domenica 21 agosto 2016

Clima e storia bioregionale, prima e dopo la "civiltà" industriale...




Il Clima ha sempre condizionato la vita sul nostro pianeta incidendo profondamente sull’evoluzione di tutti gli esseri viventi, uomo compreso.

Se oggi stiamo qui a leggere questo articolo, lo dobbiamo ad un grande evento tettonico e climatico che ha dato l’avvio all’evoluzione dell’umanità. Circa 8 milioni di anni fa nell’Africa orientale a causa di profondi movimenti della crosta terrestre cominciò a formarsi una grande spaccatura di oltre 6.000 chilometri che dalla Siria oggi arriva in Mozambico, conosciuta come Rift Valley. Le foreste pluviali che in particolare interessavano il Corno D’Africa a causa di questa profonda spaccatura tettonica, della comparsa di vulcani attivi e conseguente modificazione delle correnti umide dell’oceano Indiano, non poterono più beneficiare delle abbondanti piogge; così lentamente, in migliaia di anni, le rigogliose foreste lasciarono il posto alla savana. Gli Austrolopiteci ( i primati che vivevano esclusivamente sugli alberi ) furono costretti a scendere a terra e a confrontarsi con tutti gli animali feroci presenti nella nuova savana. A quel punto questo piccolo essere ( alto non più di un metro e dieci ) sarebbe potuto scomparire definitivamente dalla faccia della Terra predato dai grandi animali, oppure evolversi attraverso una serie di strategie di sopravvivenza. L’Austrolopiteco riuscì a superare la prova e piano piano, attraverso i vari stadi di evoluzione, è arrivato fino a noi.

In qualche milione di anni questo piccolo primate, trasformatosi in ominide e poi in homo sapiens, ha cominciato a formare semplici aggregazioni di individui e poi tribù più omogenee e successivamente, dopo la scoperta dell’agricoltura, ha cominciato a costruire i primi insediamenti stabili, precursori delle grandi città della storia. Sorgevano così le prime civiltà umane, quasi tutte in aree del pianeta dove fossero presenti condizioni di vita accettabili. Tutte le grandi civiltà dell’Uomo infatti sono nate e si sono sviluppate lungo i corsi d’acqua, le famose civiltà dei fiumi di cui ricordiamo: La valle dell’Indo, Il fiume Giallo, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo e il Tevere da cui sono sorte le più grandi civiltà oggi conosciute.

Il clima della Terra ha continuato ad avere il suo ruolo determinante nella evoluzione e nella storia dell’umanità. Notizie storiche attendibili di grandi crisi climatiche che hanno determinato scomparsa di popoli, esodi di massa e guerre, ci riportano a circa 5.000 anni fa, tuttavia ce ne sono state molte altre prima, ma qui ci limiteremo ad analizzare quelle più importanti.

Nel 2400 a.C., a causa di una grande crisi ecologica (siccità durata molti anni), intere popolazioni residenti nell’attuale Pakistan e India nord occidentale migrarono verso la Mesopotamia e verso l’Europa Centrale. Molti studiosi attribuiscono la presenza degli Achei, dei Celti e degli Etruschi e di altri popoli nelle terre che conosciamo a causa di questo grande esodo di popoli.

L’esplosione dell’isola vulcanica greca di Thera, attuale Santorino, avvenuta intorno al 1600 a.C., provocò su tutto il Mediterraneo un grande sconvolgimento climatico che si protrasse per oltre un decennio, ciò causò siccità e in altri casi alluvioni disastrose, obbligando popoli interi a fuggire dalle loro terre. Questa gente può essere identificata con il famoso popolo del mare di cui ne parlano storici greci e latini che tra il XIII° e XII° secolo a.C. causò il crollo del grande impero Hittita. Questo popolo disperato quanto feroce fu alla fine fermato e sconfitto dall’esercito egiziano guidato da Ramsette III.

Nel 9 d.C. tre legioni romane di Varo furono annientate dai barbari germani di Arminio perché intrappolate in una fitta foresta mentre una violenta tempesta disorientava i soldati romani.

Nel 1281 un tifone regalò ai giapponesi 700 anni di indipendenza. Alla metà dell’agosto del 1281 il famoso “Kamikaze”, ossia vento divino, bloccò l’invasione del cinese Kublay Khan a poche miglia dalle coste giapponesi. Un violento tifone affondò tutta la flotta di Kubilay Khan: 3900 navi, la flotta più grande del Mondo fino ad allora, finì in fondo al mare.

Lo stesso crollo dell’impero romano e le invasioni barbariche, iniziate nel nord est dell’Europa, per molti studiosi furono innescati tra il 250 e il 300 d. C. da una serie di avversità climatiche che distrusse le coltivazioni di molte tribù barbare che alla fine furono costrette a cercare cibo e una vita migliore oltre i confini dell’impero romano.

