venerdì 9 marzo 2018

Inquinamento globale – Fukushima, rumori molesti, CO2, scie chimiche ed altre fetenzie



Ecco qui la causa. E i “nostri” continuano a spargere scie chimiche in cielo, forse nella speranza di ridurre l'inquinamento globale (?), quando invece esso è causato dall’energia nucleare di centrali, bombe e navi nucleari sparse per il pianeta, nonché dagli allevamenti di animali da macello e da formaggio.

Ecco la spiegazione:
I livelli di radioattività misurati al largo di Fukushima sono ancora elevati, tra 10 e 100 volte superiori al normale al largo della costa occidentale degli Stati Uniti e lo sforzo per diminuire la quantità di materiali radioattivi che ancora inquinano l’oceano è in corso.

E’ stato costruito un muro di ghiaccio intorno alla centrale profondo 30 metri; lo hanno finito, peccato che l’acqua arriva fino 200 metri sotto i reattori. Ciononostante sperano di arrivare al 50% in meno di quantitativo di acqua radioattiva, pari oggi a 300 tonnellate giornaliere). Molti tecnici dubitano che possa funzionare.

Fino a che punto si è diffusa la radiazione?
Dall’altra parte del Pacifico, in California, è stanno anche sperimentando una valanga di insolito spiaggiamento di mammiferi marini. Negli ultimi mesi, un numero insolitamente elevato di balene si è spiaggiato sulla costa della California. Ai primi di luglio, i residenti di San Francisco hanno scoperto un delfino spiaggiato, leoni ed elefanti marini. Nel frattempo, un numero record di cuccioli di leoni marini affamati è stato trovato da San Francisco a San Diego.
La spiegazione ufficiale per lo spiaggiamento del leone marino e per alcuni degli altri mammiferi marini morti è una scarsità di cibo causata da acque oceaniche insolitamente calde, anche se gli scienziati rimangono dubbiosi sulla causa immediata delle anormalmente alte temperature
In pratica, l’intero oceano pacifico è diventato radioattivo. Ricordate l’Apocalisse, in cui si dice “un terzo delle acqua sarà contaminato”.  E il Giappone settentrionale dovrebbe essere evacuato, cioè 50 milioni di persone da spostare. Se dovesse arrivare un altro terremoto (e arriverà) le 15.000 barre radioattive tuttora stoccate lì renderebbero l’intero Giappone invivibile.

Nel mondo ci sono:
  450 centrali nucleari con più di 40 anni di attività
  120 sottomarini nucleari, alcuni dismessi nel mare di Bering al nord della Russia, vicino al polo nord
  100 per la ricerca
  oltre 15.000 bombe nucleari sparse qua e là-
Di tutto questo i mass media tacciono.

“Siamo salvi perché qualcosa nel paese della tecnologia non ha funzionato”. Si chiude così il docufilm dal sapore apocalittico ‘Fukushima – A Nuclear Story’, in onda in prima visione assoluta venerdì 11 marzo alle 21 su Sky Cinema Cult HD (canale 314 di Sky), Sky TG24 HD (canali 100 e 500 di Sky) e su Sky TG24 (canale 50 del DTT). Cosa racconta il documentario? Ripercorre il disastro nucleare attraverso gli occhi e la voce di Pio d’Emilia, corrispondente di SkyTG24 che vive in Giappone da più di 30 anni, il primo giornalista straniero ad essere entrato nella cosiddetta ‘zona proibita’ e a raggiungere la centrale nucleare. Un racconto puntuale di quello che successe, e sarebbe potuto succedere, in quella terribile giornata di marzo quando il terremoto di Sendai di magnitudo 9,0, con epicentro in mare, e il successivo tsunami colpirono il Giappone settentrionale al largo della costa della regione di Thoku.

Ciao F.
Ciao, Marco

mercoledì 7 marzo 2018

Rilancio della campagna per l'Agricoltura Contadina alla Festa dei Precursori di Treia, dal 27 al 29 aprile 2018


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Per quanto riguarda la propagazione della campagna per l'agricoltura contadina è necessario in primis che si costituiscano dei gruppi di lavoro e di coordinamento nelle varie bioregioni. L'idea di un incontro nazionale specifico  potrebbe avere un senso se si riuscisse a  cointeressare al nostro progetto una forza politica con rappresentanti eletti in Parlamento che facciano propria la proposta  e si impegnino a portarla avanti in ambito istituzionale sino a compimento (In tal senso ricordo l'intervento  http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2018/02/mario-ori-bioregionalismo-e-agricoltura.html) -  Inoltre la stessa cosa  sarebbe da promuovere anche  presso le varie amministrazioni regionali  per cominciare a  spianare il terreno...  



