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lunedì 16 novembre 2020

Bioregionalismo, decrescita, ecologia sociale, localismo, solidarietà, etc. sono diversi approcci della stessa visione biocentrica...

 


Bioregionalismo, decrescita, ecologia sociale, localismo, solidarietà… etc. sono  diversi  approcci della stessa visione biocentrica, basata sulla comune appartenenza all’evento vita sulla Terra.   La visione biocentrica, o biopolitica,  implica una conduzione ordinata e rigorosamente etica ed ecologicamente sostenibile della società,  nella consapevolezza delle interconnessioni che esistono tra tutte le forme viventi e non viventi  del pianeta.

Questa concezione naturalistica è andata avanti senza grandi sovvertimenti sino all’inizio del secolo scorso, momento in cui si è avviata una “rivoluzione di sistema”, una rivoluzione apparentemente incruenta e non specificatamente voluta, ma il risultato è  stato un repentino mutamento d’indirizzo e l’assunzione  di modelli utilitaristici ad esclusivo vantaggio di una elite umana. Coincide con l’inizio dell’era industriale, dell’economia di mercato e del consumismo,  della crescita dei grossi insediamenti urbani  e conseguente  allontanamento dal contesto naturale. In una società così degradata  la sopravvivenza  di una  struttura sociale  solidaristica è andata pian piano scomparendo. Ma forse siamo ancora in tempo a prendere coscienza di ciò ed attuare una repentina inversione di marcia prima del precipizio.

La soluzione alla crisi umanitaria  che la nostra società sta vivendo  sta nella così detta “decrescita” ovvero nel superamento dei modelli consumistici e dello schema sociale piramidale per ritrovare in una socialità allargata nuove espressioni per la solidarietà umana, in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello.  In questo contesto ritengo che il primo passaggio per un cambiamento di paradigma  debba iniziare  dalla produzione del nostro cibo.

L’agricoltura nel corso degli ultimi 50 anni  è stata offesa, bistrattata e mortificata. Oggi iniziamo a renderci conto che per ritrovare una via di salvezza per l’umanità occorre ripartire proprio da un rapporto più sano e corretto con la Terra, attraverso, in particolare, colture il più possibile biologiche, la distribuzione dei prodotti a Km 0 con il rapporto diretto tra produttore e consumatore, evitando il ricorso ai pesticidi chimici, agli ogm, promuovendo i gruppi di acquisto solidali e, soprattutto, rispettando il lavoro contro ogni forma di sfruttamento.

Tutto questo può avvenire solo nel quadro di un nuovo modello  economico, umano e culturale, vedi, in particolare, la cosiddetta “decrescita felice” e l'attuazione bioregionale…

Paolo D’Arpini









venerdì 23 novembre 2018

Ecologia sociale. Crescita o decrescita? - Superamento delle categorie passive nella società dei consumi


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La decrescita che aiuta la crescita e la "crescita" che porta alla "decrescita"

Il culto degli antenati in molte delle civiltà antiche è stato il fattore coagulante per la conservazione del senso di comunità. In Cina, ad esempio, era assurto quasi a religione, infatti il confucianesimo non è altro che un sistema morale basato sul rispetto delle norme “gerarchiche” di padre/figlio – sovrano/suddito. In qualche modo questo sistema, che garantisce un ruolo alle generazioni della comunità, ha assicurato in oriente come in occidente, una crescita ordinata e rigorosamente etica della società, pur con le pecche di inevitabili eccessi, esso ha mantenuto quel processo solidaristico nato nei clan matristici anteriori, e successivamente trasmesso al patriarcato.
Questa concezione è andato avanti senza grandi sovvertimenti sino all’inizio del secolo scorso momento in cui si è avviata una “rivoluzione di sistema”, una rivoluzione apparentemente incruenta e non specificatamente voluta, ma il risultato è un repentino mutamento d’indirizzo e la sortita dei modelli utilitaristici ed esclusivi.
Coincide con l’inizio dell’era industriale e dell’economia di mercato e con la comparsa dei grossi insediamenti urbani, le metropoli., che già avevamo visto l’abbozzarsi nel modello imperiale di Roma poi ripreso negli Stati Uniti d’America.
La scintilla del presente  paradigma sociale ed economico -secondo me- è una diretta conseguenza della grande crisi del 1929 che da una parte costrinse migliaia di famiglie all’urbanizzazione forzata ed all’abbandono del criterio piccolo-comunitario e all’adozione di modelli sociali strumentali. Una nuova programmazione sociale ed economica basata sulla capacità collettiva di produzione e sul consumo di beni superficiali (coincide con la nascita della Coca Cola, delle sigarette, delle fibre sintetiche, della diffusione di automobili ed altri macchinari). Come ripeto questo modello non fu specificatamente perseguito ma l’inevitabile conseguenza di una accettazione di gestione produttiva “finalizzata” -da parte degli individui operativi- e la demandazione agli organi amministrativi delle funzioni solidali e sociali.
Questo procedimento trovò la sua affermazione anche in Europa a cominciare dagli anni ‘50 (malgrado le prove generali dei primi del secolo in Inghilterra) e pian piano si espanse al resto del mondo occidentalizzato, meno che in sacche di necessaria “arretratezza” che oggi definiamo “terzo o quarto mondo”. Ma questo terzo o quarto mondo sta anch’esso pian piano assumendo il modello utilitaristico ed il risultato è il totale scollamento familiare e sociale con l’interruzione dell’agricoltura ed artigianato e venuta in luce di schegge impazzite di società aliena a se stessa. Avviene nelle cosiddette megalopoli di venti o trenta milioni di abitanti, con annesse baraccopoli e periferie senza fine. La solidarietà interna delle piccole comunità è morta mentre si son venute a stratificare categorie sociali che hanno poco o nulla da condividere con “l’umanità”.
Nelle grandi città industrializzate e consumiste da una parte c’è la classe dei produttori “attivi” e dall’altra quella dei cittadini “passivi”, ovvero i bambini e gli anziani. Lasciamo per il momento in sospeso la discussione degli attori in primis, i cosiddetti produttori ed operatori, e vediamo cosa sta avvenendo nelle categorie passive, degli usufruitori inermi od assistiti.
I bambini sono forse i più penalizzati giacché verso di loro è rivolto il maggior interesse redditizio e di sviluppo, sono i “privilegiati” delle nuove formule di ricerca di mercato ed allo stesso tempo abbandonati a se stessi, in seguito alla totale mancanza di solidarietà interna in ambito familiare e sociale. Con poche prospettive reali di crescita evolutiva in intelligenza ed interessi futuri, i bambini si preparano ad essere la “bomba” della perdita finale di collegamento alla realtà organico-psicologica tra uomo natura ambiente. Già in essi assistiamo alla quasi totale incapacità di relazionarsi con una realtà sociale e materiale, sostituita da una “realtà virtuale e teorica”. Ora finché le generazioni che son nate dagli anni ‘50 sino al massimo degli anni ‘80 sono in grado di reggere il colpo della produzione utilitaristica questa massa di “imberbi passivi” può ancora mantenere una ragione almeno consumistica, dopodiché la capacità di sopravvivenza si arresta ineluttabilmente, assieme al volume operativo dei genitori…..
L’altra categoria, passiva per eccellenza, è quella degli anziani ed invalidi, i pensionati, che sopravvivono senza speranza già sin d’ora, preda di violenze sempre più diffuse, di furti e truffe e di strumentalizzazioni della loro condizione vittimale (perseguita da enti ed associazioni che sorgono per “proteggerli” dagli abusi….). Nella società solidaristica antecedente gli anziani avevano una precisa ragione sociale nella trasmissione della cultura e delle esperienze necessarie alla vita, convivendo in ambiti familiari in cui non c’era separazione fra bambini, giovani e vecchi. Ora gli anziani son d’impiccio e finché possono arrangiarsi da soli, bene, poi diventano oggetto di mercato per gli assistenti sociali, per gli ospizi e per colf spesso senza scrupoli o finti operatori assistenziali che mungono alle loro misere pensioni, inoltre -recentemente- son sempre più vittime di “enti morali” fasulli e ladri. E questo perché gli anziani non hanno più posto né tutela nella società.
Ma, qui vorrei porre un punto interrogativo, come faranno i quarantenni di oggi a garantirsi la sopravvivenza se la struttura sociale è così degradata? I quarantenni di oggi saranno ancor meno assistiti sia dalla società che dai loro stessi figli e -mi vien da dire- sarà proprio per questo inconsapevole sospetto che molti rifiutano di aver figli e si atteggiano ad eterni “ragazzi”. Oggi si è “giovani di belle speranze” sino a cinquant’anni (ed oltre) e poi improvvisamente si precipita nell’inferno dell’anzianità e dell’abbandono….. Insomma “finché ce la fai a barcamenarti con le tue forze bene e poi ciccia al culo!” Forse siamo ancora in tempo a prendere coscienza di ciò ed attuare una repentina inversione di marcia prima del precipizio…..
La soluzione alla crisi umanitaria  che la nostra società sta vivendo -secondo me- sta nella così detta "decrescita" ovvero nel superamento dei modelli consumistici e dello schema sociale attuale, in primis, per ritrovare in una socialità allargata nuove espressioni per la solidarietà umana, contemporaneamente abbandonando l’ampliamento dei grandi agglomerati urbani e rinunciando ai parossismi culturali (musiche preconfezionate, televisioni, sport idioti, giochetti virtuali, etc) in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello. 
Insomma si parla ancora di ecologia profonda e di spiritualità laica.

