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mercoledì 22 agosto 2012

Liberarsi dalle tendenze innate attraverso l'osservazione dei meccanismi mentali e la comprensione degli archetipi primordiali.... (Spiritualità Laica)

Auto-osservazione - Particolare di un affresco di Carlo Monopoli


Interessandomi  di archetipi ancestrali e di ricerca sulle tendenze innate, legate agli aspetti elementali ed energetici presenti in natura e nell’uomo, ho sempre avuto un debole per lo studio della psicologia (anche in chiave emozionale).

Oltre a studiare ed a commentare il Libro dei Mutamenti, I Ching, una vera sorgente di indirizzi ed immagini psichiche,  ho scritto anche degli articoli comparativi  sulla correlazione fra la psicanalisi junghiana e sulla psicologia transpersonale e le teorie del Sé profondo vicine alla filosofia Advaita dell’India  (alcuni potete leggerli qui: http://www.circolovegetarianocalcata.it/veggente-hou ).

Inoltre ho intavolato spesso e volentieri discussioni e scambi di vedute con amici psichiatri, psicologi e psicoterapeuti… a volte opponendo alla visione tecnicistica della scienza attuale una visione olistica e psicosomatica. Nell’analisi psicologica dei soggetti trattati, secondo me, occorre tener presente che la comprensione degli stati psichici esaminati nell’individuo “osservato”  necessitano di una buona dose di commistione ed empatia, ovvero lo psicologo deve essere anche un po’  “intrigante e speculativo”.  
Intrigante deriva da intrigo (macchinazione, trama,  intesa, etc.) questa parola esprime un sacco di doppi sensi, a volte viene usata nell’accezione positiva, in quanto una cosa intrigante é interessante, varia, divertente, attraente… oppure nel senso negativo il che significa confusa, cunning,  con risvolti celati, etc. 

Il termine "speculazione" esprime un altro aspetto tipico dell’analisi, oltre quello dello specchiarsi… anche indagine, ricerca, riflessione, pretesto…

L’empatia ed il transfert sono necessari per la comprensione dei giochi della mente, la compartecipazione ed il riconoscimento di condividere tutti gli aspetti esaminati, questo é il solo modo -secondo me- per poter trovare soluzioni agli squilibri ed alle disfunzioni della psiche.

Perciò lo psicoterapeuta dovrebbe svolgere anche una funzione sacerdotale, sciamanica… e questo non è un atteggiamento eretico… anzi proprio questo atteggiamento consente di apportare elementi di guarigione…  All’inverso dove c’è assunzione di sanità nell’osservatore e riconoscimento di insanità nell’osservato, subentra una sorta di strumentalizzazione della “malattia” e di uso medico-terapeutico falsato…

Tutti gli essere umani sono uguali, nessuno ha il diritto di considerarsi un essere umano superiore ad un altro. Chi riveste un ruolo istituzionale è sempre una persona, alla pari di ogni altra.

Quel che è in noi è anche nell'altro, altrimenti non potremmo riconoscerlo... Anche chi giudica può essere giudicato e chi riveste ruoli di rappresentanza di una intera categoria dovrebbe rispettare per primo i principi di cui si fa garante. Possiamo essere pedanti psichiatri tecnicisti e  passivi e continuare a lamentarci che la conoscenza della mente è un aspetto della fisiologia oppure essere elementi attivi, costruttori di un sistema olistico,   consapevoli che corpo, mente e spirito sono un tutt'uno inseparabile!

Dico tutto ciò dopo aver parlato per un paio d'ore con Michela, una amica psicoterapeuta, nel viaggio di ritorno da Amandola del 20 agosto 2012 (vedi resoconto di Caterina Regazzi: 
http://paolodarpini.blogspot.it/2012/08/amaldola-abbazia-di-san-ruffino-e-bagno.html), ed ho pensato di inserire queste riflessioni, come una integrazione al discorso fatto, soprattutto in merito al problema di come superare le "tendenze innate" senza cadere vittime di nuove "tendenze correttive".... (nel qual caso il karma si ripete, sia pur  modificato).

