giovedì 13 febbraio 2020

Le forze della pace e le forze della guerra



L’esigenza della guerra, dell’impiego della forza in quanto dote disponibile è insopprimibile? L’impiego della ragione è in grado di assorbire quegli istinti fino a renderli superflui? Succedanei vari come lo sport e la guerra simulata possono bastare per scaricare l’energia che genera il desiderio della lotta? Rinunciare, mortificare, castrare l’espressione della forza è un bene o un male? I suoi risvolti negativi relativi all’equilibrio sono altrettanto importanti? Solo l’opulenza e il timore crescente di morte, cioè l’individualismo sfrenato possono salvarci dalla guerra? E il numero crescente di psicopatologie e suicidi che significa?

Sono stato a visitare Militalia, una fiera alla porta est di Milano, una delle oltre trenta organizzate ogni anno dal Parco Esposizioni di Novegro. Due padiglioni grandi come tre campi da tennis, uno quasi un campo da calcio, esterni abbondanti di verde e vialetti a cui si aggiunge un’arena, con tanto di spalti, in questa occasione destinata alle parate di associazioni militari di varie armi e di carri armati d’epoca.

Popolo affascinato
Militalia è tutto l’accessibile del mondo militare. I visitatori, soprattutto maschi, rappresentano uno spettro piuttosto ampio, forse completo di tutte le specie di interessati. Direi un campione attendibile di tutti noi. Gli stand sono serrati e compongono corridoi nei quali la folla copiosa sciama da uno al successivo. Vi si incontrano figuranti vestiti in divise d’epoca dell’esercito austriaco, di quello della Wehrmacht, delle Camicie nere o dei Normanni, con tanto di pelliccia, torso nudo e scudo circolare. Transitavano come me, come tutti gli altri, senza nessuno che li notasse più di tanto. La loro soddisfazione non si negava dal mostrarsi se qualcuno chiedeva di fotografarli. Mi chiesi se fossero cosplayer o comparse di colore messe in campo dall’organizzazione. Girando l’angolo di un espositore di Maschinengewehr 42, più noti come MG42, i mitra tedeschi della Seconda guerra, mi trovai alle spalle di un giubbotto con un grande cerchio rosso nel quale campeggiava un Lucy 666, evocazione dei poteri possibili che non sfruttiamo.
La folla si fece stretta spingendosi contro i banchi e le vetrine degli espositori, per lasciar passare la corsa della fanfara dei Bersaglieri. Quel plotone di attempati in Grande uniforme e moretto con le piume di cappone svolazzante, aveva suonato bene e aveva entusiasmato a sentire gli applausi condivisi da tutti, tra cui un cappellano e una crocerossina in uniforme d’epoca.
Stand di case editrici e librerie, interrompevano non di rado le strisce di banchi dedicati a divise, antiche strumentazioni balistiche e radiotecniche, reperti di trincea tra cui latte di fu cibo conservato traforato dalle mandibole della ruggine, o mostrine della Prima guerra. Dai titoli disponibili leggevo argomenti praticamente senza confini dello scibile militare o a quella dimensione umana legato. Libri d’epoca e introvabili, ristampe anastatiche, nuove edizioni dalla grafica uniforme, titoli di grandi editori, storie uniche di mercenari, legionari, squadristi, partigiani, memorialistica, resoconti di battaglie accadute e celebrate ma per me sconosciute. Comprai un libro del 1946 editato dal Ministero della Guerra, dedicato alla battaglia dell’Armir sul Don, quella della ritirata di Russia e uno sulla battaglia di Stalingrado secondo la prospettiva sovietica.
Nel riprendere la gita fieristica dovetti subito fermarmi, il corridoio era intasato. Un vero legionario col tanto di képi, nappine e medaglie sorrideva sotto l’obiettivo di uno dei tanti visitatori che gli aveva chiesto un selfie insieme. Avrebbero dovuto vederlo tutti. Di marziale aveva un’impeccabile uniforme ma negli occhi era uno qualunque.
Un banco senza ridondanze mostrava libri dalla copertina sobria, senza immagini. Vi leggevo studi e ricerche, storie e prospettive intellettuali a sostegno delle più radicali posizioni politiche. Mi chiesi se quelle interpretazioni della realtà avrebbero mai potuto essere opportunamente studiate da ricercatori senza dogmi ideologici. Se la verità sta nel mezzo, se così sopra come sotto, uno scambio tra le parti avrebbe prodotto saggezza, così come uno scontro produce arroccamenti. Vidi un biglietto da visita passare da una mano macchiata di anzianità al ragazzo al di là del banco. Feci in tempo a leggere storico. Andandomene, sentii che stava cercando qualcosa di specifico sulle presunte origini della razza ariana nelle lontane terre dell’Afghanistan. Mi domandai nuovamente quanta superficialità servisse per criminalizzare quel popolo.
Un bambino con un tecnologico elmo da softair mi tagliò la strada per raggiungere la famiglia ferma al banco di fronte dove una riproduzione del Profilo continuo di Mussolini campeggiava al centro di una vetrinetta illuminata.
Girovagai ancora tra armi, coltelli, equipaggiamenti, dotazioni, manuali, mostrine, medaglie, orologi dei sommergibili sovietici. Sì, c’erano espositori dall’estero e visitatori da molta Italia, almeno a giudicare dalle cadenze delle parlate che senza origliare volteggiavano nell’aria.
Collezionisti e studiosi, curiosi di tutto e appassionati di soli soldatini di piombo si mescolavano sotto le bandiere regie, tra tenute da combattimento e da elicotteristi, tra spazi dedicati a simulazioni di combattimenti all’arma bianca e reparti di guerrieri per gioco. C’era anche un grosso fregio del Club Alpino Italiano con il fascio sotto l’aquila, cartuccere e giubbotti antiproiettile, teste moicane e bicipiti esuberanti mischiati a distinti signori, articoli per il camouflage e angoli per il softair-tiro, spille con i teschi e anelli con la svastica e la croce di ferro, quadri con documenti e ritratti d’epoca, bombe disinnescate e scatole di proiettili vuoti dove dita competenti cercavano bossoli di un certo calibro, per una certa arma, berretti della Wehrmacht, stampe di battaglie, dipinti di generali e gagliardetti di balilla. Un antiquario guardava con un lentino autoilluminato il fregio verniciato di un casco SS.
All’esterno, intorno ai carri, parcheggiati dopo l’esibizione, molti fotografavano e si facevano fotografare. Famiglie intere. Nel dentro e fuori dai padiglioni transitavano abiti civili e divise militari perfettamente riprodotte fino agli scarponi e alle giberne. Alcune di queste, in gruppi di più persone, rispondevano fiere a un mio cenno di saluto con la mano al cappello.