Paolo D’Arpini

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lunedì 3 settembre 2018

Bioregionalismo ed ecologia profonda - Interpretazioni personali ed esperienze vissute


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Ecologia Profonda e Bioregionalismo sono due filosofie o ecosofie  che ridisegnano il rapporto tra uomo e natura, sono visioni che permettono di rinnovare la nostra cittadinanza nella Terra attraverso uno stile di vita che tenga conto della necessità e del diritto per tutti, umani e non-umani, di vivere una vita dignitosa e significativa.

Come spesso accade il senso intimo di “Ecologia Profonda e Bioregionalismo” è  stato  modificato, piegato, adattato ad altre filosofie e ideologie, a differenti modelli di pensiero quindi capita di leggere e ascoltare di Bioregionalismo e secessione, Ecologia Profonda e Bhagavad Gita, Bioregionalismo e Era Ecozoica, Ecologia Profonda e Ecologia Sociale, Bioregionalismo e Anarchia…

....nel mondo moderno e globalizzato ogni nostro gesto, ogni nostra azione provoca talmente tanti danni da qualche altra parte del pianeta che con tutta onestà posso solo pensare di praticare uno stile di vita tendente a ridurli e a ripararne, nel mio piccolo, alcuni.

Ma ci sono dei momenti, degli attimi in cui mi sento immerso in queste visioni di vita, in cui mi sento parte “organica” di un rinnovato rapporto con la Terra. Capita di passeggiare intorno a casa, di lavorare nell’orto o di starsene seduti sotto la chioma di un albero … guardarsi intorno e accorgersi che il nostro sguardo, i nostri sensi si sono fatti più acuti: quello che era un paesaggio consueto, normale diventa improvvisamente più nitido … ne scorgiamo particolari infinitesimali, assaporiamo  un caleidoscopio di odori, ascoltiamo un emozionante polifonia di suoni, godiamo di una infinita varietà di toni di colore … e ci sentiamo per interminabili istanti parte di quella meraviglia. E’ come trovarsi in una sorta di “stato di grazia” in cui ci rendiamo conto che il solo pensare di codificarlo con un pensiero razionale,  raccontarlo pronunciando parole … spezzerebbe l’incanto. 


Capita anche che tutto questo avvenga ancora più prepotentemente in alcuni luoghi diciamo “speciali”. Mi e capitato dentro a boschi dell’appennino ligure e toscano, piccole valli alpine, torrenti infrascati … è capitato di camminare tra i rumori, i colori e gli odori di un bosco, di quelli fitti e selvaggi dove la presenza umana da tempo non lascia le sue tracce … camminare e a un tratto accorgersi che i rumori sono cessati, l’aria è immobile e persino il tempo sembra sospeso … in questo silenzio quasi irreale persino i miei passi leggeri e attenti sono fuori posto, superflui. 

Mi siedo con la schiena appoggiata ad un albero, ficco le mani nel tappeto di foglie fino a ficcarle nella terra umida e scura … anche la mente si svuota, il respiro rallenta … mi sento come una parte di quel luogo  per un tempo indefinito e indefinibile.

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Foto di Gustavo Piccinini

Stralcio di un articolo tratto da:  https://selvatici.wordpress.com/tag/bioregionalismo/

sabato 23 giugno 2018

Libertà sessuale ed ecologia sociale - No alle "case chiuse" si alle "famiglie aperte"


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Vivendo nella società malsana in cui viviamo gli ottimizzatori finanziari ed i politici  considerano la prostituzione una voce del PIL, quindi per essi se la prostituzione esiste è meglio "regolamentarla", ovvero "legalizzarla" per un suo miglioramento utilizzativo, esattamente e coerentemente  come  stanno cercando di fare  per il consumo di droga, e cioè: se  il tabacco e l’alcol vengono regolarmente venduti e tassati per quale motivo accettare  questi e non legalizzare l’altra?

Perché mantenere sacche incontrollate di mercato abusivo, di cui si avvantaggia solo la mafia? Meglio che sia tutto legale e controllato…  Ma questa è una visione “utilitaristica”   che  posso comprendere  ma  non condividere….   Alla “legalizzazione” preferirei la “liberalizzazione” tout court.

Ma allargando il discorso, se si sente la necessità della promiscuità  sessuale sarebbe preferibile non ticorrere alla prostituzione ma  alla costituzione di famiglie aperte ed allargate. E questo vale sia per le esigenze di uomini che di donne senza sperequazione alcuna.  Insomma nella sessualità e nella libertà personale, che non nuoccia agli altri, ci vuole elasticità, ferme restando  le attenzioni per le fasce sociali più deboli, come i minori. 

D'altronde se osserviamo le abitudini sessuali dei nostri “consanguinei” primati antropomorfi scopriamo che spesso la promiscuità è preponderante… ed è un fatto perfettamente naturale.  Come è naturale, e lo è da tempo immemorabile (sia per l'uomo che per gli animali) l'uso di sostanze inebrianti. Persino nella religione cristiana il vino è considerato elemento sacrale, come l'uso della ganjia lo è nell'induismo. 

Ma  non ha senso  legalizzare la pratica prostitutiva solo perché si sente il bisogno di ricavare entrate  dal "turpe mercato", come non ha senso degradare la società attraverso  lo smercio "certificato" di droghe od il gioco d'azzardo legale. 

Scrivevo in calce ad un mio articolo di ecologia sociale: “La soluzione per lo scollamento sociale in corso sta nel superamento dei modelli consumistici, in primis, per ritrovare in una socialità aperta nuove espressioni per la solidarietà umana, contemporaneamente abbandonando il permanere nei grandi agglomerati urbani e rinunciando ai parossismi culturali (musiche preconfezionate, televisioni, sport idioti, giochetti virtuali, etc) in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello”.

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana




venerdì 11 maggio 2018

Bioregionalismo, decrescita, ecologia sociale, localismo, solidarietà...


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Bioregionalismo, decrescita, ecologia sociale, localismo, solidarietà... etc. sono  diversi  approcci della stessa visione biocentrica, basata sulla comune appartenenza all'evento vita sulla Terra.   La visione biocentrica, o biopolitica,  implica una conduzione ordinata e rigorosamente etica ed ecologicamente sostenibile della società,  nella consapevolezza delle interconnessioni che esistono tra tutte le forme viventi e non viventi  del pianeta.
  