Paolo D'Arpini

venerdì 3 agosto 2012

Ipnosi regressiva e ricerca laico-scientifica sul fenomeno della reincarnazione o metempsicosi

Proiezioni vitali


A chiunque di noi sarà capitato qualche volta di vedere una persona sconosciuta o entrare in un posto mai visto e avere la sensazione di conoscerli già. Si tratta del così detto déjà vu. Chi crede nelle vite passate non può fare a meno di chiedersi se quella persona o quel luogo appartengano a una vita precedente.

Questa idea appare bizzarra a noi occidentali, che siamo tanto razionali e tanto legati a questa nostra vita terrena dopo la quale, al massimo, ci potrà essere ad aspettarci solo il Regno dei cieli..

Nelle filosofie orientali, invece, la reincarnazione è comunemente accettata.  Ci si reincarna migliaia di volte, a seconda del karma, – cioè delle azioni compiute nelle vite precedenti, che determinano le vite successive-  fino all’illuminazione, stadio in cui non ci si reincarna più e ci si unisce al Tutto o ci si incarna per aiutare gli altri. 

L’ipnosi regressiva

L’ipnosi regressiva è uno strumento usato comunemente dalla psicoterapia per far riaffiorare dallinconscio ricordi, eventi o traumi dell’infanzia o del passato che influenzano la vita presente di un paziente e gli provocano dei problemi psicologici.
Tuttavia la normale ipnosi regressiva ha cominciato ad assumere connotati inquietanti quando sotto ipnosi alcuni pazienti hanno cominciato a descrivere situazioni collocabili in epoche e luoghi del tutto slegati dalla loro vita presente. Il caso più frequente è quello di pazienti che cominciano inaspettatamente a parlare lingue che in realtà non conoscono o che descrivono nei dettagli luoghi in cui non sono mai stati.

A volte i pazienti rivivono sotto ipnosi la propria morte e spesso è a causa di una morte particolarmente violenta (soffocamento, annegamento, sepoltura da vivi, etc) che le persone si portano dietro fobie o dolori fisici altrimenti inspiegabili e fino al momento dell’ipnosi inguaribili.  

Brian Weiss, il più famoso sostenitore dell’ ipnosi regressiva a livello mondiale, nel suo libro Molte vite molti maestri racconta ad esempio la storia di Cathrine, una sua paziente affetta da depressione e attacchi di panico, che durante le sue regressioni ha raccontato i particolari di incredibili vite come quella nei panni di una sacerdotessa nell’antico Egitto, quella nell’identità di Aronda, morta durante un’immane inondazione circa 2000 anni prima di Cristo o quella nelle spoglie di un giovane guerriero trafitto alla gola da un nemico nel 1400.

Il dottor Weiss ha assistito alla completa guarigione di Cathrine proprio grazie al riaffiorare di questi ricordi. Le sue fobie, ad esempio, derivavano dai traumi legati alle morti violente.

Da allora, cioè dal lontano 1980, di ipnosi regressive nelle vite passate il dottor Weiss ne ha condotte molte e ha scritto tanti libri sull’argomento. Uno di questi, dal titolo Lo specchio del tempo ha allegato un cd che guida verso l’autoipnosi. Weiss sostiene infatti che ciascuno di noi dovrebbe imparare ad esplorare le vite passate per andare a cercare le cause dei conflitti attuali  e risolvere molti dei propri disturbi fisici ed emozionali (chi scrive questo articolo, invece, sconsiglia vivamente l’ipnosi regressiva “fai da te”).
In Italia la regressione nelle vite passate si pratica da pochi anni.

E’ nata solo nel 2005 l’AIIRE, cioè l’Associazione Italiana Ipnosi Regressiva, il cui presidente è il dottor Angelo Bona, una sorta di Brian Weiss italiano.    

I messaggi

Nel corso delle sedute di ipnosi regressiva spesso gli psicoterapeuti si imbattono nei cosiddetti “messaggi dei maestri”, cioè in anime altamente evolute che attraverso i pazienti si mettono in contatto con loro per dare delle piccole lezioni sulla vita. I maestri ci dicono ad esempio che la Terra è un pianeta-scuola in cui si reincarnano le anime che si devono purificare. E’ proprio la legge del karma di cui da millenni ci parlano le filosofie orientali a regolare le reincarnazioni: in ogni vita noi mettiamo delle cause di cui raccoglieremo inevitabilmente gli effetti, in parte nella vita stessa e in parte nelle vite successive.