Contiamo di riprendere questo tema  durante l'appuntamento   della Festa dei Precursori, dal 27 al 29 aprile, che si tiene a Treia, di cui qui di seguito il programma di massima:


Il 27 aprile 2018, alle ore 18, presso la sede Auser Treia in Via Lanzi 18/20,  è prevista una conferenza del tecnico Ferdinando Renzetti sulla lavorazione della Terra Cruda, con esempi pratici. 

Il 28 aprile 2018, alle ore 10.30, passeggiata archeologica  nel centro storico di Treia, per conoscere le bellezze storiche della città, a cura di Auser Treia, accompagna l’archeologo Enzo Catani. Nel pomeriggio, a partire dalle ore 17, nella sede del Circolo vegetariano VV.TT. in Vicolo Sacchette 15/a – Treia, si tengono una serie di interventi sulle consuetudini alimentari bioregionali, introduce lo storico  prof. Alberto Meriggi, segue giro di condivisione e si conclude con il reading sul cibo per antonomasia “Il Pane”,  a cura dello scrittore Michele Meomartino,  con proiezione diapo.  La sera, alle ore 21,  nella sala di meditazione del Circolo,  esecuzione di bhajan a cura del gruppo di canti “Luce di Stelle”, diretto da Mara Lenzi, con accompagnamento di sitar, harmonium, mrdanga e cembali.

Il 29 aprile 2018, alle ore 10.30 escursione erboristica nel circondario di Treia, a cura dell’Auser Treia, con accompagnamento della semplicista Aurora Severini. Alle ore 13.30, picnic nel giardino del Circolo con le erbe raccolte ed il cibo vegetariano da ognuno portato. Verso le ore 16 si terranno degli interventi in sintonia nella sede del Circolo, come ad esempio quello del botanico   Roberto Ferretti de La Scentella (autore di “Le Marche in Valigia”), Loris Asoli di  Arcevia (Fondazione di una comunità per il nuovo mondo), ed altri importanti partecipanti. La sera, verso le ore 21.30,  nella sala di meditazione del Circolo, bhajan  con il vocalista Upahar Anand, accompagnato da flauto indiano e tablas,  e celebrazione  del  Wesak acquariano.



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Questa  la proposta sull'agricoltura contadina  da noi precedentemente presentata alla Regione Marche
Testo introduttivo. Inviato al Presidente della Regione Marche ed all'assessore all'Agricoltura
“Appello per l’agricoltura contadina”
Considerando che non si può fare a meno della biodiversità, ovvero i sistemi naturali che sostengono la sopravvivenza di noi tutti. Osserviamo che anche qui nelle Marche avanza la desertificazione (non soltanto siccità bensì perdita dell’humus in seguito al dilavamento dei terreni di superficie), la deforestazione, l’utilizzo improprio dei terreni per produzione elettrica, l’impoverimento dei suoli dovuti a monoculture, la modifica dell’ambiente e, in generale, la dispersione del patrimonio biologico delle specie animali e vegetali, tutti aspetti che determinano una perdita economica considerevole nell´economia regionale.
Sorge quindi la necessità di agevolare ed incentivare la lavorazione biologica ed estensiva dei piccoli appezzamenti, con sistemi naturali, quella che è stata definità da sempre “economia spicciola della realtà contadina”. L’agricoltura contadina é l’unica che può garantire il mantenimento della biodiversità nell’habitat e la produzione di cibo bioregionale idoneo alla dieta integrata degli abitanti della Regione Marche.
Purtroppo le pesanti norme burocratiche poste sull’agricoltura facilitano di fatto i grossi coltivatori ed allevatori, gli unici che possono soddisfare le spesso inique sanzioni e richieste di ottemperamento tecnico. Sempre più difficile é mantenersi vivi per quei piccoli produttori che, oltre al soddisfacimento delle proprie necessità familiari, dispongono di un leggero “surplus” da poter immettere in commercio. E non solo i contadini sono penalizzati ma pure i piccoli allevatori ed i raccoglitori di erbe spontanee.
A livello nazionale (dal 20 gennaio 2009) è partita ufficialmente una nuova campagna con 6000 firme raccolte per rendere possibile la rinascita della figura del contadino e della contadina. La decisione di promuovere questa campagna è stata presa collegialmente da varie associazioni, fra cui la Rete Bioregionale Italiana, con l’adesione del Circolo Vegetariano VV.TT., ed ora chiediamo che alla Regione Marche venga studiata una specifica Legge REGIONALE per facilitare lo sviluppo dell’agricoltura contadina e  per l’eventuale trasposizione a livello regionale delle norme previste a livello nazionale.
Il testo della Proposta di Legge Nazionale è qui al Link:   http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/2011/05/24/bioregionalismo_e_proposta_di.html
Resto quindi in attesa di un Suo gradito cenno di riscontro e mi farà piacere visitarLa, all’occasione propizia, unitamente alla Dr.ssa Caterina Regazzi ed al Prof. Benito Castorina che sono i referenti tematici rispettivamente per: zootecnia e agricoltura biologica, della Rete Bioregionale Italiana.
Distinti saluti, Paolo D’Arpini
Referente della Rete Bioregionale Italiana
Via Mazzini, 27 – Treia (Macerata)
Tel. 0733/216293
Email: 
 bioregionalismo.treia@gmail.com


