono il corrispondente odore. La chiave alimentare, secondo me, è l’unica a poter risolvere anche l’accumulo di "malformazioni genetiche che - affermano i genetisti inglesi - sono la causa del malfunzionamento traspirativi, dovuto alla non espulsione di certe tossine per vie ordinarie che poi il corpo in qualche modo elimina come può attraverso la traspirazione".

I risultati li conosciamo bene!

"Il deodorante non basta più – affermano i genetisti - quando ci si mettono di mezzo i geni…" - Lo rivela un gruppo di scienziati inglesi del St. Mary Hospital - "La sostanza incriminata è la trimetilamina un sottoprodotto della digestione che odora di pesce marcio o di carne putrida…".
È quindi la trimetilamina la responsabile dei tremendi complessi d’inferiorità che affliggono parecchi esseri umani? C’è però da considerare che, nelle analisi di laboratorio effettuate nel centro d’igiene inglese, il prof. Robert Smith che guida le ricerche sul gene della "puzza" ha riscontrato che la maggior parte degli esaminati, 176 persone, odoravano per semplice mancanza d’igiene mentre solo 11 erano affetti dalla sindrome da trimetilamina.
"A questo punto – ha concluso lo stesso Smith – in attesa di poter compiere un intervento genetico risolutore, al momento troppo aldilà della nostra scienza, basterà eliminare quei cibi che nella digestione produco più trimetilamina, cioè: pesci, carni molli, frattaglie, interiora, etc". Ecco quindi che anche la genetica viene in aiuto alla dietetica bioregionale e vegetariana e ci spiega (forse) come mai a Creta, un’isola impegnata in commerci marittimi, fosse sorto quel primo laboratorio di profumeria… Con tutto il pesce che si mangiavano i nostri padri mediterranei (basta ricordare il garum, la famosa salsa tuttofare di Greci e Romani, ottenuta dalla macerazione sotto sale del pesce) figuriamoci come sentissero la necessità di depurarsi dalla puzza…
Indirettamente il consiglio del prof. Smith va incontro alla mia tesi. Perciò i mangiatori di carne son avvisati. A loro servirà poco gonfiare le saccocce dei vari profumieri, mentre sarebbe sufficiente cambiar dieta alimentare, consumando esclusivamente alimenti consoni all'ecologia umana, ovvero tutto ciò che cresce nella propria bioregione di appartenenza e che giunge a maturazione nella dovuta stagione. Infatti allorché si rispetta la propria natura (noi umani siamo frugivori) ogni problema di salute è risolto.

Paolo D'Arpini


domenica 7 ottobre 2018

Genetica bioregionale e dieta alimentare


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Sapete che "odio" ogni ideologia, sia politica che religiosa, e non mi piace nemmeno far parte di parrocchiette più o meno orizzontate in termini di morale od etica. 

Per questa ragione stento sempre a definirmi "vegetariano"… ma sono stato costretto, per via della qualificazione accettata e della moda dietetica consolidata.

Il fatto è che l'uomo, per sua natura, sia geneticamente sia anatomicamente sia ecologicamente, è un "frugivoro" come le scimmie antropomorfe, i maiali e gli orsi. Cosa significa? Tanto per cominciare dirò che l'aggettivo "frugale" od il termine "frugalità" sono propri dell'essere frugivoro. I frugivori appartengo alla famiglia dei mammiferi e si nutrono essenzialmente dei frutti della terra, in tutte le forme. Sono distinti dagli erbivori e dai carnivori poiché hanno la capacità di adattarsi ad una dieta variegata di semi, verdure, frutta, radici, cereali, legumi, etc. etc. che può prevedere anche l'uso di sostanze di origine animale, come il latte, le uova, il miele, e pure insetti e piccoli animali o molluschi. 

Lo "svezzamento" non è altro che il processo di adattamento della flora batterica intestinale che si rende idonea ad assimilare e digerire cibi che sarebbero altrimenti indigeribili ed inassimilabili. Insomma per poter assorbire le sostanze nutritive della carne, ad esempio, debbono crearsi nello stomaco appositi enzimi digestivi, una sorta di anticorpi, che sono in grado di scindere le proteine carnee e renderle accessibili all'organismo. 


Questa capacità di tutti i frugivori è stata "inventata" dal processo evolutivo per far fronte ad eventuali carenze e necessità alimentari particolari incontrate durante il corso della vita e dell'espansione sul pianeta Per le donne in particolare l'integrazione carnea può essere necessaria nel momento della gravidanza allattamento ed anche in seguito alle "perdite" di sangue mestruale. 

Per il maschio l'uso di carne, o di sostanze di origine animale, è meno fondamentale ed ha la semplice valenza di "eccitante" in quanto mantiene uno spirito di aggressività più evidente. Infatti in India, da sempre di cultura vegetariana, ai guerrieri (kshatrya) è consentito l'uso della carne e ciò vale anche per i fuori casta o genti tribali (pariah) che vivono spesso nelle foreste di caccia e pesca, non praticando l'agricoltura. 

Inoltre è da notare che dalla ricerca fatta sulle feci fossili, rinvenute negli accampamenti degli uomini primitivi in varie parti del mondo, risulta che l'ingestione di sostanze di origine animale era limitatissima, non superando il 10% del totale cibo assunto. 