E veniamo a tempi più vicini a noi: Un clima inusuale, umido e caldo, sviluppò un fungo micidiale che devastò le coltivazioni di patata in Irlanda. Tra il 1845 e il 1849 questo paese conobbe la più terribile carestia della sua storia, con migliaia di morti per denutrizione e con emigrazioni di massa verso le Americhe.

Cosa dire poi delle vicissitudini degli eserciti napoleonici e italo-tedeschi alle prese con l’inverno russo?

Siamo arrivati ai giorni nostri e i capricci del clima che possono seriamente danneggiare le produzioni agricole oggi possono essere superate, si possono prevedere e nel contempo trovare rimedi, ma questo vale soprattutto per i paesi del nord del Mondo, situazioni come nell’Irlanda del 1845 pertanto non sono più immaginabili, diversa è invece questa questione per i Paesi in via di sviluppo.

L’aumento della popolazione del pianeta purtroppo gioca un ruolo destabilizzante, soprattutto per i Paesi del Sud del mondo. Qui le popolazioni tendono a crescere in maniera esponenziale e molte nazioni con guerre civili, governi corrotti, incapacità imprenditoriali e situazioni climatiche avverse ( siccità, alluvioni, incendi di foreste e avanzata dei deserti ) non riescono più a soddisfare le richieste alimentari dei loro abitanti. Può accadere pertanto quello che avveniva migliaia di anni fa con esodi “biblici” di gente disperata verso nazioni più ricche. Una situazione preoccupante che oggi abbiamo cominciato a comprendere e a subire con il continuo flusso di migranti sulle nostre coste. Sono persone queste che fuggono da Paesi in guerra o in sfacelo economico, ma questo è ancora niente perché non sono ancora iniziati i grandi esodi di massa a causa del clima avverso. Recentemente l’ONU ha previsto che a causa del peggioramento delle condizioni climatiche sull’Africa orientale e su parte del Medioriente entro il 2050 potrebbero essere 250.000 i disperati del clima in fuga verso l’Europa. Quando ciò avverrà per noi europei sarà una catastrofe epocale che travolgerà soprattutto Paesi di frontiera come l’Italia. Salteranno inevitabilmente le economie occidentali già in crisi, finirà la sicurezza dei cittadini europei, saranno stravolti tutti gli equilibri geopolitici che oggi conosciamo ed altro. Inevitabile sarà il dilagare del fanatismo religioso islamico, con tutti i problemi che già conosciamo. Ma l’aspetto che più preoccupa l’OMS potrebbe essere quello del ritorno di malattie dimenticate come la malaria, il vaiolo, la peste ed altre pandemie che le cronache del passato ci hanno sempre fornito con dovizie di particolari.

Questi sono i rischi alla salute per un mescolamento di popoli e di usanze igieniche e alimentari differenti. Tornando a parlare delle anomalie climatiche dovute al riscaldamento globale del pianeta, dobbiamo segnalare che la tropicalizzazione del Mediterraneo non è più un fenomeno aldilà da venire: è ormai uno stato di fatto e con esso un infinità di nuovi problemi connessi. Oltre a questo dobbiamo constatare che molte malattie sconosciute e dimenticate sono arrivate da noi grazie all’aumento della temperatura su tutto il bacino del Mediterraneo. Le prime vittime sono stati gli animali. Tutti ricorderanno la strage di ovini sardi e toscani colpiti circa 20 anni fa dal morbo della lingua blu, una malattia endemica africana che i nostri animali, non avendo le difese immunitarie dei cugini africani, ne sono diventati facile vittime. La lingua Blu, Blu Tongue per i tecnici, è una malattia virale veicolata da ditteri come zanzare e flebotomi(pappataci)che in passato per motivi di clima non congeniale non si spingevano oltre la Tunisia. Sono poi i flebotomi che dal sud dell’Italia, grazie al riscaldamento globale, sono giunti fin sotto le Alpi trasmettendo soprattutto ai cani malattie letali come la lesmaniosi.

Un fastidio, legato sempre al riscaldamento globale che tutti noi stiamo subendo da qualche anno è dato dalla zanzara tigre. Questo è un insetto di origine asiatico giunto da noi sulle navi che trasportavano pneumatici dalla Corea e dal Vietnam. Più piccola delle zanzare nostrane, ma molto più aggressiva punge anche di giorno. E’ nera con striature bianche su zampe e addome. Si riproduce nell’acqua stagnante che si forma nei sottovasi, in piccoli invasi e nei chiusini. Rispetto alle punture delle nostre antiche zanzare, queste danno bruciore e prurito che può durare anche diversi giorni. Al momento le zanzare tigre non trasmettono, per fortuna, le malattie endemiche dell’Asia, ma con l’aumento della temperatura e della tropicalizzazione del Mediterraneo la stessa OMS teme per il futuro situazioni a forte rischio salute anche da noi.