Neo-velinisti
Parlai con diversi espositori. Qualcuno lamentava che il cambio generazionale trasformava i collezionisti in una specie in via di estinzione. Tutti condividevano l’impressione di un afflusso aumentato di visitatori rispetto le edizioni precedenti, ma con meno soldi in tasca.
Sempre più persone a visitare una fiera militare? Pareva un dato interessante che, temevo, qualche giornalista di superficie avrebbe interpretato con il luogo comune di un preoccupante ritorno di paurose ideologie. Ben fatto se in termini di cronaca perché, ormai da qualche anno, l’alone di quell’eventualità aleggia nei pensieri di molti. Ma malfatto se intriso di moralismo, sensazionalismo, opportunismo e appiattimento sull’deologica monopolistica cultura che ha da tempo tradito se stessa per vendersi al liberismo, per genuflettersi ai nuovi padroni del suo pensiero. Più che colletti bianchi, invisibili, la cui guerra non insanguina ma altrettanto spegne. Critica troppo severa? Non lo so. Se sollecitati, quegli stessi neo-velinisti darebbero contro anche agli spettatori della Cavalcata delle Valchirie. E purtroppo le interpretazioni senza spessore, piallate secondo formule e conclusioni che neppure di un millimetro si staccano dalla narrazione best sellers di questi tempi, del dagli al fascista, sono sempre più numerose rispetto all’asciutta cronaca che ognuno potrebbre interpretare secondo coscienza.