Rete Bioregionale Italiana


lunedì 5 marzo 2018

Bioregionalismo, per superare l'arroganza politico-finanziaria



Tempo addietro  stavo parlando con la mia compagna Caterina Regazzi in merito a quelle che sono le mie priorità politiche, sociali ed ambientali per realizzare un mondo migliore. Ancora una volta ho espresso il mio desiderio per l’unione di tutte le genti in un’unica identità umana. Come avrebbe potuto essere l’ONU se non avessero prevalso interessi particolari e veti incrociati sulla sua operatività e consistenza. 

L’umanità è una ed anche la Terra è una. In un contesto di consapevolezza universalista un governo mondiale -lungi dal rappresentare interessi economici di potentati finanziari- dovrebbe rappresentare l’interesse di tutto il globo terracqueo, inserendovi non solo gli umani ma anche gli altri viventi. Se vogliamo questa è anche la visione bioregionale, in cui gli ambiti territoriali non sanciscono separazioni ma solo definiscono le variazioni di intensità, di qualità e di presenza vitale e geomorfologica. 

Un po’ come avviene per l’organismo umano che è l’insieme inscindibile di tutti i suoi organi, distinguibili nelle reciproche funzioni ma non separabili. Pertanto l’interesse di un organo deve prevedere e integrarsi con l’interesse di tutto l’organismo. 

Questo sentire olistico non è solo prerogativa del pensiero bioregionale ma anche la conclusione logica della filosofia non duale. Diceva ad esempio Ramana Maharshi: “Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo. Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti ed inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima.” Ed affermava Nisargadatta Maharaj: “..noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati”

La nostra presenza umana perciò va inserita nel contesto della natura, nel consesso dei viventi, in condivisione olistica e simbiotica.

La prima cosa da fare, a livello politico, è il riconoscimento della appartenenza alla “Casa Comune” e questo, se vogliamo, si può anche fare per gradi. Come siamo stati capaci di riconoscere la nostra identità prima nel nucleo familiare e nella comunità tribale, poi nella città e nel popolo ed avanti ancora nella nazione, saremo in grado di riconoscere le comuni radici europee che tutti ci contraddistinguono. 

Certamente non per “separare” l’Europea dal resto del mondo, mettendola in competizione con gli altri raggruppamenti etnici e geografici, ma per imparare ad allargare il nostro senso di identità ed appartenenza. Pertanto l’attuazione dell’Unione Europea è, secondo me, un passo necessario per migliorare la nostra visione olistica. I singoli stati debbono fondersi e rinunciare alla loro prerogativa nazionale. Queste deve avvenire in piena giustizia e con il consenso del popolo e non per avvantaggiare uno stato od una struttura economica rispetto ad un’altra. Quindi la base dell’unione non deve essere quella della supremazia politica ed economica di una o più nazioni né deve rappresentare interessi alieni alla comunità (banche, multinazionali, istituti finanziari internazionali, etc.). 

Per questo è importante che -ad esempio- l’emissione dei valori monetari di interscambio comunitario sia direttamente gestita dal governo comunitario e non dalle banche private come avviene oggi con la BCE. 

C’è poi l’altro aspetto della valorizzazione e salvaguardia delle culture e delle peculiarità specifiche delle comunità locali, le caratteristiche di queste comunità non possono essere rappresentate da “regioni politiche disomogenee” bensì dovranno essere ristrutturate in ambiti bioregionali omogenei. Queste bioregioni dovranno presentare evidenti affinità di cultura e di forme economiche, per quel che riguarda l’uomo, ed altrettanto dicasi per gli aspetti naturalistici, geomorfologici, botanici, climatici, etc. 