Questi sono i pericoli sanitari dovuti ai cambiamenti climatici, ma in parte anche al fenomeno della globalizzazione. Malattie dovute all’inquinamento dell’aria già esistono da tempo nei Paesi occidentali, Italia compresa, quasi tutte sono patologie del progresso tecnologico, tra queste: le allergie, le affezioni broncopolmonari, i tumori in particolare quelli dei polmoni, senza parlare poi delle malattie della psiche, tra le quali primeggia ed è in forte ascesa la depressione.

Dermatiti e patologie più gravi della pelle, come i melanomi, sono invece dovuti in gran parte alla diminuzione dello strato di ozono nell’atmosfera che non ci protegge più come una volta dai raggi ultravioletti, in particolare quelli UVB, provenienti dal Sole.

Questo è il quadro attuale, ma il futuro come sarà? Certamente la situazione si sta evolvendo al peggio. Stando alle ultime proiezioni presentate dagli scienziati si prevede una estremizzazione dei fenomeni meteorologici, con conseguente degrado dell’ambiente e, quindi: lunghe siccità, incendi di foreste sempre più estesi, alluvioni catastrofiche, frane e smottamenti, il tutto a danno dell’incolumità delle persone e poi a danno delle economie nazionali. Gli interventi economici urgenti contro i danni dovuti alle tempeste e alluvioni in questi ultimi anni sono aumentati quasi in proporzione geometrica. Si è passati da un evento catastrofico ogni tre o quattro anni causato da fenomeni meteorologici, vedi l’alluvione di Firenze del 1966, a quattro o cinque eventi ogni anno. Tutto questo ha dei costi, non solo in vite umane, ma in soldi. Buona parte delle risorse di un Paese come l’Italia, dall’economia già fragile, finiscono per pagare i danni a cose, animali e persone causati da questi eventi calamitosi. Vengono così sottratte ogni anno risorse destinate al sociale e alla qualità della vita. E' questa ormai una situazione cronicizzatasi sul nostro pianeta. Viene spontanea una domanda: “ma i nostri economisti e politici che ci governano, hanno valutato seriamente questa situazione e sono in grado di intervenire nel caso gli eventi precipitassero?” Basteranno gli accordi di Parigi sul clima per salvarci? Lo sapremo presto…

Filippo Mariani



(Fonte: Notiziario A.K. N. 34)

sabato 20 agosto 2016

UE. Se l'agricoltura e l'allevamento sono fonte d'inquinamento...



Le emissioni di ammoniaca in Europa sono in calo  ma non tanto quanto quelle di altri inquinanti atmosferici monitorati sotto la Convenzione sull'inquinamento atmosferico transfrontaliero a grande distanza.

Circa il 94% delle emissioni di ammoniaca in Europa deriva dall'agricoltura e principalmente da attività come lo stoccaggio del letame, lo spargimento di liquami e l'uso di fertilizzanti contenenti azoto. L'ammoniaca contribuisce all'eutrofizzazione e all'acidificazione degli ecosistemi; inoltre gioca un ruolo importante nella formazione della componente secondaria del particolato.

Il Protocollo di Göteborg alla Convenzione sull'inquinamento atmosferico transfrontaliero a grande distanza (CLRTAP) mira a ridurre l'acidificazione, l’eutrofizzazione e l'ozono troposferico, fissando limiti di emissione in atmosfera per 4 inquinanti: ossidi di zolfo, ossidi di azoto, composti organici volatili e ammoniaca. Oltre agli impegni di riduzione delle emissioni previsti per i singoli paesi, il Protocollo specifica anche gli impegni di riduzione per l'UE-15.

Il report dell'inventario annuale delle emissioni dell'Unione europea, redatto ai sensi della Convenzione LRTAP e recentemente pubblicato dall'Agenzia europea per l'ambiente, mostra che le emissioni di ammoniaca sono diminuite del 24% tra il 1990 e il 2014, ma sono aumentate nell'UE-28 tra il 2013 e il 2014 dello 0,9%. Le emissioni di ammoniaca provenienti dall'UE-15 nel 2014 sono state superiori dello 0,2% rispetto al limite del 2010: si tratta della prima volta che l'UE-15 ha superato il suo limite per questo inquinante.

L'aumento delle emissioni di ammoniaca nel 2014 è dovuto principalmente agli aumenti che si sono verificati in Francia, Germania e Spagna. Quattro paesi (Finlandia, Germania, Paesi Bassi e Spagna) hanno anche superato i loro massimali individuali per questo inquinante nel 2014.

A differenza dell’ammoniaca, le emissioni degli altri inquinanti coinvolti dalla Convenzione sono scese notevolmente a partire dal 1990; tra questi monossido di carbonio, composti organici volatili e ossidi di azoto sono stati ridotti rispettivamente del 65%, 60% e 55%.

In tutta l'UE-28, le emissioni di ossidi di zolfo sono diminuite dell’88% dal 1990; questo è il risultato di una combinazione di misure, tra cui il passaggio da combustibili ad alto tenore di zolfo a combustibili a basso tenore di zolfo (come il gas naturale), la desolforazione dei gas in impianti industriali e le direttive comunitarie relative al tenore di zolfo di alcuni combustibili liquidi.