La responsabilità dei nostri problemi è dunque solamente nostra e in noi risiede anche la possibilità di capire dove sbagliamo e cambiare il nostro comportamento. Acquisendo coscienza di questo ordinamento causale, dice Brian Weiss, si smette di sentirci vittime degli altri o incapaci di cambiare le cose e “si comprende che la vita non ha un senso punitivo ma educativo”.

I maestri ci dicono anche che vita dopo vita possiamo incontrare nuovamente sia le persone a cui siamo più legati che quelle con le quali abbiamo delle difficoltà di relazione: ciascuno di noi farebbe parte infatti di una famiglia di anime, e incontrerebbe le stesse anime (anche se cambierebbero continuamente i sessi e i rispettivi ruoli) finché non riuscirà a sciogliere i relativi nodi karmici.    

Le teorie

Ma cosa ne pensa la comunità  scientifica? Esistono veramente le vite passate o no?

Le teorie finora elaborate per spiegare ciò che può accadere durante una seduta di ipnosi regressiva sono sette e meritano di essere ricordate tutte (fonte: dottor Chisotti Marco):  

1) Teoria della fabulazione cosciente: ritiene che il racconto del soggetto ipnotizzato corrisponda a un sogno guidato. Quando costui racconta all’ipnotista una storia di vita, non serve indagare se è vera o falsa, ma usarla con buona fede per aiutarlo; essa deve solo essere coerente.

2) Teoria delle personalità multiple: spiega che le visioni in regressiva non sono altro che prodotti di atteggiamenti schizofrenici o quasi, cioè appartenenti a parti scisse dell’Io.

3) Teoria della giustificazione e motivazione, valore simbolico o soluzione di un problema di vita attuale: ritiene che gli episodi emersi in regressiva servono per soddisfare il bisogno del soggetto di trovare una giustificazione per il suo problema, che se non è già stata individuata nel presente viene pertanto estrapolata dal passato.. Questa teoria spiegherebbe perché certe persone che conducono una vita amena e spiacevole, in regressione si vedono come persone ricche e importanti; semplicemente per compensazione psicologica.

4) Teoria della gelificazione dei ricordi di chi si è stati: si basa sulla teoria dei memi e spiega che durante la regressione si otterrebbero elementi ereditari di natura mnemonica riguardo esperienze passate. Quest’ottica serve per creare connessioni logiche tra la storia del cliente e quella di altri suoi familiari (se non coi genitori magari con nonni o bisnonni, coi quali riconoscersi), che venga supportata scientificamente.

5) Teoria degli universi paralleli: ritiene che in regressiva possano emergere ricordi che appartengano al proprio doppio esistente in un universo parallelo (che non è un altro universo esterno a questo). Questa teoria può essere utile per disidentificare il soggetto con ciò che ha “ricordato”, però per fargliela accettare ci vuole un po’ di tempo.

6) Teoria della reincarnazione: ritiene che in regressiva possano emergere ricordi di una propria vita passata, e che quindi tramite essi si possano sbloccare traumi “karmici” che hanno riversato il loro influsso negativo sulla vita attuale.

7) Teoria del ricordo collettivo: spiega che in regressiva possono emergere memorie provenienti dall’inconscio collettivo. Se provengono da una collettività diversa dalla propria, la spiegazione può rimanere plausibile in base alla teoria dei campi morfogenetici.  

L’ipnosi progressiva

La più  moderna tecnica di ipnosi non si sposta più indietro sulla linea del tempo, ma va in avanti. Si chiama, appunto ipnosi progressiva. Non si tratta tuttavia di andare a vedere veramente ciò che sarà, quanto piuttosto di un viaggio che la nostra parte creativa fa per fissare degli obiettivi o per provare a risolvere problemi che nel presente risultano ingestibili.

