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lunedì 6 agosto 2012

Swami Muktananda ed Anasuya Devi – Ovvero: La fortuna di avere un padre ed una madre…

Swami Muktananda


Spiritualità laica negli aspetti pratici



Ho avuto una grande fortuna nella  vita. Considero questo mio corpo e questa mia  mente estremamente benedetti e santi poiché attraverso di loro ebbi la possibilità di incontrare e conoscere due grandi saggi che diedero alla mia esistenza vero significato.


“Due volte nato” si dice di chi nasce allo Spirito.  E senza alcun merito particolare da parte mia ciò è avvenuto allorché incontrai  nel 1973 il mio padre spirituale e Maestro, Swami Muktananda, il quale risvegliò la mia coscienza individuale alla consapevolezza del Sé.  “Medita sul tuo Sé, cerca il tuo Sé, inchinati al tuo Sé, onora il tuo Sé, adora il tuo Sé, poiché Dio vive in te, sei tu..!” Questo il messaggio profondo e liberatorio che egli mi trasmise e mi fece esperimentare  ed  attraverso il quale ri-nacqui nello Spirito.


Durante il periodo della crescita spirituale, a causa della mia particolare natura, sentì il bisogno di essere nutrito, curato e seguito  e ciò avvenne allorché, sempre per grazia del mio Maestro, incontrai la più nobile, la più bella e sapiente e dolce delle madri, la mia adorata madre spirituale Anasuya Devi.


Anasuya Devi

L’incontro accadde in modo periglioso ed emozionante  nel 1975,   da allora continuai  a frequentarla assiduamente per molti anni, restando alla sua presenza fisica, in un continuo andirivieni fra Calcata e  Jillellamudi, sino alla sua “dipartita” che successe nel 1985.

Il mio Maestro aveva lasciato il corpo nel 1982 e nel 1985, con l’uscita  dal mondo fisico della mia amatissima Amma, rimasi  completamente orfano… ma no… scoprii in verità la costante presenza del padre e della madre entro di me… Come avviene per i genitori fisici, che sono presenti in noi come patrimonio genetico, Anasuya e Muktananda sono presenti in me come Spirito e Consapevolezza.

Il sublime miracolo del loro insistere  in me è  qualcosa che non si può narrare né descrivere.. posso solo piangere di gioia  nel percepirne la loro costante e solenne presenza. In tal modo la loro promessa è stata mantenuta e la continuità stabilita.

Ed in verità chiunque di noi potrebbe dire la stessa identica cosa, poiché noi siamo tutte forme del divino, siamo la beata Esistenza Coscienza Beatitudine e null’altro.

Volevo però oggi iniziare a trascrivere alcune memorie, soprattutto alcune frasi significative dell’insegnamento  ricevuto. Non che le parole in se stesse  siano importanti… ma le indicazioni  implicite, il modo in cui vennero trasmesse,   la sensazione vissuta nell’ascoltarle, la meraviglia e il riconoscimento della verità in esse manifesta, sì!

Consentitemi di iniziare con  alcuni dialoghi di Anasuya Devi, su temi che molto spesso lasciano perplesse le menti dei cercatori,  toccando corde segrete del loro cuore.
Domanda: “Cosa pensi della rinascita delle anime, la catena di vite  in successione..?”
Amma: “Beh.. se pensi ci possa essere una catena di vite successive per la stessa anima, in tal caso devi ammettere che la prima esistenza di questa catena deve avere una specifica causa. Può essere solo la causa della prima vita quella che ha causato tutte le successive… Quindi di chi è la causa originaria e da dove sorge? Non voglio dire con ciò che la rinascita è impossibile dico solo che non è una cosa  da noi creata. In fondo, pensandoci bene,   colui che non crede nella rinascita vede la morte attraverso la vita, chi invece crede nella rinascita vede la vita attraverso la morte… (risate..)”

Domanda: “Qualcuno dei tuoi discepoli è andato in paesi stranieri come missionario, come fece Vivekananda (il famoso discepolo di Ramakrishna di Calcutta)?”
Amma: “Io non ho discepoli (sishya) ho solo figli (sishu). Ciò che  essi compiono è determinato dalla stessa Shakti (Energia Divina) che porta avanti l’intera creazione. Questa Shakti fa scrivere ad uno una storia  o  fa fare altre cose ad un altro…. Una sola è la forza che  abilita ogni agente a compiere le azioni. Non esiste altro potere che quello.”

Domanda. “Perché esistono piacere e dolore e tutte le altre qualità incompatibili fra loro?”
Amma: “Giorno e notte sono ovviamente entrambi necessari. In assenza della relatività non potrebbe affatto esserci  creazione. Tutte le qualità che noi incarniamo sono già lì.. tutte derivano da quel  Potere Originario. Non potrebbero esistere in noi se non esistessero già in Quello.  Come succede per un commediografo che crea diversi personaggi dotando ognuno delle  caratteristiche necessarie .. (risate..)”

Ecco, miei fratelli di recitazione, ognuno di noi incarna quelle caratteristiche necessarie a svolgere la specifica parte che  gli è stata concessa… ma è lo stesso commediografo che recita, che dirige, che passa le luci, che assiste come pubblico, che applaude e piange e ride…




Paolo  D’Arpini



Paolo D'Arpini in visita a Bagnaia (Vt)

lunedì 9 luglio 2012

Nella spiritualità laica il maestro è colui che ti porta ad essere il tuo stesso maestro!

