lunedì 7 marzo 2016

Il contadino invisibile. E gli Organismi Viventi Modificati…invisibili.




Si, per una volta a far compagnia al contadino invisibile ci sono gli Organismi Viventi Modificati (OVM) invisibili, cioè la cosiddetta “nuova frontiera” degli OGM.
Ma andiamo con ordine. Si è appena concluso, il 17 febbraio 2016, presso la sede della FAO a Roma un “Simposio Internazionale sul ruolo delle biotecnologie agricole nei sistemi durevoli e la nutrizione”. Il titolo lascia intendere un grande evento pieno di rappresentanti di paesi, di accademici e di organizzazioni di agricoltori, grandi e piccoli, che discutono, con posizioni assolutamente diverse, di synthetic biology e New Breeding Techniques (NBT, cioè nuove tecniche di creazione varietale) per capirne il valore, l’uso e l’impatto sui sistemi agrari e alimentari. Delusione.


E’ stata una sfilata di pochi paesi, di pochi gruppi di ricerca pubblici finanziati dai privati, in particolare le fondazioni legate alle grandi industrie monopolistiche del settore o al “capitalismo filantropico”. Non hanno presentato niente di nuovo, solo programmi di ricerca e promesse di risultati, a venire, miracolosi o
mirabolanti. Neanche un nuovo prodotto portato a termine è salito sugli schemi delle presentazioni PPT.


E anche tra le presenze nessuna vera sorpresa, escluso forse un programma di ricerca cinese multimilionario finanziato dalla Fondazione Gates per creare un “super riso”. Storia già sentita anche questa: una volta il riso miracoloso doveva essere “d’oro”, ora sarà “super”. L’idea di fondere in una sola varietà le qualità di molte varietà di riso, sia indica che japonica utilizzando NBT, ovvero tecniche di precisione, per pescare il “gene che codifica un carattere” (sic!!) – al momento - è solo l’obiettivo del progetto di ricerca e niente più.

L’industria, ed una piccola pattuglia di governi – sempre gli stessi: alcuni paesi europei, gli USA, il Canada d rapidamente possibile.


L’industria, ed una piccola pattuglia di governi – sempre gli stessi: alcuni paesi europei, gli USA, il Canada ed ora anche Brasile, Cina (che comprando Sygenta deve reclamare il suo spazio nel mercato mondiale delle sementi) – vogliono convincerci che le varietà create utilizzando NBT non sono “OVM/OGM” quindi non
devono né essere etichettate come OGM, né passare, prima di essere commercializzate, attraverso le norme previste per il rilascio di OGM, né tantomeno sottostare alle misure di biosicurezza , ad esempio, previste dal protocollo di Cartagena e, per alcuni aspetti, dalla normativa europea sulla sicurezza dei
prodotti alimentari.


Certo, ci viene raccontato che queste Nuove Tecniche di selezione, NBT appunto, saranno assolutamente precise, chirurgiche, senza sbavature, sotto controllo e sicuramente senza nessun rischio. Per lo più si tratta di tecniche destinate a modificare le caratteristiche genetiche di una pianta e le proprietà delle sue proteine o a preparare del materiale genetico modificato, anche per via transgenica, per poi inserirlo in una pianta non transgenica al fine di provocarne una mutazione che ne sviluppi nuovi caratteri e – se utile - ritirare dalla costruzione ottenuta il gene introdotto.


Le industrie, però, pretendono che su questi “nuovi” prodotti, sui processi per ottenerli e sulle loro componenti sia riconosciuto un brevetto industriale (o una qualche forma esclusiva di diritto di proprietà industriale). Detto diversamente: dopo aver trascritto la mappa genetica di una pianta o di un animale e aver identificato o scoperto un gene interessante da trasferire via NBT magari su una varietà locale trovata nel campo di un contadino, l’industria pretende che il risultato – la varietà locale che esprime nuovi caratteri - sia un’invenzione e quindi richiede che sia tutelata attraverso un brevetto industriale. Ciò significa ottenere il monopolio esclusivo per la sua utilizzazione commerciale.


Una conseguenza immediata di tale processo sarà, visto che lo stesso gene può trovarsi in altre piante della stessa specie o in selvatici apparentati o in varietà locali coltivate fuori del regime industriale del mercato delle sementi, che l’agricoltore che si troverà in possesso di una pianta analoga sarà considerato un “ladro”. Di sicuro si tratta di tecniche di ingegneria genetica quindi non possono non essere considerate OGM e, pertanto, a tali “nuovi” prodotti si applicano le norme esistenti. In Italia, in base alla legislazione ancora vigente, i prodotti ottenuti con le tecniche sopra descritte non possono essere immessi in commercio, coltivati o sperimentati in pieno campo, ma questa non è una consolazione! Evitiamo per il momento di riflettere sull’impatto dei prodotti delle NBT sui sistemi agrari locali, sull’agricoltura contadina e sulla sovranità alimentare dei paesi, oltre che dei popoli.