Qui vorrei fare un inciso sulla favola dell'uomo primitivo "cacciatore" che in realtà non andava a caccia ma, aggregato in branchi di perdigiorno, vagava nella savana armato di bastoni e lance, e si limitava a scacciare i predatori e rubar loro le carcasse degli animali uccisi, se gli andava bene. Questo sino al neolitico in cui iniziò l'allevamento di armenti che rese più accessibili sia il latte che la carne. Altra dimostrazione in tal senso viene dall'analisi delle abitudini alimentari di popoli aborigeni che integrano la dieta frugivora con pesce e piccoli animali, come i roditori, presi con trappole. 

Insomma il mangiar carne è per l'uomo un adattamento a condizioni estreme e la carne può essere considerata alla stregua di "medicina" ovvero una sostanza di cui far uso solo in caso di bisogno. Mi viene in mente ora una storia che esplicita questa capacità di aggiustamento anche in altre specie specificatamente erbivore…. Non ricordo quale esploratore polare (Scott?) per evitare di dover trasportare eccessivi carichi di viveri aveva allevato delle capre abituandole a trainare le slitte sul ghiaccio, poi pian piano cambiò la loro dieta usuale nutrendole di pezzetti di carne di capra, alcune sopravvissero e si adattarono a mangiare la carne e quelle furono usate per affrontare il viaggio al polo e fungere anche da cibo (alla bisogna) sia per gli umani che per loro stesse…. 

Va beh, questo è un caso estremo ma quello che volevo significare è che la natura ci ha resi adattabili ed anche l'uomo in caso di necessità può sopravvivere di sola carne, come fanno ad esempio gli esquimesi od alcuni popoli delle steppe che però hanno una durata di vita brevissima (trenta o quarant'anni al massimo). 

Nei climi moderati o tropicali la necessità integrativa dell'alimento di origine animale è ridotta quasi a zero, fermandosi al già nominato latte, formaggio, miele, uova, etc. 

Da ciò se ne deduce che la dieta naturale dell'uomo è priva di carne, nella sua media universale, e che mangiar carne è innaturale (in grandi quantità) e che definirsi "vegetariani" è una forzatura ideologica e che quindi non ha nessun significato reale dal punto di vista della fisiologia umana. L'uomo, ed io stesso, è solo un "frugivoro". 

Mo' vedete voi come metterla con tutti questi animalisti di buon cuore che dichiarano di essere vegetariani per motivi etici…. (ne ho conosciuti molti di arrabbiati vegani o frugivori stretti che dopo qualche anno scoppiano e ritornano alle salsicce…). Quello che serve in realtà è solo aderire alla propria natura e di conseguenza non mangiar carne come non mangeremmo le caccole del nostro naso (superata una certa età uno smette…). 

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana


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"Todo este dìa con su azul racino y una secreta lagrima  de vida que tu encontraras en la Tierra"

lunedì 10 settembre 2018

"Appello alla resistenza alimentare" - Resoconto dell'incontro con Franco Berrino e Vandana Shiva


Ciao a tutti, ci  siamo incontrati il 9 settembre 2018 a Bibbiena, presso Villa La Mausolea, la nuova sede dell'associazione "La Grande Via",  sul tema della alimentazione bioregionale  questa volta con Vandana Shiva e Franco Berrino,  lui medico salutista, ecologista  e divulgatore scientifico,  lei biologa promotrice di molte iniziative in India sul tema  delle coltivazioni biologiche e spontanee  (senza uso di diserbanti o glifosato). 

Come Rete Bioregionale Italiana  teniamo a divulgare questo tipo di eventi i quali non possono far altro che aumentare la consapevolezza di noi stessi e del mondo in cui viviamo, del cibo che ci alimenta, di come lo assumiamo; si perché come sostenevano i conduttori dell'incontro il cibo è sia un modo per curarsi che un cammino interiore con il quale mettere in essere un processo di evoluzione che non ha limiti, ma che purtroppo è minacciato dalle multinazionali dell'alimentazione, le quali per ottenere sempre maggiori profitti (e chissà per quali altri scopi...) tendono ad usare mezzi, prodotti e sistemi che accelerano i processi produttivi, rendono i prodotti uniformi e che, secondo loro, risolvono il problema delle infestazioni di parassiti... 

Vediamo però che questi sistemi anziché eliminarli i parassiti, li rendono sempre più resistenti, al contrario eliminano l'essere umano attraverso malattie come cancro, leucemie ed intolleranze varie... (!?). 

Sappiamo infatti che le trasformazioni del cibo, l'uso di diserbanti, manipolazioni genetiche sono alla base di questi mali, ci sono molte prove scientifiche al riguardo... Anche se non ci fossero sarebbe facilmente rilevabile dall'osservazione la quale dimostra che fino a quando non furono introdotte certe metodiche di coltivazione, certi mali erano assai meno frequenti, si  moriva lo stesso ma per altre cause.... 

Attraverso le manipolazioni genetiche stanno inserendo i geni dei diserbanti direttamente nelle  sementi, senza contare che questo sistema sta eliminando la biodiversità.

La maggior parte delle coltivazioni di cereali OGM, mais, soia, colza... è destinata all'alimentazione animale per l'allevamento, a sua volta destinato al macello per il consumo di carne; sembra che in Europa otto animali su dieci vengano alimentati con cereali OGM... A prescindere da chi consuma o meno carne stiamo diventando un mondo OGM, anzi se pensiamo che già da i primi  anni 70 del 900  il grano è stato sottoposto a modificazione genetica con i raggi X il cosiddetto "grano creso", prodotto per la prima volta in Italia (ahimè)  nei laboratori Enea della Casaccia, possiamo dire che siamo già "un'umanità geneticamente modificata". 