“Maestro è colui che ti porta ad essere il tuo stesso Maestro!” (Saul Arpino)

Paolo D'Arpini all'ingresso del Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia


Diceva Ramana Maharshi:”Conosci la tua mente, per non farti imbrogliare dalla mente”  Vedi quante immagini appaiono in un sogno, quanti personaggi che si cercano e si sfuggono, che si amano e si odiano? Ma il sognatore è uno solo….

Per risvegliarti a te stesso da qualsiasi punto o identità ti riconosci nel sogno, accetta quella, fermati a quella e da lì osserva e scopri l’osservatore. Non aspettare illudendoti che potrai svegliarti se stai sognando di essere qualcun altro, un personaggio più preparato o più simpatico…

Qualsiasi sia il personaggio del sogno nel quale ti ritrovi, accettalo.

Osho diceva: “Accettarsi per quel che siamo è la base per il risveglio spirituale”. Infatti accettarsi non significa rinunciare alla propria crescita, anzi vuol dire che accettiamo di crescere partendo da ciò che siamo. In questo modo la crescita non sarà una scelta bensì un moto spontaneo.

E’ la fioritura dell’intrinseca perfezione che trova una forma espressiva, senza sforzo, senza rabbia o frustrazione, senza sacrificio, senza uso della memoria,senza espiazione, senza speranza…


Puoi dirmi allora dove si pone, a cosa serve, quella sofferenza, quell’autocontrollo, che sin’ora ha accompagnato la tua ricerca? Dov’è l’utilità proiettiva dell’io che cerca se stesso? Quanti sono gli “io” in te? Dov’è quell’uno che cerca e l’altro che è cercato? Dove sono le vite trascorse arrancando verso la perfezione e dove sono quelle vite future per completarla? Cosa significa “io sono giovane, io sono vecchio, io sono maschio, io sono femmina”? Non sei tu presente qui ed ora, pura coscienza, aldilà di ogni distinzione esteriore?

E sempre lo sarai!


Ascolta, tu sei sempre, assolutamente, e chiunque nel tuo sogno dica qualcosa di sensato, sei tu a dirlo. Riconosci quel messaggio come tuo, guarda la luna e lascia stare il dito, scopri l’essenza e non lasciarti ingannare dal riflesso.. 

E per finire ricorda: “Il Guru ti appartiene completamente ma appartieni tu completamente al Guru..?” (Swami Muktananda)


Paolo D’Arpini



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Commenti ricevuti:



Il Guru di Lucilla Pavoni: "Caro Paolo, di tutte le virtù che ti riconosco, la più grande è questa distanza che prendi dalla definizione "guru". Ne ho conosciuti cosi' tanti che si definivano tali, che il mio cervello si chiude in automatico, quando incontro l'ennesimo ...con queste presunzioni. Il vero "guru", non sa nemmeno lui di esserlo, quello che dice, fa, manifesta, rientra nella perfezione travestita di semplicità. E' rarissimo incontrarne uno nella vita e soprattutto è difficile riconoscerlo, perché Lui non si dichiarerà mai tale, l'unica possibilità di riconoscerlo é diventare lui"


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Il Guru di Marco Carlino (in seguito alla risposta di ieri): “quindi il Guru è l'altro? … non mi ci trovo più..”

Mia rispostina: “Il Guru è il vero Sé... Mentre il sé che separa e vede il Guru come "altro" è l'ego. La semplice comprensione intellettuale di questo processo separativo, che è illusorio, non è però sufficiente. Finché l'ego non è obliterato non è opportuno comportarsi con il Guru come fosse il sé (l'io). Attenzione, qui si parla dell'eventuale Guru esterno, poiché in questo modo si tenderebbe a non rispettarlo o a non prendere in considerazione i suoi insegnamenti. Quindi occorre sapere che il Guru è il vero Sé ed allo stesso tempo esteriormente rapportarsi con lui come se fosse il Maestro supremo, con rispetto e devozione. Questo atteggiamento si riflette anche verso il proprio Sé, il Guru interiore, e quindi ci si "abbandona" alla sua Grazia.  Sapendo che nessuno sforzo personale può obliterare il senso dell'io separato ma che questo può essere rimosso solo dalla Grazia del Guru (che è il Sé). Per questo è  detto di comportarsi equanimamente e con distacco nei confronti di tutto il mondo con la sola eccezione del Guru, che è l'aspetto "risvegliatore" del Sé. Il momento che emerge la "realizzazione" del Sé ogni distinzione scompare.. resta però, nei modi espressivi, una costante forma di devozione e rispetto nei confronti del Guru, che a quel punto è sperimentato realmente come il proprio Sé. Interiormente ogni differenza è annullata ma esteriormente il gioco della diversità continua a manifestarsi. Esiste solo il Sé... tutte le altre distinzioni o intellettualizzazioni servono solo a tenere la mente occupata...  "Materiale aggiunto o di arricchimento" dicono le scritture non duali.  Finché esiste una mente, un io, che distingue, tutto appare complicato.. ma in verità è molto semplice. L'"io sono" è la realtà definitiva.. ma finché permane la tendenza mentale a proiettare l'identità in un nome forma, in un "questo",  si dice che c'è una differenza fra l'osservatore e l'oggetto osservato e l'atto di osservare. Quando scompare il senso dell'io legato al nome forma automaticamente tutto ciò che esiste  viene sperimentato come  il Sé, come osservazione testimonianza. Quanti personaggi nel sogno, distinti, finché si sogna.... ?! Se vuoi puoi leggere questo approfondimento: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2011/10/il-rapporto-guru-discepolo-nella.html

domenica 1 luglio 2012

Swami Muktananda: "Shaktipat, il risveglio della coscienza.."