Le emissioni di PM10, PM2,5 e black carbon sono scese rispettivamente del 23%, 25% e 42% a partire dal 2000.

Le emissioni di metalli pesanti come piombo, cadmio e mercurio, così come di diossine, furani, esaclorobenzene e policlorobifenili, sono diminuite notevolmente a partire dal 1990, di circa il 66% o più.


Fonte: Arpat

venerdì 19 agosto 2016

Bioregionalismo nostrano - Dal sogno americano al sogno meridionale



Dal sogno americano al sogno meridionale di e con Ferdinando Renzetti
martedì 13 Settembre 2016, h 21, presso Orto Albero che Cammina di  Recanati (MC)
Info. 3392528411

Questa terra e’ la tua terra cantava Woody Guthrie negli anni
quaranta, girando l' America con la sua chitarra sui treni merci.
Quanta strada posso percorrere prima di raggiungerla, ribatteva negli
anni sessanta, Bob Dylan con la sua chitarra elettrica, facendo sua la
lezione del maestro, girando l'America in sella alla sua moto. oggi,
io non so quanta strada ho percorso e quanta strada potrò ancora
percorrere prima di raggiungere la mia terra. Ho fatto mia la lezione
dei due maestri, viaggio per l'Italia meridionale con la mia chitarra
rotolando come una pietra con la navicella sul nastro d asfalto dove
sento spesso la risposta soffiare nel vento: “questa terra e’ la tua
terra”

Lu bene mio, lu bene tuo, lu bene di noi uomini abitanti della capanna
urbana, viaggiatori nella tempesta delle intemperie della vita
contemporanea quotidiana, lo smog, lo stress del traffico e del
consumismo esasperato, come canne al vento siamo noi a far ricca la
terra, noi che coltiviamo riso cotone vino grano, noi che sopportiamo
la malattia del sonno e della malaria, siamo noi a far ricca la terra
“lu bene nostro”

racconto del paesaggio meridionale attraverso i canti della tradizione
meridionale in parte registrati dall'etnomusicologo americano Alan
Lomax nella sua campagna di ricerca nel 1954. sorta di viaggio
musicale nell'Italia meridionale alla ricerca di corrispondenze tra
uomo musica e paesaggio.

(F.R.)

giovedì 18 agosto 2016

Associazione Medici per l'Ambiente contro l'incenerimento dei rifiuti



L’Associazione dei Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) esprime totale dissenso per quanto riportato dai media circa la posizione di Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) attraverso un comunicato stampa - di cui non esiste traccia nel sito Web istituzionale - sulle presunta utilità ed innocuità degli inceneritori di 3° generazione. 

Le affermazioni fatte appaiono superficiali, non sostenute da evidenze scientifiche e finalizzate a “promuovere” una pratica che la comunità scientifica continua a identificare come a rischio sanitario. L’ipotesi che raccolte differenziate oltre il 60% siano inefficaci è smentita nei fatti da numerose realtà nazionali ed internazionali in cui la quota di rifiuto secco indifferenziato è ormai inferiore ai 50 kg/anno ed i materiali riciclati sono oltre l’80% perché, al di là della raccolta differenziata, ciò che conta davvero è il recupero reale della materia. Anche il presunto bilancio energetico positivo proveniente dall’incenerimento è ampiamente smentito da studi che valutano il ciclo di vita dei materiali. 

Del tutto fuori luogo appaiono le affermazioni circa l’innocuità degli impianti di 3° generazione ed i riferimenti al “Moniter” non rispettano le reali conclusioni di quello studio. Numerose evidenze nella letteratura nazionale ed internazionale documentano incrementi del rischio ambientale e sanitario legati all’incenerimento industriale dei rifiuti anche quando questo avviene in impianti di ultima generazione ed anche il Moniter ha dimostrato con chiarezza un aumentato rischio di aborti spontanei e di nascite pre-termine nelle popolazioni esposte alle emissioni degli inceneritori. 

Affermazioni come quelle presenti nella nota stampa divulgata servono solo a fare ulteriormente diminuire la fiducia delle Comunità nei confronti delle Istituzioni volte a tutelare la salute. La vera emergenza è creata dagli impianti di incenerimento che, se realizzati, oltre a generare conseguenze sanitarie, necessitano di essere alimentati per molti anni con grandissime quantità di rifiuti, impedendo l’attuarsi di quella virtuosa gestione dei materiali indicata come obiettivo prioritario dalla Comunità Europea e dalla normativa vigente. 

Ci si aspetterebbe piuttosto dalla SItI una presa di posizione forte sulla mancata attuazione dell'obiettivo prioritario della normativa sui rifiuti sia pregressa che attuale (ridurre la loro produzione), sul mancato raggiungimento degli obiettivi posti per la raccolta differenziata e la valorizzazione delle raccomandazioni dell'OMS per una strategia nella raccolta dei rifiuti che non crei “ulteriore ISDE Italia 17 Agosto 2016 domanda di incenerimento” ed ispirata ad “un approccio di precauzione a proposito della creazione di nuovi impianti”, come riportato nelle conclusioni del rapporto Moniter. 

