venerdì 11 settembre 2020

L'ecologia profonda... nella visione di Mario Spinetti

Mario Spinetti (Wild Nahani): Ecologia profonda

“L’ecologia profonda è radicalmente tradizionale dal momento che collega una corrente antichissima di minoranze religiose e filosofiche dell’Europa occidentale, del Nordamerica e dell’Oriente e ha anche forti legami con molte posizioni filosofiche e religiose dei popoli nativi (compresi gli indiani d’America). In un certo senso essa può essere considerata come la saggezza che conserva il ricordo di ciò che gli uomini sapevano un tempo” (Devall & Sessions, 1989).

Il pensiero dell'Ecologia profonda focalizza, più di ogni altro, il 
valore in sé della natura e il valore globale di tutte le cose anche perché “l’imprecisione sulla ‘origine’ dell’ecologia profonda è poca cosa rispetto ai giudizi sommari, denigratori, ironici che si leggono assai spesso sulla stampa di largo consumo”(Salio, 1994). L’iniziatore esplicito di questa visione della realtà naturale e vitale è il filosofo norvegese Arne Naess che nel corso degli anni settanta tramite uno specifico e rivoluzionario articolo distinse categoricamente l’ecologia in superficiale (Shallow ecology) e in profonda (Deep ecology). 

L’ecologia profonda, come è implicito nella sua stessa definizione letterale, va ben oltre l’analisi superficiale e asettica dei problemi ambientali propria della scienza ecologica classica, manifestando, al contrario, solo una visione completa e totalizzante del mondo. 

“Si tratta dell’idea che non possiamo operare alcuna scissione ontologica netta nel campo dell’esistenza: che non c’è alcuna biforcazione nella realtà fra l’uomo e i regni non umani.... nel momento in cui percepiamo dei confini, la nostra consapevolezza ecologica profonda viene meno” (Fox, 1983 in Devall & Sessions, 1989). 

Tuttavia l’essenza dell’ecologia profonda è ben antecedente alle idee di Arne Naess in quanto già nelle epoche storiche remote (cultura indiana, animista, ecc.) si sono evidenziati atteggiamenti mentali e pratici unificatori dove ogni elemento aveva valore in sé ed era universale. “Sono una pietra, ho visto vivere e morire, ho provato felicità, pene ed affanni: vivo la vita della roccia. Sono parte della Madre Terra, sento il suo cuore battere sul mio, sento il suo dolore, la sua felicità: vivo la vita della roccia. Sono una parte del Grande Mistero, ho sentito il suo lutto, ho sentito la sua saggezza, ho visto le sue creature che mi sono sorelle: gli animali, gli uccelli, le acque e i venti sussuranti, gli alberi e tutto quanto è in terra e ogni cosa nell’universo” (Preghiera Hopi).

“Mentre 
l’ecologia superficiale si può considerare prevalentemente ispirata a un’etica del valore strumentale, seppure intesa in chiave ‘riformista’ (conservazione e preservazione) e non di puro e semplice sfruttamento, l’ecologia profonda sostiene tesi del valore intrinseco degli oggetti naturali” (Salio, 1989). Ottima anche la definizione del termine fatta da Capra (1997): “L’ecologia superficiale è antropocentrica, cioè incentrata sull’uomo. Essa considera gli esseri umani al di sopra o al di fuori della Natura, come fonte di tutti i valori, e assegna alla Natura soltanto un valore strumentale, o di ‘utilizzo’. L’ecologia profonda non separa gli esseri umani - né ogni altra cosa - dall’ambiente naturale. Essa non vede il mondo come una serie di oggetti separati, ma come una rete di fenomeni che sono fondamentalmente interconnessi e interdipendenti. L’ecologia profonda riconosce il valore intrinseco di tutti gli esseri viventi e considera gli esseri umani semplicemente come un filo particolare nella trama della vita”. Naess dichiara che “l’essenza dell’ecologia profonda sta nel porsi domande più radicali”, cioè nel porsi domande che mettono in discussione le certezze “superficiali” della nostra concezione del mondo, concezione che vede l’uomo protagonista assoluto della Terra, dominatore di tutte le creature. 

L’ecologia profonda, valica questo paradigma e sfocia nell’impersonale spostando l’uomo da motore centrale a semplice elemento della “trama della vita di cui siamo parte” (Capra, 1997). L’ecologia profonda ricondiziona lo stile della vita umana, pone quesiti su ogni atteggiamento del quotidiano e tenta di radicare nel pensiero una nuova etica universale ed onnicomprensiva. 

In altri termini un ecologo profondo avrà un atteggiamento positivo in qualsiasi settore dei rapporti sociali e “naturali” perché universalizza un principio che sin dall’origine è impostato su una visione monistica, radicale e paritetica. Scrive ancora Capra (1997): “Il potere del pensiero astratto ci ha condotto a considerare l’ambiente naturale - la trama della vita - come se consistesse di parti separate, che diversi gruppi di interesse possono sfruttare. Inoltre, abbiamo esteso questa visione frammentata alla società umana, dividendola in differenti nazioni, razze, gruppi politici e religiosi. Il fatto di credere che tutte queste parti - in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società - siano realmente separate ci ha alienato dalla Natura e dai nostri simili, e ci ha quindi sviliti. Per riconquistare la nostra piena natura umana, dobbiamo riconquistare l’esperienza della connessione con l’intera trama della vita. Questo riconnettersi, religio in latino, è la vera essenza del fondamento spirituale dell’ecologia profonda”.