Swami Muktananda


Domanda (Mrs. Salunkhe): Cosa si può fare per essere meritevoli di ricevere Shaktipat? E come fa una persona a sapere quando l'ha ricevuta?

Risposta (Baba Muktananda): Per ricevere Shaktipat uno deve avere la necessaria qualificazione. Dopo tutto cos'è Shaktipat? Per molta gente questa parola risulta strana. Shaktipat è Grazia, la trasmissione della Grazia divina. Shaktipat, Grazia divina e Favore del Maestro sono sinonimi. Per lo Shaktipat uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro.

Il Favore del Maestro ovviamente scenderà naturalmente, spontaneamente, sul discepolo. Ma allo stesso tempo il Maestro ha bisogno della grazia del discepolo, in forma di maturità per lo Shaktipat.

Non devi domandare per sapere se hai ricevuto la Grazia o no. Quando prendi un raffreddore te ne accorgi da sola senza dover domandare a nessuno, osservando i cambiamenti che avvengono nel tuo corpo. Se ti ammali di dissenteria o qualche altra forma di indigestione, lo sai direttamente da te. Se litighi con qualcuno, guardando le tue reazioni mentali comprendi subito che la mente è diventata inquieta, che la lite ti ha lasciato in uno stato confusionale e disturbato.

Allo stesso modo, dopo aver ricevuto Shaktipat, alcune cose avvengono al tuo interno. Osservandoti  puoi capire da te che sei stata benedetta dalla Shakti. Il momento che la grazia penetra in un discepolo egli si sente completamente rinnovato. Kriya yogiche e movimenti interiori iniziano a manifestarsi da soli. Questi movimenti possono essere fisici o mentali, esterni od interni.

Come risultato dello Shaktipat due di queste cose possono avvenire. O entri in una condizione di meditazione profonda, uno stato di totale assorbimento, o la mente diviene talmente disturbata come non lo è mai stata prima, e tu cominci a chiederti cosa mai è successo...

Dopo che la Shakti si è risvegliata, ogni giorno nuove esperienze iniziano a manifestarsi automaticamente, ed in breve tu puoi affermare che la tua vita è trasformata completamente. Uno yogi ottiene la liberazione dopo aver ricevuto Shaktipat. Prima di Shaktipat uno dipende dagli altri. Per apprendere un semplice pranayama devi andare da un maestro. Per una ordinaria meditazione ancora devi contare su qualche tecnica o su qualche insegnante. Ma dopo Shaktipat l'energia (Shakti) lavora liberamente al tuo interno e non devi più andare in giro per imparare tecniche da diversi istruttori, poiché varie forme di pranayama etc. avvengono da sé e la meditazione segue spontaneamente.

Dopo il risveglio della Shakti un cercatore è in grado di sperimentare differenti stati, visitare diversi mondi sottili, come il paradiso, l'inferno, il mondo dei morti e quello degli antenati, e tutti gli altri mondi mentali di cui parlano le scritture. Tu puoi avere strane visioni nello stato di veglia, nel sogno, o nel tandra meditativo (stato fra il sogno e la meditazione). Queste visioni rivestono grande importanza e sono molto utili alla comprensione della mente. Dopo aver ottenuto il risveglio della Shakti il cercatore deve conservarla amorevolmente, con riverenza, facendo di tutto per mantenerla attiva dentro di sé.

Swami Muktananda – Satsang with Baba – 30 giugno 1972

(Traduzione di Paolo D'Arpini)


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Commento di Caterina: “... Hai fatto una buona cosa, per me e per gli altri e te ne sono grata. Potresti continuare per esempio con cadenza settimanale o mensile, a pubblicare gli scritti del tuo Guru, pur che sono dialoghi su cose specifiche, pratiche come hai detto tu...”

Mia rispostina: “Sono cose pratiche sicuramente... Ad esempio per gente come me che non sapeva nulla di risveglio della Coscienza... A volte credevo di impazzire o che che ci fosse lsd nel cibo, per il tipo di esperienze che avevo giornalmente..  Era importante sapere cosa stava succedendo dentro di me....”

