mercoledì 7 febbraio 2018

Mappe acustiche e lotta contro i rumori molesti


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La Commissione Europea ha recentemente esortato l'Italia a rispettare le disposizioni fondamentali della direttiva sul rumore (direttiva 2002/49/CE).


Il rumore ambientale, causato dal traffico stradale, ferroviario e aeroportuale (e non solo ndr), è la seconda causa di decessi prematuri dopo l'inquinamento atmosferico.
La direttiva prevede che gli Stati membri adottino mappe acustiche che rappresentino l'esposizione acustica nei maggiori agglomerati, lungo gli assi stradali e ferroviari principali e in prossimità degli aeroporti più importanti.
Tali mappe costituiscono quindi la base per definire misure antirumore nei piani di azione.
Poiché l'Italia non ha comunicato tutte le informazioni richieste dalla Commissione europea, quest'ultima ha inviato una prima lettera di costituzione in mora nell'aprile 2013. Vista la mancanza di progressi, nel febbraio 2016 la Commissione ha inviato una seconda lettera di costituzione in mora.
Dal momento che mancano ancora mappe strategiche per 17 agglomerati e 22 strade e che devono ancora essere adottati piani d'azione per 32 agglomerati, 858 strade e un importante asse ferroviario, Commissione chiede ora una risposta motivata ed il pieno rispetto della direttiva.
L'Italia dispone di due mesi per rispondere; in caso contrario, la Commissione potrà decidere di deferire il caso alla Corte di giustizia dell'UE.
Nel rapporto si evidenzia come il D.Lgs. 194/2005 (che ha recepito la direttiva europea) indicava giugno 2007 quale termine per la predisposizione della mappa acustica strategica per gli agglomerati con popolazione superiore a 250.000 ab.(art.3, c.1, lett.a) e giugno 2012 per gli altri agglomerati (art.3, c.3, lett.a) e prevede che le mappe acustiche strategiche siano riesaminate e, se necessario, rielaborate almeno ogni cinque anni dalla prima elaborazione (art 3, c.6).
Le mappe acustiche strategiche, elaborate in conformità ai requisiti minimi stabiliti dalla Direttiva 2002/49/CE, individuano la popolazione esposta al rumore, con distinzione fra rumore del traffico veicolare, ferroviario e aereo o dell'attività industriale.
Nel rapporto, considerando esclusivamente gli studi sulla popolazione esposta al rumore prediposti nei descrittori acustici introdotti dalla Direttiva 2002/49/CE, dalle informazioni disponibili risultano 38 le città (o gli agglomerati) che hanno predisposto studi sulla popolazione esposta e/o la mappa acustica strategica: Torino, Aosta, Genova, Milano, Monza, Bergamo, Brescia, Bolzano, Vicenza, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì, Rimini, Firenze, Prato, Livorno, Pisa, Terni, Roma,Latina, Napoli, Salerno, Foggia, Andria, Barletta, Bari, Taranto, Brindisi, Lecce, Palermo, Catania, Sassari e Cagliari.
Aggiornamento su mappe acustiche realizzate (Rapporto SNPA  Qualità Ambiente urbano 2017)
Riguardo poi ai Piani di Risanamento acustico comunale, secondo il Rapporto SNPA risultano approvati in 15 città: Aosta, Genova, Bergamo, Trento, Modena, Bologna, Forlì, Lucca, Pistoia, Firenze, Prato, Livorno, Pisa, Siena e Benevento. I Piani di risanamento acustico sono stati approvati tra il 1999 e il 2011, dato che evidenzia una stasi generalizzata, soprattutto negli ultimi anni, da parte delle amministrazioni comunali nell’attuazione di questo strumento di pianificazione.
Piani di azione per risanamento acustico
(Fonte: Arpat)

martedì 6 febbraio 2018

Bioregionalismo e saggezza dei popoli nativi - La profezia degli Hopi



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Gli Hopi, mitica popolazione americana originale, ha sempre creduto che l'uomo facesse parte della natura, come un qualcosa di imprescindibile. Esso è collegato spiritualmente con il pianeta, che secondo gli Hopi è un'entità viva, cosciente (Gaia). Se non si comprende questa verità la realtà spirituale di come vivere sulla Terra, non ci sarà.

Gli Hopi ci accusano di non comprendere questa (per loro) semplice realtà. Fuori da questa realtà, ci dicono, si rompono delicati equilibri cosmici i cui effetti negativi ci cadranno addosso in maniera molto pesante.