Continua ancora Capra (1997): “Per l’ecologia profonda, la questione globale dei valori è decisiva; è, infatti, la caratteristica centrale che la definisce....... E’ una visione del mondo che riconosce il valore intrinseco delle forme di vita non umana. Tutti gli esseri viventi sono membri di comunità ecologiche legate l’una all’altra in una rete di rapporti di interdipendenza. Quando questa concezione ecologica profonda diventa parte della nostra consapevolezza di ogni giorno, emerge un sistema etico radicalmente nuovo.

Oggi la necessità di una tale etica ecologica profonda è urgente, soprattutto nella scienza, dato che gran parte di ciò che fanno gli scienziati non serve a promuovere la vita ne a preservarla, ma a distruggerla...

Nel contesto dell’ecologia profonda, l’idea che i valori sono insiti in tutto ciò che è parte vivente della Natura, ha le sue basi nell’esperienza ecologica profonda, o spirituale, che la Natura e l’Io sono una cosa sola. Questa dilatazione totale dell’Io fino all’identificazione con la Natura è il fondamento dell’ecologia profonda...

Ne consegue che il rapporto fra una percezione ecologica del mondo e un comportamento corrispondente non è un rapporto logico ma psicologico. Dal fatto che siamo parte integrante della trama della vita, la logica non ci conduce a delle regole che ci dicano come dovremmo vivere. Tuttavia, se abbiamo la consapevolezza ecologica profonda, o l’esperienza, di far parte della trama della vita, allora vorremo (e non dovremo) essere inclini ad aver rispetto per tutto ciò che è parte vivente della Natura. In effetti, non possiamo fare a meno di reagire in questo modo”.

Stralcio di un articolo di Mario Spinetti  


giovedì 10 settembre 2020

Cambiamento climatico. La situazione sull'Artico...

Come si leggono i grafici sul cambiamento climatico? - Wired

Cosa è il cambiamento climatico: Alterazione dell'equilibrio naturale del clima globale del nostro pianeta. I cambiamenti climatici principali riguardano l'aumento, in intensità e frequenza, di fenomeni estremi (uragani, temporali, inondazioni, siccità), l'aumento del livello dei mari, la desertificazione, l'aumento di temperatura e la perdita di biodiversità. Per clima globale si intende lo stato di equilibrio energetico tra il flusso totale di energia entrante sul nostro pianeta, che è quasi totalmente l'energia solare, ed il flusso totale di energia uscente dal nostro pianeta rappresentata in parte dalla radiazione solare ...

Negli ultimi mesi, l'Artico ha registrato allarmanti alte temperature, incendi boschivi estremi e una significativa perdita di ghiaccio marino. Anche se il caldo clima estivo non è raro nell'Artico, la regione si sta scaldando due o tre volte la media globale – con un impatto sulla natura e sull'umanità su scala globale. Le osservazioni dallo spazio offrono un'opportunità unica per comprendere i cambiamenti in corso in questa regione remota.
Secondo il Servizio Copernicus sul Cambiamento Climatico – Copernicus Climate Change Service – il mese di luglio 2020 è stato il terzo luglio più caldo mai registrato per il pianeta, con temperature di 0.5°C  sopra la media del periodo 1981-2010. Inoltre, l'emisfero nord ha visto il suo luglio più caldo da quando sono iniziate le misurazioni – superando il record precedente stabilito nel 2019.
L'Artico non è sfuggito al caldo. Il 20 giugno, la città russa di Verkhoyansk, che si trova oltre il Circolo Polare Articolo, ha registrato uno sbalorditivo 38°C. Temperature atmosferiche eccezionali sono state registrate anche nel Canada settentrionale. L'11 agosto, la stazione Eureka di Nunavut, che si trova nell'Artico Canadese a una latitudine di 80 gradi nord, ha registrato una massima di 21.9°C – che è stata riportata come la temperatura più alta mai registrata così a nord.
temperature estreme a Eureka
L'immagine mostra la temperatura della superficie terrestre registrata intorno a Eureka l'11 agosto. 
Sebbene le ondate di caldo non siano rare nell'Artico, le persistenti temperature di quest'anno, superiori alla media, hanno conseguenze potenzialmente devastanti per il resto del mondo. In primo luogo, le alte temperature hanno alimentato l'insorgenza di incendi boschivi nel Circolo Polare Artico. Le immagini acquisite dalla missione Copernicus Sentinel-3 mostrano alcuni degli incendi nella regione di Chukotka, la regione più a nord-est della Russia, il 23 giugno 2020.
incendi in Siberia
Il fumo degli incendi boschivi rilascia una vasta gamma di inquinanti tra cui monossido di carbonio, ossido di azoto e particelle solide di aerosolSi stima che, soltanto nel mese di giugno, gli incendi nell'Artico abbiano emesso l'equivalente di 56 mega tonnellate di anidride carbonica, oltre a importanti quantità di monossido di carbonio e particolato. Questi incendi influiscono su radiazioni, nuvole e clima su scala regionale, e globale.
L'ondata di caldo artico contribuisce inoltre allo scioglimento del permafrost. Il terreno del permafrost artico contiene grandi quantità di carbonio organico e di materiali lasciati dalle piante morte che non possono decomporsi o marcire, laddove gli strati più profondi di permafrost contengono terreno composto di minerali. Il terreno permanentemente ghiacciato, appena sotto la superficie, copre circa un quarto del territorio nell'emisfero settentrionale.
ghiacci artici il 25 agosto 2020
Quando il permafrost si scioglie, rilascia metano e anidride carbonica nell'atmosfera – aggiungendo questi gas serra nell'atmosfera. Questo, a sua volta, provoca un ulteriore riscaldamento, e ulteriore disgelamento del permafrost – un circolo vizioso.
Secondo il Rapporto Speciale del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, le temperature del permafrost sono aumentate fino a  registrare livelli record dagli anni '80 ad oggi.
Sebbene i sensori del satellite non possono misurare direttamente il permafrost, un recente progetto della Climate Change Initiative (CCI, Iniziativa per il Cambiamento Climatico) dell'ESA ha combinato dati in situ con le misurazioni da satellite della temperatura della superficie terrestre e della copertura del suolo, per stimare l'estensione del permafrost nell'Artico.
Lo scioglimento del permafrost potrebbe avere inoltre causato il crollo di un serbatoio di carburante che ha riversato più di 20.000 tonnellate di olio nei fiumi vicino alla città di Norilsk, Russia, a maggio.
L'ondata di caldo siberiana è stata riconosciuta aver contribuito ad accelerare il ritrarsi del ghiaccio marino lungo la costa artica russa. L'inizio dello scioglimento è avvenuto fino a 30 giorni prima della media nei mari di Laptev e di Kara, fatto che è stato collegato, in parte, alla persistente alta pressione del livello del mare sopra la Siberia e a una calda primavera da record nella regione.
Secondo il Servizio Copernicus sul Cambiamento Climatico l'estensione del ghiaccio marino artico a luglio 2020 era alla pari con il precedente minimo di luglio del 2012 – quasi il 27% al di sotto della media 1981-2000.
L'estate del futuro: le conseguenze del cambiamento climatico sul nostro  pianeta
(Fonte: Arpat)

