sabato 16 aprile 2016

Roma, 27 e 28 aprile 2016 - Stati Generali della Ricerca Sanitaria


Stati Generali della Ricerca Sanitaria - Roma, 27 - 28 aprile 2016
La Conferenza si terrà a Roma il 27 e 28 aprile 2016 presso l'Auditorium del Massimo, in Via Massimiliano Massimo 1 (zona Eur).
Qual è la situazione della ricerca scientifica oggi nel nostro Paese? Quali sono i settori di eccellenza e come affrontano i giovani le sfide di questa professione? Quali iniziative vanno intraprese per favorire la mobilità dei ricercatori da e verso il nostro Paese? Come consolidare la cooperazione tra mondo accademico e aziende private in termini di innovazione e sviluppo? Qual è lo stato degli investimenti per la ricerca in un settore cruciale per il nostro Paese, quello agroalimentare? Come l’Italia si sta preparando ad affrontare le sfide nei settori della prevenzione e della terapia molecolare e genica?
Sono solo alcuni degli interrogativi che verranno affrontati  durante gli Stati Generali della ricerca sanitaria, alla presenza delle più alte Cariche Istituzionali e con la partecipazione di autorità accademiche e scientifiche, ricercatori e rappresentanti dei pazienti, del mondo industriale, della finanza.
L’evento intende mettere in risalto la realtà del mondo della ricerca sanitaria, dibattendo degli attuali limiti e criticità, ma anche evidenziando le potenzialità di un settore che, oltre ad un grande valore etico e sociale, costituisce, per tutto l’indotto e per le diverse realtà che interconnette, una significativa opportunità di crescita.
Appare evidente la necessità di trovare una nuova governance che veda i ricercatori  protagonisti attivi e che faccia convergere le risorse disponibili in direzioni chiare e condivise. A tal fine, si discuteranno modelli e soluzioni, anche in una prospettiva di benchmark internazionale.
Ma gli Stati Generali vogliono anche offrire ai ricercatori occasioni di incontro e di approfondimento su temi troppo poco affrontati durante il percorso formativo: passare dall’ideazione alla realizzazione del prodotto (il cosiddetto“trasferimento tecnologico”), individuare e conoscere le tecnicalità per la migliore valorizzazione dei propri brevetti.
Abbiamo, quindi, definito un’agenda di lavori che si apre con una sessione istituzionale di indirizzo, per poi passare all’analisi e approfondimento degli strumenti di governance della ricerca biomedica. Seguiranno sessioni dedicate alla dimensione internazionale, alle caratteristiche della figura professionale del ricercatore biomedico – che meritano un approfondimento particolare per la peculiarità e centralità del suo ruolo - per finire con la presentazione delle novità contenute nel Bando per la Ricerca Finalizzata Ministero della Salute e nel Bando per la Ricerca indipendente AIFA per il 2016, che immettono nel sistema circa 180 milioni di euro, molti dei quali destinati a giovani ricercatori.
In aggiunta, sono state previste due sessioni tematiche, una dedicata all’incontro tra scienziati e giovani studenti per avvicinare il mondo della scienza alle giovani generazioni e la seconda dedicata all’incontro tra progetti di ricerca e venture capital.
In definitiva, gli Stati Generali saranno l’occasione per riflettere su come le scienze della vita migliorino il nostro futuro e su quanto sia fondamentale, per un Paese moderno come l’Italia, investire sulla alfabetizzazione scientifica per far si che il rispetto per la scienza diventi bene comune e guida per scelte basate sulle evidenze per tutti, cittadini e Istituzioni.
 
Consulta:

venerdì 15 aprile 2016

Regione Marche: "Avanti con i tagli ai Comuni..."



Anche quest’anno, l’Ires Marche ha effettuato un’analisi dei bilanci consuntivi dei Comuni della regione, prendendo a riferimento gli ultimi disponibili, relativi al 2014. Ciò che emerge, in particolare, è  la progressiva riduzione di entrate e spese correnti negli ultimi anni frutto, tra le altre cose, della contrazione dei trasferimenti nazionali e dell’attività delle Amministrazioni locali.

In questo quadro, particolarmente preoccupante per l'istituto "è il calo drastico degli investimenti che passano dai 162 milioni di euro del 2013 ai 152 milioni del 2014 con tutto ciò che comporta in termini occupazionali e di qualità dei servizi e delle strutture ( strade, arredo urbano, edifici scolastici, ecc). La frammentazione dei Comuni evidenzia una maggiore difficoltà finanziaria nelle piccole amministrazioni: ad esempio, l’indebitamento medio per abitante nei Comuni con meno di 3.000 abitanti supera i mille euro rispetto ad una media regionale di 701 euro".

La pressione tributaria locale negli ultimi tre anni è cresciuta sensibilmente passando dai 498 euro per abitante del 2012 ai 474 del 2013 fino ai 598 del 2014, pur essendo inferiore alla media nazionale che si attesta a 621 euro. La pressione tributaria dei Comuni, nelle singole province marchigiane, vede prevalere Pesaro e Urbino (653 euro), seguita da Ancona (639), Macerata (605), Ascoli Piceno (583) e Fermo (534).