Le grandi città tanto per cominciare debbono essere amministrate, con le loro aree metropolitane, in bioregioni a se stanti, per una corretta gestione autonoma dello svolgimento dei suoi servizi, approvvigionamenti, etc. in modo da non far degradare -come oggi avviene- il contesto generale del territorio circostante, dovuto anche alla diversità di incidenza della rappresentatività percentuale della popolazione e del suo “peso” elettorale. Lo vediamo bene con quel che succede -ad esempio- nella Regione Lazio, sovente succube degli interessi devianti e fagocitanti di Roma: su 6 milioni di abitanti 5 di essi vivono nella città e relativa banlieu. 

Nel riordino amministrativo a carattere bioregionale bisogna inoltre privilegiare le piccole comunità ed il mantenimento dei rispettivi habitat e delle culture tradizionali. 

Attuando il bioregionalismo su ampia scala l’Europa non sarà più un accrocco disomogeneo di stati bensì l’unione di piccole comunità omogenee ed autonome (negli ordinamenti amministrativi interni) che condividono, nel mantenimento delle diversità culturali, una comune identità ed un comune interesse di sviluppo sociale e spirituale. Parlo di interesse spirituale e non religioso, in quanto le religioni stesse sono elementi separativi che contrappongono l’uomo all’uomo e l’uomo alla natura. 


Paolo D’Arpini
Rete Bioregionale Italiana

domenica 4 marzo 2018

Bioregionalismo e carnivorismo sono in antitesi - L'allevamento intensivo porta alla distruzione dell'habitat...


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Qualche bioregionalista di scuola americana insiste nel dire che si può tranquillamente continuare a mangiar carne  e definirsi egualmente ecologista, poiché la carne è cibo per l'uomo da tempo immemorabile.  Forse l'uomo preistorico e gli aborigeni  che potevano sostenersi solo con la caccia avranno avuto una qualche ragione a considerarsi in armonia con la natura, poiché il loro "cacciare" teneva sempre conto  del mantenimento della vita selvatica.  Ma oggi? Con l'aumento spropositato della popolazione e con la spinta verso il carnivorismo della società dei consumi (e conseguente avanzamento di sistemi industriali inquinanti preposti alla produzione di foraggio per gli animali d'allevamento) non si può più affermare che "mangiar carne sia una abitudine in sintonia con l'ecologia".

Tanto per dirne qualcuna...