Storia unica verità
Se la storia ha mostrato che tutti i sentimenti degli uomini recitano sul suo palcoscenico e se i sentimenti sono limitati, e se le cose si muovono, ciò che la grande ruota ci ha fatto vedere, sempre ritornerà. Almeno fintantoché non saremo in grado di evolvere emancipandoci da affermazioni egoiche, quale il senso di importanza personale nel quale arbitrariamente ci identifichiamo, per il quale arriviamo alle peggio azioni. Premesse indispensabili ad erigere il muro della dualità, quindi dello scontro, della storia che fa paura.
Da parte mia, pensavo che quel popolo così numeroso e vario di Militalia fosse stato portato là dalle onde lunghe che siamo naturalmente tenuti a rispettare, che senza mostrarsi ci muovono, nonostante siano frequentemente occultate da quelle emotive e frenetiche, di superficie, di moda. Onde che ancor prima della storia, riguardano l’ontogenesi dello spirito degli uomini. Come questi non possono fuggirle, così la storia non può che esserne rappresentazione. Una di queste riguarda il richiamo della lotta.

Fiori sacri
Considerazioni piuttosto spesse che la post-modernità, abbracciata al suo mito del progresso senza fine, ci dà l’opportunità di ridicolizzare.
Facciamo un esempio. Se per un momento ne prendiamo un suo esponente, l’opulenza, il culto del consumo e l’homo oeconomicus e consumans che ne deriva, si può forse sostenere come questa tumorale conseguenza positivistica offra un lato utile a smorzare o annullare il problema del ritorno alle armi. Se la metastasica diffusione di quel genere di cultura e filosofia, alla quale tutti ci siamo abbeverati, è per alcuni ragion sufficiente per sperare nel suo crollo, l’uomo di oggi ignaro del raggiro è governato dalla paura di perdere l’accumulato. In quell’accumulo riconosce il proprio valore. In quel valore c’è il suo senso della vita. Perché mai mettersi in gioco e rischiare di perdere tutto?
È un uomo individualista. Non gode di alcuna forza comunitaria, non difende il suo suolo e neppure la sua cultura. Si considera baciato dal progresso perché ritiene che la tecnologia gli elargisca vita più lunga e meno rughe. Perché non si avvede di quanto invece i giocattoli che usa, lo usino. Non si fa domande sul futuro se non relative a come proteggere sé e i suoi averi. Il timore di perdere tutto è osmotico alla paura della morte, che considera fine della vita.

Ius individui
Dunque apparentemente messi in salvo – per modo di dire – da una malattia degenerativa? Più no che sì. Quelli della pace perpetua non possono spuntarla entro un mondo duale dove gli opposti si danno vita reciproca. Non si può scappare da una volta per uno. Non solo. Se il timore di perdere il frutto di una vita disincentiva dal mettersi radicalmente in gioco, dobbiamo essere consapevoli di avviarci alla morte lenta, seppur piena di apprezzabili spettacoli e passatempi succedanei di una vita autenticamente, creativamente giocosa. Sola via di per la serenità in vita e in punto di morte.
Siamo quindi in una condizione psicologica che impedisce alla vita la sua massima potenza, libertà, bellezza e coraggio. Fiori sacri necessari alla realizzazione di sé, che l’uomo telecomandato ha preferito sostituire con benefit e carriera. Senza avvedersi che la profanazione di oggi porta dritto tra gli aromi dei profumi di guerra di domani.
Da homo oeconomicus e consumans dobbiamo aggiungere serialibus o acephalus con tanto di certificazioni di qualità e idoneità, come le merci e i servizi. Come del resto già avviene è con la formazione industriale delle nostre scuole e con la conseguente uniformizzazione del pensiero.
Un contesto di guerra tra morti viventi, in cui per sopravvivere non solo ci si sentirà in diritto di sopraffare legalmente il prossimo, come già è, ma di vantarne diritti riconosciuti sotto la voce di una specie di ius individui con tanto di giurisprudenza a favore.