ISDE Italia, che da decenni si occupa del problema della gestione dei rifiuti, auspica che si possa arrivare al più presto ad un confronto pubblico su basi scientifiche con chi ha visioni diverse, perché il problema della gestione dei rifiuti è troppo importante per essere “liquidato” così superficialmente. 

17 Agosto 2016 

Per Informazioni: Associazione Medici per l'Ambiente - ISDE Italia Via della Fioraia, 17/19 - 52100 Arezzo Tel: 0575-22256 - Fax: 0575-28676 e-mail: isde@ats.it Web: www.isde.it

mercoledì 17 agosto 2016

Monferrato - Solo una parte del territorio, gli Infernot, è riconosciuto patrimonio dell'UNESCO



Una volta per tutte vorrei specificare che il riconoscimento come Patrimonio dell’UNESCO attribuito alcuni anni fa al Monferrato è esclusivamente limitato agli infernot, cioè a quelle suggestive cavità (cantine) scavate nella roccia locale del Basso Monferrato (detta Pietra dei Cantoni, di cui l’Ecomuseo omonimo con sede a Cellamonte presso Casale Monferrato 
http://www.ecomuseopietracantoni.it), che vengono destinate prevalentemente all’invecchiamento del vino in bottiglia.

Di conseguenza tutti i frequenti riferimenti al Monferrato come Patrimonio dell’Unesco, di cui si abusa in maniera superficiale ed arbitraria attribuendolo implicitamente all’intero paesaggio e territorio, è assolutamente destituito di ogni fondamento, ed aggiungo essere anche irrispettoso verso i potenziali turisti e fruitori dei luoghi.

E’ pertanto patetico, ridicolo oltre che scorretto, fare continuamente riferimento in ogni circostanza, al riconoscimento Unesco per promuovere il turismo, addirittura in territori appartenuti anche solo di striscio (per pochi anni e/o perimetrali) al marchesato e poi ducato di Monferrato, considerando oltretutto che gli infernot sono solo quelli del Basso Monferrato, cioè dell’area che fa capo al Monferrato Casalese, cioè al circondario della città di Casale Monferrato, unica capitale dello stato preunitario esistito fino al 1708.
La carenza di idee e la tendenza a sfruttare gli eventi favorevoli, cui in particolare gli italiani per indole e scarsa cultura storica hanno tendenza ricorrervi (ancor più se “provinciali”), non giustificano minimamente l’abuso che sistematicamente si compie di questo riconoscimento, che rischia peraltro di essere revocato con un simile andazzo puerile e penoso.

Invito pertanto tutti gli operatori turistici e soprattutto culturali ad una maggiore sobrietà e correttezza in proposito, evitando di proseguire in questi abusi e deplorando coloro che vi ricorrono spudoratamente e spregiudicatamente, danneggiando tutti come immagine e reputazione territoriale.

Non è questo il modo corretto e favorevole per promuovere il turismo, soprattutto di qualità e con prospettive durevoli. Pensare di promuovere il turismo ricorrendo nel 2016 ancora agli “specchietti per le allodole”, in una società dove anche in età prepuberale e tra gli ottuagenari si dispone di apparecchi portatili in grado di collegarsi ad internet, non è solo anacronistico ma fuori luogo e controproducente.

A tutt’oggi purtroppo sono pochissimi gli operatori turistici e gli addetti ai lavori, i più onesti e competenti, che si dimostrano consapevoli e rispettosi di questi limiti, che non commettono abusi nei loro programmi, progetti e proposte turistiche, e che accostano il riconoscimento Unesco solo nell’ambito dei circuiti degli infernot.

Sono consapevole che questo mio modesto intervento pubblicato sul mio blog avrà scarsi riscontri, essendo letto da poche migliaia di lettori abituali, ma fortunatamente sono per il 90 per cento stranieri (prevalentemente russi, americani, tedeschi, francesi) e sempre “fortunatamente” il mio blog è sempre posizionato tra i primi dieci nei principali motori di ricerca, tra cui Google, quando si digitano le parole chiave “Monferrato, cultura, ambiente, storia e turismo”, e quindi da una decina di anni ha acquisito una sua collocazione di tutto rispetto nel panorama eterogeneo della rete. Pertanto spero che questo mio intervento sia recepito adeguatamente, soprattutto a livello localistico, e favorisca un cambiamento di rotta.