Secondo il Meat Atlas, ingenti somme di denaro vengono versate nelle casse delle grandi multinazionali del settore agroalimentare e zootecnico per incentivare la produzione di prodotti che, nella sostanza, , oltre ad essere causa di terribili sofferenze degli animali negli allevamenti intensivi, danneggiano la salute, l’ambiente e l’economia del paese.
Il settore bovino ha ricevuto 18 miliardi di dollari, l’industria del latte 15,3 miliardi e l’industria della carne di maiale 7,3 miliardi: questi sono solo i sussidi diretti versati agli agricoltori nei paesi OCSE (per animali e mangimi) e che non tengono conto dei molti altri finanziamenti come  riduzione delle aliquote fiscali, di trasporto e spedizione, di miglioramento delle infrastrutture ecc.
I soldi vengono elargiti attraverso due tipi di sussidi: diretti, a chi alleva animali di un certo tipo, o produce un certo prodotto animale; e sovvenzioni a chi coltiva mangimi per animali. Poi ci sono i sussidi chiamati “interventi” il cui scopo è favorire la domanda di un determinato prodotto animale.
I tipi di intervento finanziario servono a favorire:
– l’esportazione di un dato prodotto fuori dall’UE;
– stoccare il surplus di un dato prodotto in modo che al produttore sia sempre garantito un guadagno;
– campagne pubblicitarie in modo che aumentino le vendite di quel prodotto.
Oltre a tutto questo, quando si verificano epidemie o altri gravi problemi di ordine sanitario (BSE, influenza aviaria, febbre suina, ecc.), gli allevatori vengono ampiamente risarciti, mentre i problemi sono causati proprio dai metodi di allevamento negli allevamenti industriali, che hanno come scopo solo il profitto, a discapito del benessere degli animali. Paradossalmente, i colpevoli di questo stato di cose vengono premiati anziché essere puniti.
Nel 1999 il 23% della spesa annua dell’Unione Europea è servita a sovvenzionare il settore della carne e del latte, mentre il 44,2% del sostegno è stato destinato alle coltivazioni di mangimi: cereali, semi oleosi, proteaginose ecc. Dal dossier “The livestock industry and climate – EU makes bad worse”, compilato dall’allora europarlamentare svedese Jens Holm, risulta che il totale dei sussidi diretti all’industria zootecnica da parte dell’UE nel 2007 è di circa 3,5 miliardi di euro.
In pratica, il guadagno degli allevatori e degli agricoltori viene solo dalle sovvenzioni: infatti nell’industria il guadagno è mediamente del 30% sul Prodotto Lordo Vendibile, e dal momento che le sovvenzioni ad allevatori e agricoltori superano di gran lunga questa cifra, vuol dire che la differenza la pagano i cittadini. Inoltre, le sovvenzioni sono distribuite “a pioggia”, e questo avvantaggia solo i grandi produttori non i piccoli.
Poi c’è il problema dello smaltimento degli scarti che in Italia si stima sia intorno ai 150 milioni di euro l’anno, a cui vanno aggiunte le spese dei circa 800 mila esami necessari su tutti i bovini portati al macello, il cui costo è stato stimato in 75 milioni di euro.
Tutta questa quantità di denaro che i governi pagano in sussidi agli allevatori e  agricoltori serve a rendere la carne e i prodotti di derivazione animale prodotti a basso costo, accessibili a tutti.
Nella pianura veneto-lombarda gli allevatori percepiscono mediamente 400 €/ha, mentre gli allevatori di vitelloni e scottone incassano fino a 1.600 €/ha in più, senza contare il premio di 40 €/capo macellato. Aiuti in ogni caso non sufficienti, considerato che il settore vede sempre più allevamenti chiudere, seguendo un declino iniziato con la seconda crisi Bse del 2001.
Al danno della spesa che grava anche su coloro che non consumano prodotti animali è necessario aggiungere l’iperbolica cifra della spesa sanitaria necessaria a curare le patologie derivanti dal consumo di questi prodotti. 130 miliardi di euro costa alla popolazione italiana la cattiva salute dovuta alla cattiva alimentazione e il cattivo stile di vita. Il 17,6% è assorbito dalla spesa farmaceutica per un costo complessivo a testa di circa 1650 euro l’anno, oltre a diversi   miliardi  di prestazioni sanitarie, circa 22 a testa, oltre 12 milioni di ricoveri per un totale di 76 milioni di giornate di degenza, cioè giornate lavorative perse.
In tutto ciò occorre aggiungere il danno della distruzione dell’ambiente. Se per produrre un solo kg di carne bovina si sacrificano 12 mq di foresta, e considerato che da un bovino si ricavano circa 300-400 kg di carne, ognuno che mangia carne contribuisce alla distruzione di circa 400 mq di foresta, senza considerare l'inquinamento da veleni chimici e la diffusione  ogm dell'agricoltura industriale da foraggio e  l'iper produzione di co2...

Paolo D'Arpini e Franco Libero Manco 
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venerdì 2 marzo 2018

Tumori maligni. Mappatura e monitoraggio delle mutazioni genetiche


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Il nuovo test SCED, acronimo di Solid Cancer Early Detection permette di eseguire la mappatura e il monitoraggio delle mutazioni genetiche coinvolte nei tumori solidi a scopo di screening di prevenzione secondaria, riunendo con un solo gesto la possibilità di indagare 50 geni noti per essere correlati al cancro e oltre 2800 mutazioni note. 

La tecnologia SCED è unica poiché incrocia l’analisi del DNA libero circolante (ctDNA) con quella del DNA germinale e delle Cellule Tumorali Circolanti (CTC) portando agli estremi il livello di affidabilità dell’esame. La tecnica permette non solo di identificare le mutazioni genetiche associate al tumore solido ma di scegliere la terapia più adatta (Targeted Therapy) in considerazione delle decine di farmaci oncologici approvati dall’FDA che basano le indicazioni sul profilo genetico della patologia e non su quello istologico. Il prelievo di sangue può essere effettuato ovunque, per essere inviato presso Bioscience Genomics, spin off dell’Università di Roma Tor Vergata, presente con laboratori propri in Roma, Milano e San Marino. 

Da un prelievo di sangue (10cc), i biologi di Bioscience Genomics isolano il DNA libero circolante ed estraggono la frazione di DNA circolante per sequenziarlo alla ricerca della mutazione genetica tramite l’innovativa tecnologia NGS (Next Generation Sequencing). Alcuni anni fa gli scienziati scoprirono che tumori solidi appena sviluppatisi in tessuti diversi come il pancreas, il fegato e altri organi, rilasciavano nel circolo sanguigno del soggetto tracce del loro DNA che, debitamente moltiplicate in laboratorio con le più recenti tecniche di amplificazione e sequenziamento potevano essere individuate ed analizzate. 