Replica di Caterina:Bellissimo avere un risveglio della coscienza senza sapere nulla del risveglio della coscienza! Se fosse sempre così! Ora con tutto questo parlarne (a volte leggo con un misto di divertimento, curiosità e scetticismo su FB botta e risposta su risveglio, risvegliati e autocompiacimento del proprio stato di
"consapevolezza avanzata"), secondo me e per me faccio fatica a togliermi dalla mente il condizionamento alla ricerca, all'esame del percorso, mentre il percorso si dovrebbe srotolare come una matassa ben arrotolata e non come una matassa ingarbugliata, e poi c'è chi alza la propria bandiera e dice: "questo percorso è meglio di questo, è più serio, è più profondo, ecc. ecc." L'attenzione, l'auto-osservazione rischiano di essere sviate, condizionate da questa pletora di situazioni, parole...”

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Commento di Nazzarena Marchegiani: "Complimenti Paolo! bell'articolo, belle riflessioni, ma, soprattutto bella conquista... la 'Grazia'... un istante di consapevolezza del 'senso' di...Tutto. Ma mantenere lo 'stato di Grazia' è possibile?"


 Risposta: ‎"La divina energia (Shakti) una volta risvegliata lavora incessantemente e permanentemente nel discepolo. Questa è l'Energia che sempre cresce, che sempre più manifesta la sua gloria. Energia divina è solo un altro nome per Volontà divina. Così meravigliosa è questa Energia che è perfetta in ogni sua parte come nella sua interezza. Una volta che la Coscienza è stata risvegliata gli effetti della Grazia si manifestano sino al compimento finale della totale liberazione." (Swami Muktananda in risposta alla domanda: l'effetto di Shaktipat è temporaneo o permanente?)

mercoledì 2 maggio 2012

La spiritualità laica ed il centro esistenziale - “Io ed il Padre mio siamo Uno…” (Gesù)

Immagine speculare


Nella spiritualità laica il maestro è  colui che indica la strada, colui che  dice "cerca dentro di te". 

Dentro  di noi è presente la verità, che il vero maestro incarna e manifesta, ma tale verità  non può essere trasmessa  bensì deve essere ricosciuta al nostro interno. Ed lì  che il maestro risiede. La verità non è un oggetto di conoscenza ma è la conoscenza stessa. La consapevolezza che rende possibile ogni conoscenza.. e quella consapevolezza è sia la nostra vera natura che la natura intrinseca del maestro che ce la mostra.

La stessa cosa -si può dire- avviene a livello fisico genetico.  Il figlio è la risultanza di quel che sono il padre e la madre. Possono esserci variazioni di mescolamento genetico ma la sostanza vitale, la capacità di epressione vitale, è la stessa nel figlio come nei genitori. E' la vita che assume le forme. Ciò non toglie che ogni forma incarna pienamente la capacità della vita di manifestarsi in quella sembianza. Ed in questa percezione  è giusto e corretto che il rapporto fra genitori e figli avvenga secondo una schema di continuità e di reciproca solidarietà.

Dal punto di vista fisico le radici  sono sempre nel padre  e nella madre…  che rappresentano l’unione dei fluidi spirituali di Cielo e Terra che abbiamo ereditato e che sono presenti dentro di noi. Per questa ragione  anche quando i “genitori” non sono più in mezzo a noi  non si può dire che veramente siano morti (od ascesi in cielo a seconda del credo), poiché sono presenti in noi  come  "spirito", ovvero in quanto intelligenza e coscienza.

Affermava Ramana Maharshi di non avere alcun discepolo… e questa affermazione è sicuramente corretta dal punto di vista di un vero maestro, che ha superato il senso dell’individualità separata. Infatti per il saggio non esiste null’altro che un "centro" (o Sè) di cui ognuno ed ogni cosa è la forma manifesta ed  è presente in tutto ciò che si muove nello spazio e nel tempo.  Ma dal punto di vista empirico egli accettava che una “persona” –cioè un’entità  ancora identificata con il nome forma-  si considerasse suo discepolo…. Insomma è il discepolo che fa il guru ma il guru non può fare discepoli.

La stessa cosa diceva la mia madre spirituale Anasuya Devi quando –giocando con le parole- confessava candidamente “Io non ho shisya (discepoli) … ho solo shisu (figli)” e con queste parole confermava il suo amore materno per tutto e per tutti. Ed in verità avveniva la stessa cosa anche per Ramana il quale considerava benevolmente ogni creatura come farebbe un padre verso i propri figli.

Certo, da parte di un maestro pensare di impartire la verità a degli allievi sarebbe come dire che egli crede  in una scala di valori, in una gerarchia,  frutto di un senso di separazione. Ma come avviene nel sogno, in cui pur essendo tutti i personaggi sognati lo stesso sognatore, esistono apparenti differenze di rango e posizione fra le varie “entità”,  talvolta accade che una di esse funga da insegnante all’altra (pur essendo la stessa identica cosa…).

Nel sogno accettiamo queste differenze ed anche nello stato di veglia (che è un’altra forma di sogno ad occhi aperti) possiamo accettare di svolgere una mansione, come accetteremmo di fare un lavoro piuttosto di un altro, fra pari grado. A questo proposito mi viene in mente una storiella raccontata dal mio padre spirituale, Swami Muktananda. In un club di ricchi potevano essere accettati solo i ricchi, e gli stessi aderenti svolgevano perciò i vari servizi interni, chi come direttore, chi come cameriere o scopino, chi come portinaio o addetto alla segreteria.  Tutti erano parimenti milionari e non si vergognavano di fare ognuno la sua parte per il mantenimento del club. Questo stato di cose  potrebbe rappresentarsi  anche nella nostra società, se fosse realmente illuminata, in cui l’accettazione delle differenze verrebbe vista come un gioco delle parti e null’altro.