Questa concezione naturalistica è andata avanti senza grandi sovvertimenti sino all’inizio del secolo scorso, momento in cui si è avviata una “rivoluzione di sistema”, una rivoluzione apparentemente incruenta e non specificatamente voluta, ma il risultato è  stato un repentino mutamento d’indirizzo e l'assunzione  di modelli utilitaristici ad esclusivo vantaggio di una elite umana. Coincide con l’inizio dell’era industriale, dell’economia di mercato e del consumismo,  della crescita dei grossi insediamenti urbani  e conseguente  allontanamento dal contesto naturale. In una società così degradata  la sopravvivenza  di una  struttura sociale  solidaristica è andata pian piano scomparendo. Ma forse siamo ancora in tempo a prendere coscienza di ciò ed attuare una repentina inversione di marcia prima del precipizio.
La soluzione alla crisi umanitaria  che la nostra società sta vivendo  sta nella così detta "decrescita" ovvero nel superamento dei modelli consumistici e dello schema sociale piramidale per ritrovare in una socialità allargata nuove espressioni per la solidarietà umana, in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello.  In questo contesto ritengo che il primo passaggio per un cambiamento di paradigma  debba iniziare  dalla produzione del nostro cibo. 

L’agricoltura nel corso degli ultimi 50 anni  è stata offesa, bistrattata e mortificata. Oggi iniziamo a renderci conto che per ritrovare una via di salvezza per l’umanità occorre ripartire proprio da un rapporto più sano e corretto con la Terra, attraverso, in particolare, colture il più possibile biologiche, la distribuzione dei prodotti a Km 0 con il rapporto diretto tra produttore e consumatore, evitando il ricorso ai pesticidi chimici, agli ogm, promuovendo i gruppi di acquisto solidali e, soprattutto, rispettando il lavoro contro ogni forma di sfruttamento.  

Tutto questo può avvenire solo nel quadro di un nuovo modello  economico, umano e culturale, vedi, in particolare, la cosiddetta “decrescita felice”... 

Paolo D'Arpini  



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Articolo in sintonia: 

mercoledì 19 dicembre 2012

Bioregionalismo, ecologia sociale ed ambiente sintetico (che non aiuta la vita)....

Dipinto di Alfredo Santella


"Il passato è prologo", ammonisce Shakespeare, ed è vero perché gli eventi di oggi sono stati preparati e anticipati da simili eventi del passato. Questo vale in particolare per i problemi ambientali, come inquinamenti, erosione del suolo, violenza per la conquista delle risorse naturali scarse, conflitti occupazione-salute, per i quali dal passato abbiamo imparato ben poco. Da qui l'importanza della storia dell'ambiente, una disciplina troppo poco praticata e tanto meno diffusa nell'opinione pubblica.

Negli anni cinquanta del Novecento si diceva, un po' per scherzo, che le bizzarrie del clima, le estati troppo calde o gli inverni troppo freddi erano "colpa delle bombe atomiche". Negli anni quaranta e cinquanta del Novecento le centinaia di esplosioni di bombe nucleari americane, sovietiche, francesi e inglesi nei deserti e nelle isole lontane, non influenzavano molto il clima ma rappresentavano un gravissimo pericolo per la vita diffondendo nell'atmosfera di tutto il pianeta atomi radioattivi che venivano assorbiti dai mari, dai vegetali, entravano nei cicli biologici e finivano nel corpo umano. Il massimo della contaminazione radioattiva planetaria si ebbe nel 1961 e 1962. Intellettuali e studiosi si sforzavano di informare l'opinione pubblica dei pericoli sulla salute mondiale di questa corsa ad armi nucleari sempre più potenti, ma negli Stati Uniti il governo cercava di metterli a tacere accusandoli di essere comunisti, processandoli per attività antiamericane.

Nello stesso tempo venivano scoperti i danni provocati all'ambiente e alla salute dal crescente uso di nuovi "potenti" prodotti chimici, grandi successi commerciali ma spesso tossici come i pesticidi clorurati. Molti processi chimici usavano sostanze tossiche come mercurio, piombo, cloruro di vinile, amianto; producevano sostanze "perfette" e indistruttibili come molte materie plastiche, detersivi sintetici, fosfati e nitrati che finivano nelle acque con danni biologici. La protesta degli scienziati fu diffusa dai primi movimenti di contestazione ecologica attraverso riviste, pubblici dibattiti fino a raggiungere la grande stampa.

Nel 1952 un certo Lewis Herber pubblicò negli Stati Uniti un articolo intitolato: "Il problema dei prodotti chimici negli alimenti", a cui fece seguito, nel 1962, un libro più ampio intitolato: "Il nostro ambiente sintetico", apparso pochi mesi prima dell'altro libro di successo scritto da Rachel Carson, "Primavera silenziosa". Herber era lo pseudonimo che Murray Bookchin (1921-2006) aveva adottato per evitare l'incriminazione da parte della Commissione sulle attività antiamericane a cui non erano sfuggite le sue attività di informazione dell'opinione pubblica sui pericoli ambientali. Bookchin era nato a New York, figlio di emigrati russi, ed ebbe una vita avventurosa cominciata come operaio, poi come sindacalista; divenuto scrittore di successo e professore universitario fu l'animatore di movimenti in difesa dei consumatori, ecologici, pacifisti, contro la discriminazione razziale.

Fu tra i primi a scrivere di "ecologia sociale" (1974), a parlare dei "limiti delle città" (1973) e di crescita e declino dell'urbanizzazione (1987), anticipando anche in questo caso nuove visioni che cominciano oggi a farsi strada. Il suo libro "Per una società ecologica" (1980), tradotto anche in italiano, spiega le ragioni di molti guai con cui stiamo facendo i conti adesso e indica alcune delle vie per superarli.

Il libro "Il nostro ambiente sintetico", apparso mezzo secolo fa (purtroppo non è stato tradotto in italiano, ma si può leggere liberamente in Internet) denuncia la presenza negli alimenti di sostanze dovute all'inquinamento ambientale come le sostanze radioattive e i residui di pesticidi tossici, la contaminazione di prodotti commerciali ad opera di additivi usati nei cosmetici o nei preparati per lavare, nelle materie plastiche, nei carburanti. In sessant'anni di lotte ecologiche sono stati eliminati alcuni pericoli ma ne sono sorti altri; nuovi nomi come quelli delle diossine o del benzopirene sono entrati nel dizionario dei veleni.

Addirittura una recente proposta di legge minaccia di autorizzare l'uso come potabile di acqua contenente una pur piccola, ma non trascurabile concentrazione di microcistina LR, una molecola la cui presenza indica che le acque superficiali, inquinate da residui di fogne e concimi, prima di essere immesse negli acquedotti, hanno subito una depurazione soltanto imperfetta. L'attenzione per gli alimenti è spesso basata sulle mode e sulle diete dimagranti; la composizione e gli ingredienti dei prodotti come cosmetici e detersivi, quando devono essere indicati per legge, sono scritti in caratteri e in forma illeggibili. La situazione è complicata dalle crescenti importazioni di prodotti fabbricati chi sa come e dove.

Proprio la storia ambientale dei decenni passati dovrebbe stimolarci a rilanciare una "merceologia ecologica", quella descritta da Bookchin e dalla Carson, che aiuti e riconoscere i pericoli per l'ambiente, e quindi per la salute, nascosti nelle sostanze che maneggiamo ogni giorno.


Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

lunedì 3 settembre 2012

Vivere con cura nello spirito dell'ecolo​gia sociale e casalinga - Resoconto di un viaggio da Treia con permanenza a Capracotta​, dal 31 agosto al 2 settembre 2012

Partenza da Treia (Macerata)


Conobbi Antonio D'Andrea (o di Peppina e di Elena, come lui amerebbe essere chiamato) e Michele Meomartino a Treia alla Festa dei Precursori e mi avevano colpito per la intensità della loro partecipazione e della loro dedizione "alla causa"  (ecologista, vegetariana, umanitaria, conviviale).


Avevo sentito parlare a lungo di Capracotta e dell'esperimento di vita  associativa e conviviale che assieme stanno portando avanti da parecchi anni, della lunga amicizia fraterna e dalla condivisione di intenti tra Antonio e Paolo, che spesso si erano ritrovati a Calcata per i loro incontri al Circolo Vegetariano VV.TT sull'ecologia sociale e casalinga. Ero molto curiosa di incontrare questa realtà e così ho avuto il piacere e l'onore di accompagnare Paolo che da lungo tempo attendeva di visitare quel luogo.


