In quei giorni, la terra non apparteneva agli uomini: erano gli uomini ad appartenere alla terra.
Il capo della gente era un anziano chiamato Tatanka Sapa, Bisonte Nero. I suoi capelli erano bianchi come la neve d’inverno e i suoi occhi portavano il ricordo di molte stagioni. Egli ascoltava il vento prima di parlare e osservava le stelle prima di decidere, perché sapeva che ogni cosa visibile nasce da ciò che non si vede.
Tra il popolo viveva una giovane donna chiamata WíiyayA, che significa Luna. Si diceva che camminasse senza lasciare ferite sull’erba e che gli animali non fuggissero al suo passaggio. Ella comprendeva il linguaggio silenzioso della terra.
Un giorno, mentre seguiva le tracce del bisonte, WíiyayA udì un lamento sottile. Tra le rocce trovò un cucciolo di lupo ferito, abbandonato ma ancora vivo. Invece di voltarsi, come fanno coloro che hanno paura del dolore, ella si inginocchiò e posò le mani sul suo corpo tremante.
Curò il lupo e parlò al suo spirito.
Il lupo sopravvisse.
WíiyayA lo chiamò Mikȟála, “colui che segue”. Da quel giorno il lupo camminò accanto a lei, e insieme impararono l’uno dall’altra:
la donna apprese la pazienza e la visione lontana,
il lupo apprese la fiducia.
Si dice che Mikȟála guidasse WíiyayA nei sogni e che, attraverso di lui, ella comprendesse quando la caccia doveva fermarsi e quando la terra aveva bisogno di riposo.
Quando Tatanka Sapa udì queste cose, convocò il popolo. Accesero un grande fuoco e, sotto il cielo colmo di stelle, danzarono e cantarono. Non chiesero ricchezze né vittorie, ma equilibrio.
Il capo parlò così:
“La Terra è nostra madre.
Chi la ferisce, ferisce se stesso.
Chi la ascolta, non sarà mai solo.”
Da allora, si dice che finché il popolo Lakota ricordò la lezione della Luna e del Lupo, la terra continuò a nutrirli e gli spiriti camminarono al loro fianco.
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