Questa modifica oltre a rendere il grano tutto di una misura, più piccolo rispetto a quello precedente, ha quadruplicato la quantità di glutine all'interno della pianta, possiamo immaginarci le conseguenze sulla salute dell'essere umano...
Altro tema importante rilevato dai Conduttori dell'evento riguarda l'inquinamento, perché è chiaro che se le coltivazioni avvengono in un ambiente inquinato il tutto verrà assorbito da ciò che mangiamo, senza dimenticare le falde acquifere anche queste sempre più spesso inquinate o minacciate dagli scarichi delle fabbriche... e mangiando tali sostanze cosa diventerà l'essere umano? 

Quale nutrimento, quale pianeta per vivere, quale evoluzione e quali scambi fra popoli?

Se è vero che Madre Terra ci indica il comportamento per vivere in salute e in armonia allora non dovremmo far altro che osservare il posto dove viviamo ed i rapporti che intercorrono in questo ambiente, troppo ignorato... i territori dove viviamo sono in grado di fornirci tutto ciò di cui abbiamo bisogno a patto di considerarci parte di essi, cioè anche noi siamo il territorio... 

I valori -quelli veri- sono nascosti da miraggi di cui per la maggior parte  siamo vittime più o meno inconsapevoli... dietro al denaro c'è qualcosa che vale di più che consiste nel reale valore che è la vita stessa di un essere; questo valore è stato fatto sparire o quasi; la famiglia è un valore inestimabile che da millenni è considerata la cellula fondante della società ed anche questa si sta perdendo; il risparmio delle risorse naturali del pianeta come l'acqua sono valori, poiché permettono la vita e la libertà e stiamo esaurendo anche questi... 

Credo che ciò che dovremmo portare nei tavoli di discussione ad ogni livello debba riguardare questi Valori.
Come ha detto il  dr. Berrino la vendita dei farmaci è un business enorme se la gente non si ammala i farmaci non si vendono, allora come e perché ci ammaliamo? ... Ma il cibo, come hanno sostenuto  il dr. Berrino e la dott.ssa Vandana Shiva se coltivato o prodotto come "natura comanda" diventa una cura, anzi una strada da seguire che produce evoluzione, crea solidarietà e ciò lo sappiamo da tempo immemorabile...  

Cosa è la nostra Terra se non un'entità che cura e nutre miliardi di esseri di tutti i regni naturali, è lei stessa che ci indica il comportamento che dovremmo avere tra di noi e verso lei, continuo scambio e continua unione...

Certo, ma come fare per poter dare un impulso tangibile a ciò di cui stiamo discutendo? Anche qui i nostri due dottori ci danno un indicazione, loro la chiamano disobbedienza civile e non si può che esserci accordo; noi del movimento bioregionalista condividiamo da sempre questo comportamento e cerchiamo di trasmetterlo attraverso piccole cose. 

Per concludere merita di sottolineare un aspetto molto importante, cioè lo spirito di unità che regna durante lo svolgimento di eventi come quello di oggi, se vogliamo fare  qualcosa attraverso la disobbedienza civile dobbiamo stare uniti, dobbiamo conoscerci, frequentarci, fare le cose insieme... 

Ringrazio gli organizzatori dell'evento dell'occasione che mi  è stata offerta poiché questi incontri aggiungono sempre più crescita alla mia vita.

Giuseppe Finamore

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Rete Bioregionale Italiana


sabato 18 agosto 2018

Bioregionalismo e rapporto uomo animali


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Noi bioregionalisti ed ecologisti, non possiamo trascurare la nostra matrice, la nostra appartenenza ad un contesto culturale, il nostro “discendere” da una famiglia frugivora e la nostra fisiologia umana. Parlavo tempo fa con l’amico Riccardo Oliva sulle sue preferenze alimentari e lui mi confidò che preferisce la dieta vegetariana poiché la considerava una giusta “via di mezzo” fra il carnivorismo ed il veganesimo. Ecco questa parola “via di mezzo” la trovo consona e corretta.
Anche perché occorre considerare l’anatomia umana e la sua componente genetica ed osservare come l’uomo si ponga a mezza strada tra un animale carnivoro ed uno erbivoro.
L’uomo era stato definito dall’anatomista Armando D’Elia “un animale frugivoro” assimilabile al gruppo che comprende la maggior parte dei primati, dei suini e degli orsi. Questi animali possono adattarsi, per motivi di sopravvivenza o di integrazione alimentare, ad una dieta che pur essendo massimamente vegetariana prevede anche l’uso di prodotti di origine animale.
Certamente questa dieta varia anche in base all’ambiente ed alla latitudine ed è suscettibile di aggiustamenti in un senso o nell’altro.
Io personalmente mi sono avvicinato al vegetarismo dopo una prima permanenza in India è lì appresi attraverso la mia esperienza diretta che questa “dieta” è conduttiva a stati mentali più leggeri, essa si definisce infatti “satvica”, ovvero “spirituale” od “equilibrata”. Questa dieta è basata su cereali, frutta, vegetali e prevede anche l’uso moderato di derivati del latte, in forma di yougurt. Il miele è considerato quasi un medicinale e le uova compaiono molto raramente nelle pietanze solo in caso di necessarie integrazioni proteiche.
Ovviamente un sano rapporto uomo-animali non può essere basato sullo sfruttamento di questi ultimi. Infatti in India le vacche sono sacre e vengono trattate benissimo, i vitelli vengono lasciati alle madri sino al completo svezzamento e l’uomo si limita ad “appropriarsi” del sovrappiù del latte prodotto. Considerando che le mucche addomesticate da tempo immemorabile producono più latte di quanto necessario ai loro vitelli.
Se vogliamo restare esseri viventi in un contesto di altri esseri viventi non possiamo completamente escludere una complementarietà nei nostri rapporti con gli animali. La natura vive sulla vita, noi umani siamo frugivori ed i frugivori fanno un limitato uso di uova e di prodotti di origine animale, questo dice la loro “ecologia” fisiologica.
Certo oggigiorno vediamo che i consumi in tal senso sono aumentati enormemente soprattutto in seguito all’allevamento industriale. E per soddisfare il sistema consumista milioni di galline vengono tenute in batteria per le nostre uova… e milioni mucche soffrono legate ai loro stabulari…