Ecco cosa hanno detto gli Hopi in un convegno internazionale sui primi abitanti delle Americhe:

"L'arrivò di Colombo fu l'inizio della nostra fine, ma forse questa era la volontà della nostra madre terra, forse voleva punirci per esserci troppo staccati da essa. Alla fine della seconda guerra mondiale eravamo in America 800 mila. Da 60 milioni nel 1.600 a 800 mila a metà del secolo scorso. Siamo stati quindi quasi sterminati. L'uomo bianco dimentica che tutto è spirituale. Tutto ha uno spirito. Tutto ci è stato portato dal Creatore, dal Grande Spirito. Alcuni lo chiamano Dio, altri Buddha, altri Allah, altri con altri nomi. Noi lo chiamiamo Konkachila.
Noi siamo sulla Terra solo per alcuni inverni, poi andiamo al mondo degli spiriti. Il mondo degli spiriti è molto più reale di quanti molti credono. Il mondo degli spiriti è tutto. Oltre il 70% del nostro corpo è acqua. Per rimanere sani bisogna bere dell'acqua buona.
Quando gli europei arrivarono con Colombo, potevamo bere da qualunque fiume. Se gli europei avessero vissuto nel mo(n)do indiano potremmo ancora bere tutta l'acqua. L'acqua è sacra, l'aria è sacra. Il nostro DNA è fatto dello stesso DNA degli altri esseri viventi cominciando dagli alberi. L'albero respira quello che noi respiriamo, noi abbiamo bisogno di quello che l'albero espira. Abbiamo quindi un destino comune con gli alberi e tutta la natura che ci circonda.
Siamo tutti della Terra. Quando la terra, l'acqua e l'atmosfera saranno compromesse, sarà la Terra a creare la propria reazione. La Madre ha iniziato a reagire".

Gli sciamani Hopi ci dicono che le tempeste e le alluvioni saranno sempre più grandi. La madre Terra è stanca!


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(Fonte: A.K. Informa n. 5)

lunedì 5 febbraio 2018

Salviamo il Pianeta. Basta sprechi!


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Torniamo a parlare di spreco alimentare. Gli studi sul tema affermano che non esiste una definizione univoca di spreco alimentare, spesso la “perdita” di cibo  e lo “spreco” di cibo, nell’accezione comune, sono usati indistintamente. Le perdite e gli sprechi di cibo avvengono a diversi livelli della catena di approvvigionamento alimentare sia nella fase produttiva che in quella distributiva e di consumo.

Di recente anche ISPRA si è occupata di spreco alimentare nel suo report "Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali", perché è evidente, come ha affermato la stessa FAO nel suo report "Food Wastage Footprint Impacts on natural resources", il cibo che gettiamo e quello che perdiamo nella filiera produttiva impatta sul clima e sull’ambiente, producendo inquinamento atmosferico, delle risorse idriche e del suolo, spesso anche a causa dei fitofarmaci impiegati in agricoltura, ma anche un'inutile perdita d’acqua, energia, di suolo e di biodiversità.

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Anche il WWF, nel 2013, nel suo rapporto "Quanta natura sprechiamo ", si è occupata del tema delle pressioni ambientali legate dallo spreco di cibo nel nostro Paese. Nel report si fornisce un primo dato nazionale delle dimensioni ambientali degli sprechi alimentari, esprimendo la pressione che la frazione di cibo sprecato ha in ogni caso generato sull’ambiente per mezzo di tre indicatori:
  • la quantità di gas serra (GHG) emessa lungo la filiera fino a distribuzione
  • la quantità di acqua consumata (acqua blu) nei processi di coltivazione/allevamento e nella fase industriale
  • la quantità di azoto reattivo (Nr) immessa in ambiente nella fase di coltivazione/allevamento.
Lo spreco di cibo in Italia (tra responsabilità dei consumatori e della filiera di produzione), in base alle conclusioni riportate dal WWF, determina uno “spreco”di:
  • 1226 milioni di m3 l’anno di acqua, pari al 2,5% dell’intera portata annua del fiume Po 
  • 24,5 milioni di tonnellate CO2 l’anno, di cui 14,3 riferibili ai soli sprechi in casa. L’assorbimento della sola CO2 sprecata da noi consumatori richiede un quarto della superficie boschiva italiana
  • 36% circa dell’azoto aggiunto con i fertilizzanti che contribuisce al  peggioramento delle qualità delle acque determinando impatti anche sulla flora e fauna degli ecosistemi idrici.
Secondo la FAO (2011 - Global Food Losses and Food Waste), ogni anno, nel mondo, vengono sprecati circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo di cui l’80% ancora consumabile. Di questo miliardo, 222 milioni sono le tonnellate di cibo che vengono sprecate nei Paesi industrializzati: una cifra che, da sola, sarebbe sufficiente a sfamare l’intera popolazione dell’Africa Sub-sahariana.
In Europa si sprecano, in media, circa 180 kg di cibo pro-capite all’anno, il dato più alto è quello dell’Olanda con 579 Kg pro-capite l’anno, mentre il Paese più virtuoso risulta la Grecia con i suoi 44Kg pro-capite l’anno.