mercoledì 9 settembre 2020

Bioregionalismo. Nuova dimensione per l'umanità - Una pratica di vita ecologista

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Vivi la tua giusta relazione con la terra e il cielo. (Jacqueline Fassero) 

Il bioregionalismo  e le sue idee sono state propagandate in tutto il mondo da filosofi, ecologisti, scrittori e poeti, facendo presa sulle persone più sensibili e alla ricerca di un diverso e più profondo rapporto con la natura. 

Il bioregionalismo è legato al territorio - luogo - in cui si vive, considerato come un insieme omogeneo dal punto di vista morfologico e da quello degli esseri viventi, un insieme in cui tra le piante, gli animali, i monti, i suoli, e le acque, l'uomo è solamente una parte della complessa rete ecosistemica, in una prospettiva non più antropocentrica bensì biocentrica. Il termine bioregione viene dalla parola greca bios (vita) e da quella latina regere (governare). Si tratta quindi di un territorio geografico omogeneo in cui dovrebbero essere predominanti le regole dettate dalla natura e non le leggi che spesso l'uomo ha definito artificialmente a proprio uso e consumo. 

Ognuno di noi vive all'interno di una bioregione e lo sforzo da fare è quello di riconoscerla, ritrovarsi in essa come nella propria casa, e di questa conoscere tutte le potenzialità e le risorse naturali, sociali e culturali, alla ricerca di un modo di vivere sostenibile e locale in armonia con le leggi della natura e con tutti gli esseri viventi e non viventi. 

Stefano Panzarasa - Gaia newsletter 

     (Fonte: AAM Terra Nuova) 

martedì 8 settembre 2020

Come il clima condiziona la vita sul Pianeta


Guerra e mutamento climatico: cosa non abbiamo imparato dalla Siria  (02/12/2019) - Vita.it

Il Clima ha sempre condizionato la vita su questo pianeta incidendo profondamente sull’evoluzione degli esseri viventi, dalle forme più elementari a quelle più complesse, come i mammiferi. Gli uomini, attraverso la fase di ominazione che da australopithecus li ha portati all'homo sapiens, si sono evoluti da gruppo occasionale a tribù a comunità organizzata, fino a giungere alla scoperta dell’agricoltura, dove sono sorti i primi insediamenti urbani in luoghi dove esistevano condizioni di vita ottimali. 

Tutte le grandi civiltà dell’Uomo infatti sono nate e si sono sviluppate lungo i corsi d’acqua, le famose civiltà dei fiumi, come: La valle dell’Indo, Il fiume Giallo, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo e il Tevere. Il clima ostile con le sue avversità atmosferiche ha avuto un importante ruolo nella storia della civiltà umana. Vediamo insieme qualche esempio: Nel 2400 a.C., a causa di una grande siccità e seguente crisi ecologica, intere popolazioni residenti nell’attuale Pakistan e India nord occidentale migrarono verso la Mesopotamia e verso l’Europa Centrale. 