Cav. Dott. Claudio S. Martinotti Doria    www.cavalieredimonferrato.it    claudio@gc-colibri.com

martedì 16 agosto 2016

Bioregionalismo rurale ed agroecologia partecipata - Genuino Clandestino di ritorno dal MST brasiliano



Care compagne e cari compagni, ricordo con molto piacere il percorso che ci portò, con l'impegno e la partecipazione di molti di noi , alla stesura di un documento scritto , che poi abbiamo chiamato "manifesto", durante il Genuino Clandestino nazionale di primavera in Val di Susa (aprile 2013). Ricordo con ancora più piacere ed anche un po' di emozione la successiva lettura e approvazione in assemblea plenaria nel novembre 2013 a l'incontro di Firenze. Incontro nazionale che per me e per molti altri compagni della rete fiorentina è stato di enorme importanza perché oltre che effettuare la stesura finale e l'approvazione assembleare del nostro manifesto dette inizio "ufficialmente" ,con il sostegno di tutte le reti locali di GC , all'esperienza di Mondeggi .

Esperienza nata, lo voglio ricordare, dalla campagna Terrabenecomune che nella primavera successiva iniziò l'occupazione delle terre appartenenti all'amministrazione pubblica parlando di "bene comune" e di "fattoria senza padroni ".

Esperienza che ancora oggi dopo due anni e dopo molte minacce di sgombero , resiste , lavora , produce cibo, crea e consolida una comunità intorno alla terra e si sta rivelando sempre di più come l'attuazione di un progetto politico di resistenza contadina e di reale alternativa al modello dominante capitalista,neoliberista e estrattivo che tristemente tutti ben conosciamo .

Ma vengo al punto per cui vi scrivo queste righe. Come sapete sono appena rientrato dalle tre settimane in Brasile e sento il bisogno di dire due cose al riguardo di questo viaggio che, al di là di tutto mi è costato tantissimo in tutti i sensi. Sia in soldi per il costo del biglietto che emotivamente per il dover lasciare il campo e gli animali per un periodo così lungo in piena estate  (ringrazio infinitamente la mia famiglia, moglie, figli, nuora e genero per il grandissimo aiuto che mi hanno dato, ho ritrovato il campo e gli animali in condizioni migliori di come avrei potuto fare io).

Come prima cosa devo dire che l'ospitalità con cui ci hanno accolto e la sincera amicizia che ci hanno dimostrato i compagni e le compagne dell'MST è stata grandissima e mettendo poi in conto anche l'enorme portata del loro progetto politico e l'importanza delle pratiche che stanno realizzando nei loro territori il risultato è stato veramente eccezionale .

Tutti quanti noi abbiamo vissuto un'esperienza di grande "ricchezza" e di enorme importanza per il nostro percorso umano e politico. Tutti quanti ci siamo ripromessi di trasmettere nelle nostre realtà il più possibile con tutti i mezzi di cui ci sentiamo capaci.

Personalmente spero di riuscire in tempi brevi a restituire, anche solo parzialmente, le emozioni che ho vissuto e i contenuti che ho assorbito e fatto miei in questa esperienza .

Sto cercando di ordinare e commentare una specie di diario /racconto del viaggio in Brasile, non so giudicare al momento i tempi che mi occorreranno per fare questo lavoro e neanche se il risultato sarà decente ma ci proverò comunque.

Qualcosa sarà sicuramente pronto anche per l'incontro di settembre a Terni e propongo di trovare nel programma delle giornate uno spazio e un po' di tempo per far conoscere a GC la realtà contadina resistente dell' MST in questo momento così problematico della congiuntura politico-economica brasiliana e mondiale. Possiamo raccontare anche della loro struttura organizzativa, delle loro finalità e delle loro pratiche (agroecologia e garanzia partecipata).

CIR


Terni. Incontro di settembre di Genuino Clandestino: 

lunedì 15 agosto 2016

Grazie al progresso noi umani siamo diventati fossili della storia


Il progresso e lo sviluppo, lungi dall’aver risolto i problemi dell’uomo ed avergli portato benessere, lo hanno invece stritolato come una qualunque preda tra le spire di un boa constrictor. Mi perdonerà chi mi segue perché spesso ripeto le stesse cose, ma poiché considero queste “cose” basilari per una comprensione più profonda del mondo in cui viviamo (e oltretutto mi sembra che molto pochi le capiscano) continuerò a farlo. Parto dunque affermando che nel regno del benessere (l’Occidente in generale ma anche tutti quei Paesi che sognano di diventare “ricchi” come l’Occidente) regna il malessere, e questo è chiaro e pacifico ormai da tempo. Negli Stati Uniti d’America, il Paese che con le buone o con le cattive si propone a faro del mondo, il malessere impera incontrastato. La devastazione, l’inquinamento ambientale, la scarsità delle risorse, sono per contro in continuo aumento e questo va a braccetto con questo malessere che impera nel regno del benessere. E fin qui nulla di nuovo.