Proprio la provincia di PU è quella con la pressione tributaria più alta ma è anche quella in cui, rispetto al 2013, l’aumento è più contenuto (+ 6 euro tra 2013 e 2014) se paragonato con quello che si registra in provincia di AP (+30 euro) ed  AN (+26,50 euro). La spesa cala del 3,8% rispetto all’anno precedente e la spesa del settore sociale, pur calando meno della media, si contrae del 2,9%.

Complessivamente la spesa pro-capite per il welfare dei Comuni delle Marche è pari a 275 euro,  superiore alla media nazionale che è di 258 euro. La spesa per il welfare vede però forti differenze fra le diverse  province. Il livello più alto della spesa rivolta al sociale, istruzione, cultura e tempo libero è quello della provincia di Pesaro e Urbino (con una spesa pro-capite di 294 euro), seguita da Ancona (284), Macerata (270), Fermo (233) e Ascoli Piceno (193). Un esempio specifico, a dimostrazione della fortissima disomogeneità territoriale, è che la spesa pro-capite per gli asili nido va dai 41 euro di Ancona, ai 34 di Pesaro e Urbino, ai 23 euro di Macerata, ai 20 euro di Ascoli Piceno, ai 18 euro di Fermo.

"Anche i lavoratori del settore stanno pagando pesantemente i tagli ai trasferimenti ai Comuni operati in questi anni: il costo del personale  si è drasticamente ridotto, passando da una spesa per abitanti di 242 euro del 2012 a 228 euro del 2014, ancor più basso della media nazionale che è di 232 euro", spiega una nota.

A fine aprile 2016, i comuni dovranno approvare i bilanci di previsione per il 2016 e saranno molte le novità con cui confrontarsi: dall’abolizione della Tasi sull’abitazione principale non di lusso al divieto di incrementare i tributi locali (eccetto la Tari); dagli incentivi alle fusioni tra comuni alle nuove regole di calcolo del saldo di competenza.

“A fronte di tali situazioni e dinamiche servirebbero misure in grado di dare sostegno alle politiche sociali e di welfare dei Comuni – spiega l'Ires –. Il sindacato, con la contrattazione territoriale, solleciterà le amministrazioni a far prevalere i criteri dell’equità nelle politiche di bilancio sia sul versante delle entrate (politiche tributarie, tariffe, Isee) sia su quelle delle uscite (maggior attenzione al sociale, riduzione dei costi di gestione), anche attraverso una forte spinta alle fusioni ad alle aggregazioni delle Amministrazioni comunali. Ma è altrettanto importante una inversione di rotta nelle politiche del Governo per quanto concerne le risorse per gli enti locali e le Regioni (sanità compresa), ormai compresse oltre ogni limite di sostenibilità.”


giovedì 14 aprile 2016

Bioregionalismo e alimentazione - Produzione del nostro cibo in chiave ecologica e sostenibile



Tra le varie componenti che entrano a far parte del vivere in sintonia
con l’ambiente naturale e sociale secondo il bioregionalismo il
rapporto uomo-animali è l’argomento a me più “congeniale”.

Sono veterinaria e mi occupo principalmente di allevamenti,
allevamenti di animali tenuti per la produzione di alimenti di origine
animale.

L’alimentazione, nell’ambito della RBI è sempre stato un argomento
molto dibattuto e con opinioni diverse, come è giusto che sia: su
questa Terra è impensabile che tutti abbiamo lo stesso sentire nei
riguardi delle diverse componenti.

L'Italia è una terra di tradizioni contadine e di ricchezza di
prodotti sia di origine vegetale che  animale: le eccellenze agricole
sono fonte di guadagni, ancora, e di ricerca di sempre nuovi mercati,
dato che, a causa della crisi economica e della concorrenza c’è la
necessità di nuovi sbocchi commerciali. Siamo infatti, in questo
settore in una situazione quasi di sovrapproduzione, almeno per quel
che riguarda i prodotti tipici, dovuta alla necessità di ammortizzare
i costi con un' incentivazione della spinta produttiva, tramite la
meccanizzazione, la selezione di razze sempre più produttive, a
scapito però di altri valori, come la robustezza, la resistenza alle
malattie e la longevità degli animali.

Nel bioregionalismo si ricerca invece un legame del cibo con il
territorio, si suppone che il cibo prodotto localmente e che non ha
subito conservazione e trasporto sia più in sintonia con l’organismo
che lo deve ricevere. Ovviamente c’è anche un aspetto “ecologico” in
questo: i trasporti e la conservazione degli alimenti sono attività di
per sé antiecologiche, comportano consumo o spreco di risorse
combustibili fossili sia per il funzionamento degli autoveicoli che
delle apparecchiature di refrigerazione.

Alla base del disequilibrio che secondo me si è creato nel settore
dell’allevamento, soprattutto nelle zone a diffusione dell’allevamento
intensivo come qui da noi, ci sono fattori economici: una volta, fino
a 60 anni fa circa, un’azienda agricola era costituita da un
appezzamento di terra su cui venivano coltivati diversi prodotti (e la
rotazione delle colture era sempre applicata) e che allevava animali
più che altro come integrazione dell’attività, come risorsa di concime
e come integrazione all’alimentazione della famiglia o delle famiglie
che vivevano nell’azienda.