Siamo stati invitati a partecipare alla giornata del primo settembre 2012, inserita nel programma delle attività di Vivere con Cura, la loro associazione, dedicata in particolare all'anniversario della nascita della zia di Antonio, Elena, una zia molto speciale, ma, secondo me, per quei tempi anche normale.

Zia Elena era una donna single, che amava la convivialità, era un'ottima donna di casa, cuciniera, ricamatrice provetta ed amava circondarsi di bambini, amici, parenti, semplici conoscenti. Donne così ne ho conosciute anch'io, ed una, che mi piace ricordare, era mia nonna Annetta, una donna burbera, bigotta, ma con un cuore d'oro ed una capacità di dare amore e dedizione che forse erano più comuni 50-60 anni fa, di quanto non lo siano oggi. Nell'occasione della giornata io e Paolo eravamo invitati a presentare il nostro libro "Vita senza Tempo".

Partiti da Treia nella tarda mattinata, siamo arrivati a Capracotta venerdì verso le 16, dopo quattro ore di viaggio tranquillo. Il tratto finale, dalla Val di Sangro in su, é stato tutto una meraviglia. Nell'inerpicarsi sempre più in alto (Capracotta si trova 1427 metri), la temperatura, dai 34 gradi scendeva piano piano fino ai 24, il verde della vegetazione (qua pare che la siccità non sia arrivata) diventava sempre più intenso; pascoli, boschi, paesini inerpicati sulle rocce si affacciavano al nostro sguardo. Quella che soffriva di più, per il momento, era la dolce Magò, la mia cagnolina, che avevamo dovuto portare per forza, che per tutto il viaggio ha ansimato, affannata dal caldo e sofferente per le curve.

Antonio ci ha raggiunto all'arrivo e ci ha prospettato diverse possibilità di sistemazione: infatti, dato che avevamo la cagnetta e poichè gli animali non sono ammessi alla casa madre, dopo aver visto i vari altri locali disponibili, abbiamo immediatamente scelto di sistemarci in una stanza di una casa separata, di proprietà di una zia, al momento assente. Una casa che necessiterebbe una piccola-grande ristrutturazione, ma che così è stata comunque un nido accogliente, specialmente dopo la sistemazione e l'arredata che gli ha dato Paolo, che così h potuto fare esercizio di sopravvivenza, tirando fuori la sua attrezzatura dalla borsetta piccola ma piena di meraviglie che pare la borsa di Mary Poppins.

Comunque c'erano due reti due materassi, due cuscini, due coperte, cassette e cassetti vari come armadi e comò, candele per la sera (mancava in quella stanza la luce elettrica), stuoie come scendiletti e pedana per Magò, attaccapanni e persino un vasetto di vetro in cui, il giorno appresso, abbiamo messo un pezzetto di geranio rosso fiorito, trovato a terra, spezzato forse da un gatto, forse da un bimbo, forse da un passante.

Durante le due giornate trascorse a Capracotta, i momenti più belli, o meglio, quelli che io ho apprezzato di più, sono stati i pasti, consumati nella grande ma pienissima cucina della casa, attorno al doppio tavolo che occupava quasi tutto lo spazio, apparecchiato con semplicità ma con cura da tutti i presenti, io, Paolo, Antonio, Michele, Roberta, le due deliziose bambine Maria e Carolina, Anna, Maria Luisa, Marilena, Bruna, Claudio, Pierpaolo. Il cibo è stato preparato sempre da Michele, cuoco vegetariano provetto, aiutato a volte da qualche volontaria/o. In particolare, Maria Luisa e Marilena hanno impastato con lui la pasta, con farina ottenuta anche da grani locali, che sono in via di recupero da parte di aziende agricole della zona.

Per esempio, in un pranzo, quella pasta è stata accompagnata da un condimento a base di cicerchia e tarassaco, squisito. Altra specialità,che abbiamo tutti gustato,  l'insalata alla "cafona" a base di patate, cipolla, olive ed erbette spontanee. Piatti prelibati, semplici, prodotti con materie prime genuine che conferivano sapori ogni volta diversi; un genere di cucina che mi ricorda molto quella del mio cuoco affezionato: Paolo.

E' certo che l'amore, l'attenzione, in una parola, la "cura" sono anch'essi ingredienti indispensabili. I pasti erano sempre accompagnati dalle parole, ma non chiacchiere vuote e intralciantesi una all'altra come spesso succede nelle tavolate numerose: ogni volta c'era un giro di condivisione in cui a turno i commensali raccontavano la mattinata od il pomeriggio trascorsi e le impressioni, i pensieri, le riflessioni, comprese le piccole divergenze di opinione . Un sistema "democratico" e rispettoso che è da prendere ad esempio, che sarebbe da prendere da esempio anche a livello "governativo".

La manifestazione per la ricorrenza di Zia Elena si è svolta nel bellissimo museo della Civiltà Contadina di Capracotta, all'interno del Comune: Anna, un'ostetrica di Viareggio che l'aveva conosciuta, ci ha letto un suo scritto sulla zia, molto toccante (sarebbe carino se Antonio ce ne facesse pervenire il testo). Antonio ha parlato anche lui della zia, raccontando alcuni spassosi ma significativi aneddoti e ha affermato la necessità della riscoperta dei valori della Riconoscenza, dell'Amore, della Convivialtà, della Semplicità, del rifuggere gli sprechi e del vivere con poco, grazie anche all'esempio di questi personaggi del passato, ma in alcuni casi anche del presente, cose che io condivido in pieno. Forse era sottinteso, ma l'unica nota carente, mi é parsa la mancanza di un riferimento diretto alle generazioni future, quasi come se fossimo noi i giovani in formazione.... malgrado la nostra età anagrafica.

Io e Paolo abbiamo letto alcune pagine del nostro libro. Il tutto è stato intervallato dalla musica dell'arpa e dalla voce di Roberta Pestalozzi, una musica delicata ma forte, con le sue ballate ispirate alla zia e alle vicende locali.

Che dire a conclusione? Complimenti sinceri ad Antonio e a Michele per il lavoro che stanno facendo ed un grazie per la possibilità che ci è stata data di condividere tutto ciò.
Forse i semi germogliano ed in quei giorni mi pare ne siano stati sparsi a volontà, anche in noi stessi!

Caterina Regazzi

Arrivo a Capracotta (Isernia)

mercoledì 6 giugno 2012

Bioregionalismo e Politica – Riprendere la costruzione dell’unità europea e l’attuazione bioregionale a livello europeo e mondiale

Paolo D'Arpini nel sole di Treia


Proprio in questi giorni stavo parlando con la mia compagna Caterina Regazzi in merito a quelle che sono le mie priorità politiche, sociali ed ambientali per realizzare un mondo migliore. Ancora una volta ho espresso il mio desiderio per l’unione di tutte le genti in un’unica identità umana. Come avrebbe potuto essere l’ONU se non avessero prevalso interessi particolari e veti incrociati sulla sua operatività e consistenza.

L’umanità è una ed anche la Terra è una. In un contesto di consapevolezza universalista un governo mondiale -lungi dal rappresentare interessi economici di potentati finanziari- dovrebbe rappresentare l’interesse di tutto il globo terracqueo, inserendovi non solo gli umani ma anche gli altri viventi. Se vogliamo questa è anche la visione bioregionale, in cui gli ambiti territoriali non sanciscono separazioni ma solo definiscono le variazioni di intensità, di qualità e di presenza vitale e geomorfologica.

Un po’ come avviene per l’organismo umano che è l’insieme inscindibile di tutti i suoi organi, distinguibili nelle reciproche funzioni ma non separabili. Pertanto l’interesse di un organo deve prevedere e integrarsi con l’interesse di tutto l’organismo.