Viene, inoltre, affermato in merito alla questione, proprio dal ministro delle politiche agricole Martina, che “… abbiamo voluto investire in ricerca pubblica 21 milioni di euro per biotecnologie sostenibili e agricoltura di precisione e digitale. Sono frontiere decisive per costruire il futuro delle nostre filiere e per garantire meglio il reddito dei nostri produttori, a partire dai piccoli”. Questo ci aiuta a capire perché l’Italia, al momento, sembra allinearsi dietro la posizione dei Paesi Bassi che – nella discussione in corso nella UE sulla normativa da applicare ai prodotti della synthetic biology e sulle NBT – sostengono una totale deregulation “…perché questi prodotti non sono OGM…”.


Prepariamoci a scovare gli OVM/OGM invisibili se non vogliamo che qualche gene brevettato tirato via dal farro finisca nei campi coltivati e ci vengano a chiedere di pagare le royalties sul brevetto o ci impongano di bruciare il campo.


Antonio Onorati di Crocevia




1.
Synthetic biology is an interdisciplinary branch of biology and engineering. The subject combines various disciplines
from within these domains, such as biotechnology, evolutionary biology, molecular biology, systems biology, biophysics, computer engineering, andgenetic engineering..

2 Gli OGM sono prodotti dell’ingegneria genetica, ovvero organismi diversi dagli esseri viventi “il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica
naturale”(art. 2, Dir. n. 2001/18/CE)

domenica 6 marzo 2016

Bioregionalismo sul campo: 4 proposte di legge per l'Agricoltura Contadina


Esiste un numero imprecisato di persone che praticano un'agricoltura di piccola scala, dimensionata sul lavoro contadino e sull'economia familiare, orientata all'autoconsumo e alla vendita diretta; un'agricoltura di basso o nessun impatto ambientale, fondata su una scelta di vita legata a valori di benessere o ecologia o giustizia o solidarietà più che a fini di arricchimento e profitto; un'agricoltura quasi invisibile per i grandi numeri dell'economia, ma irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra (soprattutto in collina, montagna e nelle zone economicamente svantaggiate e marginali), per conservare ricca la diversità di paesaggi, piante e animali, per mantenere vivi i saperi, le tecniche, i prodotti locali e popolate le campagne e la montagna . "   (2009, premessa della petizione)

La Campagna per l'agricoltura contadina è promossa da una rete di associazioni e contadini che si arricchisce giorno dopo giorno di nuove adesioni

Per questa agricoltura; che rischia di scomparire sotto il peso delle documentazioni imposte per lavorare, nonchè di regole tributarie, sanitarie e igieniche gravose, del tutto inadeguate e slegate dal mondo contadino.
Per ottenere che la realtà contadina sia riconosciuta; e i contadini e le contadine  siano  qualificati per la loro figura sociale inestirpabile dal territorio; affinchè questo bene comune sia ben distinto dalle norme pensate per un'agricoltura imprenditoriale e industriale.
Per ottenere la rimozione degli impedimenti burocratici e dei pesi fiscali che ostacolano il lavoro dei contadini e minacciano la loro stessa permanenza sulla Madre Terra.

Breve storia della campagna contadina

 

Il 17 gennaio 2009 fu avviata la "Campagna popolare per il riconoscimento dei contadini e per liberare il loro lavoro dalla burocrazia" (comunicato stampa 2009), tra i rappresentanti delle prime organizzazioni promotrici e contitolari dell'iniziativa:  Associazione Antica Terra Gentile (Lessinia),  Associazione nazionale Civiltà Contadina,  Associazione Consorzio della Quarantina (Liguria),  Rete Corrispondenze Informazioni Rurali,  Rete Bioregionale Italiana.  Primi sostenitori furono il collettivo Critical Wine di Genova e la rete Ruralpina;
Il gruppo delle associazioni promotrici ha avviato una petizione con raccolta firme dal 2009  (Clicca Qui)  che ha portato a un aumento dei promotori e sostenitori dell'iniziativa e si sono avuti i primi contatti col ministero  dell'agricoltura;
Nel 2010  è stato elaborato un primo testo che trasformava in proposta di legge i contenuti della petizione. È possibile scaricare il testo da Questo collegamento;
Cambio di ministri e di governi hanno interrotto gli sviluppi della nostra iniziativa in ambito ministeriale e si sono cercate strade alternative che hanno portato nel 2013 alla stesura delle nuove Linee Guida (vedi Comunicato e Linee Guida), presentate in Parlamento il 10 ottobre 2013;

