“... c’era da chiedersi, e infatti me lo chiedevo, che ci facessi all’aeroporto di Berlino Est: che diavolo cercavo oltre cortina, là dove tutte le orride cose che aborrivo erano la norma? Proprio io che, anche per andare in latteria, mi mettevo le calze in tinta con la borsa”. (1)
I meriti di un libro (C’era una volta l’Urss) per me e per chi vorrebbe capire qualcosa dello spirito russo.
Non è una marchetta (2), ma un riconoscimento.
Bambino
Lo sapevo! C’era qualcos’altro. Cioè, no, non lo sapevo, ma era come se lo sapessi. Ero bambino, in tv c’era Fantomas, Ubaldo Lai, Canzonissima e Jader Jacobelli. Come betoniere, i telegiornali scaricavano nel salotto di casa la “Verità”: Chruščëv, Bréžnev l’Urss, il comunismo, un mondo altro, inaccessibile, indesiderato, avvolto dall’ombra del male.
Non avevo l’età per razionalizzare, ma per sentire sì. Avvertivo l’esigenza che quel mondo oscuro, talmente lontano da essere pauroso –spiegato in casa a suon di luoghi comuni dal riverbero democristiano – fosse invece riempito di concretezza. Se era davvero come raccontavano, in che condizione vivevano? Cosa facevano? Cosa pensavano? Cosa insegnavano ai bambini?
“... all’epoca, definivamo ‘l’altro mondo’, un mondo in cui in Italia quasi nessuno sapeva nulla”. (3)
Studente
Senza che ne avessi coscienza, andava da sé che in me, c’era quanto bastava all’insoddisfazione. Sentivo di dubitare che un popolo intero stesse vivendo nel modo sbagliato. Ero inconsapevolmente convinto ci fosse una prospettiva che mi avrebbe permesso di dare legittimità umana e storica a quel mondo malvagio. Ma perché malvagio, se era uno dei pochi che erano andati oltre le parole intellettuali, che erano davvero scesi in piazza all’inseguimento di ciò che per tutti era vera giustizia, cioè la pari dignità delle persone a partire dal basso?
Nonostante l’interesse a porre fine ai rovelli sovietici, le mie indagini senza metodo e latenti sullo sfondo ondivago di me stesso, brancolavano nel caso. Forse, anche perché le liquide energie della curiosità avevano trovato una via di uscita nella letteratura ideologica. Esaurito nella dimensione intellettuale credevo infatti, allora, che per conoscere fosse necessario avere dati in forma di saperi. Conservo tutti quei libri comprati e rubati, ne ho metri di scaffali, perfino i trenta e passa centimetri dei sei volumi delle Opere scelte di Lenin, pubblicate da Editori Riuniti, negli anni ‘73-‘75, tra le 3 e 4000 lire cadauno, per 4800 pagine complessive.
Sebbene per me – come per molti altri a quell’epoca – il valore dell’egualitarismo socialista non fosse in discussione, come se corrispondesse al primo comandamento della condizione civile o, ancor più in profondità, alla ordinaria moralità degli uomini – mi dava pena e ulteriore rovello, infatti, constatare che quel principio non fosse presente in tutte le persone – di fatto mi costringeva in una cosmogonia astratta, intellettuale, razionale.
Nella letteratura che leggevo dedicata al comunismo, al socialismo, alle loro dialettiche, alle declinazioni, ai padri ed esponenti, trovavo raramente e poco sul piano terra e, va da sé, pressoché nulla sui seminterrati, le cantine, i magazzini, gli appartamenti, le isbe, le officine. In quella dedizione cognitiva, è vero, alimentavo il mio sapere teorico ma, contemporaneamente, anche un muro che non riuscivo a scavalcare, che impediva di trovare pace al mio desiderio di entrare negli androni di palazzi dalle facciate decrepite, di salire le rampe sbeccate, di entrare nelle stanze quotidiane delle persone, di sentire l’odore delle cucine, vedere i chiodi e le impiccate giacche sdrucite, gli scaffali con i dischi clandestini, sentire il caldo nonostante l’inverno e le finestre senza i doppi vetri, godere a piene mani del design, della grafica, dei monumenti al popolo e quelli in memoria della Grande Guerra Patriottica, di fermarmi ad ascoltare l’idea e lo slancio del brutalismo, di osservare, ascoltare, capire.
Il vuoto non si colmava sebbene non perdesse occasione di raccogliere frammenti sparsi nel cosmo iperuranico che tutto contiene. Gli interrogativi erano presenti e pesanti nonostante qualche piccola e occasionale soddisfazione che, come stella cadente, entrava nel mio cielo.
Sfacelo
Intanto era passato un bel po’ di tempo e quel vuoto, invece di colmarsi, cresceva nutrendosi di nuove domande. Nel frattempo l’Urss era, incredibilmente, venuta meno.
Sotto l’egida della comunicazione atlantista, gli interrogativi di politica internazionale si risolvevano da sé nella dialettica dei due blocchi, della Guerra fredda, della vittoria del capitalismo e della morte dell’economia pianificata. Erano dunque ancora quelli privati, di base, che mi accompagnavano come involucri vuoti di una collana da bigiotteria. Che interessi avevano? Com’era non possedere nulla? Era vero quanto sentivo sulla loro erudizione profonda e diffusa? Se era così tanto superiore a quella della popolazione media statunitense, cosa era mancato ai sovietici per non morire di disgregazione?