Però non voglio negare all’uomo un rapporto simbiotico con gli animali. Anni fa ero solito tenerli liberi in un grande terreno lasciando che si sfogassero come volevano per la loro sopravvivenza e riproduzione, limitandomi io a prelevare una parte di uova “abbandonate” ovvero non utilizzate per la cova o qualche po’ di latte di capra. Poi sopraggiunsero le volpi ed i cani e fecero strage, e dovetti richiudere capre, pecore, galline e papere ed oche superstiti in piccoli recinti sempre però attaccabili da predatori di vario genere… Insomma senza la mia protezione nessuno sarebbe sopravvissuto…
Ricordo l’ultima gallina che ho avuto a Calcata, me la portò una ragazza vegetariana che l’aveva “pescata” da pulcino ad una fiera… Poi cresciuta non volendo ucciderla la consegnò al Circolo. Io l’ho tenuta quasi come un animale da compagnia, com’era d’altronde già abituata ad essere, ma questo non impediva che deponesse delle uova e che io le mangiassi, e pure con soddisfazione e riconoscenza…
Con i tempi che corrono le galline non potrebbero vivere in cattività, sarebbero totalmente sterminate dai tanti nemici naturali… … Comunque… la natura è sempre giusta, se siamo in grado di accondiscendere alle sue regole ed a non intrometterci con le nostre “regole etiche e morali”… E’ una dura lotta verso la consapevolezza… ecologica profonda…
A me personalmente non piace che nuove specie vengano allevate in cattività.. ma quegli animali in cattività, se sono tenuti con coscienza e amore almeno campano e si riproducono…
Dobbiamo imparare a convivere con gli animali in modo idoneo, senza trasformarli a nostra immagine e somiglianza (come spesso avviene con i pets), e senza sfruttarli per usi impropri ) come negli allevamenti industriali da carne e da latte e da uova)…
Ed allora avremo attuato un sano rapporto con essi, un rapporto che potremmo definire “ecologico” e “bioregionale”…. Con questo mio discorso vorrei essere chiaro circa il rapporto -secondo me- “ideale” (o se preferite “ecologico”) con gli animali e le piante.
La nostra schizofrenia e falso senso dell’etica ci porta a dividere gli animali in pets e animali da carne. Sono due categorie opposte, sono due modi scriteriati di rapportarci con gli animali. Noi stessi -tra l’altro- siamo animali, quindi abbiamo bisogno di avere un contatto con i nostri “fratelli e sorelle” di altra specie. Se è chiaro questo… allora comprenderete tutto il resto…
Non teniamo gli animali in gabbia (per sfruttarli fisicamente) e nemmeno nei divani (per sfruttarli psicologicamente).
Dobbiamo trovare un punto d'incontro che non sia sfruttativo (in un senso o nell’altro), purtroppo la vita malsana in città ci porta a dover avere un rapporto con gli animali “liberi” molto falsato, portandoceli in casa… Oppure lasciandoli nel loro habitat (riserve naturali) dal quale noi stessi siamo esclusi (perché non più avvezzi a vivere nelle foreste od in natura).
Però se alcune specie di animali avvezzi alla cattività da tempo immemorabile venissero rilasciati sarebbero destinati alla scomparsa, per via della eliminazione dal pianeta di un habitat idoneo (l’uomo occupa sempre di più ogni spazio vitale). Insomma andremmo verso un ulteriore impoverimento della biodiversità. Inoltre c’è il fatto che -dal punto di vista evolutivo- alcune specie di animali in simbiosi con l’uomo hanno trovato vantaggi nella cattività (sia per la diffusione, sia per l’avanzamento intellettuale e coscienziale).
Siamo tutti in una grande bolgia chiamata vita e non sta bene scindere gli uni dagli altri… No quindi allo sfruttamento incondizionato ma sì al contatto empatico. L’uomo da animale istintuale e raccoglitore di cibo sparso, si è trasformato in un lavoratore che ricava attraverso il suo ingegno cibo e modi di crescita.
Il lavoro ha affrancato l’uomo dalla “bestialità” pur costringendolo a nuovi parametri di debolezza e alienazione.. Ma sia nei rapporti fra esseri umani che nel rapporto con gli animali dovremmo trovare un modo “equanime” di poter esprimere il contatto e la collaborazione senza dover ricorrere alle perversioni (vedi esempi soprastanti) di un rapporto utilitaristico.
Avrete compreso che -a questo punto- il problema delle uova, del miele e del latte in sovrappiù, ha perso quasi completamente il suo significato “etico” originario.. Non è più un fatto di sfruttare dei poveri uccelli rubando loro le uova.. etc. è un fatto di sopravvivenza generale della vita sul pianeta in un modo simbiotico, con opportuni aggiustamenti e con opportune riflessioni sui valori della vita stessa…
Siamo in una scala evolutiva che in parte noi umani abbiamo percorso, ci manca ancora molto per arrivare alla cima della comprensione, possiamo però aiutare coloro che sono ai primi gradini senza doversi vergognare… Sapendo che il loro bene è anche il nostro. Questo vale per le piante, per l’aria, per le risorse accumulate sulla terra nei milioni di anni, per il nostro passato nella melma e per il nostro futuro nelle stelle. Per aspera ad astra!