Inizia il 2014 che la FAO ha designato come anno internazionale dell'agricoltura familiare e contadina;
A fine gennaio l'editrice AAM Terranuova  ha poi avviato un'ulteriore petizione on line per raccogliere firme a sostegno della campagna contadina e 
nei mesi seguenti del 2014 vengono svolti vari eventi sul territorio nazionale per celebrare l'anno Internazionale dell'agricoltura famigliare e Contadina grazie a un comitato di associazioni che si è appositamente costituito e che oltre a quelle aderenti alla presente campagna ha visto la partecipazione di altre associazioni e di ONG che operano in vari paesi.
Alcuni parlamentari di vari schieramenti politici ci contattano manifestando interesse per l'agricoltura contadina  e si arriva al 2015  con la presentazione di 3 proposte di legge che riguardano in toto o in parte il tema della nostra campagna contadina

Ottobre 2015: inizio esame in commissione agricoltura della Camera dei Deputati della proposta di legge sull'agricoltura contadina depositata da On. Zaccagnini (SEL), prima proposta depositata. Discussione poi rinviata a gennaio 2016 considerata la presenza di altre proposte di legge già depositate e un altra in arrivo hanno deciso di rinviare esame  e di discutere eseminando insieme tutte e 4 le pdl che verranno quindi accorpate.

sabato 5 marzo 2016

Macerata, 12 marzo 2016 - Al Museo della Tessitura dibattito sull'operosità claustrale di Camilla Battista



Il Museo della Tessitura- laboratorio la Tela e l’Associazione Arti e
Mestieri di Macerata e Camerino, presentano un evento culturale
dedicato a una grande donna, Camilla Battista, figlia di Giulio da
Varano, principessa, clarissa e santa, nel V anniversario della sua
canonizzazione.


L’Associazione Arti e Mestieri, in occasione della ricorrenza della
giornata dedicata alle donne, vuole far risaltare, attraverso la
figura femminile di una intellettuale illuminata come Camilla
Battista, il ruolo femminile nella vita di corte, un ruolo spesso
messo ai margini da una storia scritta da uomini per soli uomini.
Il Museo della Tessitura, sabato 12 marzo alle ore 17,00, vuole
ricordare la passione di una donna assetata di profondo amore, fino a
diventare un’icona vivente per tutti coloro che sono chiamati alla
vita di speciale consacrazione, e presentare quanto, dell’antica
operosità claustrale, ancora respira fra le stanze del laboratorio la
Tela.


La Tavola rotonda avrà luogo c/o Il Museo della Tessitura –
Laboratorio la Tela, Vicolo Vecchio, 6 62100 Macerata alla presenza
del Rettore dell’Università di Camerino prof. Flavio Corradini,
modererà l’incontro il Presidente dell’Associazione Arti e Mestieri di
Macerata e Camerino, Massimo Costantini, con gli interventi di:
• Dott. Daniele Salvi - "Venti anni di Quaderni del Consiglio regionale"
• Mons. Sandro Corradini: "Appunti su francescani ed umanisti attorno
a santa Battista Camilla Varano"
• Padre Ferdinando Campana: Santa Camilla Battista: la donna e la
santa nel suo tempo e nel suo ambiente
• Maria Giovanna Varagona: I gigli di Camilla – la tessitura a
liccetti nel convento di Santa Chiara
Si ringrazia per la collaborazione Antonia Siega che leggerà alcuni
brani tratti dall’autobiografie di Santa Camilla Battista da Varano.


Sabato 12 marzo 2016  dalle ore 17:00 alle ore 20:00

Museo della Tessitura – Laboratorio la Tela, Vicolo Vecchio, 6 Macerata

L’evento è gratuito, ma, per motivi organizzativi, è gradita la prenotazione:
 museo@latela.net,


venerdì 4 marzo 2016

Antonio Castronovi: "In nome dell'occupazione abbiamo devastato territori, legami sociali e saperi contadini..."



Massafra è il mio paese d’origine, dove sono nato ed ho trascorso gli anni giovanili della mia esistenza e dove è iniziata la mia formazione politica e sindacale. Mi capita raramente di scrivere della sua gente, del suo territorio, delle sue bellezze e delle sue bruttezze. Di com’era e di com’è diventata o di come sarebbe potuta diventare con l’azione e l’intervento consapevole dell’uomo e della buona politica. È collocata alle porte di Taranto venendo da Bari, e confina ad est con l’area industriale dove è collocato il “mostro” Ilva. 