In Italia, lo spreco alimentare è piuttosto elevato e secondo l’Osservatorio sugli sprechi tra gli alimenti che, a livello domestico, finiscono nella pattumiera troviamo: i prodotti ortofrutticoli (17%), pesce (15%), pasta e pane (28%), uova (29%), carne (30%) e latticini (32%). Secondo il Barilla Center for Food and Nutrition, ogni anno finiscono nella spazzatura dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari per un valore di circa 37 miliardi di euro. Secondo la Coldiretti la totalità del cibo che finisce nella pattumiera servirebbe a sfamare 44 milioni di persone.

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I cittadini però si mostrano sensibili rispetto a questo problema, infatti, il sondaggio Swg per Last Minute Market ci dice che 8 su 10 italiani dicono no allo spreco alimentare. Il 78% degli intervistati chiede l’assunzione di responsabilità di ogni cittadino nel suo piccolo per evitare gli sprechi alimentari. Il 67% del campione immagina leggi che prevedono sgravi fiscali per chi adotta soluzioni antispreco donando le eccedenze, il 62% degli intervistati ritiene che nelle scuole si dovrebbe insegnare la “neo-economia domestica” con corsi obbligatori che spiegano come sfruttare bene in cucina tutti gli alimenti. 

Tra le principali cause dello spreco a livello domestico troviamo:
  • le cattive abitudini di spesa di milioni di persone
  • l’inosservanza delle indicazioni poste in etichetta sulla corretta modalità di conservazione degli alimenti
  • le date di scadenza troppo rigide
  • la tendenza a servire porzioni di cibo troppo abbondanti
  • le promozioni che spingono i consumatori a comprare più cibo del necessario.
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Numerose sono le campagne di recupero e riciclo del cibo da parte di ONG e di organizzazioni spontanee di cittadini ma, in questa realtà, combattere lo spreco alla radice è possibile solo restituendo valore al cibo, anche compiendo piccole azioni quotidiane come:
  • fare la lista della spesa e comprare solo quanto necessario
  • comprare se possibile da produttori locali
  • scegliere prodotti di stagione
  • usare meno prodotti trasformati
  • imparare l’arte della cucina di recupero, utilizzando avanzi e scarti
  • non servire porzioni eccessive
  • monitorare con un diario i propri acquisti ed i relativi sprechi alimentari
(Fonte: Arpat)

domenica 4 febbraio 2018

"Agricoltura per senza terra" di Sarah Waring - Recensione


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Sarah WARING, Agricoltura per senza terra. Nuove prospettive sull'allevamento delle nostre api. Trad. Sara Simoncelli. Cura editoriale Sheila Bernard - Collana Ruralismo:  Pentagora Edizioni.

In questi anni le api stanno subendo perdite devastanti e gli apiari si riducono drasticamente, in alcune località rischiano la scomparsa. Cosa c’è dietro questa distruzione? E quanto pesa per tutta l’agricoltura, per la quale gli insetti impollinatori come le api sono un anello fondamentale, insostituibile? Per le sue implicazioni, infatti, l’apicoltura è vera agricoltura anche se può essere esercitata da chi è senza terra. Intanto, in una battaglia combattuta a colpi di informazione e disinformazione, nell’opinione pubblica – soprattutto tra gli agricoltori – sta crescendo la sensibilità e la consapevolezza verso un problema che rischia di avere ripercussioni epocali. Ma nello stesso tempo si affacciano nuove soluzioni, nuove prospettive che – viaggiando dalle pianure romene al Kosovo del dopoguerra, dai siti remoti in Slovenia e Svezia al cuore urbano di Parigi e Londra – l’autrice esplora per capire meglio cosa si può fare in questo momento cruciale per l’apicoltura e, più in generale, per l’intera comunità dei viventi.