Molti studiosi attribuiscono la presenza degli Achei, dei Celti e degli Etruschi e di altri popoli nelle terre che conosciamo proprio a causa di questo grande esodo causato da un clima avverso alla vita. L’esplosione dell’isola vulcanica di Thera, attuale Santorino, avvenuta intorno al 1600 a.C., provocò su tutto il Mediterraneo un grande sconvolgimento climatico che si protrasse per oltre un decennio, ciò causò siccità e in altri casi alluvioni, obbligando popoli interi a fuggire dalle loro terre. Questa gente può essere identificata con il famoso popolo del mare di cui ne parlano storici greci e latini che tra il XIII° e XII° secolo a.C. causò il crollo del grande impero Hittita. Questo popolo disperato quanto feroce fu alla fine fermato e sconfitto dall’esercito egiziano guidato da Ramsette III. Nel 9 d.C. tre legioni romane di Varo furono annientate dai barbari germani di Arminio perché intrappolate in una fitta foresta mentre una violenta tempesta disorientava i soldati romani. Nel 1281 un tifone regalò ai giapponesi 700 anni di indipendenza. Alla metà di agosto del 1281 il famoso “Kamikaze”, ossia vento divino, bloccò l’invasione di Kublay Khan a poche miglia dalle coste giapponesi. Il violento tifone affondò tutta la flotta di Kubilay Khan con le sue 3900 navi. La flotta più grande del Mondo fino ad allora, finì in fondo al mare. Ancora un’improvvisa e violenta tempesta salvò l'Inghilterra dall'invasione di un corpo d'armata francese imbarcato su una potente flotta. Nel 1744, il generale francese Maurizio di Sassonia tentò di attraversare il canale della Manica, con Carlo Edoardo Stuart pronto ad essere insediato come re in Inghilterra, ma 9 una violenta tempesta affondò gran parte dei vascelli della flotta. La Francia così abbandonò i suoi piani d'invasione e la Gran Bretagna restò libera. Un clima inusuale, umido e caldo, sviluppò un fungo micidiale che devastò le coltivazioni di patata in Irlanda. Tra il 1845 e il 1849 questo paese conobbe la più terribile carestia della sua storia, con migliaia di morti per denutrizione e con emigrazioni di massa verso le Americhe. 

Cosa dire poi delle vicissitudini degli eserciti napoleonici e italo-tedeschi alle prese con l’inverno russo? Siamo arrivati ai tempi nostri e i capricci del clima che possono seriamente danneggiare le coltivazioni oggi si possono tamponare, esistono infatti meccanismi di controllo e di distribuzione delle derrate alimentari che possono evitare, ma questo solo nei paesi del nord del Mondo, situazioni come nell’Irlanda del 1 45. L’aumento della popolazione del pianeta però gioca un ruolo destabilizzante in questo meccanismo, soprattutto se si somma con il fenomeno del Global Change e del Global Warming. 

AK Informa

Infatti la dove la popolazione del Sud del Mondo tende ad aumentare in maniera esponenziale, anche siccità e carestie aumentano inesorabilmente. Può accadere pertanto quello che avveniva migliaia di anni fa: esodi di gente disperata verso luoghi più ospitali. Una situazione che oggi ancora non è esplosa del tutto, ma se le condizioni di sopravvivenza nei PVS dovesse ancora peggiorare, allora avverrà con una dirompenza epocale che travolgerà soprattutto paesi europei di frontiera come l’Italia. In tutto questo oltre a far saltare le economie occidentali già in crisi, inevitabile sarà il dilagare del fondamentalismo religioso islamico, con tutti i problemi che già conosciamo. 

Ma l’aspetto che più preoccupa l’OMS è il ritorno di malattie dimenticate come la malaria, il vaiolo, la peste ed altre pandemie che le cronache del passato ci hanno sempre fornito con dovizie di particolari. Guarda caso oggi abbiamo a che fare con la pandemia del Covid19. Questi sono i rischi alla salute per un mescolamento di popoli e di comportamenti che prevediamo per il futuro, ma già adesso dobbiamo segnalare che per il fenomeno della tropicalizzazione del Mediterraneo, molte malattie sconosciute e dimenticate sono giunte fino a noi. 

Le prime vittime sono gli animali, tutti ricorderanno la strage di ovini sardi colpiti circa un ventennio fa dal morbo della lingua blu, una malattia endemica africana che noi abbiamo conosciuto da poco e che i nostri animali, non avendo le difese immunitarie dei cugini africani, ne sono diventati facile vittime. La lingua Blu, Blu Tongue per i tecnici, è una malattia virale veicolata da ditteri come zanzare e flebotomi (pappataci) che in passato per motivi di clima non si spingevano oltre la Tunisia. Sono poi i flebotomi che dal sud dell’Italia, grazie al riscaldamento dell’atmosfera, sono giunti fin sotto le Alpi trasmettendo soprattutto ai cani malattie letali come la Lesmaniosi. Un fastidio, legato al riscaldamento globale che tutti noi stiamo subendo da qualche anno è dato dalla zanzara tigre. Questo è un insetto di origine asiatico giunto da noi sulle navi che trasportavano pneumatici dalla Corea e dal Vietnam. Più piccola delle zanzare nostrane, ma molto più aggressiva punge anche di giorno. E’ nera con striature bianche su zampe e addome. Si riproduce nell’acqua stagnante che si forma nei sottovasi, in piccoli invasi e nei chiusini. Rispetto alle punture delle nostre antiche zanzare, quelle di questo dittero danno bruciore e prurito che può durare fino a quattro o cinque giorni. Al momento queste zanzare non trasmettono, per fortuna, le malattie endemiche dell’Asia, ma con la tropicalizzazione del Mediterraneo la stessa OMS teme per il futuro situazioni a forte rischio salute anche da noi. Questi sono i rischi sanitari dovuti ai cambiamenti climatici, ma anche alla globalizzazione, vedi l’attuale pandemia. 

