martedì 15 marzo 2022

Vegetariani per salvare il pianeta...

 


Nel 1800 la popolazione mondiale era di 900 milioni di individui; nel 1900 di 1,6 miliardi, nel 2000 di 6,5 miliardi; nel 2025 si presume che vi saranno 10 miliardi di individui. Di fronte all’inarrestabile incremento demografico il genere umano sarà costretto ad attuare una scelta dalla quale può dipendere la sua stessa sopravvivenza: continuare a produrre alimenti per ingrassare gli animali oppure produrre cibo per gli esseri umani? Gli scienziati sono concordi nel dire che è tecnicamente possibile nutrire tutta l’umanità (a patto che questa sia vegetariana) e che la fame nel mondo non è una questione di produzione ma di distribuzione delle risorse. Infatti il pianeta fornisce cereali a sufficienza per dare ad ogni essere umano una razione quotidiana di 3000 Kcal e circa il doppio dei suoi bisogni ottimali di proteine. Chi non dispone di 2000 Kcal soffre di sottonutrizione. La demografia esplode nel terzo mondo mentre regredisce nei paesi industrializzati e questo fa capire che il futuro dell’umanità appartiene ai paesi emergenti.

Le eccedenze alimentari agricole americane costituiscono l’indispensabile risorsa per le popolazioni affamate e per mantenere la pace nel mondo. Ma gli USA potranno sempre servirsi dell’arma alimentare per richiamare all’ordine un paese amico che fosse tentato di virare al rosso. I paesi del 3° Mondo dipendono da quelli ricchi per una parte sempre maggiore del loro approvvigionamento di derrate alimentari: il 60% degli aiuti alimentari nel terzo mondo vengono dagli stati Uniti, poi dall’Unione Europea e dal Canada. Ma il nord non può nutrire indefinitamente un sud la cui popolazione continua a crescere e di distruggere il suo ambiente naturale con l’eccessivo sfruttamento dei suoli. Inoltre, questo sistema aumenta la dipendenza alimentare, crea una mentalità di assistiti e modifica radicalmente le abitudini alimentari degli stessi assistiti: il prezzo molto basso di grano importato scoraggia il consumo e la produzione di cereali tradizionali locali, come il mais, il miglio, l’avena ecc.

Per nutrire 10 miliardi di individui bisogna dar vita ad una nuova società economa di energia ma soprattutto con profonde modifiche sul piano delle abitudini alimentari, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri. La generalizzazione del sistema vegetariano risulta essere il solo ed unica possibile soluzione applicabile subito e con beneficio per tutti. Ostinarsi a tenere in vita il regime onnivoro è un suicidio e una follia individuale oltre che collettiva; infatti occorrono 7 calorie vegetali per produrre una sola caloria animale: questo vuol dire che in un mondo affamato, nella produzione dell’alimento carneo 6 calorie vanno perse: Un ettaro di terreno utilizzato per la coltura della soia produce 28 volte più proteine (di alto valore biologico) che se fosse utilizzato per l’allevamento bovino.

Di fronte a questa preoccupante prospettiva presto l’umanità dovrà scegliere questa strada, perché non vi è altra strada da scegliere: l’umanità del futuro sarà vegetariana o non sarà affatto. L’elaborazione di un nuovo progetto di società diventa imperativo. Infatti quando le materie prime e l’energia scarseggeranno, il che è inevitabile, si bloccherà il meccanismo della società dei consumi.

Il controllo demografico del pianeta è una condizione sine qua non alla restaurazione di un equilibrio ecologico ormai compromesso su scala mondiale.

LO SPRECO DI RISORSE. Di fronte ai crescenti bisogni alimentari del terzo mondo non è più possibile consentire l’enorme spreco di cerali destinati agli animali d’allevamento, infatti questi consumano il 40% della produzione cerealicola mondiale e a questi si aggiungono le farine di pesce, di carne, di latte, di panelli di soia, di arachidi, di girasole ecc. Nell’allevamento intensivo la produzione di carne causa uno spreco insostenibile: il rendimento medio è solo del 10%. Secondo il dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti ci vogliono 16 kg di miscugli di cereali e soia per ottenere un solo kg di carne bovina; 6 kg per un kg di maiale, 4 per un kg di tacchino, 3 per produrre un kg di pollo o di uova. Sarebbe dunque molto più ragionevole, razionale, vantaggioso, produrre cereali invece che carne al fine di nutrire l’umanità: ma lo scopo dei produttori di alimenti non é questo. L’agricoltura americana non può essere presa a modello perché la sua generalizzazione su scala mondiale assorbirebbe l’80% dell’energia ora consumata nel mondo: costituirebbe una minaccia per l’intero pianeta e rovinerebbe finanziariamente il terzo mondo. Nei paesi dell’OCSE la maggior parte delle produzioni vegetali sono destinate all’alimentazione animale: solo il 20% dell’energia consumata nel settore agricolo è impiegata per la produzione di vegetali consumati direttamente dall’uomo.

