martedì 24 maggio 2022

Non è una spaccatura... è una voragine

 


Il 16 maggio 2022 ho visto La Spezia.  Non erano studenti arrabbiati, facinorosi black bloc, non c’erano caschi e scudi improvvisati, né spranghe, mazze da baseball e bottiglie accese. Erano persone comuni, quelle che ci incrociano in tutte le strade tutti i giorni, con famiglia, responsabilità, rate, mutuo e anziani a carico. Non avanguardie bombarole, ma individui consapevoli fuoriusciti dall’amebico barilone del benpensiero.

Lo si capiva dai vestiti, dal taglio dei capelli, dal comportamento. Dall’età media, brizzolata e un po’appesantita. Segni di una matrice, se possibile, di polo opposto a quello sovversivo, strumentale, extraparlamentare, provocatorio. Segni di persone e basta – loro sì la maggioranza – incapaci di violenza. Alzavano le braccia contro il ministro della salute in visita alla città levantina. Urlavano “vergognati” perlopiù, e “assassino”. Unione spontanea di voci non organizzate, non politicizzate, facilmente dette no-vax.

Apparentemente, le molteplici e reiterate denunce informali e formali alle scelte e imposizioni relative alla protopandemia del governo e della politica, emesse da coloro che non hanno voluto né potuto sottomettersi al verbo venduto come scienza, non hanno prodotto granché. Nessuno schieramento parlamentare ha voluto rivedere le proprie posizioni prendendo le distanze dall’ordine governativo. Nessuno di questi ha creduto di dover denunciare l’estromissione di se stesso dal processo decisionale e democratico. Come un rompighiaccio timonato da remoto, la motonave Italia – nonostante le molteplici e reiterate denunce informali e formali – non ha modificato di un punto la rotta comandata.

“Apparentemente” però.

È La Spezia che lo segnala, lo dice, lo urla.

Se i numerosi argomenti relativi a intrugli, restrizioni, coprifuoco, confinamenti, tessera a punti, didattica a distanza, obbligo delle maschere, vigile attesa, censura, radiazioni, eroismi, ossigeni sicari, messe in scena, proclami di garanzie vaccinali, criminalizzazione e ciarlatanizzazione dei dissenzienti, effetti collaterali, great reset, 5G, digitalizzazione non sono riusciti ad arrivare al timone, hanno quantomeno avuto diffusione sufficiente affinché gente comune alzasse i pugni e urlasse “vergogna”. In un certo senso sociale, si tratta forse del maggior sintomo di un profondo dissenso visto in Italia.

Ma il tanto sopra elencato, composto da punti di convergenza di mille autori e critici, nonostante le evidenze a loro favore che il tempo ha già fatto emergere, non ha avuto la forza sufficiente a contrastare le linee guida ultragovernative, non ha ottenuto granché, neppure l’idea su come unirne il peso in un’unica testa d’ariete. Si potrebbe parlare di insuccesso se l’ottica fosse di tipo produttivistico. Ma insuccesso non è.

L’impegno dei mille individui ha invece generato o raccolto la spaccatura sociale. Popolo e istituzioni incredibilmente separati. Così come la dominante politica progressista si era liberata dei lavoratori, ora vediamo questi prendere le distanze dalle istituzioni. Se la storia è una risultante, non ci si può più esimere dal constatare il pieno disastro statale.

Nel processo di demolizione delle istituzioni, l’asservimento dei media – per quattro denari di governo – lascia interdetti, così quello dell’Ordine dei giornalisti, dei medici e di altro. Ma non è una spaccatura indesiderata. Non abbiamo a che fare con stupidi suicidi del palazzo. I nostri interlocutori sono oculati socio-architetti. Ciò a cui stiamo assistendo non è composto da tessere scriteriate.

Pare che qualcuno a La Spezia se ne sia accorto. La speranza è che si estenda. Ciò che non hanno potuto Sgarbi, Freccero, Agamben, Cacciari, Mattei, Mini, Orsini (quanto è valso per il Covid, vale ora per guerra della Nato), pare nei poteri di tutti i signor Rossi. Loro non scrivono, non rilasciano interviste, non partecipano a infect-show. Loro non credono più. Sanno che lo stato non li rappresenta. Sanno invece che quanto sentiranno dagli esponenti delle istituzioni sarà cosa di cui dubitare, cercheranno il vero significato oltre le parole.