Forze oceaniche
Quando la pace è vissuta come un’abitudine definitiva e scontata – quando si è scordato quanto sia costata – forse le mani iniziano a prudere. Un’espressione fisica che allude concepire pensieri bellicosi. Ma possono iniziare a prudere anche quando il vivere diviene oppressivo e fastidioso. L’idea della guerra viene in soccorso alla speranza di cambiare, esattamente come l’idea del suicidio pare la sola soluzione al sofferente.
Passare dal punto A al punto B, dall’inerzia al prurito è un endogeno movimento segreto a noi stessi che pochi razionalizzano. E che molti inconsapevolmente trasmutano. Non guerra con sangue, urla e dolore ma succedanei simbolicamente corrispondenti. La fiumana di Militalia era lì a dircelo, scorrendo serena in corridoi di quella parte di storia che deriva dalla guerra.

A noi la scelta
Dunque a Militalia ho assistito a un momento preoccupante?
No. L’opulenza e il penetrato e fiorente consumismo, ben agitato da un individualismo sfrenato, come una scogliera di pietra pomice, assorbono le presunte onde ineludibili dell’esigenza di guerra. I colletti invisibili, come gli ufficiali col bromuro nelle gavette dei soldati, hanno mescolato ai nostri giorni trappole di sedativi sociali annullando così le spinte sconvenienti al governo degli uomini. Ovvero le loro doti creative che, se facessero il loro corso dentro gli individui, realizzerebbero uomini compiuti, la miglior garanzia per non subire il fascino della sopraffazione sul prossimo.
Sì. L’esigenza di guerra, affermata da sempre dall’antropologia e da altre discipline, si riaccende quando altre modalità di convivialità mostrano difetti inizialmente accettati o in ombra.
La guerra allora, come il gioco per i cuccioli, torna a divenire un’esigenza dei grandi. Forse per questo il flusso di persone varie, scorreva, ancor prima che tra i corridoi della fiera, dentro il retorico fascino della battaglia.
Quelle onde potenti mai circonstanziali ma costitutive, come la frustrazione e la mortificazione, non sono comprimibili in alcun modo se non solo temporaneamente. In questo caso la domanda è, fino a quando?
È la storia che la pone.

Lorenzo Merlo  -  force@victoryproject.net

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martedì 11 febbraio 2020

Produzione rifiuti urbani in Italia - Relazione ISPRA 2019


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Nel 2018 la produzione di rifiuti urbani cresce in tutte le macro aree geografiche, in modo più marcato nel Nord, +2,7% a fronte di incrementi rispettivamente pari al +1,7% nel Centro e al +1,1% al Sud. In valore assoluto, il nord Italia produce circa 14,3 milioni di tonnellate, il Centro 6,6 milioni di tonnellate e il Sud 9,2 milioni di tonnellate. 

I valori più alti di produzione pro capite si osservano, come nelle precedenti annualità, per il Centro, con 548 chilogrammi per abitante, in aumento di oltre 10 chilogrammi per abitante rispetto al 2017. 

Il valore medio del nord Italia si attesta a circa 517 chilogrammi per abitante, in crescita di 14 chilogrammi per abitante rispetto al 2017, mentre il dato del Sud si attesta a 449 chilogrammi per abitante, con un aumento di 7 chilogrammi. 

Su scala provinciale, il più alto valore di produzione pro capite si riscontra per Reggio Emilia, con 761 chilogrammi per abitante per anno, seguono altre tre province dell’Emilia Romagna, nell’ordine, Rimini, Ravenna, e Forlì-Cesena, rispettivamente con 754, 735 e 726 chilogrammi per abitante per anno. 

I più bassi valori di produzione pro capite (inferiori a 400 chilogrammi per abitante) si osservano per diverse province del Sud Italia. In particolare, Potenza, Enna e Avellino si collocano al di sotto di 350 chilogrammi per abitante per anno. 

Fonte: http://www.isprambiente.gov.it/it/events/rapporto-rifiuti-urbani-edizione-2019

Rapporto Rifiuti Urbani Edizione 2019

lunedì 10 febbraio 2020

Dal turbocapitalismo all'ecologia profonda


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Dalla soddisfazione dei sensi del turbocapitalismo alle emozioni dell'economia circolare e dell'ecologia profonda

Dal turbocapitalismo che ci spinge all'appagamento dei sensi solo attraverso il continuo consumo ossessivo e compulsivo di carne e al sacrificio rituale del sangue degli animali all'economia circolare e all'ecologia profonda degli sguardi e delle parole scambiati liberamente. 