Ero sicuro, un giorno quei vuoti si sarebbero riempiti di storie minimali e ne sarei stato illuminato. Storie che avrei trovato rispettabili, quantomeno come quella di qualunque altro uomo. Storie che, come per i tappeti di ogni parte dell’Asia Centrale, niente affatto oggetti come noi li intendiamo, ma case, custodi, rappresentazioni, in ognuno dei quali è tessuto un mondo, un valore, un immaginario che il profano non sa intellegere, che può solo sminuire.
Svista
A giudicare dalla commovente dedica (4), molto, credo, avrei scoperto se alla rete delle mie attenzioni non fosse sfuggito Quando c’era l’Urss, un libro di Gian Piero Piretto del 2018.
Non si vive di solo pane
Quanto avevo appreso da Aleksandr Isaevič Solženicyn, Varlam Šalamov e Jacek Hugo-Bader, e avrei potuto apprendere da Svjatlana Aleksievič, era sì di capitale importanza politica, sociale, storica, culturale, ma restava insufficiente alle richieste del mio immaginario.
Avrei almeno potuto leggere i grandi autori di quelle terre. Ma non l’avevo fatto. La narrativa non mi interessava. Credevo avesse scarso valore rispetto alla saggistica. E poi, temevo e credevo che Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Čechov, Bulgakov e Pasternak non mi avrebbero dato ciò che cercavo.
Sulla strada
In questi ultimi anni ho lungamente guidato la mia auto nei paesi ex-sovietici. Tra i moventi e le diverse ragioni di entusiasmo per i due fortunati viaggi verso oriente c’era la consapevolezza che in quelle terre, finalmente commisurate, e da quelle genti, finalmente carnali, avrei potuto scoprire gli angoli nei quali il mio intellettualismo e la propaganda occidentale avevano nascosto la polvere del mondo (5) sovietica e russa. La scarsa comunicazione limitata a pochi vocaboli russi, le esigenze e la natura irrefrenabile dell’avanzamento del viaggio concessero solo briciole alla fame della mia ricerca. A parte qualche mezzo busto dei padri del comunismo nei parchi, qualche spilla con falce e martello nei mercatini, i numerosi bukanka (pagnotta) Uaz per le strade e la monotona collezione di nostalgie per la vita al tempo dell’Unione nei sentimenti delle persone con le quali ho parlato, l’Urss, ciò che era stata, non era quasi più palpabile per un devoto culturale come me e, certamente, non lo era più del tutto per chiunque altro si fosse trovato a passare di là propenso a provare i fast food locali.
Vittimisticamente parlando, potrei dire che le decine di migliaia di chilometri erano state spese per niente, almeno per quanto riguarda il mio afflato per l’Urss.
Deng!
A dare pace alle mie domande ci avrebbe pensato la provvidenza. Più esattamente C’era una volta l’Urss – Storia di un amore, un libro di Lara Salmon, slavista, professoressa di lingua e letteratura russa, traduttrice, autrice, saggista.
Faticavo a credere nella fortuna in cui ero caduto. Seppur con calibri assai differenti – a suo favore, naturalmente – il sentimento che tracima dalle pagine e le emozioni con le quali la scrittrice agisce e reagisce, tanto nei confronti dell’Urss e della Russia, quanto per quelli occidentali, risuonavano con i miei.
Il registro della narrazione non patisce deformazioni ideologiche, semmai se ne trovassero, si potrebbero definire idealistico-sentimentali. Ciò che per me ha contato è che vibra di schiettezza senza belletti nascosti, in una misura librante, la sola che permette di riconoscere, riconoscersi, relazionarsi ed evolvere, in una parola, di amare.
Girando le pagine lette, si girano anche le quinte dietro le quali il teatrino occidentale aveva oscurato il cuore russo – ammesso e non concesso si sia mai occupato di coglierne l’essenza – tenendolo fuori dalla sua rappresentazione destinata ai divani d’Europa e nordamericani.
Non vado oltre: le mie doti letterarie, non sono all’altezza di delineare opportunamente le trame dei fili con i quali Laura Salmon tesse il suo onesto e gentile ma piccato e critico arazzo a favore di un mondo che ama, costantemente sotto l’assedio di negative mistificazioni e che, più volte, è stato a rischio di annientamento.
Brutte faccende
“L’immagine positiva dell’Urss e dei suoi ideali di giustizia sociale era stata azzerata dietro l’etichetta sommaria di ‘totalitarismo comunista’. [...] le brutture sovietiche s’ingigantivano ogni anno a vista d’occhio, così da surclassare efficacemente qualsiasi orrore perpetrato dall’Occidente nel passato e nel presente”. (6)
Se, durante la maggior parte delle 264 pagine di C’era una volta l’Urss, gran parte dei momenti della vita sovietica fioriscono dalle e tra le righe della erudita, forbita, piacevole, divertente, autocritica, condivisibile narrazione delle vicende personali e professionali dell’autrice, è solo nelle circa 40 conclusive che si erge concentrata e chiara la torre di vedetta dalla quale lo spirito etico dell’Unione sovietica prima e della Russia poi traguarda il mondo e, attraverso la quale chiede di essere riconosciuta.