Mangiare un po’ di carne solo una volta alla settimana o anche meno
era una cosa normale, qualche uovo o frittata entrava anche questo
nella dieta con parsimonia e solo nel periodo di deposizione naturale
delle uova da parte delle galline. Spesso era presente nella azienda
anche un porcile con uno o pochi maiali che venivano macellati in
pieno inverno per farne salumi da consumare nel resto dell’anno.

Poi la carne diventò uno status symbol: mangiare carne era segno di
ricchezza o perlomeno di essere benestanti, e quindi, con la ripresa
economica del dopo-guerra aumentò la richiesta di cibi di origine
animale, in primis della carne. I piccoli allevamenti annessi alle
aziende agricole non furono più sufficienti a soddisfare le richieste
e questo fece intravedere la possibilità di guadagni insperati e
allora dai con gli allevamenti costituiti da un numero sempre maggiore
di capi, sempre più meccanizzati, sempre più disumani, con animali
selezionati a produrre sempre di più fino ad arrivare ad esempio a
polli sempre più pesanti tanto che gli arti non riescono a sostenere
il corpo o vacche sempre più produttive in latte tanto che dopo due
parti sono già distrutte o per un verso o per l’altro (mastiti,
ipofecondità, lesioni podali), tanto che sono da scartare, quando non
muoiono o devono essere macellate in stalla.

Il sistema poi implode su se stesso in quanto la speranza di maggiori
guadagni, ha fatto moltiplicare queste realtà con un aumento della
produzione che per un po’ è stata in equilibrio con i consumi, e,
seguendo le leggi del mercato, queste attività hanno consentito lauti
guadagni, ma la concorrenza poi ha avuto il sopravvento e i ricavi
dalla produzione hanno continuato a mantenersi sugli stessi livelli,
mentre i costi tutti i fattori di produzione aumentavano (mangimi,
manodopera), lasciando ai produttori margini sempre più risicati.

Caso tipico in cui al peggioramento della qualità della vita degli
animali, sempre più sfruttati, ha corrisposto un peggioramento della
qualità della vita dell’allevatore, costretto a lavorare sempre di più
e sempre con minori soddisfazioni.

Nella RBI si è molto parlato di regime alimentare, alcuni esponenti
vegetariani o vegani per motivi etici si battono per un abbandono
totale e immediato del consumo di alimenti di origine animale, altri
ritengono che un consumo moderato di prodotti di animali allevati
rispettando il loro benessere sia possibile e auspicabile.

Personalmente non ritengo ci sia un modus che debba andare bene per
tutti, ma sicuramente ritengo che dobbiamo tutti prendere coscienza
che l’allevamento intensivo non è etico ed è antiecologico: in un
mondo dove miliardi di persone muoiono di fame, continuare ad allevare
animali consumando risorse che potrebbero nutrire direttamente il
genere umano, non è più possibile; inoltre la sofferenza ingenerata in
questi esseri viventi che hanno avuta la fortuna- sfortuna (destino)
di vivere la loro esistenza su questa Terra assieme a noi non può più
essere ignorata: non possiamo più ignorare di esserne responsabili,
anche indirettamente, così come non possiamo più ignorare di essere,
come specie, responsabili, della rovina in cui stiamo mandando il
nostro pianeta con tutte le nostre attività, non mi riferisco
ovviamente solo all’alimentazione, ma a tutti i settori del nostro
vivere.

Prendere coscienza delle conseguenze del nostro modo di vivere è il
primo passo per poter dare alla Terra una speranza di sopravvivenza a
lungo termine cercando di fare in modo per quelle che sono le
possibilità di ognuno di noi, di lasciare ai nostri figli e nipoti un
mondo meno inquinato e più in armonia di quello di oggi. Ritornare ad
un sistema di vita semplice, in cui i rapporti umani e la vita nella
natura, immersi nel mondo umano, animale e vegetale, ci può dare tutto
quello di cui abbiamo bisogno senza necessità di consumi superflui e
sprechi che comportino un ulteriore deterioramento di quel paradiso
che ci era stato donato e che noi, esseri umani, abbiamo rovinato per
il nostro sconfinato egoismo.

Caterina Regazzi - Rete Bioregionale Italiana



mercoledì 13 aprile 2016

Caffè filosofico di Pavullo - Il camminare bioregionale e l'etica del reincanto



La sera di martedì 12 aprile 2016 sono stata con Maria e Peppino a Pavullo, all'Hotel Corsini,   ad un incontro del Caffè Filosofico in cui Alberto Meschiari (che io non conoscevo) avrebbe parlato di "Riprendersi la Vita. Per un'etica del reincanto", un suo libro. Eravamo stati tutti invitati  da Marinella Gianaroli, l'organizzatrice.

La parola "reincanto" mi faceva pensare al ritorno all'essere quel bambino che spero ognuno di noi ha ancora al suo interno, nel suo cuore, per cui la vita che vive e che gli scorre davanti suscita meraviglia e incanto nelle piccole e grandi cose. Ho preso qualche appunto e lo trascrivo sperando di aver colto il senso.