I tumori pertanto, in fase precocissima e di dimensioni tali da non generare ancora sintomi nel paziente possono essere analizzati attraverso quelle che vengono chiamate cfDNA (cell free DNA) per verificarne la natura, la qualità e il numero di mutazione. Sempre valido è l’assunto che più la fase di individuazione del cancro è precoce e maggiori sono le armi a disposizione per trattarlo e aumentare i tassi di guarigione e sopravvivenza. C’è questo motivo alla base di numerose campagne di screening a disposizione della popolazione: dalla mappatura dei nei al pap test, la mammografia e il dosaggio di marcatori per la prostata. 

Se sino ad oggi la “biopsia liquida” era utilizzata come test di follow up dei malati, grazie al supporto alla ricerca offerto dall’Università lo SCED è destinato a diventare il gold standard nella diagnostica oncologica. Uno dei più vasti studi di patologia biomolecolare mai realizzati con questa tecnica, presentato al congresso dell’ASCO (American Society of Clinical Oncology), ha analizzato campioni di sangue prelevati da oltre 15 mila pazienti con 50 diverse tipologie di tumori (37% di tumori del polmone, 14% di tumori della mammella, 10% di tumori del colon-retto e 39% di altri tumori). 

A cura del Prof. Luigi Campanella Dipt. Chimica Università “La Sapienza”, Roma

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Quel terribile marzo 2018 - Cambiamenti climatici e gelido "effetto serra"



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Marzo 2018 inizia  “regalandoci” un importante fenomeno meteo legato ai cambiamenti climatici che ha sconvolto gran parte dell’Europa. Qualcuno si chiede, ma che centra l’effetto serra con questo freddo gelido? E invece centra molto! E’ chiaro che per gran parte della gente i cambiamenti climatici sono fenomeni più identificabili con le ondate di calore e con la siccità. Cerchiamo allora di capire meglio quanto è capitato: va subito chiarito che “la macchina” meteo-climatica è molto complessa, essa dipende da fattori esterni come l’energia solare e da elementi interni quali il rilascio di calore da parte degli oceani e il riscaldamento o raffreddamento della bassa, media ed alta atmosfera, ecc. ecc.

Ormai è un fatto acquisito quello dei gas serra che hanno la capacità di intrappolare i raggi solari altrimenti destinati a tornare nello spazio. Sul fenomeno dell’Effetto Serra, sappiamo tutto e, quindi, non vogliamo dilungarci oltre, entriamo invece nella questione che ha visto giorni fa l’Europa ( ad esclusione della Spagna e del Portogallo) subire un’eccezionale ondata di gelo siberiano.

Nell’’atmosfera terrestre  tra Troposfera e Stratosfera, possiamo notare una specie “di corona” che ruota sopra il Polo Nord. Si tratta di correnti stabili circolatorie che ruotano intorno all’asse polare in senso antiorario nella Troposfera e che rappresentano il Vortice Polare. Difficilmente questo movimento circolare si scompone a meno che dalla Stratosfera si manifesti una forza di rottura verso lo strato inferiore dell’atmosfera che può scompaginare il vortice polare e deviare le sue correnti fredde più a sud del pianeta. Ed è questo che è successo, La stratosfera, “grazie”, si fa per dire, al fenomeno dell’effetto serra, si è riscaldata in maniera anomala, fenomeno questo conosciuto come stratwarming, dilatandosi fino ad interferire con il vortice polare al punto da “fratturarlo” (split) in uno o due lobi secondari che sono così scesi fino alle basse latitudini. Queste correnti passando per la Siberia si sono ulteriormente “caricate” di freddo intenso e così ci sono piombate addosso con tutte le conseguenze che conosciamo.

In tutto questo quello che è risultato evidente è stata l’impreparazione di gran parte del nostro Paese a questo evento: due morti per assideramento, centinaia fratture e contusioni per cadute a causa del ghiaccio sui marciapiedi, ferrovie paralizzate per tre giorni, traffico veicolare in tilt, nuove buche sulle strade, alberi caduti, ecc. Ma tutto questo si poteva evitare o almeno cercare di limitare i danni? Certo che si! Bastava adottare i provvedimenti che l’Unione Europea da diversi anni ha chiesto ai suoi stati membri al fine di realizzare una seria politica di prevenzione e di adattamento ai cambiamenti climatici, visto che ormai la battaglia per la mitigazione climatica è persa. 