Immaginare/raccontare la nostra terra e le nostre vite è una chiave concreta per salvarci da questo mondo, in questa particolare curva dell'antropocene con cambiamenti cosi marcati e inquietanti. quali racconti quali sguardi e quali parole seguire in questo fluire incessante di cambiamenti, immagini di futuri plausibili in un sistema dinamico di relazioni interazioni. quale modo di raccontare per un dialogo che moltiplichi i punti di vista che dia il senso della complessità e la pluralità dello spazio e del tempo e che guardi alla totalità degli esseri e delle cose: laboratorio di vita, sperimentazione di emozioni coscienze consapevolezze.  

Ferdinando Renzetti - ferdinandorenzetti@libero.it

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"Conversare con genti diverse rende saggi gli uomini"  (Miguel de Cervantes)

domenica 9 febbraio 2020

Spilamberto - Gli ecologisti dicono No al Polo Logistico Amazon - Flash mob del 8 febbraio 2020



Spilamberto 8 febbraio 2020: Flash Mob in mascherina per dire no al Polo Logistico Amazon

Perché siamo qui? Siamo qui per avere delle risposte. Per dialogare e confrontarci. Per esprimere la nostra posizione di cittadini che pretendono di essere amministrati da una politica capace e attenta ai bisogni della comunità.

Da mesi aspettiamo risposte concrete dall’amministrazione, mentre ciò che abbiamo letto sui giornali sono solo slogan, frasi d’effetto o giri di parole.

Noi portiamo i numeri, i dati: noi facciamo parlare la scienza. I più grandi problemi dell’Emilia Romagna sono l’inquinamento dell’aria, il traffico e la cementificazione smisurata ed è su questi tragici dati che vogliamo un’inversione di marcia. Mentre il progetto di questo polo logistico porterà ad un aumento di oltre 2000 veicoli al giorno, con il conseguente incremento di possibili incidenti, in una Terra di Castelli dove la percentuale è già quasi doppia rispetto a quella della provincia e dell'intera regione. Il tutto, lungo assi stradali che il Piano regionale dei trasporti non considera adatti all’e-commerce!

La costruzione del polo logistico causerà la scomparsa di un’altra area verde che poteva essere destinata ad agricolo, e che invece potrebbe accogliere un ecomostro di dimensioni pari al nostro centro storico!

Noi viviamo in una delle aree più inquinate d’Europa, la Pianura Padana e l’Italia è la prima nell’Unione Europea per morti premature da biossido di azoto e la seconda per il particolato fine. Pensate all’impatto di oltre 2000 veicoli al giorno in più sulla qualità della nostra aria! È la stessa Arpae, Agenzia regionale per la protezione ambientale, a confermare la relazione tra inquinamento dell’aria e rischio di tumori al polmone. Ma ci sono altre malattie respiratorie, neurologiche e renali di cui l’inquinamento è oramai una causa conclamata.

Ma quando capirà chi amministra che la vera emergenza è la tutela della nostra salute? Ancora siamo al punto di contrapporla al lavoro, come se si dovesse scegliere fra il vivere o il lavorare? È giunta l’ora di non abbassare più la testa a questi subdoli ricatti! È la Costituzione a dirlo: l’articolo 32 recita “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività”.

Spilamberto è un paese di eccellenze enogastronomiche che ne costruiscono una precisa identità. Qui c’è l’aceto balsamico tradizionale, il nocino, gli amaretti, il parmigiano, il lambrusco e gli alberi da frutto. Questa è la nostra storia. Ed è anche un paese nel quale i commercianti lottano per tenere aperti i loro negozi, che ravvivano i nostri centri storici e sono avamposti di sicurezza. Sono loro che dobbiamo difendere ed aiutare, non certo un anonimo commercio online che ci rende individualisti, ossessivamente consumisti e sempre più soli. O che genera posti di lavoro che non tutelano certo i diritti, la qualità e la dignità.