Uno spirito, dunque una concezione a mio parere, dal fondamento cristiano, ovvero d’intento onesto, con riflessi a suo modo fondamentalisti e quindi, fortemente identitari. Da dove trarrebbero sennò la forza e la resilienza che hanno dimostrato di possedere? Hanno cioè, quanto la cultura cristianamente sfigurata d’Occidente non permette più alle nazioni europee ormai disinteressate a radunarsi intorno ai propri totem comunitari svenduti e arsi, ma fortemente interessate a debordare verso ogni lasciva valle individualista.
L’invito, a suon di gingle sventuratamente politici, ad abiurare a se stessi, a pensare secondo la comunicazione delle reti a strascico unificate dei pescherecci politico-finanziari non tralascia alcun tentativo, neppure quelli più grotteschi, posti in vetrina come pregiati diritti civili. Il motivo è semplice: hanno visto che dove lo spinge il cane, il gregge non fa una piega.
Così, siamo a guardarci in faccia, impotenti e allibiti davanti all’evidenza che le peggiori, arimaniche, menzogne sulla Russia come patelle si attaccano tenacemente ai pensieri dei divanisti, quelli con Floris, Gruber, Fubini, Severgnini, Vespa e via soffrendo sul comodino, quelli dell’aggressore-aggredito. L’asse del male di casa nostra.
Il libro, Laura e la Russia
LM – Professoressa, a pagina 16 del suo libro, si legge: “L’impresa che mi proponevo non era affatto banale: se le forme più superficiali dell’alterigia individuale non ci mettono molto a sparire, gli assiomi inconsci della supponenza occidentale sono quasi inossidabili”.
Com’è andata l’impresa di emancipazione dalle gogne dorate della propria cultura?
LS – Ci ho messo circa tre decenni per raggiungere la soglia del decoro, per liberarmi dell’idea di essere un membro emerito del “mondo che conta” (il “giardino” come lo ha chiamato Josep Borrell), per smetterla di guardare con paternalistica pena, dall’alto della mia spocchia europea, ogni donna col velo in testa. Oggi, semplicemente, comprendo benissimo che le tette al vento di tante nostre ragazze europee possono suscitare sentimenti ben più penosi (a miliardi di persone).
LM – Il sottotitolo del suo libro, Una storia d’amore, è la sincera marcatura di tutte le pagine. Quel sentimento ha mai subito cedimenti o si è mai elevato ad esaltazioni?
LS – Certo, come tutti i sentimenti d’amore, almeno quando avvengono cambiamenti drastici: s’intensificano o possono degenerare in dubbio o in tracollo. Durante gli anni Novanta, sono arrivata molto vicino al disamore per la Russia. Ho usato questa metafora nel libro: è stato come se il mio amore, dopo uno spaventoso incidente, avesse subito radicali operazioni plastiche. Non riconoscevo più la Russia: più bella o più brutta, non era più “lei”. Quando vedevo la devastazione del Paese, pensavo che da qualche parte, dietro quella maschera tra il parodico e il mostruoso, la Russia potesse, anzi, dovesse esistere ancora. Ho gradualmente cominciato a sperare che quell’incubo potesse finire. Ed è finito, parrebbe, ma non riesco ancora a crederci del tutto …
LM – Con un effetto a dissolvenza incrociata emergono alla lettura tanti momenti della cultura, della storia, delle abitudini, della mentalità, del quotidiano, per poi, altrettanto setosamente, sparire per ritornare nel profondo in attesa di emergere nuovamente.
C’è qualcosa della Russia che per qualche ragione è rimasto escluso?
LS – La Russia è imprendibile e multiforme, nulla può contenerla tutta, neppure una biblioteca intera, figuriamoci un libro… Ma, della mia Russia, nel libro moltissimo, quasi tutto. Ovviamente, ho raccontato una minima parte delle mie esperienze, degli episodi biografici; ad esempio, ho lasciato fuori (lo avrà notato) tutti i ricordi sull’Ucraina. Ho ritenuto che, in questo momento, sarebbe stato troppo facile e assai scorretto sfruttare quei ricordi.
LM – Tra le misconoscenze occidentali che riguardano la Russia, qualcuna lentamente sparisce? E qualcuna si è invece fibrotizzata?
LS – Se intende “incancrenita”, mi pare si sia tutto molto incancrenito nelle teste di troppi occidentali, abituati a essere programmati dal ben definito “pensiero unico”. Comunque, non è quello che gli occidentali non sanno a colpirmi: è normale non sapere. Mi colpisce, invece, il modo robotico in cui ripetono inverosimili formulette puerili proprio proprio su quello che non sanno. Io non penso né bene, né male dei Paesi in cui non ho vissuto, di cui non conosco la lingua, la storia, la cultura. Del resto, m’infastidiscono anche i numerosi russi che passano una settimana in albergo in Costa Blanca e credono di conoscere “la Spagna”. Solo che, in generale, alla fine, i russi sono l’opposto degli occidentali: la trave la vedono sempre nel proprio occhio e in quello altrui faticano a vedere persino le pagliuzze. Non per nulla, in russo si dice: “Si sta bene… dove non si sta”.
LM – Pagina 20: “Tutto era diverso: le persone, le idee, le case, quell’ossessione irrefrenabile per la letteratura, per l’arte, per la cultura: «Da noi anche gli ubriaconi possono insegnare francese!», si legge in un aneddoto dei Taccuini di Sergej Dovlatov, eccelso cantore del paradossale mondo sovietico”.
Come stanno le cose oggi?