Questo sentire olistico non è solo prerogativa del pensiero bioregionale ma anche la conclusione logica della filosofia non duale. Diceva ad esempio Ramana Maharshi: “Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo. Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti ed inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima.” Ed affermava Nisargadatta Maharaj: “..noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati”

La nostra presenza umana perciò va inserita nel contesto della natura, nel consesso dei viventi, in condivisione olistica e simbiotica.

La prima cosa da fare, a livello politico, è il riconoscimento della appartenenza alla “Casa Comune” e questo, se vogliamo, si può anche fare per gradi. Come siamo stati capaci di riconoscere la nostra identità prima nel nucleo familiare e nella comunità tribale, poi nella città e nel popolo ed avanti ancora nella nazione, saremo in grado di riconoscere le comuni radici europee che tutti ci contraddistinguono.

Certamente non per “separare” l’Europea dal resto del mondo, mettendola in competizione con gli altri raggruppamenti etnici e geografici, ma per imparare ad allargare il nostro senso di identità ed appartenenza. Pertanto l’attuazione dell’Unione Europea è, secondo me, un passo necessario per migliorare la nostra visione olistica. I singoli stati debbono fondersi e rinunciare alla loro prerogativa nazionale. Queste deve avvenire in piena giustizia e con il consenso del popolo e non per avvantaggiare uno stato od una struttura economica rispetto ad un’altra. Quindi la base dell’unione non deve essere quella della supremazia politica ed economica di una o più nazioni né deve rappresentare interessi alieni alla comunità (banche, multinazionali, istituti finanziari internazionali, etc.).

Per questo è importante che -ad esempio- l’emissione dei valori monetari di interscambio comunitario sia direttamente gestita dal governo comunitario e non dalle banche private come avviene oggi con la BCE.

C’è poi l’altro aspetto della valorizzazione e salvaguardia delle culture e delle peculiarità specifiche delle comunità locali, le caratteristiche di queste comunità non possono essere rappresentate da “regioni politiche disomogenee” bensì dovranno essere ristrutturate in ambiti bioregionali omogenei. Queste bioregioni dovranno presentare evidenti affinità di cultura e di forme economiche, per quel che riguarda l’uomo, ed altrettanto dicasi per gli aspetti naturalistici, geomorfologici, botanici, climatici, etc.

Le grandi città tanto per cominciare debbono essere amministrate, con le loro aree metropolitane, in bioregioni a se stanti, per una corretta gestione autonoma dello svolgimento dei suoi servizi, approvvigionamenti, etc. in modo da non far degradare -come oggi avviene- il contesto generale del territorio circostante, dovuto anche alla diversità di incidenza della rappresentatività percentuale della popolazione e del suo “peso” elettorale. Lo vediamo bene con quel che succede -ad esempio- nella Regione Lazio, sovente succube degli interessi devianti e fagocitanti di Roma: su 6 milioni di abitanti 5 di essi vivono nella città e relativa banlieu.

Nel riordino amministrativo a carattere bioregionale bisogna inoltre privilegiare le piccole comunità ed il mantenimento dei rispettivi habitat e delle culture tradizionali.

Attuando il bioregionalismo su ampia scala l’Europa non sarà più un accrocco disomogeneo di stati bensì l’unione di piccole comunità omogenee ed autonome (negli ordinamenti amministrativi interni) che condividono, nel mantenimento delle diversità culturali, una comune identità ed un comune interesse di sviluppo sociale e spirituale. Parlo di interesse spirituale e non religioso, in quanto le religioni stesse sono elementi separativi che contrappongono l’uomo all’uomo e l’uomo alla natura.

In questa prospettiva sento di voler condividere il documento presentato dal Movimento per la società di giustizia e per la speranza di Arrigo Colombo che scrive: “Cari amici, il Movimento ha preparato questo documento per la ripresa e il rafforzamento dell’Unione Europea; per il quale chiede il vostro aiuto nell’invio e nella diffusione. Il documento può sempre essere fatto proprio o anche modificato”

Paolo D’Arpini
Rete Bioregionale Italiana
Via Mazzini, 27 - Treia (Macerata)


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Testo menzionato:
“Pres. François Hollande, webmestre@www.elisee.fr
Cancelliera Angela Merkel, internetpost@bundeskanzlerin.de
Pres. Mario Monti, centromessaggi@governo.it
Reprendre la construction de l’unité européenne La plus grave erreur qu’on ait commise a été l’abandon de la construction de l’unité politique de l’Europe. C’est arrivé après le non au référendum de la France et de la Hollande ;un fait tellement étrange car il s’agissait de deux seules nations de l’Union ; et car l’objet du référendum, la Constitution Européenne, n’était pas connu par le peuple qui a voté ; il s’agissait plutôt de l’opinion de certains partis politiques ou de certains courants dans les partis. On a cherché à raccommoder les choses par le traité de Lisbonne, mais personne n’y a cru: l’individualisme et le chauvinisme de certains états avait prévalu sur le grand processus historique de l’unification. Maintenant la crise économique a montré avec évidence tous les inconvénients d’une Europe divisée, où les états individuels – l’Allemagne par exemple – imposent leur politique ; où l’on parle avec une facilité folle de la sortie de l’Union d’un ou de plusieurs états, de la fin de l’euro pour retourner à la monnaie nationale. Il est évident qu’il y a un esprit destructeur qui veut anéantir la grande entreprise de construction de l’Union Européenne, 500 cents millions d’habitant, une puissance économique et culturelle incomparable, un esprit de solidarité et de paix, un exemple pour l’humanité entière. On doit reprendre avec force la réalisation d’un état fédéral. C’est-à-dire :une charte constitutionnelle ; un parlement qui a le pouvoir de législation et de décret ;un gouvernement véritable ; une politique économique unitaire dans un esprit de solidarité, de soutien du travail, de rédemption de la pauvreté, sur la base du principe de dignité et du droit de la personne humaine, de chaque personne; où l’on pourra développer peu à peu la socialisation de l’entreprise et la redistribution de la richesse ;une véritable politique de paix, avec l’abandon de l’armement nucléaire par la France et la Grande Bretagne, l’abandon de la vente des armes, l’abolition progressive de tout armement et le refus absolu de toute guerre. C’est une politique dans laquelle l’Europe doit traiter et convaincre, elle doit porter à la paix oecuménique l’humanité entière.

Prof. Arrigo Colombo Arrigo Colombo, Centro interdipartimentale di ricerca sull’utopia, Università di Lecce, Via Monte S.Michele 49, 73100 Lecce, tel/fax 0832-314160E-mail arribo@libero.it/ Pag web http://digilander.libero.it/ColomboUtopia

(testo italiano)
Riprendere la costruzione dell’unità europea Il più grave errore è stato qui l’abbandono della costruzione dell’unità politica europea; che è giunto dopo il no di Francia e Olanda nel referendum sulla proposta costituzionale: un fatto talmente strano in quanto si trattava di due soli stati dell’Unione: e anche perché l’oggetto del referendum, la Costituzione Europea, non era conosciuto dal popolo che ha votato; si trattava piuttosto dell’opinione di certi partiti politici o di certe correnti di partito. Si è cercato di riaccomodare le cose col trattato di Lisbona, ma nessuno ci ha creduto: l’individualismo e lo sciovinismo di certi stati era in realtà prevalso sul grande processo storico dell’unificazione. Ora la crisi economica ha mostrato con evidenza tutti gli inconvenienti di un’Europa divisa, dove i singoli strati – la Germania ad esempio – impongono la loro politica; dove si parla con una folle facilità della possibile uscita dall’Unione di uno o più stati, della fine dell’euro per tornare per tornare alla moneta nazionale. È evidente che qui uno spirito distruttore vuole annientare la grande impresa di costruzione dell’Unione Europea, 500 milioni di abitanti, una potenza economica e culturale incomparabile, uno spirito di solidarietà e di pace, un esempio per l’umanità intera. Dev’essere ripresa con forza la realizzazione di uno stato federale, ciò è a dire:una carta costituzionale;un parlamento che ha il potere della legge e del decreto; un vero governo;una politica economica unitaria in uno spirito di solidarietà, di sostegno del lavoro, di redenzione della povertà; sulla base del principio di dignità e diritto della persona umana, di ogni persona; dove a poco a poco si potrà sviluppare la socializzazione dell’impresa e la ridistribuzione della ricchezza;una vera politica di pace, con l’abbandono dell’arma nucleare da parte di Francia e Gran Bretagna, l’abbandono di ogni vendita delle armi, l’abbandono progressivo di ogni armamento e il rifiuto totale della guerra. Una politica in cui l’Europa deve trattare a convincere, deve portare alla pace ecumenica l’umanità intera”