I RESPONSABILI. Questa situazione ha tre cause principali: l’esplosione demografica, la crescente concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi privilegiati (in Colombia il 66% delle terre coltivabili appartiene al 3,6% dei proprietari, in Argentina il 75% appartiene all’1,8%) e la corruzione dei dirigenti politici del terzo mondo che trascurano la produzione di alimenti tradizionali adatti all’alimentazione del loro popolo per favorire investimenti orientati verso merci di lusso destinate all’esportazione. Le classi al potere frenano le riforme e incoraggiano solo miglioramenti tecnologici; gli affamati non sono rappresentati a livello politico, sono gli affamatori che parlano per loro. La maggior parte dei paesi in via di sviluppo (sotto la costante pressione delle multinazionali agroalimentari e zootecniche, allettate dai forti interessi economici e di appoggi politici) opta per la produzione di derrate redditizie, destinate all’esportazione. Così i contadini sono costretti ad estendere sempre più le superfici destinate alle monocolture per poter pagare le importazioni di cereali e le aree destinate alla coltivazione di derrate alimentari umane si restringono sempre più. Per l’insopportabile indebitamento molti contadini, specialmente dell’India, arrivano al suicidio. Inoltre: l’aiuto alimentare internazionale soffre di mancanza di coordinamento e di onesti obiettivi.

AUMENTO DEL COSTO DELL’ ENERGIA: L’enorme costo energetico degli allevamenti intensivi li renderà sempre meno competitivi rispetto agli allevamenti classici a causa del costante aumento del costo di energia. I settori più minacciati sono quelli delle produzioni animali e delle produzioni sotto serra. I trasporti degli alimenti a grandi distanze in un futuro non saranno più possibili. Dopo l’esaurimento delle fonti di energia non rinnovabili, la carne diventerà un prodotto raro e caro, accessibile solo alle persone abbienti. Anche il ritorno all’allevamento tradizionale farà aumentare il prezzo della carne. Gli ultimi amatori della carne accetteranno di pagarla a caro prezzo. A causa degli alti costi, la produzione di carne diminuirà in ogni paese del mondo e questo provocherà una inevitabile crisi delle industrie della carne e una conversione dei terreni ora adibiti a pascolo.

LE POSSIBILI SOLUZIONI. La semplice soppressione degli allevamenti in batteria non basterà a nutrire l’umanità e il Terzo Mondo: occorre ridurre la pratica dell’allevamento sotto ogni forma, perché gli animali saranno sempre in competizione con l’umanità in un pianeta le cui risorse sono limitate e destinate presto a finire. Non è solo questione di carburanti alternativi ma di un modello basato sulla riduzione delle risorse utilizzate e soprattutto di fermare l’incremento demografico e uniformarsi a stili di vita compatibili con le possibilità del nostro pianeta. Una logica inesorabile ci dice che a mano a mano che aumenta il numero dei conviviali occorre ridurre la parte di ognuno. Quando le porzioni raggiungeranno la soglia minima vitale ci sarà tensione, violenza e guerra.

Se i paesi industrializzati riducessero gli allevamenti non dovrebbero più importare tanti alimenti per il bestiame di provenienza dai paesi de Terzo Mondo: questi ultimi dovrebbero orientare necessariamente la loro produzione verso alimenti destinati direttamente all’uomo. Il prezzo della terra nei paesi in via di sviluppo si ridurrebbe e i piccoli agricoltori potrebbero tornare all’agricoltura tradizionale e sarebbero in grado di nutrire se stessi e le loro famiglie. Ma numerosi speculatori perderebbero molto denaro.

Per motivare il contadino a lavorare di più e a spendere di più per la sua agricoltura sarebbe necessario eliminare i vari ostacoli, che sono di natura politica, socio-culturale ed economica quali: mancanza di libertà politica; mancanza di emancipazione contadina; mancanza di trasporti adeguati; mancanza di una politica fiscale inadeguata; eliminare le zone controllate da guerriglieri, le divisioni razziali, l’instabilità politica, la burocrazia farraginosa. Queste sono le principali problematiche che spingono i contadini ad abbandonare le colture tradizionali per orientarsi verso la produzione di derrate alimentari destinate alle classi medie e ricche delle zone urbane.