Secondo me non occorre decidere nulla sulla base di una ideologia (che sia essa vegana o religiosa).. limitiamoci a seguire la coscienza sapendo che dove c’è sincerità automaticamente la verità prevale.
Ritengo che la morale e l’etica siano essenzialmente “astrazioni” e pertanto mi limito a seguire la via del cuore (in cui ciò che è consono appare e si manifesta senza sforzo)… Sento che in questa via tutto sia compreso…
Paolo D’Arpini
Immagine correlata
Rete Bioregionale Italiana

martedì 7 agosto 2012

Mariagrazia Pelaia e Marija Gimbutas.. il messaggio gilanico rivisitato e la cura di vita bioregionale

Discorso  al Circolo VV.TT. - Mariagrazia Pelaia è al centro


Mariagrazia Pelaia è impegnata da anni nel "sentiero" bioregionale e nella riscoperta di valori matriarcali ed  in diverse occasioni abbiamo potuto confrontarci su questo  tema  e sulla visione ecologista profonda, pur non pubblicamente data la sua ritrosia a "comparire" in pubblico.

Vengo a conoscenza che in questo periodo Mariagrazia si sta occupando della truduzione italiana del trattato "gilanico" per eccellenza: la ricerca sul periodo matriarcale dell'antica Europa effettuata  dell'archeologa lituana/americana Marija Gimbutas. Quanto prima avremo perciò  la fortuna, grazie a Mariagrazia, di poter leggere questi "vangeli della Dea"  in italiano.

Joseph Campbell e Ashley Montagu ritennero paragonabile il contributo scientifico di Marija Gimbutas alla Stele di Rosetta e la decifrazione dei geroglifici egizi. Campbell scrisse la prefazione ad una edizione del The Language of the Goddess (1989), prima che la Gimbutas morisse, e spesso diceva di quanto profondamente si rammaricasse che le sue ricerche sulle culture del neolitico dell'Europa non fossero disponibili nel tempo in cui lui stava scrivendo The Masks of God. I suoi articoli sono archiviati insieme con quelli della Gimbutas alla "Joseph Campbell and Marija Gimbutas library", al Pacifica Graduate Institute (Wikipedia).

Contemporaneamente al grosso impegno letterario Mariagrazia Pelaia si occupa della creazione di nuove ricette vegane in sintonia con il veniente periodo ecozoico, auspicato da Thomas Berry. Insomma il suo impegno nel campo dell'ecologia e della cultura tocca vari argomenti utili a migliorare la qualità della vita nella società moderna. Anche attraverso la conoscenza degli archetipi primordiali e le forme della bellezza estetica al femminile.  

Ed è proprio seguendo la traccia di una  riscoperta della bellezza  che  Mariagrazia Pelaia, attraverso le testimonianze artistiche scoperte dalla Gimbutas, renderà evidente  l’influsso del paesaggio  e dell’arte naturalistica, un progetto utile anche a fissare dei nuovi, seri, criteri di vivibilità ambientale.

“Quell'estremo rispetto dei luoghi in cui l’intelligenza e la forza dell’uomo si sono esercitate e sviluppate a diretto contatto con la natura...” (Antonello Palieri).

Il traguardo morale della pratica dell'ecologia profonda  è quello di inserire nella quotidianità lo stimolo alla ricerca ed alla riflessione spirituale integrandolo con gli aspetti laici della nostra esistenza.


Un’altra considerazione che ritengo utile  portare in luce, nell'opera di Mariagrazia,   è quella del riallineamento con i canoni della natura. Infatti malgrado la dovizia di doni benefici offerti alla vita di ognuno la Terra sta riflettendo il grande cataclisma di una umanità che vuole ribellarsi alla vita. Il riallacciarsi all’aura della Terra, e l’aiuto spontaneo offerto alla trasformazione spirituale, è il dovere al quale noi umani siamo chiamati in questo momento cruciale della storia dell’uomo.

Da non trascurare, comunque, l’aspetto filosofico della riscoperta di valori gilanici e naturalistici, in chiave di attualità ecologica profonda e spirituale, poiché necessariamente, come evidenzia il filosofo Aurelio Rizzacasa: “…dopo varie forme concepite nella pluralità dei millenni del pensiero occidentale la filosofia deve tornare alle origini per farsi consapevole che la verità si svela e si occulta in una perenne ricerca che coinvolge l’uomo in un dialogo con se stesso e con gli altri. Quanto detto si produce in un’avventura nella quale l’umanità costruisce il suo futuro nel libero spazio della sua spiritualità interiore”.

Paolo D'Arpini



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Alcune precisazioni: il primo volume del libro è già a disposizione del pubblico nel sito di Stampa Alternativa www.stampalternativa.it e a fine agosto sarà nelle librerie. Il secondo uscirà fra qualche mese, forse a inizio anno prossimo. Queste le indicazioni bibliografiche: Marija Gimbutas, "La civiltà della Dea", traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia, Stampa alternativa, Viterbo 2012.


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Nota aggiunta.