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Di questo e simili temi se ne parlerà durante l’incontro collettivo ecologista del Solstizio Estivo, che si tiene ad Aprilia (Latina) dal 22 al 24 giugno 2012. Vedi anche: http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=incontro+collettivo+ecologista+programma




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Commento di Marco Bracci:
"Caro Paolo, ho letto con piacere il tuo articolo e sono pienamente d'accordo con quanto esponi, con parole chiare e semplici. Riflettendo meglio, ho notato che anche tu esponi la meta e le ragioni, ma non il modus operandi. A mio parere, per raggiungere una mèta comune occorre sì un ideale comune, una motivazione comune, ma finché ci considereremo cittadini italiani o tedeschi o francesi (e prima ancora toscani o lombardi o ancora milanesi o romani o pescaresi) non raggiungeremo mai l'obiettivo e qualunque idea di integrazione dei popoli sarà frustrata dagli interessi particolari di ogni cittadino e quindi dei singoli popoli che vorrebbero comporre l'unità. Questo ideale comune, secondo me, non può essere una persona o un simbolo umano, ma qualcosa al di fuori (apparentemente) del contesto terreno e quindi super-partes: il Cristo e i Suoi insegnamenti. Come ho già avuto modo di dire, l'unica via possibile per la fratellanza e l'armonia fra i popoli è la Via del Cristo, che, essendo il mondo in mano alle tenebre, è stata definita utopia, mentre invece è l'unica che possa portare a risultati concreti, come dimostrano molte persone che già stanno creando comunità, in continua espansione, basate sui 10 Comandamenti e il Discorso della Montagna. Comunità dove si lavora, si compra e si vende, si rispettano gli animali e la Natura, aiutandoli nello stesso tempo a risollevarsi dalla situazione spesso disastrosa in cui l'uomo li ha ridotti."


martedì 27 dicembre 2011

I separatismi, lo scollamento sociale, l’alienazione e la comune matrice spirituale.... nella casa Terra....

Paolo D'Arpini in passeggiata solitaria a Treia


In questi giorni in cui gli italiani sono scossi e senza parole per la crisi economica stanno ritornando in auge discorsi corrosivi sulla unità nazionale. Nord contro sud, est contro ovest... Mentre l'Europa stenta ad affermare l'unità politica anche nel piccolo la separazione e lo scollamento sociale divengono più evidenti... Un ritorno al campanilismo mentre la comunità sembra aver  perso la capacità di esprimere solidarietà  e collaborazione.  Ciò avviene persino fra compaesani.. tutti sono oggi inequivocabilmente percepiti alieni  da ognuno di noi. Perciò è evidente che lo "straniero" è addirittura visto come un invasore e questo comporta uno scontro continuo fra le parti. Extracomunitari che si coalizzano contro gli italiani ed il contrario. Come si può in tal modo costruire una società umana decente? Mentre non si riconosce più nemmeno un membro della famiglia come nostro proprio come possiamo accettare ed accogliere chi non conosciamo, o pensiamo di non conoscere? 

Viviamo in un mondo di stranieri e noi stessi siamo stranieri in questo mondo. Eppure con la globalizzazione si presupponeva che la “razza globale”, il concetto di comune appartenenza alla Terra, divenisse un dato acquisito, una realtà. Purtroppo non è andata così, la mancanza di coesione nella società urbana e consumista è ormai evidente.

Mi raccontava un amico di Veroli,  che in varie parti della Ciociaria è in corso  l’avanzata dell’infiltrazione mafiosa e -secondo lui- la colpa è solo della mancanza di solidarietà interna nella collettività. Dove non vi sono valori comuni  e si perde  il senso di appartenenza al luogo immediatamente subentrano gli interessi speculativi che cancellano ogni umanità e fratellanza. Ancora mi portava l’esempio di una piccola città come Frosinone, che ha cambiato completamente aspetto e vivibilità, lì -come a Roma-  la gente vive nello stesso palazzo e  non si conosce,  nemmeno si saluta né si interessa dei propri vicini, ognuno è  estraneo all’altro. Ecco il “contesto civile” nel quale ci siamo smarriti ed ora dobbiamo ritrovare la strada verso “casa”. La Casa di Tutti. 

Ma andiamo avanti con l’analisi. Questo sembra il tempo dello spezzettamento. In ogni parte d’Europa (e del mondo) si assiste ad un processo di frantumazione degli stati ed a forme esacerbate di separatismo, non solo per motivi religiosi, ideologici o di status, e nemmeno per ragioni di concorrenza commerciale od altro. Qual’è la motivazione di questo sgretolamento?  Blocchi monolitici di potere   economico e politico si stanno sbriciolando (vedi i recenti scossoni bancari in USa ed ora anche in Europa). La società umana si dibatte  nella forsennata ricerca di una nuova identità e modus vivendi, tempo addietro persino Bill Gates sul Time inneggiava a un nuovo capitalismo “umano”.

Il separatismo sta facendo  la sua parte e, con il regionalismo fiscale e la lotta alla scuola pubblica  ed al pubblico impiego, sembra acquistare impeto una nuova spinta centrifuga. Nuove entità  economiche, basate sulla produttività amorfa (precariato, call center, veline, prostituzione in tutte le forme, corruzione, etc),  sono in cerca di affermazione riconosciuta, mentre le forze sociali sane cercano di scalfire il monolite dello Stato e percuotono le mura (senza porte) di una apparente legalità democratica che più non  regge le sorti della nazione.

Vediamo inoltre che in oriente come in occidente i vecchi equilibri basati su una appartenenza etnica o culturale non sono più sufficienti a tenere incollati i vari popoli. Gli umani nel tentativo di uniformasi alla globalità hanno perso il senso della dignità e del rispetto per la diversità. Ancora ed ancora si distingue e si  giudica.  Non però nella pianificazione economica e sociale saldamente in mano a pochi "esperti"…

Ritengo comunque che per una opposta tendenza compensativa  succederà che questa "separazione" sfocerà necessariamente al  ri-accostamento interiore e  dell’uomo  verso l’uomo. In fondo quanto possiamo separarci da noi stessi senza perire? Ecco che l’allontanamento diviene  avvicinamento… la vita è  elastica e non può andare in una sola direzione. Ora  sorge la necessità di nuove forme di equilibrio, più radicate nella coscienza della comune appartenenza alla vita. Un avvicinamento alla coscienza universale. Infatti il senso di comune appartenenza porta alla condivisione del criterio di vita,  ad atteggiamenti simbiotici e ad uno  stato di coscienza comunitario. L’evoluzione spirituale richiede  che le persone non si riconoscano più nelle mode, negli sport, nel glamour, nel colore della pelle, nelle religioni o ideologie, etc. Separazione  è solo un concetto per giustificare  degli “indirizzi” personalistici ed egoici,   è una frattura radicale che spacca il mondo e l'essere in due. Il diritto di abitare nel “condominio terra”,   non può  essere codificato  dalla nascita, dall’etnia, dalla nazionalità o dalla condizione economica, etc. bensì dalla capacità di rapportarsi al luogo in cui si vive in  sintonia con l’esistente. L’uomo, la specie umana nella sua totalità, e l’ambiente vitale sono un’entità indivisibile.