Quindi occorre:

– istituire un’Autorità Alimentare Mondiale che possa incoraggiare la produzione di alimenti vegetali adatti agli umani e che possa calmierare i prezzi ed all’occorrenza redistribuire le eccedenze alimentari;

  • limitare e successivamente eliminare i prodotti animali e derivati;

– frenare l’esplosione demografica;

– mettere temine allo sfruttamento anarchico delle terre del Terzo Mondo e alla deforestazione;

– garantire la sicurezza del possesso della terra ai contadini;

Più aumenterà il numero dei vegetariani e più i politici si sentiranno sollecitati a proporre leggi che favoriscano l’abbandono della produzione dell’alimento carneo per aderire all’unico possibile: quello vegetariano.

Paolo D’Arpini 


Spunti tratti dal libro di Jacqueline Andrè “Sette miliardi di vegetariani” Giannone Editore.


lunedì 14 marzo 2022

Val Susa o terra di nessuno? Lettera aperta ai Valsusini di Luca Giunti...



Cari amministratori della Val Susa,  le ragioni che da trent’anni sostengono l’opposizione al raddoppio della ferrovia esistente tra Torino e Lione possono essere riassunte in quattro macro-capitoli: è inutile, devasta l’ambiente, costa tantissimo, è truffaldino. Forse poi ce n’è un’altra coperta: è guerrafondaio. Lo sappiamo bene, lo abbiamo ripetuto in tantissime occasioni. Perché ricordarlo ancora una volta? Perché negli ultimi due anni non solo queste argomentazioni non sono state smentite ma, anzi, hanno avuto nuove, ripetute e autorevoli conferme. Ne elenco alcune tra le più significative.

Il report 2020 della Corte dei conti UE: costi lievitati, cronoprogrammi falliti, obiettivi irraggiungibili. I numeri ISTAT dei passeggeri trasportati per km: nel 1995 49.700.000, nel 2019 39.308.000, e delle merci trasportate per km: nel 1995 66.682.000 di tonnellate, nel 2019 10.671.000. Il (nuovo!) collegamento Frecciarossa Milano-Parigi (che non fa più fermate a Oulx e Bardonecchia), l’aumento dei transiti dei treni merci sulla attualissima ferrovia Torino-Modane in funzione e continuamente ammodernata. E infine, quali sono le prime opere che il TAV sta costruendo in valle, prima ancora di cominciare a scavare? Un grande parcheggio per auto (Ferriera), uno svincolo autostradale (Chiomonte), un autoporto per i TIR (San Didero e Borgone). Eccetera. Il consumo prolungato di suolo e acqua (con la siccità incombente!), le emissioni di inquinanti e gas serra (sempre sottovalutate dai proponenti, sempre controdedotte dalla nostra commissione tecnica senza confutazioni), la vanificazione degli impegni comunitari in tema ambientale (altro che orizzonte 2030!). Dobbiamo affrontare terribili emergenze climatiche e sociali che sono state causate proprio dallo schema che ha prodotto la NLTL. Accanirsi nel volerla costruire acuirà quelle crisi. I ritardi accumulati e i conseguenti tempi dilatati inficiano qualsiasi seria valutazione ambientale o sanitaria; esempio perenne e inconfutabile rimane il cantiere di Chiomonte che, terminato lo scavo geognostico, avrebbe dovuto essere chiuso e ripristinato e proprio per la sua durata limitata a 5 anni aveva ottenuto una (risicata) autorizzazione ambientale. Dalla settimana scorsa, poi, è palese che quest’opera è incostituzionale perché di fatto confligge con il nuovo articolo 41 della Carta. Eccetera eccetera. 

Sui costi c’è poco da dire. Pagheremo oltre 10 miliardi di euro pubblici solo per il traforo da 2×57 km e la cifra è soggetta a rivalutazioni al rialzo; la nuova tratta – tutta da progettare – da Avigliana a Orbassano e a Settimo era stimata dieci anni fa in quasi 2 miliardi. Al territorio vengono elargite briciole di compensazioni necessarie per la sicurezza idrogeologica che andrebbe comunque garantita e, anzi, è stata continuamente rinviata con criminale cinismo proprio a causa del TAV.