LS – Ci sono, ovviamente, ora, drastiche differenze generazionali. Tra l’URSS e la Russia di oggi c’è stata, anche e soprattutto, l’epocale rivoluzione informatica, che ha disastrato i cervelli e le coscienze di chi non ha conosciuto altro e crede che internet sia una panacea all’ignoranza, ma anche di chi si è visto trent’anni di soap opera e telenovele. Chi è cresciuto in URSS, ovviamente, ha mantenuto la stessa passione per la cultura, la musica, l’arte, la letteratura, la scienza, lo sport. Noto, comunque, una differenza tra i giovani russi e quelli occidentali. In Russia (intendo quelli che ci vivono, non quelli che hanno scelto l’Occidente), l’ignoranza mette quasi sempre in imbarazzo anche i giovani e l’erudizione è sempre un vanto per chiunque. In Russia, i giovani sono per lo più curiosi e, di certo, sanno ancora ringraziare chi sa trasmettere qualcosa. È una diagnosi empirica, però…
LM – “«Se non si deve, ma proprio si vuole, allora si può». È un proverbio che si trova a pagina 22.
In esso è presente quello sfondo anarcoide che caratterizza lo spirito russo e anche sovietico?
Se così fosse, non ve ne sarebbe traccia anche nel comportamento sfacciato dei nuovi ricchi e, a maggior ragione, degli oligarchi, protagonisti del rodeo di disgregazione dell’Urss?
Il loro avvento non è anche il segno di un bisogno, esploso insieme all’Unione Sovietica?
LS – In un certo senso sì: i “nuovi russi” erano sovietici fino al midollo, ma del tutto privi, ormai, della fiducia propriamente ideologica, morale, che avevano i loro genitori. I giovani guardano sempre ai cambiamenti con speranza e il capitalismo – dietro lucine e vetrine – ha portato all’Est un messaggio che è stato recepito molto tardi, in sostanza questo: “al posto della coscienza, che crea un sacco di problemi, pensate ad accumulare più cose possibile e ad esibirle (soprattutto a chi non può averle). L’invidia altrui è il segno del successo”. In America si faceva così. I “nuovi russi” – i cui genitori leggevano Tolstoj e Lenin – si entusiasmavano per Dynastye Beautiful. Loro imitavano un mondo in cui i “loser” volevano e talvolta potevano diventare “winner”. In URSS, in un certo senso, erano tutti “winner”, ma – per far crollare il Paese – li hanno felicemente convinti di essere tutti “loser”, così i “nuovi ricchi” si sono sentiti doppiamente realizzati: ricchi e simili agli occidentali. Ma con un problema: tremendamente infelici. Come ho cercato di far intuire nel libro, i ricconi sono quelli che più hanno pagato in termini di benessere interiore, la sola cosa, praticamente, che non è in vendita. Loro sono e restano l’emblema dello sfacelo morale dei sovietici, ma anche le vittime di una condizione imposta dalle circostanze, non da una decisione razionale, come avviene nelle famiglie “old money”. Gli arricchiti hanno esaudito in poco tempo tutti i loro pseudo-desideri e poi, non sapendo più cosa “volere”, hanno cominciato a manifestare ogni tipo di problema psichico: dalla depressione al narcisismo ottuso, dal sadomasochismo alle dipendenze. Il loro nuovo proverbio è diventato: “Se nulla si deve e tutto si può, non si vuole più nulla”. Del resto, di ricchi sereni non ne ho mai visti neanche in Occidente. Senza scomodare Freud, se abbiamo tutto il necessario e tutto il superfluo senza faticare abbastanza, la vita è un’inevitabile nevrosi senza fine. Il diletto nella vita richiede passione e un impegno individuale quotidiano, non un jet privato.
LM – A pagina 24 parla del coraggio russo.
Si può definire coraggioso colui che compie una o più azioni che vanno al di là del proprio interesse più immediato?
Sono ancora coraggiosi i russi?
LS – Ovviamente, accettando il patto un po’ contestabile (ma legittimo) delle generalizzazioni, posso dire che i russi sono spesso temerari, hanno l’ardore che segue a una pazienza smisurata, l’ardore che esplode quando sei stufo di pazientare o sei davvero tanto irritato. Di certo, il senso della collettività, per quanto crollato, è enormemente superiore a quello occidentale. Ma, nella temerarietà, c’è un irrazionale amore per il rischio: in termini freudiani, c’è più Thanatos che Eros. Quanto al coraggio vero, invece, a quello più composto e più sobrio, mi pare dipenda quasi esclusivamente dai valori morali: non è una scelta e non lo s’impara, è la conseguenza di una coscienza solida e di una dignità umana strutturata. Il coraggio russo è amore per la vita propria e altrui, per la dignità propria e altrui (Tolstoj lo spiega benissimo). I russi, insomma e in generale, sono più coraggiosi e anche più temerari degli occidentali, ma mi paiono soprattutto più pazienti, razionali e propriamente empatici.
LM – Pagina 32: “Il non sempre perfido Iosif Stalin”. Si dice qualcosa di simile anche per Mussolini.
Quanto è necessario difendere e diffondere il loro ben fatto?