Cominciamo esaminando a grandi linee la situazione che stiamo vivendo (globalizzazione, materialismo, avidità, egoismo, ecc.) e spesso non consideriamo che la vita non è questo, che quindi la nostra vita ci è stata sottratta (direi che la siamo fatta sottrarre), che ci viene sottratta dalla pubblicità, dal tempo che trascorriamo in auto per gli spostamenti, ecc., in uno stile di vita alienante.

Quando facciamo un giro in montagna, invece, per esempio, in mezzo alla natura, nessuno ci toglie niente.

Ma nella vita c'è qualcosa di veramente desiderabile? E' tutta qui la nostra vita? Molte persone non hanno neanche conosciuto l'amore e neanche sé stessi, sono arrivati in fondo alla vita senza connettersi con la propria anima.
La nostra anima ha la capacità di gioire e soffrire. Viviamo la vita rimanendo in superficie.

Il desiderabile, spesso ci sfugge, nella vita.


Le strategie del reincanto secondo lui sono: il dialogo, il silenzio, camminare (nella natura), (l'arte di) amare, leggere (il magico mondo dei libri).

Dialogo: dialogare vuol dire mettersi in contatto, aprirsi all'altro, in entrambe le direzioni, comunicare il proprio sé, mettersi a confronto sulla propria visione della vita, sui propri sentimenti. Si cerca un orientamento nella vita. Il dialogo è accoglienza dell'altro nella propria esistenza. Dialogare è anche ascoltare. Il dialogo è formazione non informazione. Il dialogo, se sincero, permette all'altro di conoscerci.

Max Weber nel 1819 osservò che l'uomo si era disincantato del mondo. Il mondo prima era abitato da "spiriti". Oggi ci sono le macchine, la tecnologia, non ci sono più spiriti da ingraziarsi. La scienza e la tecnica hanno portato al disincanto, alla mercificazione: ogni cosa ha un prezzo ma niente ha valore.

Silenzio: è quasi impossibile trovare un momento di silenzio, ovunque c'è rumore, rumore di sottofondo, nei locali pubblici, negli ambulatori medici, nei supermercati. Il rumor da l'impressione di vita, ma distrae e non fa sentire la solitudine dell'uomo. In montagna possiamo goderci il silenzio. Il fruscio delle foglie degli alberi e il cinguettio degli uccellini sottolineano il silenzio. Nel silenzio è possibile riconnettersi col nostro intimo (io direi il nostro Sé). Nel silenzio non abbiamo bisogno di mettere in evidenza il nostro ego. Il rumore è fondamentale nella disumanizzazione e nella solitudine.

Camminare: non avere un veicolo ti fa vedere il mondo più grande. Si fa in tempo a guardare, si usano i sensi. Si impara a rispettare quello che c'è intorno. Se la situazione può essere a richio si impara a fare attenzione, per poter sentire la natura come amica. Siamo fortunati se la natura ci permette di arrivare in cima. Poi non ci si può portare dietro tutto, bisogna imparare ad alleggerirci, a fare a meno.
Amore: ci sono due modalità nella vita: avere o essere, e queste si possono applicare anche all'amore.

Non so se dell'amore ha parlato poco o sono stata io che ho percepito poco..... e poi ho smesso di scrivere. Ho acquistato però un paio di libriccini sull'Amore.

Libri e film citati (tra gli altri):
Avere o essere e L'Arte di Amare di Erich Fromm,
L'Amore e l' Occidente di Denis De Rougemont, 
Alla Ricerca del Tempo Perduto di Proust (quattro pagine sui biancospini),
Morte di Ivan Ilich di Tolstoi,
Il Cielo sopra Berlino di Wenders.

Il viaggio di andata e ritorno è stato piacevolmente arricchito con la miriade di informazioni-sensazioni di Peppino, all'andata su Gilberto Ruffini e la terapia a base di ipoclorito di sodio, il ritorno sull'ipnosi regressiva.

Grazie Peppino e Maria per la compagnia e grazie a Marinella!

Caterina Regazzi - Rete Bioregionale Italiana




P.S. Verso la fine della serata è venuto fuori l'argomento anima - spirito - spiritualità, che secondo lui si manifesta nell'osservazione di un'opera d'arte, nello stare nella Natura, nello stare con sé stessi. Ho chiesto se la Spiritualità non si può vivere anche nella vita di ogni giorno.... ha risposto, dopo esser rimasto un minimo interdetto, che certo, si può, basta esserne consapevoli.