Di questo viaggio creativo e “costruttivista” al risveglio rimane nella mente del paziente un ricordo che lo arricchisce e lo rende più forte: se infatti è riuscito a cambiare il presente sotto ipnosi, grazie alla guida dello psicoterapeuta, ha fiducia di avere le risorse per cambiarlo anche nella realtà..  

Così  si esprime a riguardo il dottor Marco Chisotti, uno dei migliori ipnologi a livello europeo, e pioniere dell’ipnosi progressiva:il principio su cui si basa l’ipnosi è la costruzione nell’individuo di una stato mentale funzionale all’obbiettivo che si desidera raggiungere.

La vera portata del lavoro con la trance ipnotica è proprio questo, utilizzare lo stato mentale permettendo alla persona di cambiare le proprie abitudini, credenze, convinzioni, apprendendo con facilità un nuovo modo di comportarsi, pensare, vivere le proprie emozioni, e questo è reso accessibile con   l’uso dell’ipnosi e degli stati mentali connessi.”

Con le parole del dottor Chisotti ci tornano i dubbi: i pazienti ricordano veramente le vite passate o se le inventano?

E’ difficile dare una risposta definitiva a questo quesito.  E’ plausibile che sia il nostro emisfero destro del cervello, la nostra parte creativa, a inventare e creare connessioni tra una presunta vita passata e la nostra vita presente.

Tuttavia cosa dobbiamo pensare quando a raccontare le proprie vite passate sono dei bambini di due o tre anni? Che dire ad esempio del piccolo Cameron Macaulay che fin da quando ha cominciato a parlare diceva di aver già vissuto una vita nella lontana isola di Barra e che quando ci è stato portato ha ritrovato tutti i particolari che aveva descritto?  


Giovanna Lombardi

sabato 21 aprile 2012

Anasuya Devi di Jillelamudi, Sai Baba di Shirdi ed il messaggio spirituale laico della Bhagavadgita

Nel 1918   Shirdi Sai Baba, il santo che univa tutte le fedi e compiva mille prodigi, lasciava il corpo mortale, cinque anni dopo nel 1923 nasceva Amma Anasuya Devi. Padre (baba) e madre (amma).

La peculiarità di questi due grandi esseri fu che sin dalla nascita manifestarono la perfezione. Sai Baba era un Nitya Siddha (eternamente perfetto) ed Amma l’incarnazione della Madre Universale.

Il primo non lo incontrai mai fisicamente (per ovvi motivi) mentre la seconda ebbi la grande fortuna non solo di incontrarla ma di trascorrere assieme a lei vari anni, diluiti nel tempo, di beata ed amorosa convivenza.

Paolo D'Arpini e Anasuya Devi a Jillellamudi


Accadde durante quelle permanenze a Jillellamudi che, avvolto nello spirito della Madre, potei comprendere appieno il significato del messaggio del Baba di Shirdi e di altri santi e maestri non-dualisti realmente e fisicamente visti, come ad esempio Nisargadatta Maharaj o Uppaluri Gopala Krishnamurti.

Le lunghe giornate trascorse nella vicinanza ispiratrice di Amma mi permisero di far conoscenza, indirettamente, alcuni grandi santi del passato, come Ramakrishna Paramahansa (quante lacrime versai sul Gospel of Sri Ramakrishna by M.), e come il santo di Shirdi, di cui bevvi gli insegnamenti nel libro Sai Satcharita (in esso si raccontano aneddoti e dialoghi tenuti durante la sua vita).

Purtroppo sia il Gospel di Ramakrishna sia il Satcharita di Sai Baba non sono stati tradotti integralmente (e nemmeno parzialmente). Del primo esiste una rassegna accorpata per argomenti della Ubaldini Editore (che ha perso molto dello spirito narrativo dell’originale) e del secondo abbiamo solo fuggevoli referenze su un breve testo biografico scritto da Arthur Osborne (tradotto anche in italiano da Il Punto d’Incontro). Peccato! Ma almeno posso dire che la lettura di quei volumi fu per me illuminante e fonte di riflessione.