LS – È una domanda che riguarda l’etica della storiografia, ovvero, la storiosofia. Non sono né storica, né filosofa, sebbene in questo periodo mi occupi di etica in letteratura. Per avere un’opinione che meriti ascolto, dovrei studiare la questione sul serio. Posso tentare una riflessione, partendo da quello che insegna la letteratura russa. Nessuno, in una vita, può fare solo ed esclusivamente cose orribili, neppure Torquemada o Pinochet… E, come dice Dovlatov, «Noi malediciamo senza sosta il compagno Stalin e, s’intende, per buone ragioni. Tuttavia, vorrei tanto chiedere chi è che ha scritto quattro milioni di denunce […]» (Regime speciale: corsivo nel testo). Alcuni regnanti o condottieri, nei secoli, sono stati feroci con qualcuno, ma hanno fatto cose utili e importanti per qualcun altro, a volte per intere comunità (anche questo lo dice Tolstoj). Pensiamo, ad esempio, alla Rivoluzione francese: si parla di decine di migliaia di teste tagliate, eppure si festeggia ancora con gaudio e fuochi d’artificio, mentre quella di Ottobre va accuratamente dimenticata. Credo che raramente i Capi di Stato siano “semplicemente sadici”. Quando si hanno grandi responsabilità civili o militari, che riguardano milioni di persone, si possono prendere decisioni gravissime per ragioni che si considerano (o sono) razionali (o, forse, ciniche): immagino che certe decisioni anche i dittatori possano prenderle malvolentieri. Dovlatov scrive in Compromesso (è un paradosso provocatorio, ma non solo): «È risaputo che una persona per bene è chi fa le carognate malvolentieri...». Si sa cosa pensava Machiavelli di un principe efficace, mentre per il Tolstoj di Guerra e pace, i condottieri non fanno la storia, la fa ogni singolo soldatino, la fanno i popoli, i quali possono esplodere in collettiva forza morale o in folle crudeltà. Ma una cosa precisa – per rispondere alla domanda – posso dirla anche da studiosa: ebbene, se qualcuno considera qualcun altro un “mostro” e, per avallare l’immagine del mostro, sempre e a tutti i costi tace ogni cosa buona fatta dal supposto mostro, mostra una grave disonestà intellettuale. Con Stalin, a partire dal XX Congresso del Partito (1956), non si fa altro che questo: tacere su qualsiasi cosa di positivo abbia fatto, infangandone anche i meriti storici: Stalin ha fatto vincere all’URSS una guerra spaventosa; il prezzo è stato altrettanto spaventoso, ma quella vittoria ha di certo salvato più vite di quante ne abbia sacrificate e ha sconfitto un male assoluto. Infine, ma soprattutto, Stalin e Mussolini agivano spinti da motivazioni opposte: per quanto Stalin possa aver fallito, aveva un progetto e uno scopo ben diverso da quello fascista: il benessere del popolo intero.
LM – In che misura nell’Urss e nella Russia il lassismo valoriale occidentale è stato politicamente strumentalizzato per tenere insieme le persone e farne un corpo solo e solido?
LS – Nella Russia odierna non c’è bisogno di strumentalizzarlo. Il degrado etico dell’Occidente parla da solo, è sotto gli occhi di tutti: basta pensare alla mancanza di devozione per insegnanti, genitori, anziani, al crollo valoriale della religione, della cultura, dell’arte, dell’altruismo, della misericordia. La pulsione alla soddisfazione dei ghiribizzi individuali è la dominante non solo comportamentale, ma interiorizzata. In URSS, viceversa, non tentavano di strumentalizzare il lassismo occidentale (non era ancora visibile a occhio nudo), ma enfatizzavano l’opposta concezione del ruolo sociale della collettività in patria e in Occidente. Purtroppo, i sovietici pensavano che il Partito mentisse su tutto. Sbagliavano. Ora molti l’hanno capito: meglio troppo tardi che mai.
LM – “... c’erano un sacco di cose decisamente brutte nelle città sovietiche”, si legge a pagina 50.
Cosa, nonostante tutto il suo amore, non è riuscita ad accettare, a fare suo?
LS – Di cose decisamente brutte, ormai, ce ne sono in ogni città italiana... In Russia, viceversa, si restaurano pian piano molte cose, il panorama urbano sta decisamente migliorando (soprattutto nelle città piccole). Personalmente, in tanti decenni, sia in Italia, sia in Russia mi sono abituata a non essere più troppo infastidita dalla bruttezza estetica. La vedo, ma la tollero sempre meglio. La bruttezza che sempre mi opprime è quella degli animi.
LM – Per quale motivo ha preferito non fare cenno umanistico a gulag, deportazioni, città chiuse, delazioni, Kgb, Afghanistan, poligoni nucleari, laboratori tossici di chimica, censura della dissidenza?
LS – Nel libro ho fatto ben più di un cenno! (e non ho capito cosa lei intenda per “umanistico”). Proprio questo le è sfuggito del mio libro: ho accennato eccome ai “campi di lavoro” (non con l’acronimo “Gulag” perché è usato in modo improprio da chi non sa neppure cosa significhi). Ho spiegato, ad esempio, perché chi scriva degli anni Ottanta in Italia abbia il sacrosanto diritto di non soffermarsi sui treni piombati pieni di ebrei spediti ad Auschwitz dai fascisti… Ho dedicato varie pagine alla censura e alla dissidenza sovietica. Pure del KGB ho parlato, riportando persino il mio interrogatorio personale alla vigilia del matrimonio. Dell’Afghanistan so pochissimo, ma so che su quella guerra si è talmente tanto mentito, da rendere poco attendibile qualsiasi sentito dire. Dei “laboratori tossici di chimica” in Ucraina ho sentito parlare molto, ma solo di recente. Di “poligoni nucleari” non ho mai sentito parlare né in Occidente, né in URSS, né in Russia: non mi stupiscono affatto, ma – nel memoir – ho voluto esplicitamente parlare solo di quello che ho vissuto e che ho visto coi miei occhi. Semmai, ho aggiunto qualcosa che ho pensato e che penso oggi, ma i miei pensieri sono definiti “pensieri” e non hanno mai la pretesa di essere “verità”. Non ho il minimo dubbio che esistano nefandezze russe (e italiane) di cui sono totalmente all’oscuro. Ma, voglia scusarmi, con milioni di fanatici collezionisti di nefandezze russe (tramandate memeticamente col telefono senza fili), ho deliberatamente scelto di offrire, pur in una cornice assai critica, le perle raccolte con le mie stesse mani.