martedì 12 aprile 2016

Bioregionalismo: la nuova "religione" della Natura



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Paolo D’Arpini è il portavoce della Rete Bioregionale Italiana e presidente del Circolo Vegetariano VV.TT.. L’ho conosciuto grazie al suo infaticabile “Giornaletto di Saul” (Vedi: http://saul-arpino.blogspot.it/), bollettino giornaliero del Circolo Vegetariano ove diffonde notizie e commenti su numerosi argomenti avvalendosi di una rete immensa di collaboratori; gli scrivo ogni tanto anch’io i miei commenti (e mi ha assunto….) ma soprattutto siamo diventati amici. Così ho pensato di intervistarlo e questo è il risultato di uno scambio di email e conversazioni telefoniche.
Paolo, puoi spiegare un po’ l’idea che sta alla base del bioregionalismo, la storia e le proposte generali portate avanti dalla Rete Bioregionale Italiana?
Il concetto di “Bioregione” (in termini “moderni”) è stato formulato negli anni ’70 nell’ambito di una ricerca, volta all’individuazione di un approccio sostenibile alle risorse naturali, condotta da Peter Berg, esponente delle avanguardie culturali nord-americane, e dall’ecologista statunitense Raymond Dasmann. Il lavoro prodotto da queste due personalità singolari venne pubblicato, nel dicembre del 1977, in un articolo della rivista americana The Ecologist in cui, per la prima volta, vennero impiegati i termini “Bioregione” e “Bioregionalismo”.
Negli stessi anni, Peter Berg fondò il movimento noto come Planet Drum (Il tamburo planetario), allo scopo di diffondere nel mondo il concetto di bioregione come punto di partenza per la sostenibilità, nonché le implicazioni culturali, ideologiche e di vita quotidiana che da esso derivano.
Da allora la teoria bioregionale ha destato l’interesse di scienziati, ecologisti, agronomi ed economisti di tutto il mondo, è stata oggetto di critiche e confutazioni, dovute soprattutto “alla difficoltà di identificare dei criteri univoci per la delimitazione delle bioregioni”, ha ottenuto consensi e pareri favorevoli e, in tutti i casi, ha collezionato innumerevoli pagine nella letteratura specializzata di tutto il mondo.
Ad oggi, è possibile attingere a numerose definizioni di “Bioregione” e “Bioregionalismo”, fornite dalle più varie personalità mondiali e sulla base di approcci eterogenei. Nel complesso, si può affermare che tutti concordano nel sostenere che per “bioregione” si intende “un territorio non delimitato da confini politici o amministrativi ma da confini ‘oggettivi’ (ecosistemi naturali) e ‘soggettivi’ (identità sociali); quindi un’area geografica circoscritta da limiti fisici (bacino fluviale, catena montuosa) e da un’omogeneità ambientale e naturale degli ecosistemi (clima, suolo, flora, fauna) e delle caratteristiche sociali delle comunità locali (costumi, tradizioni, identità collettiva, senso di appartenenza al territorio, amministrazione locale in forma di democrazia diretta, etc)”.
La Rete Bioregionale Italiana, in quanto “rete”, non è un movimento strutturato, esistono varie realtà anche disgiunte che si occupano delle tematiche in oggetto. Noi della Rete Bioregionale ci occupiamo essenzialmente di aspetti pratici e di vivere in prima persona l’esperienza bioregionale e dell’ecologia profonda. La Rete Bioregionale Italiana è stata fondata nella primavera del 1996 nel Parco di Monte Rufeno ad Acquapendente come incontro di varie realtà che si occupavano e si occupano di ecologia profonda e bioregionalismo. La rete consente libertà di azione locale e il perseguimento di fini comuni, collegati e coniugati ai diversi territori e tematiche bioregionali. Da quattro anni la Rete ha leggermente cambiato strutturazione, passando da nodi territoriali a nodi tematici. L’adesione al Movimento/Rete avviene per semplice condivisione dello stile di vita e delle tematiche, lasciando ad ognuno la propria libertà di occuparsi degli argomenti che di volta in volta emergono, per dare risposte necessarie contingenziali ai problemi e per proporre iniziative che possano aiutare le comunità. (Vedi Carta degli Intenti: http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/?r=28856). Annualmente in corrispondenza del solstizio estivo, si tiene un Incontro Collettivo Ecologista che vede insieme gli aderenti della Rete e di altre realtà “limitrofe” (ecovillaggi, comunità solidali, ashram, operatori di agricoltura biologica, etc.) per uno scambio di pareri ed esperienze.
Bioregionalismo e nonviolenza, bioregionalismo e ecologia profonda, come si coniugano queste relazioni?
Una breve premessa occorre farla. Bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica sono la trinità della nuova “religione” della natura.
L’ecologia profonda analizza l’organismo, le componenti vitali e geomorfologiche, le loro correlazioni e funzionamento organico ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali (bioregioni) in cui tali processi si manifestano in forma qualificata di “organi” territoriali e culturali. Come terzo elemento componente c’è “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo, da me definita “spiritualità laica”. Ovvero la capacità e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. E soprattutto la sua messa in pratica.
E dal punto di vista della pratica non varrebbe la pena di risalire all’inventore del termine “bioregionalismo” poiché, come in effetti è per l’ecologia e per la spiritualità, è qualcosa che è sempre esistita, in quanto espressione della vita, perciò nelle diverse epoche storiche questi processi hanno ricevuto nomi diversi: panteismo, spiritus loci, animismo, etc. Ed in ogni caso questi tre modi descrittivi sono indivisibili l’uno dall’altro, come è indivisibile l’esistenza. Diceva un grande saggio: “Noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati” (Nisargadatta Maharaj).
Il mondo è un grande laboratorio bioregionale. Forse non abbiamo bisogno di ricorrere alla Storia che con le interpretazioni di chi riporta, narra, commenta, fatti e comportamenti umani, non ci fa vivere o rivivere esperienze aderenti alla realtà dei tempi. Forse ci dobbiamo rivolgere a quel grande laboratorio che è il mondo oggi. Di fatto, in questo momento possiamo entrare nella storia, possiamo guardare a tutte quelle popolazioni presenti oggi nel mondo, che sono rappresentative di realtà che vanno da uno stato che non si discosta molto da quello primordiale a quello che rappresenta lo stato più avanzato della tecnologia. Questo gioco della natura ci consente un’osservazione diretta di sistemi di aggregazione sociale, culturale ed economica, di interpretarli e di cercare di capire che cosa fare per superare le vecchie e le nuove miserie e di essere attori entusiasti nel progetto di costruzione di un mondo equo, solidale, felice, e quindi con un futuro.
La “nonviolenza” quindi è la semplice conseguenza della consapevolezza di partecipare ad un tutto inscindibile in cui l’altro e noi stessi siamo un’unica entità. In questo senso la parola “nonviolenza” assume un significato più profondo, non è semplice astensione dal praticare atti offensivi bensì la comprensione che qualsiasi azione “violenta” è comunque rivolta a se stessi. Quindi l’uso della “violenza” è limitato alle sole azioni propedeutiche alla crescita, mai al soddisfacimento di vantaggi egoistici o di punizione e vendetta gratuita.
Tu sei stato l’iniziatore e il protagonista per anni dell’esperimento di Calcata, un “protoecovillaggio”, come dici tu…
