venerdì 31 agosto 2018

Edward Goldsmith, apripista ecologista dell'idea bioregionale


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"La massima priorità dell’umanità è reintegrarsi nel mondo naturale."  (Jonathon Porritt)

Edward Goldsmith (Parigi 1928 – Siena 2009) è considerato uno dei maggiori precursori del movimento ecologista internazionale. Poco noto in Italia, nonostante vi abbia vissuto e operato, è stato il primo a lanciare allarmi contro vari sistemi distruttivi: dai programmi di sviluppo della FAO e del GATT alle politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (FMI); dalla costruzione delle grandi dighe e centrali nucleari ai cambiamenti climatici; dall’introduzione degli OGM e della chimica in agricoltura fino ai disastri della globalizzazione. È stato, inoltre, uno dei principali ispiratori di quel movimento di contestazione apparso nel 1999 a Seattle contro la conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). 

Nel 1969 ha fondato la rivista The Ecologist diventata una delle voci più credibili del pensiero ecologista a livello mondiale. È del 2011 Per un nuovo paradigma, una monografia postuma dedicatagli dall’Ecologist Italiano in cui emerge tutta la profondità del suo messaggio umano, politico e culturale per il quale, nel 1991, gli fu attribuito il Right Livelihood Award, meglio conosciuto come il Premio Nobel Alternativo. 

Dalla lettura di quella monografia, dell’interessante saggio di Eugenio Corsi del 2005 (Fonte: ecoblog.it), e soprattutto della sua opera più rappresentativa Il Tao dell’Ecologia, alla quale lavorò per oltre trent’anni esprimendovi compiutamente la propria visione, si traggono i concetti fondamentali di un pensiero che invita a ritrovare nella parte il tutto e viceversa, che aiuta a comprendere il ruolo della scienza e dell’uomo nella biosfera, e tutta l’insostenibilità di uno sviluppo ad ogni costo ormai drammaticamente deteriorato. 

La sua è un’analisi caratterizzata da una spiccata avversione per il mito del progresso visto come negazione stessa dell’evoluzione: “L’intero concetto di sviluppo industriale – afferma - è responsabile della distruzione degli ecosistemi del mondo e delle società umane. Lo sviluppo è il problema, non la soluzione”. 

In nessuna delle sue opere si prospettano soluzioni possibili all’attuale crisi ecologica attraverso una qualsivoglia rivoluzione tecnologica. Nessun provvedimento a breve termine potrà essere d’aiuto, se non una decisiva e netta inversione di tendenza capace di restituirci un pianeta ospitale alla sopravvivenza. 

Proprio per questo suo ripensare la natura e diffidare del c.d. sviluppo sostenibile senza pregiudizi, ha subito una pesante emarginazione politica riservata a chi si pone al di là delle categorizzazioni ideologiche, e di quel religioso strabismo scientifico e ideologico promulgato da sinistra a destra a sostegno del sistema industriale e finanziario ritenuto responsabile della gravissima crisi sociale e ambientale. 

Per lui non c’è un futuro utopico da costruire, ma un recupero attivo del passato, anche se “…l’esperienza dell’era moderna non può essere cancellata”. Guarda alle società vernacolari come modelli di società ecologiche a cui ispirarsi, le sole in grado di risolvere in maniera efficace le conflittualità tra natura e cultura. E non lo fa con nostalgica lagnanza per un passato arcadico definitivamente perso, bensì certo della necessità di un superamento dell’attuale paradigma. 

Come l’evoluzione biologica ha portato alla nascita e allo sviluppo di milioni di specie viventi, così l’evoluzione sociale ha portato allo sviluppo di una grande e complessa varietà di gruppi sociali ed etnici adattatisi nel tempo al loro ambiente. Il progresso procede nella direzione opposta, distruggendo gli ecosistemi climax sostituiti via via da sistemi sempre meno complessi. Basti guardare alle devastazioni dei millenari ecosistemi forestali, rimpiazzati prima da foreste secondarie, poi da piantagioni a crescita rapida, infine da pascoli che preludono le cementificazioni urbane. Parallelamente, e sempre in nome del progresso, intere comunità ed etnie subiscono sradicamenti che le trasformano in masse sempre più alienate e deprivate. Tale fenomeno trova una spiegazione nel principio di tolleranza ecologica secondo il quale i sistemi naturali possono funzionare adattativamente solo in ambienti le cui caratteristiche non si siano troppo scostate da quelle ottimali. 

Nella società industriale l’uomo è spinto fuori dall’intervallo di tolleranza, generando sofferenza emotiva e disadattamento che lo rende incapace di adeguarsi a contesti per i quali non è filogeneticamente designato. 

Lo stesso Corsi, nel suo saggio sui concetti fondanti del pensiero ecologico di Goldsmith, scrive: “In natura man mano che l’evoluzione raggiunge ecosistemi climax si assiste ad una riduzione dei comportamenti competitivi in favore di comportamenti cooperativi, fenomeno che in ecologia prende il nome di mutualismo. 

Man mano che il progresso si sviluppa si assiste, invece, al fenomeno opposto: un aumento esponenziale delle competizioni intracomunitarie e fra stati. È logica conseguenza che là dove gli ecosistemi e le società climax producono un aumento dell’ordine, le società progredite producono un aumento del caos. Le società climax come quelle vernacolari massimizzano il riciclaggio di ciò che impiegano per le loro attività che in effetti non producono residui di alcun tipo perché i prodotti di scarto di un processo sono le materie prime di quello successivo. Questo processo aumenta enormemente il grado di autosufficienza della comunità. Ancora una volta nel progresso avviene l’opposto.  Le società aumentano l’interdipendenza formando grandi aree di libero scambio economico fra gli stati, l’autosufficienza scompare e la produzione di materiali di scarto inutili e spesso tossici aumentano costantemente producendo inquinamento e ponendo le basi per la scarsità futura”. 

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Goldsmith è stato fra i primi ad intuire che l’unica economia ecologicamente possibile è quella bioregionale. Non a caso riprende uno dei principi di Gandhi, lo swadeshi, per il quale il consumo e la produzione nel solo breve periodo è minato alla base dalla moderna concezione dello sviluppo economico. 

Quando lo swadeshi non ha più luogo le merci proliferano al di fuori di ogni controllo. Pertanto, la globalizzazione dei mercati acuisce il divario già formatosi fra l’uomo e il contesto naturale. La riscoperta della dimensione locale è obiettivo obbligato per ricucire quel particolare legame di corrispondenza elettiva tra micro e macrocosmo che provoca profondi legami identitari con il territorio bioregionale. 

Alla vettorialità del progresso consumistico cresciuto in una cultura monopolizzata da marxismo, liberalismo e fascismo il movimento della sussistenza locale contrappone una cultura della sobrietà tesa al reintegro evolutivo nel mondo naturale: una cultura fondata su sistemi consensuali, autoregolati e cooperativi che rendono le comunità protagoniste attive e consapevoli di un agire armonico, creativo e solidale.

Italo Carrarini

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