LM – A pagina 112 parla del “samizdat” e del “tamizdat”, rispettivamente riproduzione e diffusione clandestina della letteratura proibita e delle importazioni letterarie illegali.
Si trattava di clandestinità assoluta o le autorità ne erano a conoscenza e la tolleravano in qualche misura per ragioni strategiche, per esempio, per individuare la rete delle persone coinvolte?
LS – La clandestinità in Russia (e praticamente dovunque) esiste da secoli: l’ho accennato nel libro. In URSS, in particolare, appena un’opera veniva censurata, una settimana dopo, il Paese intero l’aveva letta (spiego anche questo): tutti leggevano tutto. Se un pittore veniva censurato, diventava un idolo. I russi sono quasi tutti bastian contrario. E qui, torniamo a temerarietà e coraggio. La gente che ho conosciuto personalmente in URSS (tanta, in un decennio), non andava più in galera per un libro letto o scritto, la clandestinità era “blanda”. C’era una sola cosa che creava problemi immediati con le autorità: ricevere soldi da un Paese nemico (ad esempio, pubblicando un libro negli Stati Uniti e ricevendo denaro). In URSS era com’è ora in Russia e in Europa: ad esempio, io dissento secondo la mia coscienza e non prendo una lira da nessuno. Il mio è un “coraggio inevitabile”: con una coscienza civile attiva, non potrei, neanche volendo, tacere quando i megafoni riecheggiano i diktat del “pensiero unico”. Del resto, quando ho subìto in Italia una piccola censura, il mio libro è diventato molto noto. Essere censurati dà notorietà. Personalmente, né la notorietà, né il commercio m’interessano. Ma moltissimi idoli della dissidenza sovietica sono diventati assai noti (in patria e all’estero) e parecchio ricchi grazie alla censura sovietica che li ha resi famosi.
LM – Professoressa, a pagina 76 si legge: “Ero stata abituata a non mentire mai e, cosa ben peggiore, a dire sempre quello che pensavo”.
Le chiedo, come vive la politica dell’Unione europea, in generale e quella nei confronti del popolo russo in particolare?
LS – Quando era stato chiesto a Brodskij cosa ne pensasse delle scelleratezze sovietiche (dice Dovlatov), il grande poeta aveva risposto “Non so nulla del potere sovietico, vivo nel monastero del mio spirito”. Mutatis mutandis, io faccio la stessa cosa. Seguo il meno possibile la “politica” europea, che mi pare un imbarazzante primitivismo isterico-adolescenziale. Come Brodskij, sto nel “monastero del mio spirito” e parlo con chiunque voglia sapere cosa so o cosa penso (senza alcuna distinzione ideologica).
LM – Potrebbe quantificare in qualche modo la contestazione interna alla Russia in merito alla questione con l’Ucraina e quanto la popolazione appoggi la scelta della cosiddetta Operazione militare speciale?
LS – In Russia vale quello che si dice degli ebrei nelle barzellette: due russi – tre opinioni. Quasi tutti in Russia discutono, litigano, chiedono, leggono, ascoltano. A differenza degli europei, per di più, in Russia quasi tutti sanno come stanno le cose per davvero (la storia, quella vera, qui si studia ancora). Del resto, la Russia è in guerra ed è facile comprendere che i russi stiano… con la Russia. Gli umani, in guerra, di solito non stanno contro se stessi, tanto più in una guerra “esistenziale”. Fa eccezione l’ampia categoria di individualisti, opportunisti e ben pensanti, di coloro che se ne fregano di tutto, tranne che dei personali privilegi materiali. Del resto, costoro ci sono sempre stati, in ogni secolo e in ogni Paese, persino tra gli ebrei massacrati da Hitler, c’erano quelli pronti a compiacere i carnefici. Ogni popolo ha anelli deboli o anelli “arrabbiati”. Quando arrivò in Russia Napoleone, c’erano parecchi nobili, educati in Europa, che idolatravano Bonaparte; quando in URSS arrivò Hitler, ci furono parecchi traditori sovietici, speranzosi che abbattessero il bolscevismo. Anche oggi ci sono russi che, addirittura, vorrebbero vedere il loro Paese distrutto: uno di loro si chiama Syrskij, è il Comandante in Capo dell’Esercito Ucraino (è nato nella Russia sovietica, genitori е fratello, pare, vivono in zone russe bombardate dai droni ucraini). Se si vuole generalizzare, i non pochi russi che la pensano come Syrskij, per lo più, non stanno in patria, hanno cercato rifugio (e fondi) in Occidente. Tuttavia, la maggior parte dei russi che vivono in Europa, parrebbe, amano sia la loro famiglia, sia il loro Paese.