Perciò il passo primo da compiere, per il "Ritorno a Casa",  è  l’accettazione delle differenze, viste come fatti caratteriali che al massimo (in caso di persistente negligenza morale) possono essere ‘curate’ allo stesso modo di una idiosincrasia/malattia interna. L’uomo ha bisogno di riconoscersi ‘unico’  nella sua individualità, che assomiglia ad un cristallo di neve nella massa di neve,  ma nella coscienza di appartenere all’unica specie umana.  Non passerà molto tempo -mi auguro- che le divisioni artificiali operate dalla mente speculativa scompariranno completamente ed al loro posto subentrerà un nuovo spirito di fratellanza, partendo dal presupposto delle reali somiglianze e della coesistenza pacifica. Queste somiglianze, in una società sempre più vicina,  renderanno l’uomo capace di capire il suo prossimo, in piena libertà, e di amarlo come realmente merita. Tutti abitanti dello stesso pianeta, tutti a casa!

Paolo D’Arpini
Rete Bioregionale Italiana

giovedì 24 novembre 2011

Famiglia aperta per ritrovare l'Amore fra esseri umani, eliminare la prostituzione ed attuare una sana Ecologia Sociale



Ecologia sociale e spiritualità laica, partendo dalla famiglia.... 

Ante scripum

Il ripristino della "famiglia allargata" è una delle soluzioni possibili al deterioramento sociale e della unione matrimoniale corrente che tanti danni sta procurando alla società. I primi danni sono avvenuti attraverso lo scollamento familiare che, con il deteriorarsi del sistema  patriarcale, sta trascinando la società umana in un imbarbarimento di rapporti inter-familiari. In questa società consumista i due genitori perlopiù lavorano entrambi all'esterno della casa, per motivi economici o di "emancipazione" femminile, come si dice oggi.... Il risultato è che la prole -se non è completamente assente perché da fastidio al menage- viene abbandonata a  se stessa, in istituti od in mano a baby sitters o davanti al televisore a rimbambirsi. Gli anziani, che una volta svolgevano all'interno della famiglia un importante ruolo di mantenimento della cultura e di assistenza  ai giovani, sono anch'essi emarginati e ridotti all'ospizio o se tenuti in casa sono comunque visti come mera fonte di guadagno, per via delle pensioni, e non possono esercitare il ruolo che la natura sin dai tempi più antichi aveva loro concesso, quello di trasmettitori della saggezza popolare.

Altro problema grave della famiglia attuale, monogama (ma per modo di dire), è che la spinta verso la virtualizzazione dei rapporti, sancita dal proliferare in tv, al cinema, sui giornali e su internet di modelli dissacratori e pornografici, ha portato anche ad un ampliamento dell'esercizio di prostituzione (maschile e femminile) in tutte le sue sfaccettature, sia virtuali che sessuali. Insomma i rapporti umani  sono talmente deteriorati che l'unica via di salvezza sembra proprio il ritorno alla famiglia  promiscua che contraddistingueva l'antica civiltà matristica, cioè prima dell'avvento del patriarcato e delle religioni monoteiste.

Proprio in questi giorni ho  terminato di leggere un interessante libro scritto dall'amico Carlo Consiglio, naturista e vegetariano, emerito professore di zoologia alla Sapienza di Roma e presidente della LAC. Il titolo è "L'Amore con più partner", con prefazione di Luigi De Marchi, psicologo sociale e politologo di fama internazionale.  Mi sono trovato perfettamente d'accordo con quanto espresso nel testo ed ammetto che parecchie delle conclusioni alle quali è giunto l'amico Carlo le ho riconosciute come mie e rientranti nel filone dell'ecologia sociale e dell'ecologia profonda di cui mi occupo da anni. Infatti togliendo l'esclusiva al modello monogamo della famiglia si possono facilmente creare soluzione sociali più in accordo con i tempi in cui viviamo.

Ed a riprova di ciò vi sottopongo un articolo da me scritto alcuni anni fa proprio su questo tema.

L’esercizio della prostituzione non ha età, sia in forma sacrale come avveniva nei templi dedicati alla Dea, sia in forma mascherata come nel caso delle etere greche o delle geishe giapponesi, sia nel modo compassionevole come per quelle donne che occasionalmente nei paesi "assistevano" maschi non maritati in cambio di vivande e compagnia, sia nel modo così detto "volgare" cioè con l’adescamento per strada, la prostituzione peripatetica, ed ancora tanti sono i modi e le maniere della concessione carnale per soddisfare una necessità fisiologica (perlopiù dei maschi) in cambio di prebende e denaro. Certo la prostituzione è una consuetudine antica, ma non così antica come si vorrebbe far credere....

Infatti è solo con l’affermarsi del patriarcato, circa cinquemila anni fa, e con la pratica del "matrimonio" che nacque nella società l’uso di "pagare" la donna. Il matrimonio stesso è una forma di accaparramento della donna, all’inizio per ottenere da lei qualche prole e successivamente per semplice sfogo sessuale. Ancora oggi in alcune civiltà asiatiche, in cui ancora si manifestano tracce del primo modello patriarcale, esistono i cosiddetti "matrimoni a tempo", eufemismo per garantirsi i favori di una donna per un breve periodo....

In occidente con l’avvento del cristianesimo, che ha sancito il matrimonio come vincolo indissolubile e sacramentale, è andata vieppiù affermandosi l’esigenza della prostituzione. Insomma si può tranquillamente affermare che la prostituzione è una diretta conseguenza del vincolo matrimoniale.

Durante i periodi storici moralistici e fino alla legge Merlin in Italia il "turpe commercio" era stata regolato nelle così dette "case chiuse", ovvero si erano tolte le prostitute dalla strada per evitare adescamenti scandalosi in periodi in cui i "colletti duri" nella società dettavano legge ma è stato solo un ipocrita sotterfugio. Oggigiorno con la liberalizzazione dei costumi (sarebbe meglio dire con la perdita della decenza) la prostituzione vagante, come pure quella domiciliare, telefonica, telematica ed in ogni altra forma possibile ed immaginabile, è diventata la norma nel rapporto fra i sessi. Non c’è più confine fra chi si prostituisce istituzionalmente, part time, a tempo pieno, su internet, nei pub, nella via, in famiglia, in vacanza, al cesso, che sia maschio o femmina non importa, chiunque in questa società è dedito alla prostituzione.... questa è la triste verità.... Ed il risultato è solo una maggiore alienazione ed un gran senso di solitudine.....

Trovo perciò assurda ogni pretesa dei governi di "regolamentare la prostituzione" quando nei fatti lo scopo è solo quello di reperire nuove fonti di entrata per l’erario e non per sanare i mali correnti dell’ipocrisia..... perbenista. Allora, se proprio si vuole affrontare il problema, in primis, evitiamo il vincolo matrimoniale che - come abbiamo visto- è la causa prima di questo scollamento sociale e della perdita di spontaneità e dignità nei rapporti fra uomo e donna. Tra l’altro non c’è nemmeno più la scusa che il matrimonio serva per proteggere i figli "che son curati e educati dalle madri che stanno in casa a far le casalinghe", lo sappiamo tutti che quella della casalinga è una categoria in estinzione. Tutte le donne infatti se vogliono campare debbono sbattersi a cercare un lavoro, come i loro uomini, oppure.... prostituirsi..

Togliendo l'obbligo istituzionale e religioso della famiglia tradizionale, composta di marito e moglie, e recuperando una morale interpersonale di spiritualità laica, si possono facilmente ricreare soluzione fantasiose, le cosiddette famiglie aperte o "piccoli clan", che di fatto stanno già nascendo più o meno di straforo e senza alcun riconoscimento ufficiale (il massimo al quale si è arrivati ma sempre in termini "monogamici" è l’unione fra 2 persone dello stesso genere). L’idea della famiglia allargata, con più femmine e maschi assieme od in  altra combinazione prediletta,  è l’unica speranza per risollevare le sorti della solidarietà e cooperazione fra cittadini, giovani e vecchi, che oggi non trovano una dimensione umana e culturale a loro consona. Si può definire "ecologia sociale", una sezione dell’ecologia profonda. Tante persone mi telefonano e mi chiedono: "dov’è che c’è una comune od un eco-villaggio in cui potrei andare a vivere?", questo è già un segnale che la famiglia allargata sta entrando nella mentalità sociale corrente. Solo che uno vorrebbe trovare la pappa fatta, ovvero la comune idilliaca già bell’è pronta e collaudata, invece per un risultato "ad personam" occorre rimettersi in gioco e soprattutto smetterla con i criteri speculativi del "do ut des" e del cercare gli stessi "conforts" della società consumista pure nelle nuove aggregazioni.