Malattie dovute all’inquinamento dell’aria esistono da tempo nei Paesi occidentali, Italia compresa, quasi tutte sono patologie del progresso tecnologico, tra queste: le allergie, le affezioni broncopolmonari, i tumori in particolare quelli dei polmoni, senza parlare poi delle malattie della psiche, tra le quali primeggia ed è in forte ascesa la depressione. Dermatiti e patologie più gravi della pelle, come i melanomi, sono invece dovuti in gran parte alla diminuzione dello strato di ozono nell’atmosfera che non ci protegge più come una volta dai raggi ultravioletti, in particolare quelli UVB, provenienti dal Sole.  

Questo è il quadro attuale, ma per il futuro? Purtroppo la situazione si evolverà in peggio. Stando alle ultime proiezioni presentate dagli scienziati si prevede una estremizzazione dei fenomeni meteorologici, con conseguente degrado dell’ambiente e, quindi: lunghe siccità, incendi di foreste sempre più estesi, alluvioni catastrofiche e frane, il tutto a danno dell’incolumità delle persone e dell’economia nazionale e mondiale. Gli interventi urgenti contro i danni dovuti alle tempeste e alluvioni in questi ultimi anni sono aumentati quasi in proporzione geometrica. Si è passati da un evento catastrofico ogni due o tre anni causato da fenomeni meteorologici estremi, vedi l’alluvione di Firenze del 1966, a quattro o cinque eventi ogni anno. Tutto questo ha dei costi, non solo in vite umane, ma in soldi. 

Buona parte delle risorse di un Paese come l’Italia, dall’economia già disastrosa, finiscono per pagare i danni a cose, animali e persone causati da questi eventi calamitosi. Vengono così sottratte ogni anno risorse destinate al sociale e al miglioramento della qualità della vita. E' questa ormai una situazione concretizzatasi sul nostro pianeta e i grandi economisti e politici che ci gestiscono dovrebbero valutarla attentamente... altrimenti saranno guai seri nel prossimo futuro. 

Filippo Mariani 

Preoccupante fermento sotto la crosta terrestre. | lo specchio del pensiero
(Fonte: AK  Informa - N.33) 

lunedì 7 settembre 2020

Dare valore ai rifiuti organici...