LM – A proposito, dentro sé dice questione ucraina o Nato-ucraina?
LS – Non mi è chiaro cosa intenda con queste espressioni. Credo lei sappia che, da almeno dieci anni, USA, Europa e Regno Unito riempiono l’Ucraina di soldi, di armi, di addestratori e di ogni genere di supporto bellico. Dentro (e fuori) di me, conosco bene le lontane origini di questa spaventosissima guerra: era nell’aria da almeno un ventennio, speravamo tutti che l’Occidente fosse leale coi trattati di Minsk, lo speravano anche i vertici russi. Ma se dovessi proprio scegliere un’etichetta, parlerei di “questione dell’espansione della NATO” ai confini russi. Per avere pace stabile e sicurezza, bastava che le promesse dei massimi esponenti occidentali degli anni Novanta venissero mantenute. Chi butta benzina sul fuoco, senza eccezioni, vuole un incendio.
LM – Quanta insensibilità, antipatia, ignoranza, inconsapevolezza, arroganza, presunta superiorità ci vuole per non comprendere o fraintendere lo spirito russo, per non riconoscere in esso l’identità di una cultura e di un popolo, per credere che l’appello di Putin ai valori di pari dignità tra i paesi del mondo sia fumo negli occhi per una strategica difesa della Russia, ovvero per non capire che ognuno di noi, messo all’angolo, perisce o reagisce?
E, in scia a tutto ciò, le chiedo, quanto scommetterebbe sulla pace a firma Brics?
LS – A livello dei popoli occidentali, direi che il mix letale dell’Occidente è indifferenza, ignoranza e protervia. L’Ucraina da almeno dieci anni è stata deliberatamente trasformata in un futuro campo di battaglia. Davvero si sono dimenticati tutti che la Federazione Russa è la più forte potenza nucleare del mondo? Chi può davvero pensare che possa perdere una guerra? Beh, teoricamente chiunque può perderla, ma, è ovvio che, se la Russia perde, perde il mondo intero.
Non credo che Brics c’entri con la pace. Per avere la pace, servono cervelli pensanti in Occidente (quelli che hanno appiccato l’incendio). La Russia, infatti, non è più “nell’angolo” e non perirà neanche questa volta. Ribadisco: sono secoli che ci riprovano sempre e, più o meno, sono sempre gli stessi…
LM – Secondo i media europei uniformati di regime nella Federazione russa e/o in Putin scorre ancora sangue imperialista. Lo affermano per impaurire le persone per sostenere che, dopo l’Ucraina, vogliono sottomettere l’Europa intera, fino a Lisbona. Quanto le sembra attendibile questa prospettiva?
LS – La Russia è, storicamente, almeno da Pietro il Grande in poi, un impero. Un impero non è per definizione “imperialista”, sempre che s’intenda il termine “imperialismo” come “espansionismo territoriale е colonialismo”. La Russia ha un problema di tipo opposto, ovvero, evitare espansioni. Infatti, è un Paese enorme, in, particolare rispetto alla sua popolazione. Quindi, quello che viene (o ingenuamente, o in malafede) definito “imperialismo russo” con l’imperialismo occidentale non c’entra nulla. Non corrisponde al tentativo di acquisire territori, ma a quello di difendere fitte popolazioni russe (per lingua e cultura), facendole rientrare sotto la legalità russa (per esempio, in Ucraina è vietato professare l’ortodossia russa e parlare russo in luoghi pubblici…). Quindi, se per “imperialismo” s’intende la prassi coloniale sul modello occidentale, è profondamente disonesto attribuirla alla Russia (la Russia ha tanti problemi e difetti, ma non quello). L’Impero russo degli zar, così come l’URSS (che contro l’imperialismo occidentale combatteva ufficialmente), le popolazioni e i territori limitrofi non s’inglobano per sfruttare le risorse di popolazioni “dominate” o “conquistate”, facendole morire di fame. Al contrario, si assimilano le culture, valorizzandone le tradizioni, la religione, la lingua e quant’altro (per spiegare questo meccanismo virtuoso servono numerose pagine, ma 200 popoli che vivono in Russia con la loro lingua e cultura fioriscono grazie al “mondo russo”). Questa è, in sostanza, la specificità del “mondo russo” (lo si chiami pure “impero”) che l’Occidente rifiuta di comprendere e che il mondo vero (quello intero) ha invece ben inteso nel corso dei secoli. Va da sé che ci sono eccezioni, ma l’Ucraina non lo è affatto, anzi, è diventata obiettivo di imperialismo occidentale. Infatti, è un territorio con vastissima popolazione russofona e russo-ortodossa che, a seguito di un colpo di Stato fomentato (si dice anche “organizzato”) dall’Occidente, sta attuando una politica di genocidio culturale e di sistematica eliminazione fisica (soprattutto attraverso la guerra) di migliaia di esseri umani che, fino a poco tempo fa, erano felicemente e ucrainamente parte del “mondo russo”. Lo dimostra il fatto che circa dieci milioni sono gli ucraini che vivono e lavorano stabilmente in Russia, di cui moltissimi (almeno cinque milioni) sono arrivati dopo l’inizio dell’Operazione speciale. Da quando in qua, milioni di supposte “vittime dell’imperialismo russo”, rischiando la vita delle loro famiglie, scappano per raggiungere al più presto “il carnefice imperialista”?