Si parla pertanto di SNA che significa strategia nazionale ai cambiamenti climatici, dove in Italia al momento si è adeguato come grande comune solo Ancona e pochi altri. Ma cosa vuol dire SNA? E’ la fase propedeutica al PNA, ossia al piano di adattamento ai cambiamenti climatici. Si tratta di individuare i punti deboli di una città, criticità che in caso di fenomeni meteo estremi potrebbero mettere a rischio l’incolumità dei cittadini. Quindi dal controllo e messa in sicurezza degli argini dei fiumi, agli alberi non troppo stabili, alla capacità di risposta per il benessere dei cittadini da possibili ondate di calore, alla siccità, al rischio ghiaccio e neve abbondante, alla presenza massiccia di insetti che possono veicolare agenti patogeni, ecc. ecc. Tutto questo fa parte di una strategia che se ben applicata può mettere in sicurezza una città.

Eppure gran parte dei comuni italiani, a differenza di molte città europee, non conoscono le procedure per accedere ai Piani di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Purtroppo i cambiamenti climatici sono una minaccia sempre più incombente per cui fenomeni estremi come questo del “Burian” o quello dell’estate passata con la grande siccità, non sono da considerare più eventi episodici, ma, purtroppo, rappresentano l’avanguardia di qualcosa che tra non molto potrebbe essere pura routine.

Concludiamo con un dato non troppo “allegro”, sperando che politici e amministratori della cosa pubblica comincino ad interessarsi al fenomeno dei cambiamenti climatici con serietà. Pensando al futuro non troppo lontano dei nostri eredi, in particolare degli italiani, la preoccupazione maggiore è legata al fatto che tutti i mari del mondo stanno crescendo in maniera inarrestabile e questo a causa della fusione dei ghiacci del pianeta. Da qualche anno nel Mediterraneo il mare sale di circa 2 cm all’anno, ma ora siamo passati a quasi 3 cm l’anno. Gli scienziati temono che a causa del riscaldamento terrestre, ad un certo punto l’aumento dei livelli dei mari potrebbe prendere una china drammatica, ossia crescere anno dopo anno a livello esponenziale fino a superare uno, due o tre metri di altezza ed allora secondo gli studi dell’ENEA e del CNR i nostri nipoti vivranno in un Italia diversa, come rappresentata nell’illustrazione.

Ennio La Malfa - Accademia Kronos


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giovedì 1 marzo 2018

Nucleare: l'energia "contro" la vita


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Fukushima. L'inquinamento nucleare continua – La perdita di liquami radioattivi sta pian piano distruggendo la vita del Pacifico, il flusso arriva sino alla California. Così possiamo intuire quale sarà il destino del mondo a mano a mano che anche le scorie da nucleare civile, sotterrate o gettate nei mari, cominceranno a spargere il loro veleno. La vita umana sul pianeta è destinata ad estinguersi? Ma non contenti gli USA di Trump hanno appena annunciato che vogliono costruire nuove bombe atomiche, più micidiali che pria... - Quanti sono attualmente gli ordigni nucleari pronti a distruggere il mondo? Potete scoprirlo leggendo l'articolo che segue... (Paolo D'Arpini)