Sullo sfondo, secondo informazioni indefinite ma attendibili, sembrerebbe esistere una giustificazione nascosta: la realizzazione di un percorso europeo a scopi militari, per trasportare carri e truppe verso chissà quali manovre o conflitti. D’altronde, quando venne concepito – prima della caduta del muro di Berlino – quel corridoio doveva finire a Kiev, in Ucraina… Personalmente, mi convince poco perché sarebbe troppo vulnerabile. Le gallerie appaiate o i viadotti sarebbero facilmente esposti, in caso di belligeranza, a eventuali sabotaggi. Ogni anno nella nostra valle vengono celebrate le azioni dei partigiani. Una delle più famose fu quella del 29 dicembre 1943 quando fecero saltare con la dinamite il ponte ferroviario dell’Arnodera, interrompendo proprio la Torino-Modane. Se invece quella militare fosse davvero una delle motivazioni che spingono la NLTL, ancora maggiore dovrebbe alzarsi l’opposizione popolare e istituzionale per ragioni umanitarie, pacifiste, costituzionali.

Voglio dilungarmi maggiormente sull’ultima ragione, la fraudolenza, perché vi riguarda ancor più direttamente. Nulla di quanto avete chiesto ufficialmente negli ultimi tempi è stato concesso dal Governo, dai ministri, dalla regione, da Telt. Dov’è la nuova VIA sulla variante dello smarino di Salbertrand? Dov’è la garanzia di non avere un cantiere unico esteso su tutte le aree di lavoro? Dov’è un cronoprogramma definito e affidabile della sequenza delle prossime lavorazioni? Persino la Commissione UE rifiuta di pubblicare il Grant Agreement con scadenza 31 dicembre 2022 del quale, solo grazie agli sforzi testardi di PresidioEuropa, si ottengono versioni annerite e censurate che sembrano scappate dagli archivi della CIA. Non bastasse, la società francese Telt spesso invia ai vari comuni i documenti progettuali a singhiozzo, evitando quelli a suo dire sensibili per segreti industriali o commerciali o di intelligence, come se non fosse pagata interamente con denari pubblici. Una condotta altezzosa che nessun ufficio tecnico comunale accetterebbe da qualsiasi altro imprenditore privato.

Vi hanno forse consultato o almeno avvisato prima di dichiarare altri sette comuni “siti strategici di interesse nazionale” così da poter impiegare l’esercito per il mantenimento dell’ordine pubblico? Avete forse ottenuto il coinvolgimento di tutti i comuni e della Unione Montana in ogni tavolo, riunione, incontro che riguardi il territorio? O la risposta puntuale ad almeno alcune delle osservazioni presentate in tanti momenti ufficiali (gli ultimi tre sono avvenuti con la ministra De Micheli, con la commissione trasporti regionale, con il nuovo commissario Mauceri)? O qualcos’altro? Non solo nulla è stato concesso ma le più recenti decisioni procedurali e amministrative vanno nella direzione opposta alle vostre (nostre) più che legittime pretese. Più che legittime, perché esulano dalla contrapposizione Si/No, tanto è vero che sono state sottoscritte anche dagli amministratori meno contrari all’opera. Riguardano trasparenza nelle decisioni e negli appalti pubblici, rispetto delle procedure di legge, adesione agli obiettivi ambientali comunitari, attenzione al territorio coinvolto, eppure non vengono mai esaudite nemmeno parzialmente. Invece, abbiamo davanti a noi il peggior scenario possibile. Per almeno 12 anni da oggi, forse di più, la valle sarà deturpata da cantieri stop-and-go, inaugurati in pompa magna, attivi per qualche settimana poi fermi per mesi, ma sempre presidiati ininterrottamente dalle varie forze armate o dell’ordine. Uno stillicidio collaudato: i cantieri di Chiomonte e San Didero lo testimoniano esemplarmente.

Dunque, anche la quarta motivazione è dimostrata. Vi stanno imbrogliando, ci stanno truffando. E i furbacchioni sono sempre gli stessi. Com’è possibile fidarsi ancora di loro?

Luca Giunti (ripreso da volerelaluna.it)




domenica 13 marzo 2022

Pacha Mama. Riconnettersi alle Energie della Madre Terra - Recensione

 


Entra nel cuore della Madre Terra e impara a sentire l’energia. È possibile sentire l’energia di un albero, di un fiore, di un filo d’erba, di un frutto, di un ruscello o di un lago.

È possibile imparare a sentire l’energia di qualsiasi essere vivente, ma anche di un cristallo, di una pietra o di un sasso.