La nostra vita non è separata dalla Vita. La nostra esistenza individuale è parte dell’Esistenza totale, inscindibilmente connesse, inseparabili.

C’è nell’induismo una bellissima immagine che raffigura il Creatore, Brahma, attaccato con un cordone ombelicale a Vishnu. Vishnu in questo caso raffigura l’Uno da cui tutto procede. Ed anche noi siamo collegati all’ombelico del cosmo, poiché siamo un’espressione vitale dell’interezza della vita, dipendenti dalla Sorgente.

In una forma di meditazione zen ci si concentra sull’ombelico, hara in giapponese, che viene considerato il punto d’incontro dell’energia vitale, ki. Nel Tantra quel punto corrisponde al chakra in cui brucia il fuoco eterno, Manipura (plesso solare). Secondo altre scuole la base di collegamento con l’infinito, di cui siamo la manifestazione, è indicato in altre aree o chakra: nella base della colonna spinale, nel cuore, nella ghiandola pineale o sulla sommità della testa (la fontanella).

Poco importa la sua ipotetica “ubicazione” –che è solo una convenienza descrittiva in quanto come può essere “ubicato” quello che tutto contiene?- ciò che conta è che sicuramente per ognuno di noi esiste un “centro”, una radice che nutre il nostro essere.

Possiamo non esserne consapevoli ma esso  "è" e si esprime in forma di Coscienza.


Vivere lontano dal proprio “centro”, che è il ponte che unisce la nostra esistenza individuale con quella Universale, corrisponde al sentirsi separati, “gettati su questo mondo” –usando le parole di Sartre. Ovvero ritenersi estranei e privi di radici con l’esistenza. Da ciò deriva una condizione di perenne inquietudine, che cerchiamo di soddisfare con i desideri e le scelte, ma il risultato é solo frustrazione, paura, incertezza e lotta… ed è una lotta che conosce solo sconfitta! Infatti come ci si può ribellare od alienare dalla vita quando noi stessi siamo una sua emanazione?

Perciò, nella spiritualità laica, la realizzazione, l’integrità, la “santità” (se preferite questo termine) consiste nel "risiedere" in noi stessi. Nel lasciarsi andare in profondità sino alle radici dell’Io.

Paolo D'Arpini


Paolo D'Arpini mentre canta un inno al Guru nella casa di Treia

martedì 17 aprile 2012

Spiritualità laica nella quotidianità e nella libertà dai condizionamenti

“L’Universo é, perché tu sei. Dio é, perché tu sei. Oh amico perché ignori te stesso cercando un altro…?"
( Swami Muktananda)


Paolo D'Arpini, imperatore di se stesso


L’uomo non sa più vivere in uno “spazio diffuso e condiviso”  ed infatti il danno maggiore di questo suo atteggiamento distruttivo è la profonda lesione del tessuto connettivo che noi tutti utilizziamo  senza per altro riconoscerlo. Il tema  ci riconduce quindi alla necessità di  considerare nel nostro quotidiano l’attuazione di una “ecologia profonda e di una spiritualità naturale, o laica”.

La spiritualità laica che noi ricerchiamo nella Natura e nel rapporto con i nostri simili non è basata sul biascicamento di litanie e preghiere, ma nella coltivazione della generosità dell’abnegazione, dell’entusiasmo, del disinteresse… tutto quello che fa uscire l’uomo dalla prigione degli istinti. Senza per altro renderlo schiavo dell'altra prigione che è l'intellettualismo religioso.
La gioia dell’incontro si sperimenta dentro di noi quando sentiamo che le affinità elettive trovano una compensazione.. sentiamo allora che il nostro sentire vibra all’unisono con il sentire dell’altro. Ma questo è un aspetto del manifestarsi della coscienza e non possiamo stabilire che sia “il migliore” nel senso che è qualcosa di perseguibile…

Ricordo quella storiella zen del macellaio. Un monaco alla ricerca della verità e depresso perché non riusciva a trovarla vagava senza meta in una città. Passando davanti alla bottega di un macellaio udì un dialogo che si svolgeva all’interno. “Mi raccomando dammi il pezzo di carne migliore che hai” Diceva il cliente.  – “Stai tranquillo.. -rispondeva il macellaio- qui non esiste un pezzo di carne che non sia il migliore..!”

Fu sufficiente quella frase a sciogliere i nodi mentali del monaco che si illuminò all’istante… ed ovviamente si mise a ridere, di se stesso e del mondo… ma era un riso consapevole e non irrisorio…

Comunque osservando le reazioni degli altri od anche le nostre proprie non possiamo mai stabilire quando e come la nostra mente sarà risvegliata alla verità, se congetturiamo sulla verità non potremo conoscerla… possiamo solo restare aperti e sereni sapendo che comunque galleggiamo nella pura verità tutto il tempo… e l’unico impedimento a percepirla è il nostro senso di separazione e di differenza…  ma  non dandogli eccessiva importanza, spontaneamente, un bel giorno si scioglierà,  come la famosa statua di sale che  si immerse nel mare, sciogliendosi in esso

Allo stesso tempo non dobbiamo isolarci e nemmeno credere che il rapportarci spiritualmente con gli altri costituisca un "dovere" sociale. Il vero  Dharma è quello di scrostare la mente umana da ogni sovrastruttura, compresa la religione, l’etica e la morale, e persino il senso di solidarietà, che  impediscono la spontanea attuazione della saggia e innocente natura umana.