Segnalo i nomi dei personaggi ripresi  nella foto soprastante.
A sinistra si può osservare il poeta bioregionalista americano, Jim Koller.
A destra, gesticolante, l'autore dell'articolo, Paolo D'Arpini   

domenica 27 novembre 2011

L'importanza di una alimentazione naturale nel percorso spirituale laico... e anche in quello religioso

Preparazione di una colazione vegetariana  


Ricordo che il saggio nonduale Ramana Maharshi a chi gli chiedeva quale fosse il modo più semplice per "raggiungere" la consapevolezza di Sé (nel senso dell'autorealizzazione) consigliava l'autoindagine, attraverso l'interrogarsi "chi sono io'"  e  se qualcuno insisteva per avere delle norme esteriori di comportamento allora consigliava di assumere solo cibo "satvico" in quantità moderata.
Il cibo "satvico" è in effetti la cosidetta  dieta vegetariana, quella più vicina alla alimentazione naturale dell'uomo. L'uomo è nato frugivoro, la sua conformazione anatomica è simile a quella degli altri frugivori: suini, scimmie antropomorfe, etc. 

Questi animali,  come dovrebbe essere per l'uomo, si nutrono essenzialmente di semi, proteine vegetali, verdure, frutta, tuberi, latte materno, integrando il tutto -di tanto in tanto- con qualche altro  prodotto di origine animale, come ad esempio il latte di altri mammiferi, piccole quantità di miele,  uova e simili. Eccezionalmente e per scopi integrativi essi fanno anche uso di moderate quantità di pesce o carne.
Ovviamente nella dieta "satvica",  consigliata ai ricercatori spirituali,  la carne non è compresa, poichè il cadavere  è considerato un alimento "tamasico" (oscurante) per la mente. Essendo un composto organico in putrefazione.Tra l'altro gli animali sono considerati a tutti gli effetti muniti di "anima" e quindi visti come esseri spirituali simili all'uomo. Cibarsene è considerata perciò una forma di "cannibalismo".

Non mi piace fare un discorso su qualcosa che io stesso non abbia sperimentato.. quindi debbo dire che la dieta "satvica" per me ha funzionato egregiamente, seguo questo regime alimentare dal 1973 e ne ho trovato enorme giovamento sia fisico che psichico. Perciò non posso fare a meno di avvalorare e confermare in pieno  il consiglio di Ramana...

E ciò ovviamente vale sia sul piano alimentare che  in quello dell'introspezione, alla ricerca della propria matrice.

Voglio comunque qui riportare altri simili pareri in merito.

La filosofia dei Veda” -scrive il professor Steven Rosen nel suo illuminante libro “Il vegetarianesimo e le religioni del mondo”- riconosce appieno agli animali la capacità di raggiungere stati di spiritualità elevata. Si tratta di una tradizione religiosa che non promuove soltanto il vegetarismo, ma anche l’uguaglianza spirituale di tutti gli esseri viventi.

Il vegetarismo in effetti non è altro che la conferma di questa consapevolezza: tutti gli esseri viventi sono spiritualmente uguali. Tra l'altro nell'induismo vengono indicate anche altre  ragioni per cui è necessario astenersi dall’ingerire cadaveri perché nell’atto di cibarsi dell’altrui carne si crea un legame karmico con la violenza e la morte.  

Malgrado vi siano  indicazioni di sacrifici cruenti da compiere una o due volte all'anno persino il Corano  esalta la compassione e la misericordia di Allah — chiamato ar-Rahmân ("il Misericordioso"),
— nei confronti di tutti gli esseri da lui creati, senza eccezioni. Lo stesso profeta Maometto, che presumibilmente era vegetariano e amava gli animali, disse: “Chi è buono verso le creature di Dio è buono verso se stesso”. 

Per quanto riguarda l’Ebraismo, nella Genesi l’alimentazione prescritta all’uomo è chiaramente vegetariana: “Ecco vi do ogni vegetale che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto che produce seme: saranno il vostro cibo” (1, 29). E ancora nella Genesi si legge: “Non dovreste mangiare la carne, con la sua vita, che è il sangue”.

E infatti, secondo le leggende bibliche, il popolo d’Israele si mantenne vegetariano per dieci generazioni, da Adamo a Noè. Solo dopo che il diluvio universale ebbe distrutto tutta la vegetazione, si narra che  Dio diede al "suo" popolo il permesso temporaneo di mangiare carne. Poi, per ristabilire l’alimentazione vegetariana, quando gli israeliti lasciarono l’Egitto, Dio fece cadere  la manna, un alimento vegetale adatto a nutrirli durante il loro duro viaggio. Ma poiché gli israeliti continuavano a chiedere con insistenza la carne, Dio gliela concesse, insieme però ad una peste fatale che colpì tutti coloro che ne mangiarono.

Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, e quindi il Cristianesimo, l’insegnamento di Gesù (nato di origine essena, una setta che praticava il vegetarismo),  è stato a tal punto censurato nelle numerose traduzioni e revisioni dei Vangeli che sono quasi sparite le tracce della sua compassione e del suo completo amore per tutte le creature viventi, che si esprimevano anche nel non mangiare carne di alcun tipo, in armonia con la tradizione degli Esseni.

In un “Vangelo secondo Giovanni” tramandato dagli Esseni e dalle Chiese cristiane d’Oriente ma rifiutato dalla Chiesa cattolica, si insegna l’assoluta nonviolenza nei confronti degli animali ed è vietato esplicitamente  di mangiare carne: “Mangiate tutto ciò che si trova sulla tavola di Dio: i frutti degli alberi, i grani e le erbe dei campi, il latte degli animali ed il miele delle api. Ogni altro alimento è opera di Satana e conduce ai peccati, alle malattie ed alla morte”.