Pier Paolo Pasolini pubblicò il 18 marzo del 1951 su “Il Quotidiano” dal titolo “I trulli di Alberobello” un articolo dove a proposito di Massafra, con lo pseudonimo di Paolo Amari, scriveva tra l’altro: “.. Massafra sorge su un colle spaccato a metà da un torrente… Un breve ponte di pietra è sospeso sul canyon grandioso, aperto, in fondo, verso la pianura salentina, inazzurrata da foschie sempre più stagnanti e incantate man mano che si avvicinano al mare… Al di là del ponte si trova il centro della città, una piazza affollata, verso sera, come in un giorno di festa. E’ una calca di uomini vestiti di nero e ragazzi disegnati col diamante e il carbone. Attorno a questa piazza si aggrovigliano, come visceri, i vicoli e le stradine scoscese, attraverso cui si regrediscono fino nel cuore del tempo. Il puro medioevo, intorno…” . Pasolini descriveva un paese arcaico e povero, di braccianti e contadini, che conobbe fin dai primi del ‘900 episodi eroici di lotta di popolo contro gli agrari prima e contro il fascismo nascente subito dopo. 

Un paese arrampicato con le sue umili e misere case-grotte sui fianchi delle sue gravine, un paese dove si mangiava il pane nero, il pane dei poveri. Così la raccontava Rocco Scotellaro, il sindaco-poeta di Tricarico, in una sua poesia del 1947 : “Assediato com’è questo piano d’ulivi azzurri in fondo al mare, il dirupo separa Massafra sorta sulla grotta di tufo, c’è un silenzio di novembre sotto i pini di stazione. Siamo in due a domandarci, semmai tutti gli uomini a quest’ora hanno preso tra ai denti un pane nero”. 

A distanza di anni il suo paesaggio è cambiato. I selvatici paesaggi rupestri che la circondavano sono stati in gran parte cancellati dallo sviluppo edilizio, urbano e industriale. I suoi contadini e braccianti sono diventati metal-mezzadri, non si mangia più il pane nero, e oggi vive la decadenza della fine del miraggio dell’industrialismo e le conseguenze anche sul suo territorio dell’inquinamento ambientale. Certo è che un senso di profondo sgomento mi afferra ogni volta che mi capita di visitare questa terra e di scoprire che la sua natura, con i suoi profumi e i suoi colori, è stata devastata e oltraggiata dall’intervento umano e che luoghi e spazi aperti della mia giovinezza sono ormai scomparsi, sommersi dal cemento, dalle discariche, dall’inquinamento ambientale dell’Ilva e non solo. 

Quando ci ritorno, tra le altre cose, amo andare al mercato per riscoprire e riassaporare odori e sapori antichi, e mi ritrovo spesso a domandarmi dell’origine e della provenienza dei prodotti esposti, evitando di acquistarli nel caso in cui la loro provenienza risulti essere troppo prossima alle zone inquinate. Eppure l’apparenza dice che questa città, con i suoi abitanti, è molto più ricca di quella della mia infanzia e giovinezza e che quindi un certo grado di sviluppo e di benessere deve per forza averla attraversata in questi decenni. Non è più la Massafra povera che affascinò Pasolini e che fece da sfondo con i suoi stretti vicoli ad alcuni episodi, ambientati a Cafarnao, del suo Vangelo secondo Matteo, una Massafra in cui, disse “il tempo in un dato anno, o secolo, si è fermato, e la città si è serbata fuori di esso, fossile e incorrotta“. Oggi sono invece ben visibili sulla sua pelle i segni del benessere insieme ai frutti avvelenati dello sviluppo. 

Allora mi viene in mente l’articolo delle lucciole di un profetico Pasolini sul Corriere della sera del 1° febbraio 1975 ( Scritti Corsari): “nei primi anni ’60 a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua sono cominciate a scomparire le lucciole”… “Sia il grande paese che si stava formando dentro il paese – cioè la massa operaia e contadina organizzata dal Pci – sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che le lucciole stavano scomparendo”, impegnati a identificare quello che allora si chiamava “benessere” con lo “sviluppo”. L’industrializzazione degli anni ’70, continua Pasolini, ha sì unificato il paese, ma omologandolo con violenza sui valori del consumismo e della civiltà industriale, distruggendo le diverse culture particolaristiche della civiltà contadina e paleoindustriale, contribuendo a una mutazione antropologica radicale del popolo italiano, dei suoi costumi, della sua coscienza, corrotta e degradata dal potere dei consumi . 

E allora mi sovviene la terribile domanda: che mondo abbiamo contribuito ad edificare? È una domanda rivolta innanzitutto a me stesso, dirigente sindacale e militante di sinistra per oltre quarant’anni della mia vita, ma rivolta anche a tutti quelli come me che in questi lunghi decenni sono stati in prima linea nelle istituzioni, nei movimenti, nei partiti, nel sindacato, nella grande battaglia per il progresso e lo sviluppo, per la edificazione di una società più giusta, socialista avremmo detto allora. Vedo lo scempio dell’Ilva, del territorio e dei fiumi scomparsi o inquinati e mi dico: dove abbiamo sbagliato? 