Non serve propagandare precetti ma scoprire la spontanea “santità” (leggasi integrità) dell’uomo, aldilà di ogni fare e non-fare.  Occorr sapere  che, sia pur utilizzando esempi e aneddoti pescati da questa o quella religione o sentiero spirituale -per una facilitazione comunicativa o di esemplificazione-  queste cose (compreso il discorso esplicativo che  sto facendo) sono tutte “paccottiglia culturale” che dal punto di vista della “conoscenza di Sé” hanno poco valore, trattandosi  solo di conoscenza “aggiunta” esternalizzante, come tutte le nozioni della speculazione intellettuale empirica.

Paolo D'Arpini

lunedì 30 gennaio 2012

Riflessioni in dormiveglia a Treia.... ma la spiritualità laica stavolta non c'entra nulla (o quasi)...

Fuoco acceso nel camino di Treia

Il pomeriggio di domenica 29 gennaio 2012 me ne stavo a Treia, davanti al camino acceso, a meditare? Diciamo a "sonnecchiare" rielaborando pensieri e sensazioni.

Questo è un buon esercizio riflessivo, uno si lascia andare, osserva la fiamma, poi pian piano  si appoggia allo schienale della sdraio... ed è fatta! Trovo che in questo modo si riesca a "percepire" la vera sostanza dei nostri pensieri, delle nostre pulsioni o preoccupazioni.

Certo tutti i pensieri sono passeggeri ed effimeri ma alcuni rappresentano positivamente "quella forza" che spingerà successivamente la "persona" ad attuare quanto è stabilito nel suo destino. La meditazione consente  di far chiarezza fra quelle che sono semplici proiezioni immaginarie o problemi inventati  e  quei pensieri che invece definiscono in germe "il veniente"... ciò che deve accadere.

La creazione di problemi “fittizi” è uno degli aspetti della mente. Alla base delle preoccupazioni mondane –ovviamente- c’è sempre il senso di responsabilità  per le nostre azioni dovuto all’identificazione con il corpo-mente.

Il processo dell’individualizzazione della coscienza è la funzione stessa della mente. La mente è  la capacità riflettente della coscienza che assume su di sé  il compito dell’oggettivazione e quindi della creazione del cosiddetto mondo delle forme. L’esteriorizzazione è la sua tendenza.

Eppure  non  è una condizione definitiva o   irreparabile, anche le sensazioni più negative possono essere trascese. Le preoccupazioni mondane che ci assalgono sono frutto del meccanismo  mentale che proietta l’attenzione sui fattori esterni, desideri e paure,  ed è per questa ragione che nella meditazione si consiglia di  fissare l’attenzione sulla  consapevolezza, sul soggetto,  ignorando le apparizioni mentali,   che son solo “impedimenti” (distrazioni)  che sorgono per inveterata abitudine all’esternalizzazione,  non tenerne conto significa restare quieti mantenendo l’osservatore in se stesso.

Personalmente ho avuto una grande fortuna nella  vita. Considero questo mio corpo e questa mia  mente estremamente benedetti e santi poiché attraverso di loro ebbi la possibilità di incontrare e conoscere due grandi saggi che diedero alla mia esistenza vero significato. Dimostrandomi come il distacco ed allo stesso tempo l'attenzione siamo importanti per restare focalizzati nel Sè.... nell'auto-consapevolezza.

“Due volte nato” si dice di chi nasce allo Spirito.  E senza alcun merito particolare da parte mia ciò è avvenuto allorché incontrai  nel 1973 il mio padre spirituale e Maestro, Swami Muktananda, il quale risvegliò la mia coscienza individuale alla consapevolezza del Sé.  “Medita sul tuo Sé, cerca il tuo Sé, inchinati al tuo Sé, onora il tuo Sé, adora il tuo Sé, poiché Dio vive in te, sei tu..!” Questo il messaggio profondo e liberatorio che egli mi trasmise ed  attraverso il quale ri-nacqui nello Spirito.

Durante il periodo della "maturazione" spirituale, a causa della mia particolare natura, sentii il bisogno di essere nutrito, curato e seguito e ciò avvenne allorché, sempre per il mio buon karma, incontrai la più nobile, la più bella e sapiente e dolce delle madri, la mia adorata madre spirituale Anasuya Devi. L’incontro avvenne in modo periglioso ed emozionante  nel 1975,  in seguito continuai  a frequentarla assiduamente per molti anni, restando alla sua presenza fisica, in un continuo andirivieni fra Calcata e  Jillellamudi, sino alla sua “dipartita”, nel 1985.