Questo libro ti aiuterá a comprendere, sentire ed apprezzare tutta l’Energia che ti circonda.

La consapevolezza di poter “sentire l’energia” ti porterà a vivere in modo più intenso la connessione con la Madre Terra, fonte ancestrale e primaria di tutta l’energia. Il tanto atteso nuovo libro, dopo il successo di “Aromaterapia Energetica”. Un testo pieno di utili spiegazioni e indicazioni chiare per imparare a “sentire l’energia”.

Un manuale pratico e utilissimo, alla portata di tutti, per riconnettersi con Pachamama e riportare Energia nella nostra vita.

Leggendo questo libro  di Nicoletta Crippa ed  Alessandro Micheletti imparerai a:
• assorbire consapevolmente tutte le energie che la Madre Terra ti mette a disposizione,
• realizzare delle meditazioni semplici, veloci ed efficaci quando sei immerso nella natura e non solo,
• praticare degli esercizi per attivare i Chakra e i meridiani e aumentare la circolazione dell’energia vitale nel tuo corpo,
• controllare la respirazione per rigenerare e ricaricare la tua energia,
• rinforzare la tua connessione con l’Energia della Madre Terra,
• creare o a consolidare la tua unione con Pachamama.

Info: info@fiorigialli.it





sabato 12 marzo 2022

Plastica monouso, un male irrimediabile...?



Il sondaggio Ipsos, realizzato in collaborazione con Plastic Free July, ha evidenziato come una media di tre quarti delle persone, in 28 paesi al livello mondiale, concordi sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile.

Nel nostro Paese, il 14 gennaio 2022, è entrato in vigore il nuovo decreto legislativo 8 novembre 2021 n. 196, che mette al bando alcune tipologie di prodotti in plastica. Il decreto, che recepisce una direttiva dell'Unione europea, si occupa di:

prodotti in plastica monouso
prodotti in plastica oxo-degradabile
attrezzi da pesca contenenti plastica.

Questa normativa limita l'utilizzo di alcuni prodotti in plastica monouso in Italia ma in molte altre aree del mondo non esiste una normativa simile, nonostante gran parte dell'opinione pubblica ritenga giusto eliminare o ridurre quanto più possibile i prodotti in plastica usa e getta, come evidenzia anche la ricerca Ipsos "Atteggiamento verso la plastica monouso", condotta tra 20.513 adulti sotto i 75 anni in 28 paesi del mondo.

In media, l'88% delle persone intervistate nei 28 paesi crede che sia essenziale, molto importante o abbastanza importante avere un trattato internazionale per combattere l'inquinamento da plastica. L'America Latina, i paesi BRIC  (Brasile, Russia, India e Cina) e il Medio Oriente/Africa risultano le regioni con i più alti livelli di accordo, rispettivamente il 93%, il 91% e il 90%.

Per quanto riguarda, nello specifico, il divieto di utilizzo delle plastiche monouso, che rappresentano il tipo più comune di plastica, le persone intervistate nei paesi dell'America Latina e del BRIC si mostrano molto d'accordo con l'introduzione di questo divieto, rispettivamente l'88% e l'80%. Il Nord America ha invece i livelli più bassi, in questa area geografica si mostrano d'accordo con questa opzione il 61% delle persone intervistate.

Alti livelli di consenso si evidenziano invece in Colombia, l'89% degli intervistati è favorevole e in Cile, l'88%, percentuali simili si registrano anche in Messico. Sono a favore del divieto anche l'84 % delle persone intervistate in Argentina e in Cina mentre la percentuale cala al 37% in Giappone, al 55% negli Stati Uniti e al 66% in Canada.

Dal sondaggio emerge che una netta maggioranza di consumatori in ogni paese e una media globale dell'82% si mostra d'accordo nel preferire prodotti con una quantità ridotta di imballaggio in plastica. Ancora una volta, l'America Latina e i paesi BRIC mostrano i più alti livelli d'accordo, rispettivamente l'89% e l'84%. Cina, Messico e Colombia sono in cima alla lista con il 92% di favorevoli, seguiti da Cile (90%) e Perù (87%). Di nuovo, il Giappone è il paese con la più bassa percentuale di accordo (56%), seguito dagli Stati Uniti (71%) e dai Paesi Bassi (73%).