L’elenco delle conseguenze che scaturiranno da una scelta così inopportuna ci fa comprendere l’entità di questa follia; non vogliamo abituarci ad avere la mascherina anti-smog per poter respirare senza avvelenarci. Vogliamo continuare ad indossare maschere solo a Carnevale, solamente per divertimento.

Perciò, continueremo a batterci per difendere il bene più prezioso: la salute del nostro territorio e di chi lo abita. Speriamo di avervi sempre al nostro fianco.


 Maddalena Vandini - Portavoce del comitato No variante Rio Secco






Articolo collegato: 
http://retedellereti.blogspot.com/2020/02/spilamberto-chiede-piu-ossigeno-flash.html


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Mio commentino: "Tra gli ecologisti di Spilamberto che chiedono "Più ossigeno e meno Amazon" c'eravamo anche noi della Rete Bioregionale Italiana. Abbiamo voluto partecipare a questa sacrosanta manifestazione per  aiutare la giusta  causa" 


Nella foto  potete vedere Caterina e Paolo davanti al monumento alla famiglia di Spilamberto con un volantino di protesta

sabato 8 febbraio 2020

Esiste ancora una musica "bioregionale" dopo Sanscemo? - Il "su cesso" è riservato a pochi eletti, che si adeguano ai modelli economici e culturali della società consumista postmoderna


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...molti e molti anni fa lasciavamo navigare le idee nei campi blu della leggerezza e della creatività trascorrendo l’infanzia nei cortili assolati emulando le canzoni sentite dalle opache ombre grigie dei televisori di allora: Sanremo Canzonissima e Cantagiro. Nelle gare canore ci dicevamo l’un l'altro, prendendoci in giro: bravo puoi andare a cantare a sanscemo! 

Questo per dire che non ho ricevuto una educazione musicale appropriata ai tempi, nel senso che nella periferia urbana non ho mai ascoltato musica di tradizione bioregionale. Ricordo solo azzurro di Adriano Celentano e le canzoni di Sanremo, mio padre mi comprava i 45 giri che mi piacevano di più, che ascoltavo a loop al mangiadischi, cosi si chiamava il riproduttore portatile dei dischi di allora. più tardi ricevetti in regalo un registratore geloso a bobine cosi registravo direttamente le canzoni alla televisione e nessuno poteva parlare durante le mie prime primordiali registrazioni. dicevo che questa è stato l’inizio del mia evoluzione culturale musicale, mio padre metalmeccanico figlio di ferroviere, mia madre casalinga, figlia dei contadini, mi lasciavano tantissima libertà e potevo fare quello che volevo e stavo tutto il giorno in giro a tirare sassi per le strade a cacciare ricci bisce e lucertole e per fossi e torrenti a tirare con la fionda. 

Cosi una vita libera e libertaria all’aria aperta anche se come dicevo non ho ricevuto nessuna educazione musicale. ricordo che eravamo molto poveri e con noi abitavano anche i nonni, in casa cera solo una stufa a legna per riscaldarsi e mia nonna sempre malaticcia in vestaglia, trascorreva le sue giornate seduta vicino alla stufa, mio nonno ex ferroviere andava al molo del porto a pescare oppure nel orto giardino a coltivare uve e ortaggi. la vita in generale era più povera anche la televisione mostrava un mondo povero e semplice cosiccome le canzoni imparate a memoria come forma di poesia popolare, papaveri e papere, nel blu dipinto di blu, una lacrima sul viso,  

Ieri fuggendo da sanscemo mi sono imbattuto in un film che non avevo mai visto cinque bambole per la luna d'agosto, genere pop fumettistico citato pure da Tarantino. Mi ha sorpreso, a parte le ambientazioni moderne e modernistiche con interni e architetture di design costumi e abiti colorati anni 60, la colonna sonora di un gruppo che mi piaceva molto, il balletto di bronzo con un brano particolare che a volte ascolto ancora: neve calda. 