Il mio Maestro aveva lasciato il corpo nel 1982 e nel 1985, con l’uscita  dal mondo fisico della mia amatissima Amma, rimasi completamente orfano… Ma no… scoprii in verità la costante presenza del padre e della madre dentro di me…

Come avviene per i genitori fisici, che sono presenti in noi come patrimonio genetico, Anasuya e Muktananda sono presenti in me come Spirito e Amore. Il sublime miracolo del loro insistere  in me è qualcosa che non si può narrare né descrivere.. posso solo piangere di gioia  nel percepirne la loro costante e misteriosa presenza. In tal modo la loro promessa è stata mantenuta e la continuità stabilita.

Ed in verità chiunque di noi potrebbe dire la stessa identica cosa, poiché noi siamo tutte forme del divino, siamo la beata Esistenza Coscienza Beatitudine e null’altro.

Volevo però oggi iniziare a trascrivere alcune memorie, soprattutto alcune frasi significative dell’insegnamento  ricevuto. Non che le parole in se stesse  siano importanti… ma le indicazioni implicite, il modo in cui vennero trasmesse,   la sensazione vissuta nell’ascoltarle, la meraviglia e il riconoscimento della verità in esse manifesta, sì!

Consentitemi di iniziare con  alcuni dialoghi di Anasuya Devi, su temi che molto spesso lasciano perplesse le menti dei cercatori,  toccando corde segrete del loro cuore.

Domanda: “Cosa pensi della rinascita delle anime, la catena di vite  in successione..?”

Amma: “Beh.. se pensi ci possa essere una catena di vite successive per la stessa anima, in tal caso devi ammettere che la prima esistenza di questa catena deve avere una specifica causa. Può essere solo la causa della prima vita quella che ha causato tutte le successive… Quindi di chi è la causa originaria e da dove sorge? Non voglio dire con ciò che la rinascita è impossibile dico solo che non è una cosa  da noi creata. In fondo, pensandoci bene,   colui che non crede nella rinascita vede la morte attraverso la vita, chi invece crede nella rinascita vede la vita attraverso la morte… (risate..)”

Domanda: “Qualcuno dei tuoi discepoli è andato in paesi stranieri come missionario, come fece Vivekananda (il famoso discepolo di Ramakrishna di Calcutta)?”

Amma: “Io non ho discepoli (sishya) ho solo figli (sishu). Ciò che essi compiono è determinato dalla stessa Shakti (Energia Divina) che porta avanti l’intera creazione. Questa Shakti fa scrivere ad uno una storia  o  fa fare altre cose ad un altro…. Una sola è la forza che  abilita ogni agente a compiere le azioni. Non esiste altro potere che quello.”

Domanda. “Perché esistono piacere e dolore e tutte le altre qualità incompatibili fra loro?”

Amma: “Giorno e notte sono ovviamente entrambi necessari. In assenza della relatività non potrebbe affatto esserci  creazione. Tutte le qualità che noi incarniamo sono già lì.. tutte derivano da quel  Potere Originario. Non potrebbero esistere in noi se non esistessero già in Quello. Come succede per un commediografo che crea diversi personaggi dotando ognuno delle caratteristiche necessarie .. (risate..)”



Ecco, miei fratelli di recitazione, ognuno di noi incarna quelle caratteristiche necessarie a svolgere la specifica parte che  gli è stata concessa… ma è lo stesso commediografo che recita, che dirige, che passa le luci, che assiste come pubblico, che applaude e piange e ride…



Paolo  D’Arpini

sabato 29 ottobre 2011

Il rapporto Guru / Discepolo nella Spiritualità Laica – Alcune esperienze del presente e del passato

Paolo D'Arpini, osservando il  riflesso sull'acqua...


Molto spesso parlando con amici del concetto di Spiritualità Laica mi son trovato a dover difendere quella che è la funzione del Guru in questo percorso. Solitamente, come spesso dichiarato dai due Kishnamurti (Jiddu e U.G.), sicuramente esponenti di un filone anti-religioso, si intende che la ricerca spirituale debba essere indirizzata unicamente all'auto-conoscenza, intendendo che ciò che è fuori di noi è sicuramente anche dentro di noi, quindi non serve cercare all'esterno quel che abbiamo già all'interno.

Per conoscere se stessi -come diceva lo stesso Ramana Maharshi- non c'è bisogno di alcuna istruzione o azione, "il Guru può solo indicare la strada ma non può darti quello che già sei".  Ma c'è da dire che per le tendenze inveterate a rivolgersi verso l'esterno non siamo in grado di affondare e ricongiungerci nel Sé. Perciò sentiamo il bisogno di un aiuto, perlomeno un esempio, un gesto di simpatia e di amore che ci incoraggi verso la meta.

La mia esperienza in tal senso, vissuta con un maestro realizzato, può forse risultare significativa per l'accorto lettore.   Il mio rapporto Guru / Discepolo rappresentava una relazione molto "animale". Poco o nulla appariva sul piano dell'insegnamento "formale". Mi sentivo stimolato ad avvicinarmi a lui con un approccio silenzioso, rivolto all'osservazione, alla mimica, alle azioni compiute, alla leggerezza, al calore dimostrato. In effetti era solo un gioco al "nascondino" in cui spiavo da dietro l'angolo ogni suo gesto e movimento. In alcuni momenti, quelli più intimi, mi sembrava che la conoscenza mi venisse trasmessa attraverso queste forze giocose.