L’ha detto la tv, da formula di verità è divenuta voce da cui guardarsi.

La spaccatura è ora una voragine.

Lorenzo Merlo




lunedì 23 maggio 2022

Assemblea Permanente No Keu

 



Sapete cos'è il keu?  "Il keu è un residuo di produzione derivante dal trattamento dei fanghi prodotti dagli scarti della concia delle pelli..."

Sabato 21 maggio 2022 ad Empoli  abbiamo festeggiato  tutte e tutti insieme un anno di lotta.


L’Assemblea Permanente No Keu ha promosso una giornata  di mobilitazione, di incontro, scambio e riflessione per ribadire che le nostre vite sono più importanti dei profitti di pochi. Fin dalla nascita dell’assemblea, all’indomani della pubblicazione dell’inchiesta Keu, abbiamo dichiarato che la lotta sarebbe stata lunga, ma che questo non ci avrebbe spaventati. Dopo un anno siamo ancora qua a batterci per ottenere la bonifica dei nostri territori inquinati e per affermare un diverso sistema di gestione dei beni, dei servizi e delle opere pubbliche.

Ad oggi, infatti, non è stato ancora fatto niente per riparare all’inquinamento delle nostre terre. A dispetto delle promesse non è stato realizzato l’allacciamento all’acquedotto pubblico per le famiglie che ne sono sprovviste, né è stato avviato il piano di caratterizzazione che dovrà portare alla bonifica. E allo stesso tempo nessuno tra chi avrebbe dovuto si è assunto uno straccio di responsabilità politica per quanto accaduto.

Nel frattempo, però, quello che siamo riusciti a costruire in questi dodici mesi è un percorso di rivendicazione che vede partecipare residenti e cittadini, realtà sociali e politiche del nostro territorio e non solo. La lotta si è allargata nel tempo, stando dentro anche ad altre mobilitazioni sull’ambiente e sul lavoro e abbracciando sempre più soggetti e sempre più territori.

C.I.R. Info cir.informa@gmail.com 





domenica 22 maggio 2022

Vignola, 18 giugno 2022: "Identità personale e identità locale", tema dell'incontro solstiziale bioregionale

 


Prosegue la discussione, in chiave bioregionale, riguardo l’identificazione degli ambiti comunitari culturali e sociali, anche considerando l’attuale tendenza politica di ignorare le identità locali accorpandole in  unioni innaturali, come ad esempio avvenuto in Emilia con la Val Samoggia, una sorta di aggregazione metropolitana tesa a cancellare le identità locali.  

Ma prima dell'identità territoriale occorre risalire all'identità personale di chi vive nel territorio in cui si vive. Cioè occorre  riconoscere la persona, in quanto componente essenziale della comunità. Questa conoscenza non è divisiva, ovvero tesa ad affermare l'ego individuale, bensì a riconoscere le componenti singole che compongono l'organismo vivente.  L'azione bioregionale, in tal senso, non è separativa ma integrativa, tenendo però conto delle specifiche esigenze vitali degli abitanti  delle piccole  comunità, consentendo un'azione "cellulare" idonea e rispettosa del contesto in cui si vive.  


Le aggregazioni burocratiche che non tengono conto delle esigenze personali e comunitarie    non  rappresentano interessi e qualifiche di omogeneità culturale e bioregionale ma solo interessi di gestione finanziaria e partitica. Il bioregionalismo, riportando in auge sia il rispetto della vita in termini di ecologia profonda sia il riconoscimento dell’identità personale e locale, è l’unico metodo che possa garantire equanime distribuzione e pari dignità alle diverse componenti  degli abitanti di una  Comunità, in tutte le sue sfaccettature vitali. 