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Comunque sanscemo è proprio scemo con tutta l'Italia che ne parla con la reunion dei Ricchiepoveri come li hanno definiti gli Abba italiani, il duetto Ranieri Tiziano Ferro con perdere l'amore, la bellissima levante e la sensuale Elettra Lamborghini, quel che non capisco sono i rapper Salmo Rancore Junior Cally e altri che vanno a Sanremo, come i graffitisti e i writers che ora espongono nei musei le loro opere. 

Vero che attraverso l'hiphop letteratura ritmica urbana, i ragazzi esprimono i loro disagi esistenziali, anche vero che ormai divenuto autentica macchina per far soldi anche se tutti i giovani si riconoscono ormai in questo linguaggio globale. allora dopo l’hip hop in dialetto sardo e salentino, il raggamuffin in tutte le salse, ora la musica trap o elettro trap  dei più giovani. quel che voglio veramente dire che è pur sempre un linguaggio adottato, perché proveniente dai bassifondi e dalle periferie urbane delle città americane e frutto della cultura afroamericana. ecco allora quale la nostra vera musica escludendo per ipotesi hip hop, i Ricchiepoveri Zucchero e altro se non Massimo Ranieri di se bruciasse la città, rose rosse, l’erba di casa mia e altre canzoni e per passaggio generazionale tiziano ferro anche se non riesco ad ascoltarlo cosiccome non riesco a ascoltare i Negroamaro emma e altri cantanti. 

Mi sembra che nonostante la ricchezza dei vari moduli espressivi generazionali le enormi possibilità tecniche a disposizione i vari media per esprimersi e farsi sentire come fb twitter instagram you tube….ci sia un impoverimento generale della cultura musicale e ho l’impressione che le idee oggi affogano negli acquitrini della complessità della incostanza e della superficialità fine a se stessa. in quanto a me intorno ai quindici anni ho iniziato ad ascoltare il rock americano Janis Joplin i Doors Jimi Endrix la musica hippy e psichedelica californiana come Jefferson Airplane Crosby Still e Nash e anche il buon rock italiano con Premiata Forneria Marconi area banco del mutuo soccorso perigeo e mi piaceva anche De Gregori pian piano sono arrivato al jazz al bop al be bop al free e alla musica classica contemporanea di Philip Glass John Cage… ora ascolto e studio solo registrazioni di brani tradizionali  bioregionali di Marche Abruzzo Molise Salento Gargano Aspromonte e Pollino imparando e studiandone tecniche e stili, oramai da quasi un ventennio. anche se difficile per me ancora riconoscerne perfettamente identità e precise appartenenze di modi stili ed esecutori. 

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In verità pensavo che dopo il successo del movimento neo folk nei primi anni 2000 la musica tradizionale avrebbe avuto più seguito invece c’è ancora parecchio lavoro da fare. un periodo, quasi due anni, ho seguito pure un etnomusicologo bravissimo che mi insegnato parecchie cose, poi mi sono distaccato da lui, proprio per lasciarmi libero di sperimentare e fare esperienza da solo, dopo aver appreso le basi della musica tradizionale meridionale. solo che non so come trasmettere quanto appreso perché il mio karma non mi lascia tregua e allora continuo a seguire e studiare il lavoro lasciato da Alan Lomax con la sua mappa del paesaggio sonoro dell italia prima del boom stilata alla meta degli anni 50.

Che significa di preciso "ok boomer"? Il termine “boomer” è quello con cui ci si riferisce, in inglese e nel mondo occidentale, alle persone nate tra la fine della seconda guerra mondiale (1945) e la meta degli anni '60, coloro che hanno quindi beneficiato del periodo storico chiamato appunto “boom”, la grande accelerazione economica che ha coinvolto tutto l’Occidente. Per fare chiarezza, occorre specificare che a quella dei boomer è seguita la generazione X (1965-1980),poi la Y – quella dei Millennials con i nati tra il 1980 e il 2000 – e oggi la generazione Z, i nati dal 2000 in poi, i veri nativi digitali.