Nuovi prodotti dal trattamento dei rifiuti organici - SNPA - Sistema  nazionale protezione ambiente
È importante dare valore ai rifiuti organici in modo che abbiamo un mercato di riferimento, questo è il primo passo per avviare processi che tengano conto dei principi dell'economia circolare
Nuovi prodotti dal trattamento dei rifiuti organici
Dal rapporto ISPRA " Rifiuti urbani  2019" emerge che, a livello nazionale, il 35% circa dei rifiuti annualmente prodotti è rappresentato dalla frazione organica, costituita dai rifiuti biodegradabili da cucine e mense e dalla manutenzione di giardini e parchi. Di questi, più del 40%, viene avviato a riciclaggio.
È presumibile che nel futuro i rifiuti organici aumenteranno, infatti, la nuova direttiva sui rifiuti, non ancora recepita, ha introdotto alcuni cambiamenti per quanto riguarda la loro gestione, prevedendo anche
  • l'obbligo per tutti gli Stati membri di raccogliere separatamente i rifiuti organici o assicurare il riciclo a partire dalla fine del 2023
  • nuovi targets per la preparazione per il riuso e il riciclaggio dei rifiuti urbani, che, in accordo con la direttiva sulle discariche, necessita di individuare una corretta gestione dei rifiuti organici.
composizione frazione organica da RDISPRA ci conferma che è già in aumento, infatti, dai dati pubblicati emerge che il trattamento della frazione organica della raccolta differenziata (umido + verde) passa da 5,9 milioni di tonnellate a 6,3 milioni di tonnellateevidenziando una crescita di 431 mila tonnellate, pari al 7,3%.
Il pro capite nazionale di trattamento biologico dei rifiuti organici provenienti dalla raccolta differenziata, nel 2018, è pari a 105 kg/abitante con valori molto diversi nelle singole aree geografiche:
  • 155 kg/abitante al Nord
  • 57 kg/abitante al Centro 
  • 65 kg/abitante al Sud.
esportazione regionale frazione organicaIn considerazione del fatto che non tutte le regioni sono dotate di una sufficiente impiantistica che rende possibile "chiudere il cerchio" della gestione di questa particolare tipologia di rifiuti, l'organicio subisce una movimentazione all'interno del Paese.
Il quantitativo complessivo dei flussi movimentati nell’anno 2018 risulta pari a circa 1,7 milioni di tonnellate.
Nel grafico sottostante si evidenzia l’andamento dei quantitativi di rifiuti gestiti nel periodo dal 2009 al 2018, con il dettaglio riferito alla frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata (umido + verde).
L’analisi dei dati mostra un’evoluzione del settore sia riguardo alle quantità complessive (+79,5% tra il 2009 ed il 2018), che alla frazione organica, i cui quantitativi aumentano anche in percentuale maggiore.
quantitativi rifiuti sottoposti a trattamento biologico 2009-2018Per quanto riguarda la composizione della frazione proveniente dalla raccolta differenziata, ISPRA riporta che, nell’anno 2018, questa è costituita, in prevalenza, da
  • “rifiuti biodegradabili di cucine e mense” (codice EER 200108), con un quantitativo di circa 4,6 milioni di tonnellate, pari al 72,4% del totale
  •  “rifiuti biodegradabili” di giardini e parchi (codice EER 200201), con circa 1,7 milioni di tonnellate, rappresentano il 26,8% del totale
  • rifiuti dei mercati” (codice EER 200302), con 48 mila tonnellate, costituiscono una quota residuale dello 0,8%.
Trattamento frazione organica 2015-2018Per quanto riguarda le tecnologie di trattamento adottate a livello nazionale, l’analisi dei dati mostra che
  • circa 3,3 milioni di tonnellate (il 51,6% del totale trattato) di frazione organica da raccolta differenziata viene gestito in impianti di compostaggio
  • circa 2,8 milioni di tonnellate, che rappresentano  il 43,6% del totale complessivo, viene avviata al trattamento integrato (anaerobico/aerobico), affermando un significativo trend positivo che interessa negli ultimi anni il recupero dei rifiuti organici
  • circa 304 mila tonnellate (circa il 4,8%) viene trattato in impianti di digestione anaerobica, modalità di gestione in incremento,  sia dal punto di vista impiantistico, con 23 impianti che di quantitativi gestiti, con aumento di 16 mila tonnellate, corrispondenti ad un più 5,7% (+37,9% rispetto al 2015).
La digestione anaerobica assume una funzione sempre più importante nel trattamento delle frazioni organiche selezionate, proprio per la possibilità di abbinare al recupero di materia quello di energia. Infatti, oltre alla produzione del digestato da utilizzare in campo agricolo attraverso il processo di compostaggio, tale tipologia di gestione comporta la formazione di biogas che può essere utilizzato direttamente ai fini energetici per la cogenerazione di energia elettrica e termica, oppure, negli impianti di ultima generazione, sottoposto ad un processo di rimozione della CO2, che ne permette la trasformazione in biometano e la successiva immissione in rete al posto del gas naturale o per l'autotrazione. Secondo le informazioni messe a disposizione da ISPRA, nel 2018, sono 5 gli impianti di trattamento integrato anaerobico/aerobico che effettuano la produzione di biometano, ubicati
  • uno in Piemonte nella provincia di Torino,
  • due in Lombardia, nelle province di Bergamo e Lodi,
  • uno in Emilia Romagna, in provincia di Bologna
  • uno in Calabria, nella provincia di Cosenza.
L'impianto umbro (nella provincia di Perugia) dotato di tale tecnologia è operativo dal 2018 ma ha iniziato la produzione di biometano nel 2019.
A questi, si aggiungeranno nei prossimi anni, sette impianti, attualmente in fase di riconversione da trattamento aerobico a trattamento integrato, localizzati in Piemonte, Lazio, Puglia e Calabria e 6 nuove unità in corso di realizzazione in Piemonte, Lombardia, Liguria, Lazio e un'ulteriore riconversione da trattamento aerobico a trattamento integrato è stata inoltre autorizzata per un impianto in Abruzzo. Questi impianti dovrebbero entrare in esercizio entro il 2021.
Se, da molti anni, il compostaggio si presenta come il primo metodo per gestire questa particolare tipologia di rifiuti, vediamo che cominciano a presentarsi nuovi scenari, come ci conferma anche l'Agenzia Europea per l'Ambiente; grazie alle tecnologie più innovative, infatti, si è in grado di gestire i rifiuti organici trasformandoli in nuovi prodotti, come i biocarburanti.
Le bioraffinerie, ve ne sono più di 800 in tutta Europa, utilizzano questi particolari rifiuti per produrre biocarburanti, come l'etanolo, il metanolo e l'idrogeno, sfruttando principalmente rifiuti di tipo omogeneo provenienti dall'agricoltura, dalla lavorazione degli alimenti, compresi i mangimi e una quota parte anche di rifiuti di tipo urbano, in particolare quelli organici.
Secondo il report dell' Agenzia Europea dell'Ambiente, "Bio Waste in Europe", oggetto di una nostra notizia, svariati sono i nuovi prodotti ricavabili dall' utiizzo dei rifiuti organici, tra questi anche la produzione di acidi grassi volatili utilizzati nei bio-carburanti o nella creazione di plastiche "bio-based". Negli anni è cresciuta l'attenzione sulla possibilità di ottenerli dai rifiuti organici, in particolare da quelli alimentari, che contengono materia organica in elevate quantità, con alte concentrazioni di idrogeno e fosforo. Si tratta di creare un'alternativa più sostenibile, evitando che questi acidi vengano estratti dai carburanti fossili attraverso operazioni di sintesi. La produzione di acidi grassi volativi attraverso la digestione anaerobica è in incremento ma la sua produzione su larga scala è stata testata solo con uno spettro ristretto di rifiuti organici, sono pertanto richiesti maggiori sviluppi, per rendere la produzione su larga scala sostenibile e fattibile economicamente.
Un altro interessante impiego è quello del recupero di nutrienti dai rifiuti organici. La possibilità di recupare fosforo trattando i rifiuti organici sta riscuotendo molta attenzione, in quanto siamo di fronte ad una risorsa non rinnovabile, in via di esaurimento ma di cui c'è molta domanda soprattattuto da parte dell'agricoltura, dove i nutrienti, come questo, sono molto richiesti. Con questo tipo di recupero si ridurrebbe sia la dipendenza da risorse non rinnovabili che l'eutrofizzazione dell'acqua. I processi impiegati per recuperare il fosforo dai rifiuti organici necessitano ancora di qualche miglioramento per ottenere un prodotto finito di maggiore qualità e per abbattere alcuni costi di produzione ancora piuttosto elevati. L'utilizzo della membrana vibrante per il recupero del fosforo è molto innovativa ma la sua applicabilità tecnica è ancora tutta da dimostrare.
L'estrazione di idrogeno, considerato come una fonte di energia pulita, dai rifiuti organici è un'altra possibile alternativa, molto innovativa ma che mostra ancora molti limiti e il suo utilizzo su larga scale è molto lontano.
A queste forme di recupero si aggiungono una serie di sistemi per convertire i rifiuti organici in energia, che comprendono la pirolisi, la carbonizzazione e la gassificazione.
Per approfondire: Rapporto ISPRA Rifiuti Urbani - 2019 e Rapporto EEA Bio-waste in Europe
COMPOSTAGGIO: IL PD RIGETTA L'IPOTESI DI UN IMPIANTO PRIVATO – La Gazzetta  di San Severo – News di Capitanata
(Fonte: Arpat)