Secondo il mio parere il vivere comunitario non può essere il risutato di considerazioni aprioristiche. Abbiamo visto infatti innumerevoli esempi nella storia di comunità sorte con la funzione di soddisfare intenti collettivi e che per lo più o si frantumavano o perdevano la spinta iniziale. Magari nel tempo cambiando completamente le finalità. Partendo da questo presupposto, la mia “discesa” a Calcata non fu in conseguenza di un atto deliberato o di una propensione idealistica. Semplicemente accadde che cercando un nuovo modo di vita comunitario, sotto la spinta delle mie esigenze spirituali ed ecologiste, capitai in questo paesino in corso di definitivo abbandono da parte della popolazione originaria e che era stato addirittura dichiarato inabitabile per ragioni di (presunta) pericolosità sismica. Ciò avvenne nei primi anni ’70 del secolo scorso da poco tornato dai miei primi viaggi in India. A Calcata trovai uno spazio vuoto dalle immense possibilità per rinnovate azioni culturali, abitato da una “masnada” di vecchietti che volevano morire dove erano nati. Questi vecchietti, custodi di un sapere antico e di un rapporto unico con la natura che circonda Calcata, furono i miei maestri per un nuovo – antico vivere nell’ecologia, nel sociale e nella totale semplicità e mancanza di pretenziosità nelle funzioni svolte. Da ciò nacque una successiva aggregazione di amici e parenti che come me sentivano l’esigenza di un “ritorno alle origini” e che trovarono sull’acrocoro di Calcata una nuova e promettente casa. Nel corso dei primi anni da quel primo gruppo di sperimentatori fu portato avanti un laboratorio assolutamente libero da finalità concrete. Tutto si svolgeva all’insegna del gioco, dell’innovazione fantasiosa, della ricerca culturale in piena libertà espressiva, nella ricerca di nuovi/vecchi mestieri da praticare con le mani oltre che con la mente. Un riconoscere la capacità di convivere con gli altri animali come componenti della stessa comunità umana (ovviamente non parlo di cani e gatti, ma di capre, pecore, asini, maiali, galline, ecc. Ecc.) e del poter vivere fra esseri umani in forme anticonvenziobnali. Questo meraviglioso esperimento nel vecchio borgo si ampliò e progredì e giunse ad un suo climax. Il culmine avvenne allorchè la comunità, inizialmente di pochi elementi, raggiunse il numero di un centinaio di abitanti, mentre il resto della popolazione calcatese, composta da circa 800 persone, si era definitivamente trasferita in un nuovo centro geograficamente separato. A quel punto soese il problema della inabitabilità delle vecchia Calcata. Non essendoci più residenti autoctoni (i vecchietti erano morti tutti), il rischio che il paese potesse subire la demolizione prevista nella legge sulla pericolosità sismica, divenne più tangibile. A quel punto fummo costretti a tentare la via istituzionale per modificare la suddetta legge. A quel tempo le mie amicizie politiche e giornalistiche erano consistenti e solide e non fu difficile far presentare una legge specifica di riqualificazione del vecchio borgo da parte di consiglieri regionali del Lazio. Purtroppo, salvata “istituzionalmente” la rupe e quindi restituito un valore reale agli immobili e quindi riportato il contesto comunitario all’interno di un contesto di economia utilitaristica, il destino di Calcata mutò irreversibilmente. Da libero e giocoso esperimento per un nuovo vivere libero dal limite dell’utile, divenne un “meccanismo” per la sopravvivenza di chi operava in una qualsiasi attività a quel punto divenuta remunerativa. Insomma, da emanatore di luce propria, il paese divenne uno specchietto per le allodole. Da teatro di strada a teatrino. Certo, non tutto è andato perduto: alcuni elementi hanno tenuto fede allo spirito originario continuando nella sperimentazione e nella “resistenza”, pur relegati in una sorta di esilio interno. Io ebbi la fortuna, dopo 35 anni, di poter lasciare Calcata, senza una ragione, ovvero, non per fuga da una situazione che lasciavo, bensì perchè attirato nel vortice di un nuovo inizio, intriso d’amore.
Tu hai studiato molto le città come forma di aggregazione umana; è fatale l’utbanizzazione attuale? Cosa si può recuperare del concetto antico di città come forma di aiuto reciproco tra esseri umani?
In una ottica bioregionale – dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.
Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una “civitas”. Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioè che l’ambito di una “comunità ideale” non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità, separati geograficamente da spazi verdi -con centri aggregativi comunitari-e connessioni “atomiche”. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità “originaria” hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti “elementi effettivi” della stessa collettività.
Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l’un l’altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una più grande tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d’interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.
Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occorre portare elementi di riequilibio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.
Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoniste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.
Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare sorgenti di approvviggionaento idrico e habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all’autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.
Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:
1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.
2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.
3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.
4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.
Un altro tema comune che ci sta a cuore: spiritualità laica: tu ne dai una definizione estremamente semplice….
Con la parola “spiritualità laica”. Si cerca di dare una connotazione “libera” alla spiritualità comunemente intesa come espressione della religione. La spiritualità è l’intelligenza coscienza che pervade la vita, è il suo profumo, e non è assolutamente un risultato della religione, anzi spesso la religione tende a tarpare ed a nascondere questa “naturale” spiritualità presente in tutte le cose.  Spiritualità Laica è chiaramente un’immagine, un concetto, in cui inserire tutte quelle forme naturali di “spiritualità” sperimentate dall’uomo. Siamo consapevoli di muoverci all’interno della concettualizzazione dobbiamo perciò far riferimento all’agente primo evocato con l’idea di spiritualità. Se partiamo dalla comprensione di ciò che viene osservato -esterno od interno- non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite dei sensi e della mente.
La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperenziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale possiamo dire di essere presenti è questo io. Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la tendenza proiettiva della mente, capace di dividersi in varie forme, mai può “scindersi” quell’io radice, quello spirito. L’io è assoluto in ognuno.
Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio io. Spiritualità laica è il riconoscere questo processo in qualsiasi forma si manifesti. C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato (appendice marginale della ricerca). Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta. Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione dello stesso processo in fasi diverse.
Infine, in quest’epoca di catastrofisti tu cosa prevedi o ti aspetti per il futuro dell’Umanità?
Lo scrittore ecologista Guido Dalla Casa una volta al proposito di quel che possiamo aspettarci dall’esistenza mi ha scritto: “Nella fisica quantistica non esistono più il “vuoto” e il “pieno”: anche questo dualismo è scomparso, c’è solo un vuoto-pieno eternamente pulsante, il vuoto quantistico, o la sunyata buddhista, una danza di energie (psicofisiche) che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla. In “grande”: siamo sul terzo pianeta di una stella di media grandezza, lanciata nel braccio esterno di una galassia qualunque. Non c’è nessun centro, di alcun tipo. “In altre parole: Non esiste alcun “mattone fondamentale della materia”: Esiste solo una meravigliosa danza di energie che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla…”
Di fronte a questa verità cosa potrei “aspettarmi”? Tutto avviene da sé!