I primi cristiani erano  vegetariani. E lo furono anche i veri Padri della Chiesa, come San Giovanni Crisostomo, San Girolamo, Tertulliano, San Benedetto, Clemente, Eusebio, Plinio e molti altri.
Ma quando il Cristianesimo volle diventare la religione di Stato dell’Impero Romano, durante il concilio di Nicea vennero radicalmente alterati i documenti originali, i “correttori” nominati dalle autorità ecclesiastiche eliminarono dai vangeli qualsiasi riferimento al non mangiare carne: tradussero con il termine “carne”, per ben diciannove volte, il termine greco originale “cibo” e scelsero la versione “dei pani e dei pesci” a quella, contemporanea a Cristo, del miracolo della “moltiplicazione dei pani e della frutta”. 

Ciò non ostante anche in  seguito alcuni  santi cristiani sono stati vegetariani. Basti pensare al più famoso di tutti, San Francesco, il quale, nel suo amore per tutte le creature viventi, si nutriva esclusivamente di pane, formaggio, verdure e acqua di fonte.

La compassione che sta alla base di ogni “fede” va ricercata interiormente, e mangiare carne, diceva Lev Tolstoi “è immorale perché presuppone un’azione contraria al sentimento morale, quella di uccidere. Uccidendo, l’uomo cancella in se stesso le più alte capacità spirituali, l’amore e la compassione per le altre creature.”

Quindi,  a che serve giustificare o preferire una religione all’altra? Sono le persone che fanno la differenza! Sono tutti quegli uomini e quelle donne “compassionevoli” che non si limitano a riti esteriori ma che nutrono compassione per se stessi e per tutte le altre creature.

Insomma, ricapitolando,  l’Induismo, l’Ebraismo, l’Islamismo e il Cristianesimo contengono di fondo lo stesso messaggio di compassione e nonviolenza, ricordo anche le parole del Buddha nel Dhammapada: “In futuro, alcuni sciocchi sosterranno che io ho dato il permesso di mangiare carne,e che io stesso ne ho mangiata, ma io non ho permesso a nessuno di mangiare carne, non lo permetterò ora, non lo permetterò in alcuna forma, in alcun modo e in alcun luogo”.

Paolo D'Arpini

sabato 25 giugno 2011

Vegetarismo e Bioregionalismo - L'impatto degli allevamenti industriali sull'ambiente


"Asino che guarda oltre la prigione"  Foto di Gustavo Piccinini

Ecco diversi pareri di  veterinari ASL  sulle conseguenze della produzione industriale di carne in Italia e nel mondo:

Il sistema industriale di produzione carne non è sostenibile, tutta la filiera minaccia di implodere. Aumento di produzione, innalzamento dei costi, abbassamento dei ricavi sono temi noti da tempo. Collegare il reale impatto ambientale con il costo di un prodotto, carne bovina o uova o altro, è un approccio nuovo che potrebbe aiutare a lanciare le filiere etiche… (Giulia)

Consiglio la lettura, a questo proposito, di un articolo pubblicato su Le scienze dal titolo: “Hamburger a effetto serra”, in cui l’autore analizza l’impatto ambientale dell’allevamento bovino; un unico dato: produrre la quantità di carne bovina consumata annualamente dallo statunitense medio genera la stessa quantità di gas serra prodotta da un’auto guidata per quasi 3000 chilometri. (Raffaele)

In Italia siamo 60 milioni di abitanti e consumiamo circa un centinaio di chili di carne a testa, per lo più come in Europa e negli Stati Uniti. E così per soddisfare i nostri appetiti macelliamo circa 500 milioni di polli all’anno, 4 milioni di bovini e 13 milioni di suini, ma siccome non ci bastano il resto lo importiamo. Ma sul pianeta Terra viviamo in 6 miliardi e mezzo e gia’ adesso in molti muoiono di fame, altri che la carne la vorrebbero ma non possono permettersela. Tra qualche anno diventeremo 10 miliardi, si potrà produrre carne per tutti? C’è chi dice che sarebbe il suicidio del pianeta. Fao, Onu, Ipcc avvertono che il 18% dei gas serra che alimentano i cambiamenti climatici sono frutto degli allevamenti, che battono tutte le altre attività umane, comprese le emissioni dell’intero parco auto del pianeta. Per produrre un chilo di carne di bovino si consumano 15.000 litri di acqua e cereali per dieci volte il peso dell’intero animale – cereali che potrebbero sfamare molte piu’ persone – Non basta. Più della metà degli antibiotici prodotti sono usati per uso zootecnico. Le malattie negli allevamenti intensivi aumentano, ma poi aumentano anche ceppi di batteri resistenti agli antibiotici e le malattie umane da benessere come le patologie coronariche, il diabete, l’obesità che derivano anche da eccessivo consumo di alimenti animali. Senza contare il problema della montagna di liquami ed escrementi che inquinano le acque e non sappiamo più dove mettere. Il paradosso è che più si produce carne a basso costo, grazie a questo modello di allevamento industrializzato, e più aumentano i costi per l’ambiente, e l’agricoltura è la prima vittima di un paradigma economico che non regge più. Eppure le soluzioni ci sarebbero, andrebbero però attuate subito, prima che sia troppo tardi. (Marco)

La consistenza tecnica di questi pareri avvalora e giustifica la scelta vegetariana anche in termini di ecologia, sia nell’aspetto dell’ecologia fisiologica del corpo umano che quella ambientale del pianeta. Senza una svolta radicale nel sistema alimentare difficilmente la specie umana potrà sopravvivere all’olocausto annunciato.