Massimo Angelini  - angelini.ge@gmail.com


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sabato 3 febbraio 2018

Via alla sesta estinzione di massa, per mano umana...



La sesta estinzione di massa è già in corso. Ad affermarlo, un team internazionale di ricercatori che ha compiuto uno studio sulla perdita di biodiversità del nostro Pianeta. 

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Proceeding of the National Academy of Science mostra un quadro a tinte fosche: il numero delle specie animali che sono entrate in contatto con l’uomo è già stato dimezzato. 

Estinzione in pochi decenni. Lo studio ha preso in analisi 26mila specie di uccelli, anfibi, mammiferi e rettili. È già stato perduto il 30% delle specie di vertebrati e più del 40% di queste specie ha visto ridotto il proprio areale di distribuzione dell’80%. Il report spiega anche che il 41% degli anfibi e il 26% dei mammiferi sono a rischio estinzione. «Il declino delle specie procede a ritmo serrato – ha detto Rodolfo Dizo, ricercatore del Stanford Woods Institute for the Environment e autore dello studio -. Di questo passo tra pochi decenni la biodiversità potrebbe far registrare un pesante declino». 

Le cause. Gli studiosi non hanno dubbi: dietro alla sesta estinzione di massa c’è la mano dell’uomo. Tra i fattori che hanno causato la scomparsa delle specie, infatti, ci sono la perdita di habitat, l’introduzione di specie alloctone e invasive, gli eventi climatici estremi e l’inquinamento. Per il futuro, i ricercatori hanno messo in conto anche gli effetti disastrosi che un’eventuale guerra nucleare potrebbe avere sul nostro Pianeta. 

I precedenti Sul nostro Pianeta si sono susseguite altre cinque grandi estinzioni: quelle del Ordoviciano-Siluriano (circa 450 milioni di anni fa), del Devoniano superiore (circa 375 milioni di anni fa), del Permiano-Triassico (circa 250 milioni di anni fa), del Triassico-Giurassico (circa 200 milioni di anni fa) e, infine, quella del CretaceoPaleocene (circa 65 milioni di anni fa). 

