Diversamente dal principio riduzionista illuministico entusiasta di fare quadrare il mondo, e quindi l’uomo,
in un ordine certo, definitivo e oggettivo è opportuno dedicarsi a
un progetto di tutt’altra destinazione. Sì, perché la realtà non
è un oggetto ma un pensiero.
“La conoscenza razionale doveva essere il
punto di appoggio. Il nostro libro segue un’altra strada. [...] Il
libro ha un significato per gli uomini che principiano a
meravigliarsi [...]. (1)
Ampio spettro
L’orizzonte muta e racconta il mutare di noi.
Le stagioni punteggiano gli anni e le nostre
età.
Il sorgere del sole avvia i giorni.
Le notti ci ricaricano di ciò che il giorno
consuma.
Della luna ci si è dimenticati.
La natura esprime le sembianze degli uomini.
La geografia segna le culture che da essa
fioriscono.
L’incrocio di latitudine e longitudine ha il
potere di fare sorgere la storia.
“Del grande tessuto delle possibilità l’uomo
singolo coglie quasi sempre pochi rari fili. Egli è limitato nella
scelta dal tempo e dall’ambiente in cui vive”. (2)
Invece di tenere conto della natura, la
copriamo, fino a dimenticarla, con una mota di idee, che crediamo
nostre ed esclusive. Così, separati dall’origine di noi, del
nostro pensiero, della nostra immaginazione, e della nostra carne, ci
affabuliamo da soli fino a scambiare le nostre descrizioni per
realtà.
Quando mai ciò che spunta negli altrove vicini
e lontani da noi può essere meno dignitoso, autentico, rispettabile?
Il senso della realtà ha la stessa natura della memoria. Esso non è
costituito da dati e oggetti e concetti risiedenti in noi. È
piuttosto la decantazione provocata dal fattore esistenziale K, cioè
il vincolo imposto dalla nostra identità e biografia, ovvero ciò in
cui siamo identificati o ciò che crediamo di essere. Infatti,
credersi altro, come fa il nostro compare, chiunque esso sia, fa
decantare altro.
Dagli albini (o devo dire bianchi?) ai maculati (o sono obbligato a
dire vitiliginei?), dai biondi (o adesso devo dire gialli?) ai rossi
(o va bene anche ginger?), dai castani (si può dire o è d’obbligo
marroni?) ai corvini (è offensivo per i corvi?)
Dai negri (li ho sempre chiamati così senza mai volerli offendere)
ai gialli (i cinesi si possono chiamare così nonostante di solito
musi gialli avesse uno sfondo di esclusione?), dai rosei (i bianchi
erano gli albini) ai rossi (quelli che i buoni occidentali chiamano
selvaggi mentre non vedono l’ora di spingere il bottone rosso della
valigetta).
Dalle donne agli uomini, dagli sposati ai divorziati, dai celibi e
nubili ai vedovi, dagli agiati ai disagiati.
Come non arrivarci da soli a riconoscere che i sentimenti che
sciamano in noi sempre in simbiosi con le esigenze profonde e
superficiali sono gli autori degli universi diversi che ci abitano
o, meglio, che siamo? Come non vedere che il rosso, il bianco e il
giallo che siamo, e le attrazioni e repulsioni che ci muovono, non
sono altro che espressioni manifeste di emozioni, dai cui fondali
sorge la vita?
“Non sappiamo mai quale invisibile visione del mondo ci muove per
ultima”. (3)
Come non constatare che da ciò, dalle emozioni che siamo, nascono i
pensieri coi quali informiamo il mondo? Come non riuscire a generare
una cultura del rispetto davanti all’evidenza dei contesti diversi
che abitiamo e che ci abitano? Come perseverare con politiche e
pedagogie di acritico appiattimento concettuale, annullamento,
alienazione, frustrazione sotto la chimera della meritocrazia? Come
non vedere che l’indagine meccanicista col suo vessillo di verità
non è che una fandonia, non è che un deplorevole tentativo di
comprimere l’infinito nelle sue misere analisi?
“Essi [i pensieri degli uomini, nda] sono stati un giorno una
forza, e risorgono per lo più in modi tipici. Non possiamo
disfarcene come un labirinto di illusioni, e pronunciare così un
giudizio di nullità. Essi sono stati un giorno espressione
necessaria di anime umane, e invece di domandare quale sia la loro
verità oggettiva e metafisica potremo domandare quale sia la realtà
psichica della loro azione. Più ci occupiamo delle visioni del mondo
e dei loro contenuti e maggiore è il numero di analogie che notiamo
tra le forme che si ripresentano”. (4)
Nel respiro c’è la vita, nel respiro della biografia c’è la
nostra vita, uno specchio delle altre, un seme di progetti secondo
latitudine e circostanza. Una banalità si direbbe, eppure, si deve
dire, una verità nascosta dalle ombre proiettate dall’egoica
supponenza sul fondo della caverna.