E qui ritorna il Pasolini moderno, il critico dello “sviluppo”: “il progresso è una nozione ideale, sociale e politica, là dove lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico” (“Progresso e Sviluppo” – Scritti Corsari). Se non può esserci progresso senza un qualche grado di sviluppo, nello stesso tempo non si può assimilare lo sviluppo all’industrialismo e all’espansionismo capitalistico. E quindi la nozione di progresso non va confusa con la realtà di questo tipo di sviluppo. È una contraddizione che attraversa le nostre coscienze e che pone un problema a tutti noi. In primo luogo alle organizzazione sindacali e ai lavoratori che rappresentano: ci battiamo per ”il progresso” ma nello stesso tempo viviamo e ci nutriamo dei valori dell’ideologia consumistica organici a “questo tipo di sviluppo”. 

Oggi osserviamo drammaticamente la fine del mito dell’industrialismo e le macerie che ci ha lasciato: povertà, fine delle grandi narrazioni del lavoro salariato, disoccupazione, precarietà, città invivibili, inquinamento, cementificazione e distruzione del territorio, spopolamento dei paesi e delle zone interne. Non sono rimaste tracce e impronte visibili di quello che sognavamo potesse e dovesse essere il progresso. Ci siamo svegliati dall’illusione del “progresso” e oggi viviamo l’incubo della realtà che si nascondeva dietro la facciata accattivante del cosiddetto “sviluppo”. Di fronte alla palese crisi del “vecchio” modello di sviluppo è di moda nel dibattito politico e sindacale l’urgenza della necessità di introdurne uno “nuovo”. 

Il punto è che questa richiesta, giusta in linea di principio, non si sostanzia in che cosa il “nuovo” debba differenziarsi dal “vecchio”. Per cui immancabilmente si ripresentano le vecchie ricette come fossero nuove e si accettano in nome dell’occupazione e del lavoro soluzioni e scelte che offendono e violentano l’ambiente, il territorio, la natura, l’economia dei luoghi, nonché la salute e la vita dei lavoratori e dei cittadini. Guardo con ansia la crisi di progettualità dell’ odierno sindacalismo. 

Mi domando cosa direbbe e farebbe oggi un sindacalista di ieri, il padre del sindacalismo pugliese e italiano Giuseppe Di Vittorio – uomo di origine contadina che amava la terra come fonte di vita – di fronte allo scempio che si fa oggi della terra e dell’acqua, dei veleni di cui vengono nutrite e di cui muoiono, delle sostanze tossiche in cui sono immersi lavoratori e cittadini. Mi piacerebbe pensarlo e immaginarlo mentre spiega ai lavoratori dell’Ilva (e non solo) che il nuovo modello di sviluppo di cui parliamo possa volere dire fare coincidere il “progresso” con il “ ben-essere”, innanzitutto con la difesa e la valorizzazione delle risorse naturali del territorio, delle materie prime vitali di cui è costituito e dei suoi beni comuni, in primis dell’aria, dell’acqua, della terra, insieme alla conservazione della storia, della cultura e dell’identità dei luoghi. Vale a dire di gran parte di quei beni vitali che abbiamo compromesso e perduto in nome dello “sviluppo”, scomparsi insieme alle “lucciole”. Forse l’unica speranza per andare avanti è tornare un po’ indietro, volgere lo sguardo al passato, come l’Angelus Novus di Paul Klee spinto dalla tempesta del progresso verso il futuro a cui volge le spalle, per redimere le rovine della storia e del progresso.

di Antonio Castronovi


(Fonte: http://comune-info.net/2016/03/progresso-pasolini/)

giovedì 3 marzo 2016

Genuino Clandestino Marche - Report dell'incontro di coordinamento del 28 febbraio 2016


Proverò a sintetizzare il report relativo all'incontro che abbiamo avuto  domenica  28 febbraio 2016   nelle Marche. Erano presenti, comp@s di oltremercato, seminterrati, terraterra, mondeggi  e terrabenecomune fi, germogliato,  terraterra, terrafuorimercato, mercatobrado, spero di non essermi perso  nessuno.

C'è stata una parte iniziale di spiegazione della proposta di percorso:
 - Studio delle normative relative a scambio di lavoro Vs controlli su  lavoro nero
 - Forme di prevenzione ed autotutela rispetto alle variazioni della  legislazione sui minimi in agricoltura

Tutto nasce come da precedenti comunicazioni, da un'esigenza ormai  impellente di prevenire, limitare i danni, in caso di attacchi espliciti e  diretti alle nostre realtà, da cui l'idea di far partire oltre ad altri  discorsi un meccanismo si autotutela che ci faccia restare in una zona  grigia in cui temporaneamente coprirci dalla maggior parte delle minacce  che possano interrompere di fatto il percorso di un singolo e compromettere  i percorsi collettivi.