Al fine di approfondire questi temi è stato indetto l'incontro solstiziale bioregionale che si tiene il 18 giugno 2022 a Vignola, presso l'azienda biologica La Bifolca 



Una giornata in amicizia ricca di eventi all’aria aperta  nel rispetto delle leggi della Natura e della dignità umana 

Programma:
🕚 11.00: Presentazione dell’esperienza di Cooperativa Camilla, emporio autogestito e solidale di comunità di Bologna.
🕐 13.00: Picnic solidale in giardino.
🕒 15.00 - 15.45: Presentazione di una nuova progetto ecologico del territorio.
☕️ Pausa degustazione con tisane di erbe aromatiche fresche.
🕓 16.00: Passeggiata attraverso i campi dell'azienda, cercando erbe spontanee e, se possibile, con ‘battesimo” nel canale irrigativo (proveniente dal Panaro) bagnandosi i piedi.
🕠 17.30: Condivisione emozionale in cerchio sul tema identità locale e personale e presentazione del libro “Chi sei tu?” di Paolo D'Arpini (Ephemeria Editore),  dedicato a I Ching, agli archetipi dello zodiaco cinese, al sistema elementale indiano e alla conoscenza di sé.
🕡 18.30: Picnic serale vegetariano, portare con sé le proprie stoviglie  e , per chi lo desidera,  una condivisione di cibi e bevande.
🕘 21.00:  Scoperta dei canti popolari tradizionali dell’Appennino con musica acustica dal vivo.

La giornata è aperta a tutte e a tutti.

Per informazioni:
Caterina: 333-6023090
Nazario: 340- 6799391
Roberta: 347-8346722

Per motivi organizzativi, è gradita la conferma della partecipazione.


La Bifolca di Maria Miani Via dei Gelsi 150/5 - Vignola (Mo)


sabato 21 maggio 2022

8 punti sulla Decrescita ed Ecosocialismo

 


Decrescita ed ecosocialismo sono due dei movimenti – e delle proposte – più interessanti nella parte radicale degli ambienti ecologisti.

Certamente non tutti nella comunità della decrescita si identificano come socialisti e non tutti gli ecosocialisti sono convinti della desiderabilità della decrescita. Ma possiamo osservare una tendenza in aumento di convergenza e di rispetto mutuo. Vogliamo qui cercare di mappare i punti principali su cui andiamo d’accordo ed elencare alcuni degli argomenti principali per una decrescita ecosocialista:

    1. Il capitalismo non può esistere senza crescita. Ha bisogno di un’espansione continua di produzione e consumo, di accumulazione di capitale, della massimizzazione dei profitti. Questo processo di crescita illimitata, basata sullo sfruttamento di fonti di energia fossili a partire dal secolo XVIII, porta alla catastrofe ecologica, cambio climatico, e minaccia l’estinzione della vita sul pianeta terra. Le 26 conferenze ONU sul clima durante gli ultimi 30 anni hanno dimostrato la totale mancanza di volontà da parte delle élite governanti di fermare la corsa verso l’abisso.

       

    2. Ogni vera alternativa a questa dinamica perversa e distruttiva dev’essere radicale – e cioè deve occuparsi delle radici del problema: il sistema capitalista, la sua dinamica di sfruttamento ed estrattivismo, il suo perseguire ciecamente ed ossessivamente la crescita. La decrescita ecosocialista è una tale alternativa, direttamente opposta a capitalismo e crescita. La decrescita ecosocialista richiede l’appropriazione sociale dei principali mezzi di (ri)produzione e una pianificazione [economica] democratica, partecipativa ed ecologica. Le principali decisioni sulle priorità della produzione e dei consumi vanno prese dalle stesse persone, per soddisfare i veri bisogni sociali nel rispetto dei limiti ecologici del pianeta. Questo significa che le persone, alle varie scale, esercitano direttamente il potere, determinando democraticamente che cosa bisogna produrre, come, e in che quantità. Decidendo inoltre come remunerare diversi tipi di attività produttive e riproduttive che sostengono noi ed il pianeta. Garantire un benessere equo per tutte non richiede crescita economica ma piuttosto di cambiare radicalmente come organizziamo l’economia e distribuiamo le “risorse” [1].