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L’ambiente sarebbe certo migliore se venisse eliminata la spada di Damocle delle bombe nucleari, sospesa da tanti anni sulla testa dell’umanità come immane possibile tragedia ecologica. Quest’anno in agosto la ricorrenza dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki è passata quasi sotto silenzio, ma le bombe atomiche, figlie di quelle due che nel 1945 distrussero 200.000 vite umane nelle due città giapponesi, non sono affatto scomparse, anzi sono lì, negli arsenali noti e in quelli segreti, e le fabbriche lavorano freneticamente per tenerle sempre pronte all’uso e per inventarne di nuove: 10.000 bombe nucleari negli Stati Uniti, circa 15.000 nella Russia e un numero imprecisato negli altri stati nucleari: Cina, Francia, Regno Unito, Israele, Pakistan, India, alcune pronte a partire entro pochi minuti, bombe sparse dovunque, alcune diecine di bombe americane collocate anche in Italia.
Nel 2017 con la deliberazione dell'Onu per il disarmo nucleare (http://retedellereti.blogspot.it/2017/10/nobel-per-la-pace-allinternational.html) è sembrato che potesse partire una campagna mondiale per il disarmo nucleare... Invece i progressi verso un mondo senza bombe atomiche sono lentissimi. 
Le bombe nucleari sono di due tipi principali, basate su diversi materiali e processi produttivi.
Le bombe a fissione sono basate sulla liberazione di grandissime quantità di calore in seguito alla rapidissima “frantumazione” (”fissione”, appunto) dei nuclei di plutonio; il principio è lo stesso della liberazione di calore nelle centrali nucleari nelle quali, invece la “fissione” dei nuclei di uranio e plutonio è lenta e controllata in modo da utilizzare il calore liberato per azionare le turbine che producono elettricità. Il plutonio per le bombe atomiche è recuperato come sottoprodotto del funzionamento delle centrali nucleari o è “fabbricato” con speciali reattori partendo da uranio “arricchito” nell’isotopo 235 mediante processi di centrifugazione lenti e costosi.
L’altro tipo di bombe è quello a fusione nelle quali la liberazione di calore è ottenuta mediante riscaldamento ad altissima temperatura e pressione di una miscela di deuterio e trizio, le due forme dell’idrogeno più “ricche” di neutroni, rispettivamente due e tre, rispetto ad un solo neutrone presente nell’idrogeno ordinario. Il deuterio e il trizio si preparano con costosi e complicati processi chimici e nucleari industriali e l’innesco della reazione di fusione, termonucleare, è provocato dalla fissione del plutonio. Le bombe termonucleari possono essere fabbricate con potenze distruttive grandissime, di alcuni “megaton” (la potenza distruttiva di alcuni milioni di tonnellate del potente esplosivo tritolo) fino a dimensioni con potenza distruttiva di “appena” alcune diecine di chiloton (un chiloton è la potenza distruttiva equivalente a quella di mille tonnellate di tritolo). Le bombe di Hiroshima e Nagasaki avevano ciascuna una potenza di circa 15 chiloton.
Si può stimare che le bombe nucleari dei vari “modelli” abbiano complessivamente una potenza distruttiva uguale a quella di circa un miliardo di tonnellate di tritolo, duecento chili di tritolo per ogni abitante della Terra, donne, uomini, bambini. Gli otto paesi nucleari “ufficiali”giustificano le loro bombe atomiche con il principio della deterrenza: se un paese volesse aggredirli saprebbe di essere destinato all’immediata vendetta e distruzione, e sostengono che la deterrenza ha finora impedito una guerra nucleare. Ma molti paesi del mondo si chiedono: “perché in otto possono avere le bombe nucleari e noi no ?”. Iran e Corea del Sud, per esempio, sono accusate di volersi dotare anche loro, proprio per questo motivo, di armi nucleari.
Sono stati fatti vari tentativi di accordo sul disarmo nucleare; nel 1991, dopo la fine dell’Unione Sovietica, la Russia e gli Stati Uniti firmarono l’accordo START I che li impegnava alla graduale diminuzione delle testate nucleari “strategiche”, definite come quelle montate su missili intercontinentali, capaci di scavalcare gli oceani, e su missili trasportati da sottomarini; una qualche diminuzione c’è stata. Oggi ci sono “soltanto” meno di 3000 bombe nucleari “strategiche” negli Stati Uniti e circa 4000 in Russia. L’accordo START I scade fra poche settimane, il 5 dicembre 2009, nel silenzio e disinteresse generale; nessuno sa quale seguito avrà. Le apparenti buone intenzioni di disarmo nucleare sono vanificate dai potenti interessi del complesso militare industriale che assicura diecine di migliaia di posti di lavoro e enormi guadagni.
Così, nel nome del profitto, vengono dissipate grandissime quantità di denaro che potrebbe, se impiegato altrimenti, liberare il mondo dalla fame e dalla sete e dalla violenza terroristica. Inoltre i soldi risparmiati con l’eliminazione delle armi nucleari potrebbero essere utilmente impiegati per l’eliminazione della coda avvelenata della corsa alle bombe nucleari; l’enorme massa di materiali radioattivi che, quando le bombe nucleari fossero definitivamente eliminate, dovrebbero essere resi inerti e sepolti con tecniche ancora più complicate di quelle, già complicate, richieste dall’eliminazione delle scorie radioattive delle centrali nucleari commerciali; ci sarebbe, ci sarà, lavoro per milioni di persone, scienziati, tecnici, operai, per eliminare la mortale eredità che la follia di tanti decenni ha predisposto per le generazioni future.

Giorgio Nebbia    – nebbia@quipo.it