mercoledì 2 settembre 2020

Bioregionalismo. L’autosufficienza non è un mito...


Bioregionalismo e Stati Generali dell'Ecosofia - Terra Nuova

L’esodo verso i luoghi abbandonati dal moderno, iniziato sul finire degli anni 70′, e che aveva dato vita alle prime comunità rurali degli Elfi, degli Zappatori senza padrone, del Monte Peglia … aveva come fine proprio l’autosufficienza e il rifiuto, il distacco dalla società "civile". 

Amazon.it: Per una vita migliore ovvero il libro dell'autosufficienza -  Seymour, John - Libri

In tutti quei luoghi si trovava il libro di John Seymour  “Per una vita migliore ovvero il libro dell’autosufficienza”, che era uno dei pochissimi testi di riferimento per quella generazione . Per tutti gli anni 80′-90′ una moltitudine di singoli, coppie, gruppi hanno intrapreso quei sentieri per cercare una alternativa al moderno. 

La scommessa della decrescita

Poi è comparsa la "Scommessa della  Decrescita" di Serge Latouche che ha dato costrutto filosofico e politico ad un vero e proprio movimento di utopia concreta, poi sono arrivate le Transition Towns e un forte interesse per le pratiche della  Permacultura: sia la Transizione che la Permacultura richiedono un grosso lavoro di progettazione e pratica collettiva, non sono sentieri individuali per “allontanarsi” dallo spirito di questo tempo ma progetti di cambiamento collettivo. Sono ad ogni modo teorie e pratiche  condivise, per ora, da un numero esiguo di persone (almeno nel nostro paese)

L'ecologia profonda

Nel rapporto empatico tra individui, collettività e territorio l’Ecologia Profonda e il Bioregionalismo ci insegnano che Ri-abitare il mondo in cui viviamo significa andare oltre i ‘confini’ che abbiamo tracciato, significa conoscere l’intreccio di relazioni che lega le nostre vite con l’ambiente che ci circonda. 

Significa pensare a noi stessi come parte interdipendente del mondo naturale, e, forse ancora più importante, sviluppare un senso del posto che sappia andare oltre il dogma dell’uomo signore e padrone del creato, e allargare invece il senso di comunità con tutti i viventi: umani e non-umani che siano.

I principi dell'Ecologia Profonda e l'adesione al movimento del  Bioregionalismo - LtEconomyBlog

Ancora oggi l’autosufficienza è  un percorso graduale che ciascuno può intraprendere quale che sia il luogo dove si vive, è l’inizio di un distacco che consente la riappropriazione di memorie, saperi  e manualità perdute o dimenticate, ma forse è una meta che non è ancora raggiungibile... 

Nel frattempo teniamoci  legati alla ricerca di una parziale autosufficienza, alla semplicità volontaria e alla diminuzione del tempo di lavoro necessario per vivere con una visione di vita improntata all’Ecologia Profonda e al Bioregionalismo.