       

    3. Una decrescita significativa di produzione e consumi è ecologicamente indispensabile. La prima e più urgente misura è quella di uscire dalle fonti energetiche fossili, così come terminare con il consumo ostentativo e di estremo spreco dell’1% più ricco. Da una prospettiva ecosocialista, la decrescita va intesa in termini dialettici: molte forme di produzione (come le centrali a carbone) non dovrebbero essere solo ridotte ma eliminate del tutto; alcune come le auto private e l’allevamento di bovini, andrebbero sensibilmente ridotte; altre ancora invece avrebbero bisogno di sviluppo, come le coltivazioni agroecologiche, l’energia rinnovabile, i servizi di salute e di educazione e così via. Per settori come lai salute e l’educazione, questo sviluppo dovrebbe essere, in primo luogo, qualitativo. Anche le attività più utili devono rispettare i limiti planetari; non può esserci qualcosa come la produzione “illimitata” di alcun prodotto.

       

    4. Il “socialismo” produttivista, come praticato nell’URSS, è un vicolo cieco. Lo stesso si applica al capitalismo “verde”, come promosso dalle imprese o “partiti verdi” mainstream. La decrescita ecosocialista è un tentativo di superare i limiti di sperimentazioni socialiste o “verdi” passate.

       

    5. È ben noto che il Nord globale è storicamente responsabile per la maggior parte delle emissioni di diossido di carbonio nell’atmosfera. I paesi ricchi devono perciò prendere in carico la maggior parte del processo di decrescita. Allo stesso tempo non crediamo che il Sud globale debba cercare di copiare il modello di “sviluppo” produttivista e distruttivo del Nord. Dovrebbe invece cercare un approccio diverso, dando peso alle vere necessità della popolazione in termini di cibo, casa, e servizi di base, anziché estrarre sempre più materiali grezzi per il mercato globale capitalista o produrre sempre più auto per le minoranze privilegiate.

       

    6. La decrescita ecosocialista implica anche una trasformazione, attraverso un processo di deliberazione democratica, di modelli esistenti di consumo, come per esempio porre fine all’obsolescenza programmata e la produzione di merci irreparabili; di sistemi di trasporto, per esempio riducendo fortemente il trasporto di merci con navi e camion (rilocalizzando la produzione), e del traffico aereo. In breve, è molto di più di un cambio del modello di proprietà, è una trasformazione di civiltà, un nuovo “modo di vivere”, basato sui valori di solidarietà, democrazia, libertà, equità e rispetto per la terra. La decrescita ecosocialista sta per una nuova civiltà che rompe con produttivismo e consumismo, in favore di orari di lavoro ridotti, e dunque più tempo dedicato ad attività sociali, politiche, ricreazionali, artistiche, ludiche ed erotiche.

       

    7. La decrescita ecosocialista può vincere solo attraverso un’opposizione all’oligarchia fossile e alle classi governanti che controllano il potere politico ed economico. Chi è il soggetto di questa lotta? Non possiamo superare il sistema senza la partecipazione attiva della classe operaia urbana e rurale che costituisce la maggior parte della popolazione e che già sopporta la maggior parte dei mali sociali ed ecologici del capitalismo. Ma dobbiamo anche espandere la definizione di classe operaia per includere coloro che si occupano della riproduzione sociale ed ecologica, le forze che ora stanno all’avanguardia delle mobilitazioni socio-ecologiche: giovani, donne, popolazioni indigene e contadin*. Una nuova coscienza sociale ed ecologica emergerà attraverso il processo di auto-organizzazione e resistenza attiva degli sfruttati e delle oppresse.

       

    8. La decrescita ecosocialista fa parte della famiglia più ampia di altri movimenti ecologisti radicali e antisistemici: ecofemminismo, ecologia sociale, Sumak Kawsay (il "buon vivere" amerindo) [2], ambientalismo dei poveri, Blockadia, Green New Deal (nelle sue versioni più critiche), tra tanti altri. Non cerchiamo nessun primato - pensiamo solo che l'ecosocialismo e la decrescita abbiano un quadro diagnostico e prognostico condiviso e potente da offrire insieme a questi movimenti. Il dialogo e l'azione comune sono compiti urgenti nell'attuale drammatica congiuntura.