La stragrande maggioranza delle persone intervistate (85%), in tutti i 28 paesi, concorda sul fatto che i produttori e i rivenditori dovrebbero assumersi la responsabilità di ridurre, riutilizzare e riciclare gli imballaggi di plastica, quella che, in Europa, definiamo"responsabilità estesa del produttore". Anche in questo caso, i paesi latino-americani si mostrano tra quelli più concordi su questo punto (89%), seguiti dagli europei. Al contrario, le persone intervistate in Giappone non si mostrano così unanimi sull'adozione della misura della responsabilità estesa del produttore.

I cinque paesi, dove si punta di più ad avere produttori e rivenditori che si assumono la responsabilità di ridurre, riutilizzare e riciclare gli imballaggi di plastica sono: Brasile, Cina, Gran Bretagna e Messico, tutti con percentuali che raggiungono il 90%, seguiti dalla Svezia con l'89%, mentre quelli meno concordi sono il Giappone (72%), l'Arabia Saudita e la Corea del Sud, entrambi al 79%.

(Fonte: Arpat)

venerdì 11 marzo 2022

I tempi che corrono... e le profezie di Rasputin sull'Italia


L'uomo, la specie umana, sente l'alito della morte soffiare sul suo volto. La civiltà mai come oggi sembra in procinto di crollare ignominiosamente, sia dal punto morale che ecologico. Di profezie catastrofiste abbondano le cronache ma, lasciando da parte quelle criptiche di Nostradamus e quelle chiaramente a sfondo religioso (di Fatima o di Medjugorje), o di carattere  new age (Maya, etc.), non possiamo ignorare le previsioni del monaco "maledetto" Rasputin per la loro aderenza ai tempi in cui viviamo.

Le profezie di Rasputin e la nostra epoca

Grigorij Efimovi Rasputin fu assassinato nel 1917, egli godeva la stima dell’ultimo zar, Nicola II, e ci lasciò alcune preveggenze significative sul nostro Millennio.

È da sottolineare che questo emblematico personaggio, da taluni definito "santo" e da altri "demonio", aveva previsto l’assassinio della famiglia zarista, l’evento del marxismo e il crollo dell’Unione Sovietica.

Per l'Italia Rasputin aveva previsto l’anarchia e la fame. "... l’Italia", si legge in uno di questi vaticini, "finirà in una sterpaglia di contrasti, di difficoltà, di lotte intestine... In questo tempo, l’umanità sarà schiacciata dal frastuono dei pazzi e dei malfattori. La saggezza sarà messa in catene. Saranno l’ignorante e il prepotente a dettare la legge...".

Molti si sono chiesti perché il veggente abbia ricordato l'Italia. Si tratta, forse, di una nazione con la quale si vuole simboleggiare il mondo intero, oppure si tratta di un Paese che subirà più pesantemente degli altri "la punizione di Dio"?

I messaggi di Rasputin inquadrano i tempi che stiamo vivendo in  forma impressionante, ponendo in evidenza soprattutto "la grave malattia della terra, provocata dall’uomo", cioè i molteplici inquinamenti. Ed è questa, la premessa alla "punizione divina": "Si ammaleranno le piante", scrive il veggente "e moriranno ad una ad una. Le foreste diventeranno un enorme cimitero e tra gli alberi secchi vagheranno senza meta uomini storditi e avvelenati da piogge velenose". Questo tempo è ormai arrivato: le piogge acide sono difatti una tragica realtà. I dati ufficiali ci dicono che circa il 52% delle piante della Foresta Nera stanno morendo e nel giro di una generazione, molte ridenti località dell’Europa saranno trasformate in un deserto.

La situazione non è molto diversa per l’aria. Respiriamo veleni "e poi abbiamo la pretesa di non ammalarci".

Rasputin aveva profetizzato anche questo: "Verrà giorno in cui non ci sarà monte e non ci sarà colle; non ci sarà mare e non ci sarà lago, che non siano avvolti dall’alito fetido della morte... E tutti gli uomini respireranno la morte; e molti uomini moriranno per i veleni che sono sospesi nell’aria".

E ancora: "I veleni abbracceranno la terra come un focoso amante: i cieli avranno l’alito della morte e le fonti non daranno più che acque amare e molte di queste acque saranno più tossiche del sangue marcio del serpente... Gli uomini moriranno di acqua e di aria, ma si dirà che sono morti in seguito a malattie cardiache o polmonari... E le acque amare infesteranno i tempi come la cicuta, perché le acque amare partoriranno i tempi amari".

E la premonizione ricalca perfettamente il livello d'inquinamento a cui stiamo riducendo il pianeta. L'acqua potabile è sempre più rara a causa degli insani sistemi agricoli e dall'allevamento industriale. Le foreste vengono abbattute. Gli oceani stanno morendo invasi dalla plastica e da scoli ammorbanti.  Le centrali atomiche  impregnano la terra di veleni e se scoppiasse una guerra che tutti paventano le radiazioni ammorberebbero anche l'atmosfera.