Basterebbe questo ad interrompere il processo "prostitutivo" maschile e femminile? Forse... se accompagnato da sincerità e pulizia di cuore e di mente. Sicuramente spariglierebbe le carte e farebbe nascere nuovi esempi di sanità pansessuale nella società umana.

Paolo D’Arpini

venerdì 4 novembre 2011

Gli antenati ed i successori hanno pari dignità nell'ecologia sociale e nella spiritualità laica..

“Ci sono così tanti doni, mio caro, ancora non aperti dal tuo giorno di nascita. Oh, ci sono così tanti regali fatti a mano, spediti per la tua vita da Dio…” (Hafiz)
 

Brindisi augurale e generazioni in fila... in una vecchia foto di Treia


Il culto degli antenati in molte delle civiltà antiche è stato il fattore coagulante per la conservazione del senso di comunità. Presso i Romani le rituali cerimonie a favore dei Manes, come pure dei  Lari, Genii e Penati, erano un obbligo giornaliero e altrettanto avveniva (ed avviene) in India. Per questo era così importante assicurarsi una discendenza, proprio per assicurare continuità ai riti.   In Cina questo culto  era assurto quasi a religione, infatti il confucianesimo non è altro che un sistema morale basato sul rispetto delle norme “gerarchiche” di padre/figlio e sovrano/suddito.


In qualche modo questo sistema, che garantisce un ruolo alle generazioni della comunità, ha assicurato in oriente come in occidente, una crescita ordinata e rigorosamente etica della società, pur con le pecche di inevitabili eccessi, esso ha mantenuto quel processo solidaristico nato nei clan matristici anteriori, e successivamente trasmesso al patriarcato.


Questa concezione è andata avanti senza grandi sovvertimenti sino all’inizio del secolo scorso momento in cui si è avviata una “rivoluzione di sistema”, una rivoluzione apparentemente incruenta e non specificatamente voluta, ma il risultato è un repentino mutamento d’indirizzo e la sortita dei modelli utilitaristici ed esclusivi.


Coincide con l’inizio dell’era industriale e dell’economia di mercato e con la comparsa dei grossi insediamenti urbani, le metropoli, che già avevano visto la luce con Roma e Costantinopoli, un modello  poi ripreso negli Stati Uniti d’America... ed ora allargatosi a tutti i paesi del mondo. Basti vedere le megalopoli di Cina, Giappone, Egitto, Messico, etc.


La scintilla del nuovo paradigma sociale ed economico -secondo me- è una diretta conseguenza della grande crisi del 1929 che da una parte costrinse migliaia di famiglie all’urbanizzazione forzata ed all’abbandono del criterio piccolo-comunitario e all’adozione di modelli sociali strumentali. Una nuova programmazione sociale ed economica basata sulla capacità collettiva di produzione e sul consumo di beni superficiali (coincide con la nascita della Coca Cola, delle sigarette, delle fibre sintetiche, della diffusione di automobili ed altri macchinari). Come ripeto questo modello non fu specificatamente perseguito ma l’inevitabile conseguenza di una accettazione di gestione produttiva “finalizzata” -da parte degli individui operativi- e la demandazione agli organi amministrativi delle funzioni solidali e sociali.


Questo procedimento trovò la sua affermazione anche in Europa a cominciare dagli anni ‘50 (malgrado le prove generali dei primi del secolo in Inghilterra) e pian piano si espanse al resto del mondo occidentalizzato, meno che in sacche di necessaria “arretratezza” che oggi definiamo “terzo o quarto mondo”. Ma questo terzo o quarto mondo sta anch’esso pian piano assumendo il modello utilitaristico ed il risultato è il totale scollamento familiare e sociale con l’interruzione dell’agricoltura ed artigianato e venuta in luce di schegge impazzite di società aliena a se stessa. Avviene nelle  megalopoli di venti o trenta milioni di abitanti, con annesse baraccopoli e periferie senza fine. La solidarietà interna delle piccole comunità è morta mentre si son venute a stratificare categorie sociali che hanno poco o nulla da condividere con “l’umanità”.


Nelle grandi città industrializzate e consumiste da una parte c’è la classe dei produttori “attivi” e dall’altra quella dei cittadini “passivi”, ovvero i bambini e gli anziani. Lasciamo per il momento in sospeso la discussione degli attori in primis, i cosiddetti produttori ed operatori, e vediamo cosa sta avvenendo nelle categorie passive, degli usufruitori inermi od assisiti.


I bambini sono forse i più penalizzati giacché verso di loro è rivolto il maggior interesse redditizio e di sviluppo, sono i “privilegiati” delle nuove formule di ricerca di mercato ed allo stesso tempo abbandonati a se stessi, in seguito alla totale mancanza di solidarietà interna in ambito familiare e sociale. Con poche prospettive reali di crescita evolutiva in intelligenza ed interessi futuri, i bambini si preparano ad essere la “bomba” della perdita finale di collegamento alla realtà organico-psicologica tra uomo natura ambiente. Già in essi assistiamo alla quasi totale incapacità di relazionarsi con una realtà sociale e materiale, sostituita da una “realtà virtuale e teorica”. Ora finché le generazioni che son nate dagli anni ‘50 sino al massimo degli anni ‘80 sono in grado di reggere il colpo della produzione utilitaristica questa massa di “imberbi passivi” può ancora mantenere una ragione almeno consumistica, dopodiché la capacità di sopravvivenza si arresta ineluttabilmente, assieme al volume operativo dei genitori…..


L’altra categoria, passiva per eccellenza, è quella degli anziani ed invalidi, i pensionati, che sopravvivono senza speranza già sin d’ora, preda di violenze sempre più diffuse, di furti e truffe e di strumentalizzazioni della loro condizione vittimale (perseguita da enti ed associazioni che sorgono per “proteggerli” dagli abusi….). Nella società solidaristica antecedente gli anziani avevano una precisa ragione sociale nella trasmissione della cultura e delle esperienze necessarie alla vita, convivendo in ambiti familiari in cui non c’era separazione fra bambini, giovani e vecchi. Ora gli anziani son d’impiccio e finché possono arrangiarsi da soli, bene, poi diventano oggetto di mercato per gli assistenti sociali, per gli ospizi e per colf spesso senza scrupoli o finti operatori assistenziali che mungono alle loro misere pensioni, inoltre -recentemente- son sempre più vittime di “enti morali” fasulli e ladri. E questo perché gli anziani non hanno più posto né tutela nella società.


Ma, qui vorrei porre un punto interrogativo, come faranno i quarantenni di oggi a garantirsi la sopravvivenza se la struttura sociale è così degradata? I quarantenni di oggi saranno ancor meno assistiti sia dalla società che dai loro stessi figli e -mi vien da dire- sarà proprio per questo inconsapevole sospetto che molti rifiutano di aver figli e si atteggiano ad eterni “ragazzi”. Oggi si è “giovani di belle speranze” sino a cinquant’anni (ed oltre) e poi improvvisamente si precipita nell’inferno dell’anzianità e dell’abbandono….. Insomma “finché ce la fai a barcamenarti con le tue forze bene e poi ciccia al culo!” Forse siamo ancora in tempo a prendere coscienza di ciò ed attuare una repentina inversione di marcia prima del precipizio…..


La soluzione -secondo me- sta nel superamento dei modelli consumistici ed economico-speculativi e dello schema familiare di coppia moderna, in primis, per ritrovare in una socialità allargata nuove espressioni per la solidarietà umana, contemporaneamente abbandonando l’ampliamento dei grandi agglomerati urbani e rinunciando ai parossismi culturali (musiche preconfezionate, televisioni, sport idioti, giochetti virtuali, etc) in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello. Insomma si parla ancora di ecologia sociale e di spiritualità laica.


Paolo D’Arpini


Gruppo familiare a Calcata con (a sinistra) sacerdote aggiunto