Si ipotizzano inizialmente alcune soluzioni mutuando dal percorso della  CIC, l'utilizzo di di volontari o soci volontari potrebbe ovviare alle  problematiche relative al mutuo aiuto fra realtà contadine, per questa ed  altre opzioni si dovranno consultare consulenti del lavoro ed altre figure  che possano farci accedere alle norme applicate ad oggi.
 
Occorre autoorganizzarsi per mettere in campo uno strumento che tuteli i  singoli e che veda i singoli come partecipi allo strumento stesso (non si  pensa che organizzare un servizio per i contadini sia utile, ma tutte le  reti devono autocostruirsi questo strumento e partecipare al suo  funzionamento). Con le recenti ispezioni durante le raccolte si mina il  sistema del lavoro collettivo e del mutuo aiuto, fondamentali per la  costruzione di legami fra realtà cittadine e contadine e fra contadini,  minando la nascita di comunità nuove.  Occorre  cercare fuori e dentro il nostro percorso alcune figure che  possano darci una mano in tal senso anche per dare una mano a piccole  realtà contadine anche fuori dal percorso (anche se si crede che occorra  dare priorità alle realtà neo rurali, prima di affrontare la realtà ben più complessa della "vecchia" agricoltura italiana.

Costruire e Garantire tutto questo non basta occorre rilanciare il  "discorso" politico sulla libera trasformazione (per altro alla base della nostra campagna e del movimento), occorre ricominciare a scrivere un  documento che rivendichi il percorso ed i diritti negati oltre alle  relative conseguenze per i piccoli produttori. Bisognerebbe declinare un  percorso che continui a denunciare queste anomalie del sistema, ridefinire  la differenza fra legalità e legittimità . Il ref. di questo mini-percorso  che prevederà la stilatura di testi da diffondere è Giovanni.

Occorre comunque creare uno strumento di mutuo appoggio e mutuo soccorso  per quando all'interno della rete avverranno attacchi, capire come creare e  gestire un fondo di solidarietà.

Tutti questi mini percorsi dovranno andare avanti parallelamente senza che  l'uno confligga con l'altro.dare il giusto spazio al discorso politico ma  di pari passo mettere incampo anche strumenti di autotutela. In base alle  attitudini in ogni rete occorre capire chi possa occuparsi dell'uno e chi dell'altro percorso, per continuare di pari passo.

Occorrerebbe creare una serie di indicazioni, consigli, aiuti a chi inizia  un percorso agricolo, che aiuti a non cadere nel giogo dei sindacati di  categoria o delle varie forme legalizzanti con cui la piccola agricoltura  contadina  è incompatibile.

Verso la sardegna si può pensare di cominciare a prendere contatti con  alcun compagn@ che abbiano competenze per aiutarci nella costruzione di  questi strumenti. (Breve parentesi sulla Sardegna) si discute di come potrebbe essere  problematico portare i prodotti in sardegna, che molti non potranno fare il  banchetto, luca propone una spedizione attraverso un amico con camion da  Civitavecchia.

 La rete torinese parla delle problematiche relative al loro mercato e come  una tutela maggiore includerebbe più produttori, non si percepisce una  tutela pratica oltre che teorica e politica.

Si analizzano ipotesi di percorsi: per includere nuovi contadini non consapevoli che insieme a noi acquisiscano conoscenze e consapevolezze  nuove, per dare la sensazione di vivere in una rete (movimento) si  propongono scambi di produttori ai mercati da una rete ad un'altra, per  rendersi autonomi sulla quotidianità contadina si propone un'autoformazione  sulla compilazione del software ARTEA (riducendo così le richieste da fare  ai sindacati, ref Alessio Mondeggi). Viene letto da Manuela (terraterra) un contributo del gruppo informale Compartir (si chiede a manu di inoltrarlo) che mette a fuoco un pezzo del  percorso e del contesto in cui si vive.

Si potrebbe costruire un sistema di mutuo aiuto con altri comp@s che ci  aiutino nella gestione di strumenti di autotutela scambiando il loro apporto con i prodotti e senza, dunque, passaggio di denaro, ma iniziando così un percorso di scambi. Tutto però va' costruito insieme, senza che  nessuno senta di dare un servizio e nessuno pensi di ricevere passivamente un servizio.

Si propone un incontro a terni verso Marzo per continuare il percorso iniziato.

In conclusione l'obiettivo è creare un piano di lavoro che nel medio periodo porti ad avere un passaggio da contadini in regola a contadini di fatto e di supporto ai nuovi contadini, riflettere sulla costruzione di alternative mettendo nuove competenze nelle reti, creando strumenti da gestire in maniera orizzontale, valorizzando la partecipazione e lo scambio.