Invece che acquisire conoscenza di superficie a oltranza, è
necessario disfarsene, primo passo per far rientro nello sconosciuto
e da lì risalire fino a dove la realtà si mostra per quel che è,
un’architettura di congetture autopoietiche, stabili o traballanti,
attraverso la quale traguardiamo il mondo, con il solo scopo di
aggiungere un segmento alla struttura stessa, o per puntellare le
narrazioni di quanto abbiamo già fatto esistere.
Realtà quindi come estensione di noi stessi, forse un’esigenza
anche biologica, come corpus con il quale garantirci la sopravvivenza
fisica e del senso.
Spettro limitato
Il monopolio della cultura materialista ha
soffocato le dimensioni umane considerate inutili alla conoscenza.
Tra cui, per esempio, quella espressa dalla
tradizione ermetica, attraverso il
suo brocardo così in alto come in
basso. Questo sintetizza che quanto
accade nel mondo fisico è un riflesso di quello metafisico, sottile,
esoterico. Non solo. Esso contempla e include anche che il medesimo
principio, la medesima dinamica, la si può vedere realizzata in
innumerevoli forme e che, quindi, è proprio avvedendosi
dell’apparente diversità, che si può cogliere l’identica
matrice spirituale. Una di queste matrici si compie nell’uomo,
diverso per forma, nel tempo, identico in tutto il resto. E se così
si arriva a constatare, ne segue che ogni sopraffazione – qualunque
ne sia il motivo – è un’arroganza autopoietica sostenuta da
leggi, da morali e dalla forza che alimenta, conferma e ci tiene
entro la camicia di forza della storia che, a parole, tutti
contestiamo per la sua ingiustizia e brutalità, per poi però,
piuttosto che spogliarci delle infrastrutture egoiche e mortifere,
sul fondo delle quali abbiamo seppellito noi stessi, dando in pasto
alle ideologie la nostra dote creativa, seguitare a sostenerla, costi
quel che costi.
“Ogni uomo può solo concepirsi come
prospettiva vista dal soggetto, [...] soggetto e oggetto sono quasi
l’ombra l’uno dell’altro, e determinati e condizionati l’uno
dall’altro”. (5)
Le due concezioni – quella sottile,
energetica, esoterica e quella grossolana, agnostica, materialista,
scientista –
entrambe storicamente legittime,
permettono di osservare, riconoscere ed
esprimere gli elementi, le entità, le forze che compongono tanto la
storia e le sue forme, quanto l’universale, l’eterno, l’assoluto.
Quella crassa – alla faccia del dominio della ragione – tende
alla sopraffazione e alla storia conflittuale come ultima verità,
l’altra al rispetto e alla storia come scuola quale passaggio
necessario verso una concezione emancipata dall’egocentrismo.
“Così tutti i tipi che descriveremo
ordinatamente non sono possibilità ultime, per le quali il singolo
si decide, ma posizioni in cui egli può trovarsi, che trascende con
la totalità della sua vita, quando si consideri questa come
l’insieme dei suoi possibili sviluppi biografici”. (6)
È un discorso inaccessibile a chi risiede, per
ideologia o per carenza di consapevolezza, nel piano
razional-positivista e material-meccanicista. Un territorio che, come
tutti gli altri, genera le sue verità. Tra queste, la negazione che
altro ci sia oltre alla cosiddetta materia o che ci sia altro oltre
all’energia. La quale, a sua volta, sarebbe separabile e
scomponibile fino alle più piccole parti: imprescindibile scopo del
sapere definitivo. Ma contemporaneamente fino a impedire di avvedersi
che proprio quell’analitica e avulsa ricerca sta alla base
dell’impedimento nel riconoscere l’origine dei mali che ciliciano
l’uomo, prima a vergate, ora con più sofisticati sistemi. Fino a
impedire di fermare il protocollo dell’uniformizzazione e avviare
quello necessario alla realizzazione dell’uomo compiuto, fondato
sugli universi che siamo, composto da firmamenti di speranze.