Bioregionalismo, spiritualità laica, ecologia profonda
Paolo D'Arpini

Intervista condotta da Olivier Turquet per Pressenza

Chi volesse contattare Paolo D’Arpini, Circolo Vegetariano VV.TT. Vicolo Sacchette 15/a – Treia (Mc)Tel. 0733/216293 – bioregionalismo.treia@gmail.com
Testo di riferimento: Riciclaggio della Memoria, edizioni Tracce (Pescara).   http://www.tracce.org/D’Arpini.htm

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lunedì 11 aprile 2016

Contadino... come un lombrico nella terra!



Il Lumbricus terrestris è la specie appartenente al genere “Lumbricus” (i lombrichi) maggiormente diffusa. Il genere Lumbricus comprende circa 700 specie, tutte composte da anellidi terrestri della sottoclasse degli oligocheti (Oligochaeta).


Il phylum degli anellidi (Anellida) è il più importante gruppo di “vermi metamerici” nel regno animale, ovvero vermi che presentano una suddivisione del corpo in tanti elementi uguali serializzati (detti metameri). L’etimologia del nome “Anellida” deriva proprio da ciò; i tanti metameri in cui è suddiviso il loro corpo hanno forma ad anello (dal latino “anellus”, diminutivo di “anulus”: piccolo anello).


Gli oligocheti sono un raggruppamento di organismi formato in prevalenza da specie di terra e di acqua dolce, sebbene ci siano anche alcune specie marine di acqua interstiziale (l’acqua che colma gli spazi fra i granuli di sabbia e ghiaia dei depositi incoerenti nei litorali marini).

La maggior parte degli organismi di questa sottoclasse ha una spaziosa cavità corporea piena di liquido, chiamata celoma, utilizzata come “scheletro pneumatico” per consentire all’animale di muoversi. Il nome oligocheti deriva dal greco “óligos” (poco) e dal latino “chetae” (setole), infatti ogni segmento (metamero) presenta un numero ridotto di piccole appendici (chete), aventi la funzione di ancorare l’animale al substrato e quindi di coadiuvare e facilitare il movimento derivante dalle contrazioni/decontrazioni del celoma.