Dovete sapere che sia Amma che Sai Baba piacevano ai membri di tutte le religioni, anche ai cristiani ed ai maomettani, questo perché –a parte l’innegabile potere da essi emanato, non insegnavano in termini contradditori a quelle religioni, soprattutto in merito alla cosiddetta teoria della reincarnazione.

Amma era particolarmente indifferente a tale teoria, diceva che è l’energia divina (Shakti) che da ad ognuno il proprio destino e che noi non siamo responsabili e non dobbiamo perciò sentirci in colpa. Lei affermava che il senso di “libero arbitrio” è solo una componente che consente il compimento di quanto ci è affidato dal destino, similmente fece Shirdi Sai Baba, che era “musulmano” (non nel senso “classico” ovviamente) e visse in una moschea per tutta la vita.

Per entrambi anche gli insegnamenti più sublimi contenuti nei testi sacri, erano solo una “forma di ignoranza per cancellare un’altra ignoranza”, così si espresse Sai Baba commentando un verso della Bhagavadgita.

Tra l’altro ora ricordo un’altra cosa detta da Sai Baba al proposito di come si produce l’accumulo di “vasanas” le tendenze mentali che proiettate causano nuove “incarnazioni”, ovvero attraverso lo “stato d’animo” nel quale l’azione viene compiuta .

Qui voglio fare un inciso anche sulla visione buddista della “reincarnazione” che è intesa non in senso egoico –appartenente cioè allo stesso agente, il quale è in verità considerato irreale- ma come maturazione di processi mentali inespressi che cercano un compimento e procurano una forma “di continuità” manifestativa nella materia.

Ma è nella Bhagavadgita che stasera ho trovato alcune frasi molto esplicative sull’argomento, ovvero sul significato dell’agire nel mondo e della formazione del karma. Ovviamente le ho lette, come dicevano Amma e Sai Baba, nella comprensione che è un’ignoranza (mascherata da conoscenza) per cancellare altra ignoranza (che chiamiamo conoscenza empirica) “, eppure me le sono tradotte  e rielaborate anche alla luce degli eventi vissuti e della mia comprensione attuale.

Paolo D’Arpini


Dalla Bhagavadgita:

Strofa 27.
Ogni azione viene compiuta dalla natura, per mezzo dei suoi modi (guna – stimoli, qualità). L’uomo illuso confuso dal suo egoismo afferma: “Sono io che agisco”.

Strofa 28.
Colui che vede nei rispettivi modi della natura (e nelle conseguenze) comprende che tali pulsioni (causate da memoria e da tendenze ataviche) agiscono attraverso gli organi interni (i sensi e la mente) verso quelli esterni (i nomi e le forme). Egli però non si identifica con quell’agire, oh Arjuna!

Strofa 29.
Ma colui che è illuso dalle pulsioni naturali rimane nell’errore di essere egli stesso a compiere l’azione (di propria libera scelta) e non serve a nulla confondergli la mente (trasmettendogli questa conoscenza).

Strofa 30.
Perciò, dedicando ogni azione al Sé (Atman – l’Io presente in tutti gli esseri) libero da intenzioni e speranze e dal senso di possesso, curata la febbre mentale, combatti oh Arjuna!

Sai Baba in una rara foto a Shirdi

lunedì 12 dicembre 2011

..........indagine sul destino in termini di spiritualità laica

Cicli e ricicli

 
Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta?  Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti?
 
Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire…. E la risposta?
 
Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga..) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorate nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo?
 
Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchitto, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositorio che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico…
 
No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”.
 
Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento…
 
Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli.
 
Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli….
 
Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arabattiamo nel cercare di prefigurarci un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario.
 
Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso.
 
Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane.
 
Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto ed in conoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono.
 
“Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”.
 
Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”.
 
Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione.
 
“Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere”
 
Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente.
 
Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione….
 
Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere….
 
Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta!
 
Paolo D’Arpini
 
 

domenica 7 agosto 2011

7 agosto 2011 - In viaggio verso Treia - Prima tappa: Spilamberto Bologna e ritorno a Spilamberto … to be continued… (forse) – Avventure di Viaggio di Caterina Regazzi e Paolo D’Arpini

Nella foto: la vecchia Appia di Fausto Regazzi, con Gina Cagliari, nel sedile posteriore la piccola Caterina  


A mio padre, Fausto,  non sarebbe mai capitata una cosa del genere…. partire in una giornata da “bollino rosso” senza saperlo e rimanere così, prevedibilmente ma non fino a un tale livello, imbottigliati fino al punto da decidere per un dietro-front.