Dunque, una banalità per troppo pochi, visto
che solo ciò che la scienza, o il materialismo, è in grado di
riconoscere e misurare diviene vero, e va a porsi nell’insieme di
verità impilate in babeliche librerie, fitte di categorie e di nomi
tra cui quello di Popper cosa del quale in termini
pragmatico-politici gli scientisti si disinteressano, tirando
maldestramente fuori dalla manica le relative precisazioni sui limiti
della conoscenza scientifica soltanto in ambito di contestazione e di
attacco. E, soprattutto, soltanto da Popper in poi, e nonostante le
scienze non analitico-materialiste delle tradizioni sapienzali
e il
loro lascito, nonché Wittgenstein, Gödel, Heisenberg, Watzlawick,
von Foerster, Bateson, Korzybsky, Jaspers, Heidegger, Nietzsche,
Bohm, Kant, Kierkegaard, Schelling.
“Il quid, che vige come tutto o come
esistenza, e che viene indicato con parole quali idea, o spirito, o
vita, o sostanza, che è indimostrato o indimostrabile, e che si ride
di ogni formulazione, poiché ogni formulazione deve di necessità
essere nuovamente annullata, che è dunque non già un presupposto
razionale, o un principio logico, [...] quel quid è il fondamento ed
il fine in cui sono calate e comprese le formulazioni razionali di
questo libro. Perciò tali formulazioni non sono autosufficienti e
concluse in se stesse, ma dipendono in qualche modo da un fattore
extralogico”. (7)
La persistenza dell’ordine insignito dal
succedaneo della scienza, lo scientismo, ha pervaso e rinchiuso la
cultura e le menti, la creatività e il pensiero degli uomini che lo
condividono per inconsapevole adesione, nonché per maturato
agnosticismo che sempre corrisponde all’inettitudine a cogliere le
dimensioni del reale negate dallo scientismo. Lo ha rinchiuso nella
gabbia della dimostrazione, dio blasfemo per il quale l’uomo ha
abiurato alla propria creatività. Un ammutinamento di se stessi, che
facilmente emerge dallo scientista irritato per le parole che gli
giungono da universi che non sospettava esistessero. Una delle sue
più frequenti espressioni è relativa al consiglio
di lettura. Non riesce proprio ad
afferrare la banalità che l’evoluzione passa in canali emozionali
e che la comunicazione razionale ha un potere specifico pari a zero.
“Nella nostra esposizione verità ed
esattezza significano perspicuità e limpidezza. Non si danno
dimostrazioni”. (8)
Come si diceva, ognuno segue la sua biografia,
ne va della sopravvivenza, salvo raggiungere le consapevolezze che
contemplano il cambiamento mostrandoci le reali dinamiche cui siamo
soggetti, l’origine degli equivoci, dei conflitti e del benessere.
Non a caso, la mitizzazione della tecnologia,
arimanico superbo culmine del progresso e dell’uomo, ne sancisce la
potenza, il significato, le politiche. E fa sì che – fatto salvo
qualche ricercatore Pnei – tutto ciò che riguarda la vita profonda
venga soffocato, animando e armando i suoi serial killer
inarrendevoli con proiettili di parole, il cui calibro favorito è,
di solito, ciarlatani.
Basta chiedere loro cosa sia l’innamoramento
per sentirli piantare il discorso su fondali biochimici; o la
coscienza per vederli glissare lasciando il tema agli altrettanto
maldestri colleghi psicologi. Per non parlare di cosiddetti miracoli
e autoguarigioni, nient’altro, secondo i prodi scientisti, che
baggianate con il trucco, in ogni caso niente di cui occuparsi, pena
spezzare il proprio filo rosso e andare cognitivamente a morire.
“Per le sfere scientifiche il divorzio
effettivo dalla totalità significa la morte. Alla conoscenza
sottentrano una tecnica e un mestiere meccanizzati, e alla cultura
dello spirito [...] si sostituiscono il possesso e l’esercizio di
strumenti [...]”. (9)
Ma se il potere assoluto del razionalismo
infarcisce mente e pensiero e intelligenza, impone una lettura
inopportuna del linguaggio emozionale, comprime l’umano entro
contenitori finiti, ontologicamente inadatti alla conoscenza. Esserne
consapevoli torna utile all’ecologia individuale e sociale.
“Non posso descriverti la realtà perché è
al di là di ogni spiegazione. Il desiderio fondamentale è essere,
la paura fondamentale è non essere. Il mondo e la mente sono stati
dell'essere. L'Assoluto non è uno stato dell'essere”. (Nisargadatta
Maharaj)
Lorenzo Merlo
Karl
Jaspers, Psicologia delle visioni
del mondo, Roma, Astrolabio, s.d.,
p. 9.
Ibid,
p. 21.
Ibid.
p. 15.
Ibid.
p. 14.
Ibid.
p. 32.
Ibid.
p. 29.
Ibid.
p. 23-24.
Ibid.
p. 26.
Ibid.
p. 11.