      (Michael Löwy, Bengi Akbulut, Sabrina Fernandes, Giorgos Kalli)Fonte: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/23056-michael-loewy-bengi-akbulut-sabrina-fernandes-giorgos-kallis-per-una-decrescita-ecosocialista.html

Note:
[1] In inglese “social wealth”, letteralmente “ricchezza sociale”, cioè il valore totale delle risorse di cui si necessita per soddisfare i bisogni sociali o emozionali [N.d.T.]
[2]Sumak Kawsay è una parola quechua utilizzata dagli amerindi ecuadoriani per indicare il loro stile di vita ancestrale, prima dell’ invasione coloniale [N.d.T.]



venerdì 20 maggio 2022

Decrescita: se non ora quando? - Venezia 7,8,9,10 settembre 2022



DECRESCITA: SE NON ORA QUANDO?

Venezia 7-8-9-(10) settembre 2022

Dall'illusione della crescita "green" ad una democrazia della terra.

10 anni dopo la Terza Conferenza Internazionale sulla decrescita, la sostenibilità ecologica e l’equità sociale, intendiamo coinvolgere una nuova rete di associazioni e istituzioni per promuovere un altro incontro a Venezia, di tre giornate, per fare il punto della situazione, rilanciare idee e proposte concrete e rendere visibile quel cambiamento profondo del modello di civilizzazione a cui siamo chiamati.

Immaginiamo questa nuova Conferenza come un’occasione non solamente di confronto e discussione ma come un momento fortemente proattivo di presentazione di progetti e proposte di lavoro comune, con metodologie aperte e workshop di approfondimento finalizzati ad elaborare campagne e iniziative condivise.

Venezia 2022 infatti non va intesa come un momento isolato, ma piuttosto come una prospettiva di lavoro. Deve essere l’orizzonte di un cammino di incontri, eventi, seminari, laboratori, attività formative ed esperienziali, organizzati dalle diverse realtà nei diversi territori, per preparare l’appuntamento collettivo.

Tra i temi che intendiamo trattare ci sono quelli del cambiamento climatico, dell’agro-ecologia e della filiera del cibo, della salvaguardia degli ecosistemi e della biodiversità, della tutela della salute, del ripensamento della produzione, della riproduzione e della cura, della lotta alle prevaricazioni e discriminazioni sessuali, generazionali, razziali e speciste.

L’evento è organizzato da:
Associazione per la Decrescita
Movimento per la Decrescita Felice
AEres Venezia
Rete Italiana Economia Solidale
The Support Group of the International Conferences on Degrowth for Ecological Sustainability and Social Equity

Come partecipare al processo?
Le associazioni, le istituzioni, i movimenti e anche i gruppi informali possono aderire alla rete che promuove Venezia 2022 scrivendo a info@venezia2022.it per promuovere incontri, discussioni, eventi ed entrare nel calendario di iniziative.

giovedì 19 maggio 2022

Di scarti si vive o si muore?

 


Se si vuole seriamente affrontare «la guerra del capitalismo contro la Madre Terra e i popoli originari» – come in Messico ha recentemente sostenuto la Carovana Indigena – è indispensabile la lettura del libro di Marco Armiero "L’era degli Scarti" (Einaudi) che introduce la nozione, completamente oscurata dalla narrazione dominante, del mondo come discarica globale. Così si può cogliere in profondità la spaventosa degradazione che la logica estrattiva del capitalismo predatorio produce nei confronti delle persone, delle comunità e dei luoghi in cui esse vivono. Si tratta di un testo molto agile e per nulla predicatorio, poiché a un primo capitolo di carattere teorico Armiero ha affiancato due capitoli dedicati alla conoscenza della realtà che costituisce il Wastocene, per poi concentrarsi sulle sorprendenti pratiche di organizzazione e di resistenza da parte delle comunità che sono costrette a riprodursi nelle zone più inquinate e tossiche del pianeta.