Si parla tanto di crisi e di diminuzione delle spese degli italiani in vacanze, oltre che del fatto che gli italiani sarebbero diventati “intelligenti” nelle partenze, che non avrei mai creduto, stamattina di trovarmi in una situazione tanto bloccata da sentirmi sequestrata, su quel nastro di asfalto, anche se a tre corsie e nel tratto iniziale a quattro, tra Modena sud e Bologna, completamente fermi per lunghissimi minuti.

Sarà vero che c’è la crisi e quindi le vacanze degli italiani si sono ridotte come durata, ma è ormai diffusa la moda del “mordi e fuggi” , poche giornate in vari periodi dell’estate, per avere l’impressione di essere sempre in vacanza.

Ricordo che invece durante la mia infanzia e giovinezza si facevano i canonici 30 giorni di ferie (ovviamente mi riferisco ai miei genitori), e allora chi poteva permetterselo(ed erano molti, forse più che oggigiorno) prendeva un appartamento in affitto al mare o sui monti. Noi, avendo la casa di Treia ed essendo ancora viva mia nonna Annetta, che non aspettava altro che rivedere fratelli e nipoti, ci recavamo là e ci restavamo per tutto il periodo. Finite le ferie i miei rientravano a Roma ed io rimanevo a Treia con la nonna fino all’inizio della scuola. Allora si che erano vacanze! Oggi, anche quando sei in ferie, se lasci acceso il cellulare, c’è sempre qualcuno che pensa che tu sia indispensabile e di non poter rimandare a risolvere una bega qualsiasi e ti chiama, magari durante la pennichella pomeridiana o mentre stai leccando un gelato al bar della spiaggia.

Oggi osservavo nello specchietto retrovisore le espressioni degli automobilisti compartecipi di tale tortura… sembravano sereni, abituati a subire, a pagare questo scotto per avere la possibilità di raggiungere quelle località agognate per gli 11 mesi di lavoro (per i più). Ma per noi, che a Treia ci possiamo andare quando vogliamo, è così indispensabile andare avanti su questa strada proprio oggi?

Abbiamo la musica di Upahara che ci accompagna e stare in auto con Paolo è sempre un’avventura, fra racconti di santi e considerazioni sulla vita, è molto più che un viaggio, ma quando mi si prospetta di stare in macchina per 5, 6 ore, invece delle canoniche 3, il nervosismo si fa strada in me e sono anche meno disponibile ad accettare quello che “la vita mi riserva”. Ed è così con somma gioia ed entusiasmo che, dopo aver visto che la situazione non accennava a migliorare neanche verso San Lazzaro, dopo aver ascoltato Isoradio che annunciava rallentamenti in vari tratti dell’A14 (ma perché non le chiamano col loro nome? non sono rallentamenti, sono code belle e buone e di chilometri e chilometri!!!) che accetto la proposta di Paolo di tornare a Spilamberto.

La prima uscita, San Lazzaro è nostra, paghiamo (3 euri, quando dovrebbero risarcirci per il danno psicofisico subito), e torniamo indietro tenendoci a debita distanza da autostrade e tangenziali e facendo la strada che per tanti anni ho percorso per andare al lavoro da Bologna a Spilamberto, che passa per i viali di circonvallazione e zona Meloncello.

Quando passo per una Bologna così vuota, di macchine, di pedoni, silenziosa, assolata, verde, la trovo sempre molto bella.

Infine si imbocca l’asse attrezzato e parlando del più e del meno, e anche di cose serie, come il fatto di avere un karma che ci porta inevitabilmente a portare avanti una vita in uno stile nostro proprio, alla ricerca di soddisfazioni materiali, sociali, oppure senza chiedersi e senza cercare nulla più di quello che la vita naturalmente ti offre, nel bene e nel male e con tutte le gradazioni che ci sono di mezzo, arriviamo senza accorgercene a Spilamberto felici e contenti.