Selvatici 


martedì 1 settembre 2020

Il rapporto uomo animali nelle "grandi" religioni monolatriche di origine semita


Uomini e religioni: le divinità e lo sviluppo di società complesse -  Focus.it

Siamo ad un passo dal colonizzare la Luna e Marte, abbiamo raggiunto nel campo scientifico mete impensabili solo un secolo fa, abbiamo capito che noi rappresentiamo nel contesto degli universi solo il 6% del loro peso, il rimanente 94% è la materia e l’energia oscura, su cui ancora stiamo indagando, ma che rappresenta la svolta finale dell’evoluzione umana. 

Nel XXI secolo l’uomo è decisamente diverso dall’Homo Erectus di circa 2 milioni di anni fa, nonché dal più recente Homo Neanderthalensis, pertanto si suppone che in circa 2 milioni di anni abbia raggiunto la maturità per definirsi finalmente cittadino del cosmo. Eppure non è così… resistono oggi in gran parte dell’umanità antiche superstizioni, forme mentis arcaiche, incomprensibili negatività legate ad un passato in cui gli uomini si sono macchiati di veri e propri genocidi in nome di un dio o più dei crudeli (vedi la Bibbia). 


Parliamo purtroppo di un uomo che è stato capace di produrre e lasciare ai posteri armi nucleari capaci di cancellare per ben 12 volte la vita su questo pianeta… un uomo che oggi con le sue attività sta portando il clima terrestre verso la “sindrome di Venere”,  ossia una situazione climatica, grazie ai gas serra, tale da avvicinarsi alla soglia delle estinzioni di massa gran parte delle forme di vita terrestri, uomo compreso. 


Nella vita di Gesù ci sono compagni di viaggio speciali: gli animali |  AgenSIR


Potremmo ancora andare avanti su questa questione, ma ci fermiamo qui per affrontare quanto richiesto dal titolo di questo articolo: “Le grandi religioni e il mondo animale”. Sulla base delle considerazioni iniziali non deve meravigliarci più di tanto se almeno  il 50% dell’umanità nei confronti del mondo animale si comporta ancora come facevano secoli fa i nostri antenati. L’animale infatti per questa percentuale è ancora ritenuto un essere privo di sentimenti o semplicemente una “res nullius” (vedi la caccia) e, quindi da sfruttare senza remore fino alla fine. Questo concetto, che stride paurosamente con la cosiddetta evoluzione culturale e intellettuale umana, è ancora un “tabù” per diversi credi religiosi planetari, tra cui l’ebraismo, il cristianesimo e l’islamismo. 


Oggi nel 2020 si stenta ancora a credere come possono sopravvivere alcuni riti tribali millenari, soprattutto in religioni evolute professate da miliardi di fedeli, lontane da culti animistici o totemici che ancora sopravvivono in isolate popolazioni indigene del Borneo e dell’Amazzonia. E’ stato calcolato che Il 25% di tutta l’umanità fa parte delle religioni islamiche ed ebree. Queste due religioni monoteiste praticano ancora alcuni rituali cultuali che sacrificano gli animali con metodi crudeli come si faceva decine e più secoli fa, quando l’uomo pensava che la Terra fosse piatta e che il Sole girasse intorno al nostro pianeta. 


Ad esempio nell’islam si attua da sempre la Shechità, ossia il rito della macellazione degli animali puri, si perché per l’Islam cani, cavalli, maiali e leoni son bestie impure (per loro fortuna!) e quindi non assimilabili come cibo. Tale rito da sempre viene officiato solo da personale abilitato a ciò: lo shochet (macellaio). 


Secondo la legge ebraica, ma anche quella musulmana, la macellazione viene effettuata con un unico taglio alla gola del povero animale, piuttosto che con il metodo più diffuso di stordimento con un bullone nella testa prima della macellazione. Nella macellazione rituale halal e kosher l'animale deve essere vivo quando la sua gola è tagliata fino a morire per la perdita di sangue. 


Sale di Caravaggio e dei caravaggeschi | Associazione culturale  Michelangelo Merisi


L'atto viene effettuato tramite un coltello molto affilato capace di recidere con un sol 11 colpo la gola dell'animale facendo una singola incisione della trachea e dell'esofago. Le arterie carotidi sono così tagliate, permettendo al sangue di defluire. 


Perché questo? Per gli ebrei il misericordioso Yahveh nel Pentateuco (libro della Torat) impone ai suoi seguaci di non toccare e bere il sangue degli animali sacrificati: “nessuna persona tra voi beva sangue perché la vita di ogni carne è il sangue, nel sangue sta la vita“. Per questo motivo è necessario che l’animale venga dissanguato prima di essere consumato. La morte dell’animale avviene in pochi minuti se il taglio è fatto bene, altrimenti per il povero animale l’agonia può durare anche 10 minuti. Questo rito, con qualche diversa modalità, è usato sia dai musulmani che dagli ebrei.  

Qual è la posizione del cristianesimo? I credenti cattolici hanno da tempo abbandonato questo rito anacronistico e incivile, tuttavia soprattutto nel periodo pasquale  e natalizio la chiesa Cattolica benedice le tavole dei credenti che consumano agnelli, conigli, tacchini, vitelli, maiali e tantissimi altri animali…


Filippo Mariani - Accademia Kronos


Agnelli costretti tre giorni nei mattatoi in attesa della morte - Il  richiamo della Foresta - Blog - Repubblica.it