Il necessario approfondimento teorico è finalizzato alla critica del concetto di Antropocene che – occultando la genesi colonialista, schiavista e razzista del capitalismo – tende ad addebitare a una indistinta specie umana la scaturigine della catastrofe ecologica in divenire; rimuovendo e quindi neutralizzando le abissali differenze e diseguaglianze di classe che si sono prodotte nel corso della storia, per via dell’effetto polarizzante intrinseco al modo di produzione capitalistico. Per queste ragioni nel dibattito internazionale si è sempre più affermato il termine di Capitalocene, in particolare grazie al contributo dello studioso Jason Moore, per analizzare correttamente i caratteri dell’attuale crisi socio-ecologica. Armiero, nel ribadire la tesi che concretamente «queste relazioni socio-ecologiche procurano profitti e poteri a pochi individui a scapito dei molti», ha coniato il termine Scartocene o era degli scarti per descrivere la loro brutale incidenza sulle persone e i luoghi, stante che solo la produzione annuale di rifiuti solidi municipali è stimata dalla Banca Mondiale in 2,1 miliardi di tonnellate.

L’indagine conoscitiva spazia invece dal disastro che il 5 novembre 2015 ha investito la diga di Mariana sul Rio Doce in Brasile – colpendo con 50 milioni di metri cubi di rifiuti minerali e fango 41 città e decretando la morte di quel fiume – all’immensa discarica di Aghobloshie in Ghana, strapiena di oggetti elettici ed elettronici provenienti dall’Europa occidentale; per poi evidenziare i gravi danni alla salute causati dall’industria petrolifera in Lousiana e (per altre cause) nell’ex città industriale di Tuzla in Bosnia-Erzegovina. I resoconti di come queste drammatiche e perduranti vicende abbiano segnato i destini di grandi comunità hanno il pregio di far emergere le perverse relazioni socio-economiche intessute nella totale impunità dall’insieme dei poteri dominanti.

Lo sguardo di Armiero non risparmia l’emergenza rifiuti a Napoli e in Campania, nella consapevolezza dello scarto storico esistente tra i benestanti, che abitano nella città alta, e la moltitudine che nella parte bassa della città si ingegna per sopravvivere quotidianamente. Non è un caso che nella logica dell’esternalizzazione dei rifiuti si siano individuate aree già contaminate e teoricamente più facili da “addomesticare” come nel caso della discarica di Pianura, che – dopo aver ospitato i liquami tossici provenienti dallo stabilimento dell’Acna di Cengio e le ceneri degli impianti termoelettrici dell’Enel – è stata chiusa per bonifica nel 1996. Per poi essere riaperta inaspettatamente nel 2004, nonostante le continue proteste della popolazione, addirittura da una decisione dell’agenzia speciale per l’emergenza rifiuti (il CERC) in palese violazione di tutte le normative ambientali. Proprio l’ostinata resistenza degli abitanti di Pianura, supportata dagli attivisti della rete StopBiocido, rappresenta per Armiero un esempio chiarificante dei tanti conflitti ambientali che mirano a combattere su scala globale le narrazioni tossiche diffuse dal credo neoliberista.

Sulla base dell’Atlante della giustizia ambientale – ideato e coordinato dall’ecologo ed economista Joan Martinez Alier (confronta il sito EJAtlas) – tutti i conflitti di questo tipo in corso nel mondo sono visualizzabili e a nostra disposizione con gli aggiornamenti.

Gian Marco Martignoni sul libro di Marco Armiero





mercoledì 18 maggio 2022

Il movimento ecologista e bioregionalista si oppone ai nuovi OGM (NBT e TEA)

 


La Coalizione Italia libera da OGM boccia l’approvazione da parte della Camera, avvenuta l’11 maggio 2022, di alcune mozioni che chiedono al governo di adottare misure urgenti con il pretesto di fronteggiare gli impatti della guerra in Ucraina sulla nostra economia. Fra queste, la richiesta è di intervenire sul settore agricolo e “…ricorrere alle nuove tecnologie genetiche dedicate alle piante per aumentarne, in sicurezza, la produttività. Ci si riferisce, in particolare, alle TEA – tecnologie di evoluzione assistita – che riproducono i risultati dell'evoluzione biologica naturale per migliorare la resistenza delle piante alle malattie e ai parassiti e ne aumentano la produttività, velocizzando i processi che avvengono comunque in modo naturale”.

Ciò andrebbe contro la legislazione europea che considera a tutti gli effetti come OGM gli organismi ottenuti tramite le nuove tecniche di creazione varietale, con quel che ne consegue in termini di valutazione preventiva del rischio, tracciabilità ed etichettatura.