Pippo - pippoterraterra@inventati.org

https://www.facebook.com/genuinoclandestinomarche/

mercoledì 2 marzo 2016

1 aprile 2016 - Ultimo giorno utile per le osservazioni su "Economia Circolare"



C'è tempo fino al 1 aprile 2016 per presentare osservazioni sulle misure in materia di economia circolare proposte dalla Commissione Europea
Senato: consultazione pubblica sull'economia circolare
La Commissione Ambiente del Senato ha avviato una consultazione pubblica sul pacchetto di misure in materia di economia circolare, presentato dalla Commissione europea il 2 dicembre 2015.
Con l'espressione "economia circolare" Bruxelles indica un modello produttivo nel quale le risorse vengono utilizzate da imprese e consumatori in modo sostenibile, mantenendo quanto più a lungo possibile il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse e riducendo al minimo la produzione dei rifiuti.
Il pacchetto è composto da una Comunicazione e da quattro proposte per la revisione di direttive già in vigore.
L'iniziativa è rivolta a tutti coloro - cittadini, autorità, imprese, Università, centri di ricerca - che desiderano partecipare al processo decisionale europeo con osservazioni sulle proposte legislative. I contributi - inviati all'indirizzo di posta elettronica economiacircolare@senato.it - saranno presi in considerazione ai fini dell'elaborazione del parere da trasmettere alla Commissione europea.
La consultazione pubblica resterà aperta fino al 1° aprile 2016.
Maggiori informazioni, nonché le le modalità per prendere parte alla consultazione, sono disponibili nel sito www.senato.it.
Nel mese di maggio la Commissione Ambiente organizzerà una conferenza per discutere gli esiti della consultazione.