Ferdinando Renzetti 

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ferdinandorenzetti@libero.it



mercoledì 5 febbraio 2020

Vagabondi del dharma bioregionale... nella lucente presentitudine


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...a proposito di spiritualità laica e bioregionalismo, rileggo i Vagabondi del Dharma di Jack Kerouac, forse lo scrittore preferito, la sua prosa poesia continua, astrae totalmente e fa vivere in modo reale situazioni descritte. frasi e appunti presi qua e la riassemblati casualmente cambiandone senso e forma:
"vuotare il radiatore radiare il nuotatore"

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Cinquant’anni nel tempo senza principio come nello zen senza pensare solo ballare in atomi di polvere accumulata nella notte dei tempi, il primo passo è gioia, il secondo felicita, il terzo serenità, il quarto follia, il quinto estasi! il silenzio fragore assordante, lo sono anch’io, in fondo la risata è sacra e necessaria e si estende in tre direzioni sotto sconfinati cieli azzurri con spazi planetari colmi di nuvole e panorami immensi. profumo di legna scaldata dal sole, di polvere assolata adagiata sotto la luna, di fango lacustre, di fiori, di paglia, di tutte le meravigliose cose terrene e ora quel folle canto umano panna montata sul gelato fino ai selciati polverosi di segatura di alcuni paesi del sud. lecci ingialliti riempiono l’aria del pomeriggio di una polvere dorata che confonde la vista. un bel posto se non fosse per il rombo degli autocarri sulla strada. l‘essenza della mente e la mente delle bucce di banana lucente presentitudine coltre splendente nel nessun luogo più luminoso del Già! Tutti sanno tutto. la ruota della tremula concezione di carne gira nel vuoto emettendo ticchettii, porcospino, elefante, gente, polvere di stelle, folli, follia…

Ferdinando Renzetti
- ferdinandorenzetti@libero.it

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2020. Si prospetta una calda estate

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Seppur manchino ancora tanti mesi, viene spontaneo cercare di capire a cosa andremo incontro in vista dell’arrivo del semestre caldo, soprattutto dopo un inverno (quello che stiamo vivendo) caratterizzato da un clima anomalo con caldo fuori stagione, poche precipitazioni e assenza pressoché totale di neve. 

Ebbene, possiamo già dirlo con buona attendibilità: l’estate 2020 potrebbe essere da record. Tale sentenza, che necessita ovviamente di conferme e di ritocchi, è confermata ancora una volta alla luce delle ultime emissioni stagionali. 7 Potrebbero essere due gli elementi determinanti della prossima stagione estiva: sotto il profilo termico rischiamo di sperimentare temperature quasi tropicali con caldo afoso e intenso, ma l’attenzione va rivolta anche alla possibilità che alcuni fenomeni estremi (come grandinate, tornado e trombe d’aria) possano accanirsi sul nostro Paese. 

Ovviamente, ad oggi, non possiamo avere la certezza matematica che tutto ciò avvenga, tuttavia tutti gli indizi ci portano dalla stessa parte, ovvero verso scenari abbastanza estremi. In ogni caso, è tutto vero, non si tratta cioè di “fantameteo”. Ciò che potrebbe scatenare un’estate fuori dal normale è l’arrivo del "El Nino", ovvero il riscaldamento superficiale delle acque dell’Oceano Pacifico. 

Questo fenomeno provoca degli scombussolamenti un po' su tutto il Pianeta, specie sul continente europeo che spesso viene interessato da bolle africane roventi che perdurano per diverso tempo, anche per settimane. In breve, dunque, aspettiamoci mesi molto caldi con valori che potrebbero spingersi per lunghi periodi di oltre i 35/38°C, ma con punte anche di 40°C, soprattutto all’estremo Sud e sulle zone interne e pianeggianti del Nord. C'è un altro aspetto da considerare: non escludiamo (a causa di un ritardo nello strat-warming primaverile) refoli di aria più fresca in quota o il passaggio di piccole gocce fredde in grado di scatenare, a causa del contrastante contesto generale, violente grandinate, trombe d’aria, alluvioni lampo e altri fenomeni fortemente impattanti. Nei nostri prossimi aggiornamenti cercheremo delle conferme (o eventuali smentite) su questo tema stagionale.

Salvatore de Rosa -  Il Meteo.it

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(Fonte: A.K. Informa N. 5)