Marta Frigerio


Fonte: Rivista della Natura



venerdì 2 febbraio 2018

"Quando non c'era l'ecologia" ... un racconto di Paolo Mario Buttiglieri


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Alla cassa di un supermercato una signora anziana sceglie un sacchetto di plastica per metterci i suoi acquisti.
La cassiera le rimprovera di non adeguarsi all’ecologia e le dice:
“La tua generazione non comprende semplicemente il movimento ecologico. Noi giovani stiamo pagando per la vecchia generazione che ha sprecato tutte le risorse! ”
La vecchietta si scusa con la cassiera e spiega:
“Mi dispiace, non c’era nessun movimento ecologista al mio tempo.”
Mentre lei lascia la cassa, affranta, la cassiera aggiunge:
“Sono persone come voi che hanno rovinato tutte le risorse a nostre spese. E ‘ vero, non si faceva assolutamente caso alla protezione dell’ambiente nel tuo tempo.”
Allora, un po’ arrabbiata, la vecchia signora fa osservare che all’epoca restituivamo le bottiglie di vetro registrate al negozio. Il negozio le rimandava in fabbrica per essere lavate, sterilizzate e utilizzate nuovamente: le bottiglie erano riciclate. La carta e i sacchetti di carta si usavano più volte e quando erano ormai inutilizzabili si usavano per accendere il fuoco. Non c’era il “residuo” e l’umido si dava da mangiare agli animali.
Ma noi non conoscevamo il movimento ecologista.
E poi aggiunge:
“Ai miei tempi salivamo le scale a piedi: non avevamo le scale mobili e pochi ascensori.
Non si usava l’auto ogni volta che bisognava muoversi di due strade: camminavamo fino al negozio all’angolo.
Ma, è vero, noi non conoscevamo il movimento ambientalista.
Non si conoscevano i pannolini usa e getta: si lavavano i pannolini dei neonati.
Facevamo asciugare i vestiti fuori su una corda.
Avevamo una sveglia che caricavamo la sera.
In cucina, ci si attivava per preparare i pasti; non si disponeva di tutti questi aggeggi elettrici specializzati per preparare tutto senza sforzi e che mangiano tutti i watt che Enel produce.
Quando si imballavano degli elementi fragili da inviare per posta, si usava come imbottitura della carta da giornale o dalla ovatta, in scatole già usate, non bolle di polistirolo o di plastica.
Non avevamo i tosaerba a benzina o trattori: si usava l’olio di gomito per falciare il prato.
Lavoravamo fisicamente; non avevamo bisogno di andare in una palestra per correre sul tapis roulant che funzionano con l’elettricità.
Ma, è vero, noi non conoscevamo il movimento ambientalista.
Bevevamo l’acqua alla fontana quando avevamo sete.
Non avevamo tazze o bottiglie di plastica da gettare.
Si riempivano le penne in una bottiglia d’inchiostro invece di comprare una nuova penna ogni volta.
Rimpiazzavamo le lame di rasoio invece di gettare il rasoio intero dopo alcuni usi.
Ma, è vero, noi non conoscevamo il movimento ambientalista.
Le persone prendevano il bus, la metro, il treno e i bambini si recavano a scuola in bicicletta o a piedi invece di usare la macchina di famiglia con la mamma come un servizio di taxi 24 h su 24. Bambini tenevano lo stesso astuccio per diversi anni, i quaderni continuavano da un anno all’altro, le matite, gomme temperamatite e altri accessori duravano fintanto che potevano, non un astuccio tutti gli anni e dei quaderni gettati a fine giugno, nuovi: matite e gomme con un nuovo slogan ad ogni occasione.
Ma, è vero, noi non conoscevamo il movimento ecologista!
C’era solo una presa di corrente per stanza, e non una serie multipresa per alimentare tutta la panoplia degli accessori elettrici indispensabili ai giovani di oggi.
Allora non farmi incazzare col tuo movimento ecologista!
Tutto quello che si lamenta, è di non aver avuto abbastanza presto la pillola, per evitare di generare la generazione di giovani idioti come voi, che si immagina di aver inventato tutto, a cominciare dal lavoro, che non sanno scrivere 10 linee senza fare 20 errori di ortografia, che non hanno mai aperto un libro oltre che dei fumetti, che non sanno chi ha scritto il bolero di Ravel…( che pensano sia un grande sarto), che non sanno dove passa il Danubio quando proponi loro la scelta tra Vienna o Atene, ecc.
Ma che credono comunque poter dare lezioni agli altri, dall’alto della loro ignoranza!

Paolo Mario Buttiglieri
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giovedì 1 febbraio 2018

Bioregionalismo, etnobotanica ed erboristeria applicata


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L'etnobotanica si occupa dell'uso e della percezione delle specie vegetali all'interno di una o più società umane, insediate in una data bioregione. Ma quando non esisteva questa nostra scienza, come fecero le popolazioni ancestrali a sopravvivere nella loro supposta abissale ignoranza? Così, senza considerare le proteine, le vitamine, gli integratori alimentari etc. e senza OMS, senza FAO, senza nutrizionisti... come fecero quelle popolazioni ancestrali? Per botta di culo? Gli Eloim? Possibile che siano riusciti a stabilire come mangiare e curare le malattie, senza indicazioni di Nutrizionisti e laureati in Medicina?
Prima esseri unicellulari, poi pesci, poi rettili, poi, poi, poi, scimmie, poi con le pietre, poi la clavicola (Kubrick il Regista, 2001 O.n.S.), poi la clava, poi la lancia, insomma tutti ad ammazzare qualcuno, per mangiare, per coprirsi, per sopravvivere etc.
Ci hanno fatto crescere imponendoci una visione che non ha senso: siamo tutti predatori. Non è vera questa cosa. Non siamo predatori! Non siamo né leone né gazzella, che appena svegli devono cominciare a correre!
Poi dicono che non siamo uniti da un filo. Che non ci sono prove "scientifiche" che tutti siano uniti da un filo.

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Molti hanno perso la password del proprio cuore. Ci sono troppi impedimenti alla comprensione, troppi simboli esterni a cui diamo valore. Basta un camice bianco per fare il Medico o un abito da Monaco per fare uno spiritualista? No, ci hanno portato ad attribuire un valore a questi simboli esterni ma dentro quei vestiti non ci sono né Dottori, né Spiritualisti.
La Scienza è costante Ricerca, è mettere sempre in discussione una teoria. Eh, però devi citare una fonte attendibile! OMS non un semplice Blog scritto dal primo "ignorante"!
Per favore, ridateci gli Sciamani che avranno avuto pure loro simboli esterni ma almeno avevano senso della Natura.

Alessandro D'Arpini