Ancora una volta, alcuni parlamentari, avventurandosi in affermazioni prive del conforto della scienza, evitando la parola stessa “OGM” – come definiti tutti i prodotti delle Nuove Tecniche Genetiche (New Breeding Techniques [NBT] rinominate in Italia TEA) dalla Corte di Giustizia Europea – cercano di utilizzare lo shock causato dalla guerra in Ucraina per aprire le porte alla coltivazione degli OGM nei campi italiani.

La richiesta al governo è infatti di: “14) adottare iniziative per sviluppare, promuovere e incentivare …. nuove tecnologie applicabili in agricoltura per il miglioramento genetico basate, ad esempio, su cisgenesi e genome editing, … e, dunque, a promuovere iniziative normative che consentano il pieno sviluppo delle tecnologie di evoluzione assistita (TEA), anche con il coinvolgimento degli istituti di ricerca nazionali e delle istituzioni universitarie”. Secondo la Coalizione Italia Libera da OGM, dare seguito a queste richieste andrebbe in senso contrario alla legislazione italiana in vigore dal 2000, ma anche di quella europea. La direttiva UE 2001/18 - grazie alla sentenza della Corte di Giustizia europea del luglio 2018 - ricomprende gli organismi ottenuti tramite le nuove tecniche di creazione varietale (definite con le sigle NBT, NGT o TEA), considerandoli OGM a tutti gli effetti e obbligandoli a valutazione preventiva del rischio, tracciabilità ed etichettatura.

Il mancato rispetto della decisione della Corte di Giustizia europea, e l’aggiramento della direttiva europea attualmente in vigore, rischierebbe di produrre danni economici giganteschi all’agricoltura italiana, e in particolar modo al settore del biologico. Danni che sono difficilmente quantificabili e irreversibili. Il tutto per garantire il vantaggio di poche imprese sementiere italiane e, soprattutto, delle multinazionali che dominano il mercato mondiale, già in possesso della quasi totalità dei brevetti necessari allo sviluppo dei nuovi OGM.

La proposta dei deputati arriva a ridosso dell’attacco frontale all’agricoltura biologica da parte dell’amministratore delegato di Syngenta, una delle quattro più grandi multinazionali agrochimiche e sementiere sul Pianeta, secondo cui “Di fronte alla minaccia di una crisi alimentare globale, è necessario rinunciare all’agricoltura biologica”. Una dichiarazione priva di fondamento e pericolosa per un modello di produzione e consumo in forte crescita, che ha portato l’Italia ad essere oggi un Paese leader di settore nell’UE e nel mondo.

Ricordiamo che il biologico vale 7,5 miliardi in Italia e le aziende bio coltivano il 17% della superficie agricola utilizzata nel nostro Paese. Con un target europeo che invita a raggiungere il 25% entro il 2030, partiamo da una posizione di vantaggio che sarebbe sconsiderato perdere in favore degli OGM, da qualunque tecnica essi vengano ottenuti.

L’enorme maggioranza dei consumatori – nonostante le crisi che continuano ad accavallarsi nel nostro Paese – rifiuta di avere nel piatto prodotti OGM, pretende un’etichettatura chiara e trasparente che permetta di poter conoscere, e quindi scegliere, con certezza ciò che mangia.

Le associazioni della Coalizione Italia libera da OGM mettono in guardia governo e Parlamento dal dare seguito alle richieste contenute negli atti proposti alla Camera, per evitare la distruzione di un’agricoltura libera da OGM che garantisce prodotti di qualità superiore e maggiore tutela degli ecosistemi.

Al contrario di quanto proposto alla Camera, l’Italia dovrebbe altresì migliorare la posizione dei contadini di piccola scala nella filiera, proteggendo le produzioni tipiche e favorendo lo sviluppo dell’agroecologia: con questa scelta rischia invece di spingerli fuori mercato, sdoganando produzioni geneticamente modificate, caratterizzate dall’uniformità e che non avranno l’impatto miracoloso che da sempre - contro ogni evidenza - viene loro attribuito.


Coordinamento Coalizione Italia libera da OGM - italialiberadaogm@gmail.com




Con l'adesione della Rete Bioregionale Italiana

Rete Bioregionale Italiana