martedì 1 marzo 2016

"Come gestire i conflitti ambientali" - L'approccio di Sergio Vazzoler



Abbiamo intervistato Sergio Vazzoler * recentemente intervenuto sull'argomento all'iniziativa Come gestire i conflitti ambientali.
Abbiamo censito l'esistenza di 83 casi di contestazioni/conflitti ambientali in Toscana nel 2014. Impianti di smaltimento di rifiuti, di produzione energetica (specialmente biomasse), infrastrutture di mobilità, esistenti o in progetto, sono gli oggetti di queste situazioni. Si ha l'impressione che non sia possibile realizzare più niente nei nostri territori. È così? Quale dovrebbe essere la strada da seguire?
Attorno alla mancanza di fiducia nei confronti dei decisori pubblici, si è creato un nefasto circolo vizioso dove diventa assai complicato distinguere tra progetti di sviluppo sostenibile e opere ad elevato impatto ambientale. A mancare sono i fondamentali: certezza delle regole e comunicazione trasparente. Aspetti, questi, che vengono ancora prima della richiesta di partecipazione e coinvolgimento da parte delle comunità locali. Spesso, infatti, in caso di conflitti ambientali, l’attenzione si concentra sulle modalità di partecipazione adottate o meno ma il fattore decisivo riguarda il modo in cui nascono e muovono i primi passi i progetti di impianti, infrastrutture o opere.
È in questa fase iniziale che si creano le condizioni del conflitto, in quanto il decisore pubblico è spesso incerto o opaco nel definire l’iter amministrativo e autorizzativo, così come la volontà politica di realizzare i progetti di sviluppo sul territorio appare timida e contradditoria. E la comunicazione va di pari passo: si preferisce rimanere sul vago, sull’ipotetico e non si investe da subito in un piano di comunicazione dettagliato che veda pubblico e privato uniti nella condivisione delle regole d’ingaggio.
Da qui si lasciano eccessivi spazi di manovra alle strumentalizzazioni e alle mistificazioni, spesso fondate più sul gioco delle parti che non sul merito del progetto. E la strada diventa tutta in salita. Al contrario, chi ha la responsabilità delle scelte, dovrebbe riscoprire tanto la cultura dell’ascolto quanto quella della responsabilizzazione dei cittadini. A tal proposito dovremmo tutti ricordarci la frase scritta da Aldo Moro nel 1978, poco prima del suo rapimento, che indicava come si sarebbe rivelata effimera la stagione dei diritti senza far rinascere nel Paese il senso del dovere.
Viceversa, così tante contestazioni non possono indicare una qualità della progettazione che tiene poco conto degli impatti ambientali e sulla salute delle persone?
Sarebbe un errore generalizzare. Ci sono progetti che rispettano tutte le prescrizioni di legge in tema ambientale e spesso sono persino migliorativi rispetto alla norma e altri, invece, che cercano la scorciatoia per aggirare i vincoli e risparmiare sugli investimenti. Ma, sinceramente, non penso che il principale problema della mole di contestazioni sia imputabile a questo fattore. Semmai è proprio la “cornice” in cui si collocano questi progetti a influire sulla loro accettabilità sociale: oltre all’incertezza delle regole e al deficit di comunicazione di cui parlavo prima, aggiungerei anche il sistema dell’informazione a livello locale.
Seppur con le dovute eccezioni, i media locali spesso inseguono le contestazioni senza la necessaria terzietà, in quanto l’allarmismo “paga” di più rispetto alla divulgazione e all’approfondimento sul merito dei progetti. Alla fine, dunque, abbiamo una situazione i cui ognuno dice la sua, nessuno ascolta e nessuno decide. Al contrario, come ricorda il Prof. Cassese, i cinque passi fondamentali sono in sequenza: informare, ascoltare, discutere, decidere e motivare la decisione.
Pensa che una forma di regolamentazione per legge della partecipazione del pubblico ai processi decisionali che riguardano le opere di interesse pubblico, analoga al Dibattito pubblico in Francia, potrebbe servire?
Intanto occorre partire da un dato di fatto: è da anni che i diversi governi che si susseguono annunciano l’imminente introduzione nella legislazione italiana di un istituto analogo al Débat Public. Ma poi evidentemente si è preferito glissare per i troppi veti incrociati. Ora con la riforma del Codice degli Appalti sembriamo vicini alla concretizzazione del dibattito pubblico, almeno per le grandi infrastrutture strategiche. Sulla sua utilità, ci sono fior fiore di esperti che sostengono l’inefficacia del dibattito pubblico in quanto modalità troppa timida rispetto a forme di vera e propria democrazia diretta, altri invece che si oppongono strenuamente per il paventato rischio di un ulteriore rallentamento del processo decisionale.
Personalmente non condivido né l’una né l’altra posizione e vedo favorevolmente l’introduzione di una qualche forma di regolazione nazionale dei percorsi di partecipazione. Perché innanzitutto il dibattito pubblico può servire a far crescere il Paese da un punto di vista culturale rispetto al tema dell’equilibrio tra sviluppo, ambiente e salute: le imprese e le istituzioni si devono allenare a una maggiore interazione con le comunità locali mentre i cittadini imparano ad approfondire il merito delle questioni. È la logica dei vasi comunicanti, dove ognuno mette in comune un pezzo di conoscenza e cede un pezzo di sovranità. E, ritornando alla lezione di Aldo Moro, è il modo per tenere insieme diritti e doveri.
Le agenzie ambientali, fra i loro compiti istituzionali hanno quello di raccogliere, organizzare e diffondere i dati ambientali. Che impressione hai della situazione esistente in tal senso? E cosa dovrebbero fare le agenzie ambientali in materia di diffusione dei dati ambientali?
Penso che la gestione dei dati ambientali sia un compito centrale, destinato ad assumere un valore crescente. L’impressione è che siamo di fronte ad una situazione a macchia di leopardo tra le diverse agenzie ma, in generale, manca ancora una forte connotazione alla divulgazione e in qualche caso alla “traduzione” del dato tecnico in informazioni facilmente comprensibili e confrontabili. Qualche tempo fa ho ascoltato un consigliere comunale affermare che “la politica non deve occuparsi dei dati ambientali”: per ribaltare questa sgangherata visione del ruolo del “controllore”, occorre far sì che chi raccoglie, organizza e diffonde questi dati utilizzi una comunicazione diversa, con meno acronimi, più infografiche e glossari.
Più in generale, dal suo punto di vista di professionista della comunicazione, che lavora soprattutto nel settore privato, cosa si aspetterebbe dalla comunicazione di una ARPA?
Le ARPA devono osservare e misurare attentamente le richieste delle comunità in termini di accesso alle informazioni ambientali. Soltanto tramite un ascolto strutturato delle istanze dei cittadini (e non solo quelle dei gruppi organizzati) si potrà calibrare la comunicazione esterna dei temi ambientali. L’obiettivo a cui tendere è diffondere dati e conoscenze interagendo con i propri interlocutori (e non solo informarli): è così che si accorciano le distanze e si fanno vivere delle esperienze da cui trarre maggiore consapevolezza rispetto a temi indubbiamente complessi e delicati. Pur nel rispetto dei ruoli diversi, penso che tutti i soggetti che comunicano l’ambiente devono seguire un percorso comune: abbandonare i propri schematismi e la routine per intraprendere una strada fatta di ascolto, dialogo, feedback e rielaborazione continua. Insomma, anche le ARPA devono compiere un salto culturale ancor prima di pensare a quello o quell’altro strumento di comunicazione: sta qui la sfida da cogliere.

* Consulente in comunicazione istituzionale, politica e ambientale, si occupa da oltre quindici anni di gestione del consenso, stakeholder engagement e community relations. Membro del Comitato Scientifico di FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e socio professionista FERPI (Federazione Italiana Relazioni Pubbliche). È amministratore e partner di Amapola - Talking Sustainability, società di consulenza specializzata nella comunicazione di sostenibilità.
(Fonte: Arpat)