Il pensiero comune (sempre diffidare del pensiero comune perché non è un pensiero vero ma solamente una “credenza” indotta) crede però che grazie alla scienza, all’economia, alla tecnologia e a tutti i paradigmi imperanti nel nostro mondo, riusciremo a salvare capra e cavoli. Insomma, si inventerà “qualcosa” a misura d’uomo e di pianeta. Ma il problema di fondo del nostro mondo non è il malessere che regna nel mondo del benessere o la questione ambientale o quella dello sfruttamento umano e animale, ecc. Tutto questo, e tanto altro ancora, sono solo delle semplici e anche ovvie conseguenze del mondo che abbiamo costruito e del quale, perlomeno le masse (cioè quasi tutti), sono in qualche modo entusiaste. Ad esempio essere entusiasti del “progresso” (e dei suoi bracci armati che si chiamano scienza, economia, tecnologia, ecc.) o anche voler distinguere tra un progresso “buono” e uno “cattivo” (buono per chi? Cattivo per chi?) significa perdere di vista il quadro di fondo di chi siamo, di come ci rapportiamo con i nostri simili, con gli altri viventi, con quell’ambiente che è vivente esso stesso (e che, fino a prova contraria, ci permette di vivere). Significa anche allontanarsi dal cogliere quelle domande esistenziali fondanti che ci accompagnano in questo breve ma intenso e meraviglioso viaggio chiamato Vita.
Per andare più sullo specifico, la tecnologia, ad esempio, lo si voglia ammettere o meno, crea un mondo virtuale che passo dopo passo sostituisce nella psiche (e non solo) collettiva quello naturale. Noi non ce ne rendiamo conto ma per noi la Natura in quanto tale non esiste più. Dov’è la Natura se viviamo tra riscaldamenti e aria condizionate (ci vuole una bella perversione a “condizionare” l’aria ed a percepire la cosa come un “miglioramento”), se soffriamo il troppo caldo, il troppo freddo, il troppo vento, la troppa pioggia, se prendiamo la macchina o qualunque altro mezzo per spostarci ovunque, se abbiamo paura di invecchiare (di qui il culto del giovanilismo imperversante) e via andando? La Natura significa semplicemente essere Natura e non guardarla dal finestrino di un auto o da uno schermo in alta definizione (la definizione è così alta che l’occhio umano non può neppure percepirla, ma la gente si indebita lo stesso per comprare la tivù ad alta definizione perché così gli ha detto la pubblicità e perché così fanno tutti) e nemmeno fare “imprese estreme” con l’ausilio di ogni mezzo tecnologico a disposizione. Natura, ad esempio, è guardare il cielo, sentirsi cielo, essere cielo.
Non cogliamo inoltre il fatto che distacco dalla Natura significa al tempo stesso distacco da noi stessi (perché siamo Natura) e questo fa sì che il (non)pensiero comune imperante creda che le soluzioni a tutti i nostri problemi possano venire non dalla Natura e da un ritorno (per quanto minimo) ad essa ed ai suoi ritmi, ai suoi modi, ai suoi tempi, bensì da un ulteriore sviluppo tecnologico. L’“homo naturaliter” è stato soppiantato da quello scientifico, tecnologico, economico; nel cambio non ci abbiamo guadagnato.
L’accelerata del progresso ha dunque cambiato, oltre a tutto il resto, il nostro modo di pensare, di vivere, di rapportarci al mondo, ai nostri simili, a noi stessi. Il che, tradotto nella sostanza dei fatti, significa che stiamo male anziché bene, e che andando avanti staremo progressivamente peggio. Del resto che il malessere nelle sue varie forme e declinazioni sia la base su cui poggia e prospera il mondo moderno non è una rivelazione da illuminati. Basta guardarsi attorno per coglierlo.
Sulla tecnologia il pensiero comune (sempre, sempre, sempre, diffidare del pensiero comune) è che dipende dall’uso che se ne fa. La tecnologia invece non è mai, e sottolineo mai, neutrale, non dipende mai “dall’uso che se ne fa”, semplicemente perché cambia il mondo e cambiando quel mondo che abitiamo inevitabilmente cambia anche noi stessi. La tecnologia non è mai estranea al modo di pensare che la pensa, che la concepisce, che la realizza. La gente non vede nulla di intrinsecamente sbagliato nella digitalizzazione e nell’artificializzazione delle nostre Vite. Bisogna invece capire che i rapporti “digitali” non sono rapporti umani e men che meno naturali. Non possono farci “stare bene” come un tramonto, come l’ascolto della risacca del mare o del vento che sibila tra le foglie di un bosco, come l’affetto e l’amore di un nostro simile o anche come il solo contatto di un animale (pet-therapy e non solo). Quando qualcuno ha paura di un ape, di un ragno, di una tempesta o di qualunque altra manifestazione del mondo naturale, e al tempo stesso non ha paura dell’auto, del treno, dell’inquinamento, del cibo avvelenato che mangia, dell’aria ancor più avvelenata che è costretto a respirare, delle medicine che il medico gli somministra, della tivù, del computer e di tutto il resto, significa che quel qualcuno non ha più nulla di naturale in sé. Punto e a capo.