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Ma una profezia sull'Italia che ci riguarda particolarmente da vicino è quella relativa alla situazione di Roma e della sede vaticana: "Nella notte dell’uomo bruciato, il sangue scorrerà a fiumi nella Roma dei papi e dei lestofanti. Il popolo uscirà sulle piazze accecato da un odio covato da tanto tempo e sulle picche lorde di sangue vedrete le teste dei politici, dei nobili e del clero. Il corpo di un uomo venerando sarà trascinato per le strade di Roma da un cavallo bianco e sulle strade rimarrà l’impronta del suo sangue e i lembi della sua pelle. Solo allora si scoprirà che l’uomo venerando era un serpente. E morirà come muoiono i serpenti. In questa notte di sangue e di magia le stelle cambieranno luce: quelli che indossavano l’abito della delinquenza indosseranno l’abito della giustizia e quelli che erano giusti diventeranno ingiusti... E quando sorgerà la luce del nuovo giorno, le fontane di Roma saranno piene di sangue umano, e molti corpi di potenti verranno squartati e gettati ai quattro angoli della città, affinché marciscano separati... Roma purificata non sarà più Roma. E la notte dell’uomo bruciato rimarrà a ricordare la santa insurrezione del popolo contro il lupo famelico vestito da agnello."


Paolo D'Arpini




Velletri e i platani di Garibaldi malati di "assessorite"

 


C’è una malattia, ancora non codificata dai manuali di botanica, che colpisce quasi esclusivamente gli alberi cittadini e che fa sì che nessuno di essi possa tranquillamente morire di vecchiaia. La malattia si chiama assessorite, ed è causata da un virus detto, appunto, il “virus dell’assessore” (in genere ai lavori pubblici). Esso può restare latente per anni. I vari ceppi si possono susseguire silenziosi, dando l’impressione di lasciare che gli alberi cittadini continuino a svolgere la loro funzione di fornire ossigeno e migliorare la salute psichica dei cittadini finché un giorno… 

Il nuovo assessore, una mattina, si alza; durante la notte non ha chiuso occhio, rimuginando che al posto di quel viale di inutili alberi ci potrebbero stare tanti bei parcheggi per le auto dei cittadini che non sanno più dove metterle, oppure che nel sottosuolo occupato dalle loro radici potrebbero passare fibre ottiche, tubature, fognature… “Ma come avranno fatto quelli prima di me  - pensa - a non accorgersi di quante cose si potevano fare tagliando quegli alberi? Che cretini!”

Basta che un temporale faccia cadere un ramo secco che sfiora un’auto parcheggiata. “E io – riflette l’assessore – dovrei vivere con la paura che un giorno qualcuno mi chiami a rispondere dei danni? No no, questi alberi devono sparire”. Oppure, si “mettono in sicurezza”, ma cosa? Gli alberi, i cittadini, o… il sedere dell’assessore?

Nelle mie raccolte che comprendono oltre mille alberi di tutta Italia ho fatto fatica a trovare un albero “cittadino”, se si escludono quelli all’interno dei parchi di ville antiche o di orti botanici, che sia arrivato alla monumentalità. Alla fine penso di averne individuati alcuni nei Platani di Garibaldi di Velletri, da me già pubblicati qualche anno fa.

La tradizione di Velletri con i platani va indietro nel tempo di quasi due millenni. Era proprio qui, nella villa di Caligola, che si trovava il grande platano raccontato da Plinio. Oggi la tradizione viene perpetuata da quattro grandi platani che si trovano in Piazza Garibaldi. Il più grande, visibile nella foto, Misura m. 6,04 di circonferenza rilevati da Susanna Vecchioni nel 2018.

Nel 1848, durante la Repubblica Romana, Giuseppe Garibaldi affrontò Ferdinando II di Borbone in una battaglia campale presso Velletri, ottenendo una clamorosa vittoria. Secondo una versione dei fatti, in tale occasione sarebbero stati piantati i quattro platani a ricordo. In seguito Garibaldi, rimasto affezionato a Velletri, scriverà alcune parole dedicate alla battaglia, ora scolpite su una parete del cascinale su via Ariana, che ospitò il quartier generale garibaldino:
«Qui ebbero stanza alcuni italiani
insofferenti di tirannide
e di menzogne sacerdotali.
Possano le generazioni che seguono
emanciparsi da tali brutture”.