LM – La democrazia si accontenta del parlamento, il parlamento è partitismo, la politica è un braccio dei potentati economico-finanziari. Il risultato è che, nonostante la popolazione di diversi paesi europei sia allibita dalle politiche di riarmo a sfondo bellico – “sennò Putin arriva a Lisbona” – di tale sentimento e relativo volere, i governi, almeno ufficialmente non tengono conto. Cosa ne pensa?
Cosa ne pensa che pure le voci delle nostre persone di cultura, cito ad emblema Caracciolo e Cacciari, passino via come fanzine di sabbia nella battigia?
LS – Penso che qualcuno, almeno ogni tanto, potrebbe ascoltare cosa dice sul serio Putin, magari una frase intera. Vale anche per i Caracciolo e i Cacciari, con tutto il rispetto. Il modello di Putin è il Kutuzov di Guerra e pace, ma i parlamentari (talvolta anche i filosofi) non leggono Tolstoj e parlano di Putin senza mai ascoltarlo davvero. Della cosiddetta “realtà effettuale della cosa” (Machiavelli) non frega più niente a nessuno. Siamo fermi alla pausa “pubblicità”: su tutti i canali italiani c’è solo “pubblicità”… Non posso non saperlo, anche se non ascolto la TV italiana da quasi trent’anni (da quando, col mio voto e i soldi delle mie tasse, hanno bombardato Belgrado).
LM – A pagina 70 scrive che ai russi si possono attribuire più caratteri, difetti o vizi – “istrionici, lunatici, vanitosi e persino venali, ma non erano mai ipocriti” – mantiene questo parere?
Lo può attribuire anche alle loro dichiarazioni governative?
LS – Quelle caratteristiche non le attribuivo ai “russi”, ma ai miei amici (si parla di ventenni e trentenni della Leningrado anni Ottanta) Vanitosi e venali di sicuro erano Gorbačëv e El’cin, perfetto stile anni Ottanta, in effetti. Se lei intende l’attuale governo russo – premesso che non conosco di persona nessuno di loro – quello che vedo a distanza (dalle loro dichiarazioni, appunto) è abnegazione, tempra e le due doti proverbiali che Kutuzov (cito il solito Tolstoj) definiva “i soli alleati della Russia”: pazienza e tempo. In Occidente lo sanno benissimo che di russi lunatici, nelle posizioni che contano, non ce ne sono proprio (altrimenti, un bottoncino almeno l’avrebbero premuto…).
LM – “A mio avviso” – scrive a pagina 129 – “è sempre stata troppo ingenua l’idea dei russi che l’«amore» possa sostituire il «ferro e il sangue» nel creare coesione tra i popoli”.
La decadenza valoriale occidentale-europea-italiana avrebbe modo di riprendersi in caso di buoni rapporti futuri con la Russia o a farne le spese sarebbe la Russia stessa?
LS – La Russia, voglio sperare, non si farà più fregare, almeno in questo secolo. Le maschere dei finti “buoni” occidentali sono cadute: i russi non solo non credono più che le zucche siano carrozze e che Cenerentola riceverà un invito al gran ballo, ma il ballo sarà a Mosca e la carrozza del principe, quella vera, arriva da Oriente.
LM – A un'ipotetica cena con le papavere di Bruxelles, tra le molte considerazioni, quale sceglierebbe di dire loro in prospettiva di un futuro di collaborazione e amicizia con la Russia?
LS – Nessuna ipotesi, nessuna cena, neppure un caffè. Non perché quelle signore siano intrise di revanscista rabbia isterica e nemmeno perché siano sgomentevolmente poco istruite e sgradevoli, ma perché sono eticamente schizzinosa.
LM – Le 40 pagine conclusive del libro sono dedicate agli sgoccioli dell’Urss, al suo crollo e alla sua svendita, quindi alla generazione dei nuovi ricchi e soprattutto al naufragio di un vascello grande quanto un continente. Si vede il Gorbačëv e l’El’cin dall’interno, ben diversi da quelli narrati per i divanisti di casa nostra.
Quanto, di quanto lei scrive, è trapelato nella consapevolezza degli italiani?
LS – Pochissimo. Ma i pochissimi che sanno, sanno moltissimo.
LM – Grazie. Anzi no, un’ultima cosa.
Può commentare queste sue righe che si leggono a pagina 29: “Repubblica che, a fine anni Settanta, era un quotidiano onesto, letto dall’imponente e fiera sinistra italiana che sarebbe scomparsa, anni dopo, senza neppure lasciarci una lapide su cui piangere”.
LS – Posso: Amen.
Lorenzo Merlo
Note
1. Laura Salmon, C’era una volta in Urss – Storia di un amore, Roma, Sandro Teti, 2024, p. 16.
2. Termine del gergo giornalistico che intende la realizzazione e la pubblicazione di un articolo non per ragioni d’informazione, ma di promozione dell’oggetto di cui tratta.
3. Ivi, p. 11.
4. Ai puri di spirito che ci hanno creduto. A chi, nonostante i molteplici Blitz della storia russa, non ha smesso di pensare che valesse la pena di vivere e impegnarsi. A chi non si è arreso, a chi ha lottato, a chi è stato deluso e tradito dalle aspettative. A chi ha mantenuto dignità e coerenza. A tutti loro il mio massimo rispetto.
5. La polvere del mondo, di Nicolas Bouvier, è un altro mio libro eletto.
6. Laura Salmon, C’era una volta in Urss – Storia di un amore, Roma, Sandro Teti, 2024, pp. 244-245.
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