I lombrichi sono elementi di estrema importanza negli ecosistemi terresti, infatti, oltre a costituire il nutrimento per molte specie animali, sono fondamentali per l’areazione/idratazione dei terreni e per la formazione dell’humus (componente chimica del terreno, risultante della degradazione e rielaborazione delle sostanze organiche).

I lombrichi ingeriscono il suolo, nutrendosi dei residui organici presenti in esso. Per fare ciò scavano gallerie sotterranee, creando, quindi, condizioni favorevoli all’aerazione e ai movimenti idrici nel sottosuolo. Inoltre i cataboliti del loro metabolismo, insieme alla parte inorganica del terreno, vengono espulsi attraverso l’orifizio anale, andando a formare una componente base dell’humus.


Il lumbricus terrestris ha dimensioni che possono arrivare a 25 cm di lunghezza e scava gallerie che vanno da poche decine di centimetri di profondità fino ad oltre 2 metri! Questi piccoli tunnel nel terreno, soprattutto quelli più profondi, non si disfano facilmente, ma possono mantenersi intatti per anni nel sottosuolo.


I lombrichi hanno un corpo formato da 110-180 metameri, tutti uguali tra loro ad eccezione di quelli che contengono l’apparato riproduttore maschile e femminile. Tali segmenti presentano un ispessimento, chiamato clitello, ricco di ghiandole mucipare, con la funzione di facilitare l’adesione di due individui durante l’accoppiamento e, in seguito, di produrre i secreti per l’ooteca atta ad ospitare le uova (detta cocoon). Alla nascita i piccoli, dimensioni a parte, hanno la stessa forma degli adulti.

Tutti i lombrichi sono ermafroditi insufficiente, hanno sia l’apparato riproduttore maschile che quello femminile, ma non possono autofecondarsi e necessitano, dunque, di un altro individuo.

La serializzazione del corpo in elementi uguali gli conferisce una buona capacità rigenerativa e anche la possibilità di una riproduzione asessuata nel caso l’animale venga spezzato trasversalmente in due parti (purché entrambe le parti siano sufficientemente grandi).


Il lombrico non dispone di un vero e proprio apparato respiratorio, tutti gli scambi gassosi avvengono per semplice diffusione dal terreno ai tessuti. Per tale motivo necessita che nel suolo ci sia sempre un discreto grado di umidità. Diversamente dispone di un apparato circolatorio completo, seppure semplice, composto da un grosso vaso dorsale contrattile che attraversa l’animale per tutta la lunghezza e che alimenta gli organi segmentali tramite i numerosi vasi capillari afferenti.


Ogni segmento è dotato di alcune coppie di setole (chete), che piantandosi nel terreno, congiuntamente ai movimenti di allungamento e contrazione dei metameri/celoma, permettono al lombrico il movimento nel sottosuolo. Le setole fungono anche da “remi”, vengono orientate posteriormente per avanzare e anteriormente per retrocedere.


Gabriele La Malfa


domenica 10 aprile 2016

Treia - Libri in circolazione per dar fiato alla cultura, in attesa di una Biblioteca comunale



A Treia il 23 aprile 2016, nell'ambito del Forum del lavoro
bioregionale, verrà presentato il libro "Riconversione: un'utopia
concreta" di Marica Di Pierri ed altri co-autori, anche il 25 aprile,
durante la Festa dei Precursori, verranno presentati altri libri di
Mario Dal Mare, di Milena Campanella e di Lucia Nardi. Io stesso
coglierò l'occasione di questi incontri culturali per ri-presentare il
mio libro "Treia: storie di vita bioregionale".  Tutto ciò mi ha fatto
venire in mente la nostra proposta, fatta ai candidati sindaci durante
la campagna elettorale di 2 anni fa, di istituire una biblioteca a
Treia. A dire il vero una biblioteca ci sarebbe già ed è quella
dell'Accademia Georgica ma è riservata a testi antichi, raccolte di
documenti ed archivio storico degli atti comunali. Quello che
servirebbe a Treia è una  Biblioteca classica e mi auguro che
la presente amministrazione guidata da Franco Capponi tenga conto di
questa necessità culturale.

In questo periodo in cui c’è il rischio che la conoscenza della lingua
italiana vada affievolendosi è importante riportare l’attenzione sui
libri e sull’utilità del tempo trascorso all’apprendimento ed alla
condivisione di esperienze. La scrittura e la lettura di libri  è
qualcosa che non potrà mai venir sostituito né da internet, né dalla
TV e nemmeno dalle sms dei telefonini. Infatti solo i libri possono
convogliare compiutamente sentimenti, scienza ed esperienze di vita.
Leggere un libro significa penetrare nell’anima di chi l’ha scritto e
questa è vera condivisione.

Nell'attesa che il Comune decida di aprire una Biblioteca Comunale,
ricordo ai treiesi che dal 2014  è in funzione  una piccolo angolo
di lettura e scambio libri  all’interno del Baretto in piazza.
Trattasi in verità di un piccolo scaffale     in cui sono raccolti
libri che possono essere letti ai tavoli, oppure portati a casa,
oppure scambiati con altri libri,  etc. senza alcun costo né
formalità. Questa piccola “libera biblioteca” ha  il nome
significativo di “Libri in Circolazione”.


Paolo D'Arpini





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