Secondo un’altra versione, i platani sarebbero stati già esistenti al momento della battaglia e i combattenti al seguito di Garibaldi si sarebbero serviti di loro per osservare dall’alto l’eventuale arrivo di rinforzi da parte del re al papa. Una rarissima foto d’archivio del 1849 (fornita da Anna Morsa) mostra l’arrivo di Garibaldi l’anno dopo sulla piazza a festeggiare l’anniversario della vittoria: nella foto si vedono alcuni platani e sono già grandi. Il dubbio è, pertanto: sono gli stessi oggi presenti che, perciò, avrebbero ben più dei 174 anni che oggi vengono loro attribuiti, o sono altri platani oggi scomparsi? Un po' di mistero non guasta mai.







giovedì 10 marzo 2022

Cominciamo dagli alberi... ed altre storie...

 


Non si cambia il mondo con le idee, ma con la consapevolezza di come agiamo in esso.

Come se si chiedesse a qualcuno di disegnare un albero. A lavoro compiuto, lo osserveremmo notando le differenze di stile, tratto, e colori rispetto agli alberi disegnati da altri.

Sarebbero sufficienti alberi disegnati per prendere atto degli universi diversi che siamo. Basterebbe riconoscere che ogni disegno, tra cui il nostro, ha pari dignità con gli altri?

Così, potremmo riconoscere che la comune e prediletta alternativa all’osservazione, normalmente messa in essere, è l’affermazione.


Affermazione significa stimare quali alberi, posizioni e idee altrui si allineano ai nostri pensieri e intenti, quali possono giacere nel campo che ogni posizione genera.

Ogni campo ha le sue regole, tutte e sempre autoreferenziali. È un fatto inconsapevole, in quanto si rifanno a morali, norme e consuetudini concepite come le sole ufficiali e degne di dignità per dirimere questa o quella questione.

Tuttavia, sempre attraverso la modalità dell’osservazione, possiamo riconoscere che, così procedendo, dimostriamo di essere preda di un incantesimo. È così quando l’interesse personale, che include quello di gruppo, si rifà a luoghi comuni vissuti come dogmi. L’ideologia è un’espressione del modo dell’affermazione. Non a caso essa e solo essa conduce alle guerre. Essa e solo essa, mantiene la storia come storia di conflitto. Essa e solo essa impedisce un’evoluzione spirituale dell’uomo. E, alla pari, le religioni. Seguono tutte le altre, prive di manifesti ma ricche di pari determinazione dogmatica.

In tutte l’uomo sparisce, restano le idee pietrificate. Premessa per la fine del mondo. Proprio di quello che agitiamo dentro ogni pietra che scagliamo.

Così sono i giudizi, frutto dell’affermazione. Veri sassi scagliati in nome della propria ragione, argomentata o meno. L’inconsapevolezza del nostro giudizio è una rampa di lancio di missili utili solo alla nostra biografia, bombe su quella del prossimo. Che altra categoria non riempiono se non quella dei danni collaterali.

Insieme al giudizio, nascosto nel mondo che creiamo, si muovono le pretese. Intenti a noi stessi oscuri che ci impediscono di osservare il mondo come una sequela di fenomeni, di accettare come di pari concretezza e ragione tutto ciò che le pretese non ammettono e che scartano. Le pretese sono stampi entro i quali ci riproduciamo ed entro i quali ospitiamo solo ciò che non corrompe la purezza che riteniamo di essere. Purezza nuovamente composta da ideologie e morali, da interessi personali e luoghi comuni, da dogmi e presunta oggettività.

Se nel mondo meccanico, amministrativo, l’oggettività è uno strumento che fa il suo servizio, mutuata al contesto relazione non è che un danno garantito, una miccia dall’accensione indipendente.

Finché non diveniamo disponibili, finché non sviluppiamo le opportune consapevolezze, finché non siamo all’altezza di riconoscere che la realtà è nella relazione, che questa è negata finché restiamo soggiogati dal sortilegio dei nostri sentimenti, non saremo altro che operatori, fautori, manutentori di una condizione di vita e culturale che altro non può che perpetrare lo stato di delusione e sofferenza, nonché di successo ed esaltazione. Ovvero di una condizione fuori controllo, di personalità fuori equilibrio.

Diversamente dal pensiero ideologico, la rivoluzione, per essere sociale, deve essere personale. L’alternativa è vagare in un mare senza approdi.

Lorenzo Merlo