Ma chi sarà stato secondo voi più felice di tornare qui, dopo solo 3 ore di auto (per fare 100 km)? Ma la nostra dolce cagnetta Magò, naturalmente!!!

Caterina Regazzi

…………….

Abbiamo appena consumato il pranzo, “al sacco”, che avevamo predisposto per l’arrivo a  Treia: melanzane trifolate e cecionata con bieta, con aggiunta di riso e yogurt (visto che c’è stato abbastanza tempo per cucinare…).

Nello scritto di sopra Caterina parla di “vacanze” che duravano un mese.. per me direi che la vacanza non finisce mai… che mi trovi a Treia od a Spilamberto sono sempre in vacanza.. non mi annoio e qualsiasi cosa faccio è un divertimento.

Per questo motivo non ho provato disappunto allorchè oggi, quasi immobili sull’autostrada, cantavamo mantra ed osservavamo i folli automobilisti che cercavano di guadagnare un posto avanti nella kilometrica fila che ci teneva tutti indietro…

Durante il tragitto (si dice così quando si sta quasi fermi?) a sbalzelloni, frena parti rifrena e riparti, e parlando  dell’ineluttabile legge del karma, mi è venuto in mente un vecchissimo film sugli automobilisti, interpretato da Vittorio Gassmann, cominciava con la scena di un imbottigliamente in una strada caotica di Roma, con strombazzamenti e macchine frementi,  allorchè il protagonista, uomo impegnato nel mondo,  fu preso da un raptus,  non ce la faceva  più a resistere in quel baillame, e sceso dall’auto, che restava lì abbandonata,  scappava su una montagna dove si metteva a fare l’eremita.. vivendo solo di erbe e del latte di qualche capra.. Dopo diversi anni veniva scoperto da un giornalista e la sua storia faceva il giro del mondo.. con il successo ritornava prepotente il  suo destino, apriva un ristorante chiamato “Dall’eremita” ed eccolo ancora lì nel casino metropolitano… Al karma non si sfugge, oppure se si cerca di sfuggire senza consapevolezza ecco che la “forza del destino” ci riporta indietro….

Così pensavo mentre osservavo che –anche volendo- non sembrava possibile lasciare l’autostrada e ritornarsene nell’ameno luogo di vacanza che è per me Spilamberto. Nessuno svincolo accessibile, solo alte muraglie di vetro, guard-rail, e  macchine e macchine incolonnate senza speranza…

Così dopo tre ore di chiacchierate con Caterina.. percorsi i pochi kilometri da Modena a Bologna, appena individuata un’uscita dall’autostrada disponibile “senza desiderio od aspettativa” (salvo il bidone fatto alla proloco di Treia che ha organizzato la Disfida del Bracciale, "apposta per noi...?") immeditamente l’ispirazione si è presentata alla mia mente con lucidità e chiarezza: “torniamo a Spilamberto finchè siamo in tempo…”.

Poi,  ricollocate le stanche membra, nel divano loft del salone, appoggiandomi su morbidi cuscini, mentre il riso bolliva sui fornelli, ecco che nel libretto di barzellette di Geronimo Stilton (un passatempo per l’attesa), ho scoperto una storiella proprio in tono… “Le autostrade si fanno sempre più complicate, si sa quando si entra ma non si sa quando si esce… incidenti, lavori in corso, imbottigliamenti, svincoli che girano su se stessi, etc. etc. Un automobilista sta cercando da alcune ore di uscire da uno svincolo ma gira e rigira si trova sempre allo stesso posto. Si ferma in una piazzola di sosta dove ha notato una famigliola che sta facendo colazione, moglie marito con due bambini. E chiede – scusi signore, sa dirmi come fare per uscire dall’autostrada? – E l’altro – vorrei saperlo anch’io.. pensi che noi non siamo ancora riusciti a rientrare dal viaggio di nozze…-

Forse la barzelletta è un po’ esagerata.. ma non vi nascondo che una volta fuori dell’autostrada ho tiato un respiro di sollievo….

Paolo D’Arpini


Non siamo arrivati a Treia - "Paolo e Caterina"