Chiunque abbia cuore e mente aperti è in grado di capire benissimo che quel mondo “sintetico” che ci viene dato in pasto ad ogni piè sospinto è l’esatto opposto di quel mondo naturale per cui siamo, biologicamente e fisiologicamente, fatti, ed a cui, proprio per questo, apparteniamo. E sempre proprio per questo, l’accelerata di progresso che stiamo vivendo, ci cambia, ci rende progressivamente più deboli, più malati, più insicuri, più soli, più persi, più annoiati, sempre più senza riferimenti esistenziali e valoriali; ci rende sempre più vuoti sia fuori che dentro, ci spoglia poco alla volta ma sistematicamente di tutto ciò di cui l’essere umano necessita per stare bene. Non ci vuole molto a capire che la Natura è viva e uno smart-phone è morto. Possiamo stare bene se nel nostro quotidiano ci rapportiamo sempre più con ciò che è morto anziché con ciò che è vivo?
In definitiva la tecnologia ci toglie “vita autentica” e la sostituisce con dei surrogati di Natura, ivi inclusa della nostra Natura umana; ma sono, appunto, solo dei surrogati, delle esche velenose ed a rilascio lento. Questo cambio è letale, assassino, e per cogliere questa semplicissima osservazione basta osservare la differenza di comportamento tra un bimbo che vive nella Natura ed uno che vive in una qualunque città (piena di opportunità e scelte) del mondo progredito. Lo ripeto: la tecnologia ci ha separato da quel mondo e da quello stile di vita per cui siamo, psicologicamente, biologicamente, fisiologicamente, fatti e al quale ci siamo adattati da milioni di anni di Vita su questo pianeta.
In definitiva è proprio quel progresso che abbracciamo nelle sue molteplici forme (la civiltà urbana, industriale, tecnologica, ecc.) ad aver reciso definitivamente quelle radici che ci legavano alla Terra, che davano un senso alla nostra Vita, e grazie alle quali, pur con tutte le ovvie “difficoltà” del caso, stavamo bene. La Vita naturale può essere dura e a volte anche durissima, non è di certo una passeggiata su un prato fiorito, ma in quella Vita nessuno è depresso, impasticcato, perso, senza un senso e uno scopo quando si alza la mattina. Quei pochi umani (gli altri il progresso li ha fatti fuori tutti) che ancora vivono in un mondo naturale hanno lo sguardo vivo e non da zombie come quegli pseudoumani che siamo noi diventati nel nostro mondo sviluppato. Per questo stiamo male e proprio questo è il motivo per cui questo malessere profondo si manifesta in maniera più acuta in quei Paesi, Stati Uniti in testa, che sono più “sviluppati”, ovvero quei Paesi dove c’è maggior ricchezza, maggior economia, maggior tecnologia, maggior sviluppo. Non è nei paesi “poveri” (a parte il fatto che sono “poveri” a causa nostra) che regna il malessere ma in quelli ricchi.
Il nostro problema dunque non è inventare le google cars che andranno da sole guidate da un computer (e così saremo ancor più dipendenti da esse e da chi le controlla) ma semmai trovare ed inventarsi dei modi e degli stili di Vita in cui ci si possa smarcare da tutto questo. Il nostro problema non è inventare le google cars, così come non lo è inventare nuove pasticche e medicine che ci cureranno, né attendere con trepidazione i fantasmagorici progressi dell’ingegneria genetica (un orrore e un delirio indicibili) che ci farà scegliere l’altezza e il colore dei capelli e quello degli occhi dei nostri figli futuri. Tutto questo va esattamente nella direzione opposta dello stare bene perché non fa che renderci più passivi e dipendenti da queste nuove invenzioni e contestualmente sempre più spaesati e soprattutto impauriti. Perché? Perché essere dipendenti da qualcosa, che si tratti di scienza, tecnologia, medicina, economia, lavoro, o anche dalla religione o dal guru di turno, significa non essere se stessi e dunque non sentirsi all’altezza della nostra Vita. Significa essere alla mercé di un qualunque evento esterno che possa verificarsi senza avere le qualità e potenzialità per farvi fronte. La dipendenza da qualcosa, da qualunque cosa, fa sempre stare male perché inevitabilmente crea paura.
Ma vorrei concludere invitando a riflettere che con il folle sviluppo tecnologico a cui stiamo quotidianamente assistendo (lo facciamo senza neppure batter ciglio, anzi desiderandolo, addirittura volendogli bene), stiamo contestualmente assistendo alla scomparsa dell’uomo umano, che è stato sostituito da quello tecnologico. Forse oggi non lo capiamo per una mancanza di prospettiva temporale, ma tra soli venti-trenta-cinquant’anni basterà guardare ai giorni nostri per capire che stiamo vivendo gli ultimi giorni da esseri umani ancora abbastanzaumani. Credo che si possa affermare senza timore di smentite che grazie al progresso noi umani siamo diventati fossili della storia.

Andrea o Bizzo o anche Durante (perché no?)