Di questo argomento se ne è ampiamente discusso  durante il 17° incontro della Rete Bioregionale Italiana tenuto il 18 e 19 giugno u.s. a Ospitaletto di Marano (Emilia) in piena zona di produzione lattiera e di carne da macello.

(Resoconto: http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/2011/06/24/resoconto_e_significato_del_17.html)

Paolo D’Arpini
Referente P.R. Rete Bioregionale Italiana



 Alcuni dei partecipanti all'incontro bioregionale di Ospitaletto di Marano (Modena) - 19 giugno 2011

martedì 14 giugno 2011

Discorso sull'alimentazione bioregionale secondo Caterina Regazzi e Stefano Panzarasa


Queste mie poche righe sono scaturite a seguito di una discussione telematica avuta con Stefano, un amico di Paolo e aderente da tempo alla Rete Bioregionale, sulla necessità o sulla possibilità di un'alimentazione vegetariana, vegana od onnivora.

Le nostre opinioni sono differenti e questa differenza si basa sull'educazione ricevuta, sul vissuto personale ed anche sulla propria fisiologia, sulle abitudini alimentari e su fatti antropologici, sociali e, per alcuni, anche etici.

Si parlava del fatto che l'uomo di oggi, con tutte le risorse che abbiamo, potrebbe tranquillamente alimentarsi senza ricorrere alla carne ed ai prodotti di origine animale.
Io replicavo che non si può secondo me escludere completamente questi alimenti per motivi etici, perchè la morale secondo me dovrebbe essere un aspetto condivisibile da tutto il genere umano. Per esempio, uccidere un uomo credo che eticamente, sia inconcepibile per tutti.
Mangiare la carne di un animale cacciato o allevato, per alcune popolazioni potrebbe essere una delle poche risorse alimentari disponibili (steppe, ghiacci polari).

Scrivevo: "ma se gli animali non vanno mangiati per questioni “etiche” cosa possiamo dire agli abitanti dell'Alaska o delle steppe della Mongolia? Che devono traslocare nella foresta equatoriale o a casa nostra? Qualcuno potrà obiettare che i vegetali oggi possono essere spediti.. e la campagna ecologista per Km. Zero?"

Stefano replicava così:
Ti rispondo sperando di farmi capire:
Il bioregionalismo coniugato con l'ecologia profonda hanno risolto da tempo questo dilemma (ma molti non lo hanno ben compreso perché la soluzione è tanto semplice quanto difficile da accettare nella nostra società), non è questione di scelte etiche o quant'altro, è solo questione che ognuno nel suo territorio deve mangiare ciò che gli serve per vivere degnamente e far vivere degnamente gli altri esseri.
Detto ciò visto che gli umani hanno cercato di occupare tutto il pianeta anche in posti estremi e quasi inaccessibili, se proprio vogliono continuare a viverci possono certamente farlo in armonia con gli altri esseri quindi in questo senso la caccia è giusta perché serve per sopravvivere ma niente di più (casomai però bisognerebbe interrogarsi sul perché noi umani vogliamo sempre stare dappertutto e qualche spiegazione la può dare la nostra storia eco-sociale - ma non è il caso di parlarne ora altrimenti non finisco più...)”.

Io ho replicato: Da che mondo è mondo l'uomo si è sempre spostato ed ha cercato di ambientarsi in "nuovi mondi" ricorrendo alle risorse che prima gli dava la natura e poi lui stesso si ingegnava ad ottenere (pelli di animali e poi pellicce e poi tessuti più o meno naturali, fuoco acceso e poi riscaldamento, lunghi tragitti a piedi o su zattere, poi transatlantici e jet).
Anche gli animali del resto fanno le loro trasmigrazioni, tante specie di uccelli migrano, gli elefanti del Serengeti pure si spostano per cercare l'acqua.
E noi umani, perchè ci spostiamo? E chi lo sa? Io non sono un'antropologa e posso solo farmi, come te, questo quesito. Penso che in certi casi la spinta sia il ricercare un ipotetico miglioramento delle condizioni di vita (vedi le migrazioni di oggi) e in certi casi pura curiosità e desiderio di avventura, cosa che agli altri esseri viventi, mi pare manchi.
E' lo stesso motivo per cui io e te stiamo qui a discutere, forse, puro amore per la comprensione del mondo che ci circonda, degli altri (tu, per me in questo caso), e soprattutto di noi stessi.
Sarebbe bello ritornare ad una naturalità più "profonda" possibile (parliamo o non parliamo di "ecologia profonda"?), ma allora quante sono le cose a cui noi facciamo ricorso che non sono in sintonia?
Ti faccio qualche esempio: qual'è quella donna che non fa ricorso alla contraccezione chimica o meccanica? Perchè non onoriamo la vita lasciando venire al mondo tutti i figli che, secondo natura, ognuna di noi potrebbe avere (io per esempio ho avuto solo una figlia)? Usare computer, telefoni, automobili, comporta che dietro a questi semplici gesti ci siano fabbriche che per funzionare utilizzano petrolio, producono rifiuti, scarichi, onde elettromagnetiche e noi neanche ci pensiamo o se ci pensiamo..... cosa possiamo fare? Ridurre al minimo l'impatto direttamente dovuto al nostro modo di vivere. In questo ci rientra secondo me anche il consumare o meno alimenti di origine animale. Non so se hai letto l'intervento che ho fatto alla Festa dei Precursori, io, per ora, la penso così, ma niente esclude che possa cambiare idea, discutendo con persone come te, appassionate, ma disposte ad ascoltare anche le opinioni altrui.

Caterina Regazzi