Mi viene in mente, per analogia, l'immagine di una mamma gatta che gioca con il suo micio. Attraverso il gioco, le leccate, le zampate, il rotolarsi, il ringhiare, il miagolare, la mamma gatta trasmette conoscenza di sè...  Ed il gattino scopre la sua natura felina, istintivamente,  in quel gioco amoroso. Altrettanto è avvenuto per il risveglio interiore che si è manifestato spontaneamente al contatto con il mio Guru. 

Tutto succedeva senza pensarci, come effetto della presenza nello stesso luogo e nello stesso tempo, vivendo situazioni comuni. La conoscenza trasmessa in tal modo è intrisa di varie emozioni, talvolta ribellione, talvolta affetto, gestualità, sguardi, odori, leggeri tocchi, persino ironia e senso del ridicolo.. Alla fine il risultato di quel fantastico rapporto, potrei definirlo d'amore, è la conoscenza per sottile "induzione" (o intuizione?), per risveglio della memoria ancestrale.. Il Guru non faceva altro che rappresentare quel che anch'io sono..  E' come guardarsi allo specchio, una volta riconosciuta la propria immagine non serve null'altro da aggiungere.. poiché "l'immagine"  dello spirito è permanente, non è mutevole come quella di un volto che invecchia, lo spirito.. è eternamente giovane.

Questo il mio sentire...  Infatti la spiritualità laica è un percorso che supera ogni concetto di religione e di comportamento, sta al di fuori degli indirizzi morali ed anche di quelli immorali.

Ciò potrebbe dar adito a dubbi ed anche a fraintendimenti. In effetti per come è stata descritta e giudicata, soprattutto nelle religioni di matrice giudeo/cristiana, l’amoralità e l'immoralità vengono spesso equiparate alla mancanza di coscienza spirituale. Ma questo pensiero è dovuto al fatto che si è sovrimposta una norma di comportamento, basata sull’etica e sulla morale religiosa, sullo stato naturale dell’uomo e sulla sua genuina espressione spirituale.

La spiritualità laica non può essere un “atteggiamento” od il risultato di un conformarsi alle norme scritte da qualcuno, spiritualità laica è semplicemente essere consapevolmente quello che si è, senza vergogna e senza modelli di sorta. Perciò la capacità del Guru di “insegnare” attraverso la vita quotidiana, in termini spirituali laici, sta nell'abilità intrinseca di “trasmettere” la “verità” in tutto ciò che noi manifestiamo o che a noi si manifesta.

Il Guru non è una persona, quindi, o perlomeno non soltanto una persona visto che comunque può apparire in ogni forma, bensì l’intelligenza illuminante che ci libera dalle sovrastrutture mentali e dalle finzioni religiose o morali.

A questo proposito vorrei raccontare 3 storielle esemplificative, la prima è una mia personale esperienza, la seconda appartiene alla tradizione ebraica e la terza è riportata negli annali di un monastero zen.

Nel 1973 mi ritrovai per la prima volta in vita mia a dovermi confrontare con me stesso, aldilà del giudizio altrui ed essendo pulitamente in sintonia con la mia natura. Avvenne allorché incontrai il mio Guru Muktananda a Ganeshpuri. Con il contatto diretto con la sua limpidezza, spontaneamente, si risvegliò dentro di me la discriminazione e fui perciò “obbligato”, tramite una spinta interiore alla chiara visione, a rivedere tutti i parametri di spiritualità e religione che sino ad allora erano stati accumulati nella mia mente. Un giorno sentii che una prova grande mi attendeva, riguardava la comprensione della verità interiore. Così osservandomi mi ritrovai a camminare lungo la strada asfaltata che univa l’ashram di Muktananda al tempio/tomba di Nityananda, il famoso Guru del mio maestro. Durante il percorso sentivo di dover tenere una via mediana, non considerando gli estremi ma il mezzo della vita. Con questi pensieri giunsi al tempio, molti di voi sapranno che in India si entra nei luoghi sacri senza scarpe, ed infatti presso ogni tempio c’è un custode che riceve le calzature dei viandanti e le custodisce per la durata della visita, ma dentro di me pensai “che differenza c’è fra il dentro ed il fuori del tempio? Anche le mie scarpe sono sacre visto che mi hanno portato sin qui”.

E seguendo la spinta interiore invece di depositare le mie ciabatte all’esterno le presi in mano e mi avvicinai devotamente all’altare di Nityananda, dove il prete di servizio riceveva le offerte rituali, ed a lui offrii le mie vecchie scarpe. Ovviamente il prete restò allibito ma forse comprese che qualcosa stava accadendo in me ed infine accettò che io depositassi lì nel sancta sanctorum le mie sporche e sgangherate espadrillas. Dopo essermi inchinato e soffermato per qualche tempo in meditazione ripresi la via del ritorno, a piedi nudi…. Ed ancora prove solenni mi aspettavano… chi conosce il caldo dell’India saprà che l’asfalto in estate diventa molle dal calore, i miei piedi erano bruciacchiati ma la voce interiore mi diceva che dovevo restare nella via di mezzo, perciò non potevo spostarmi ai bordi della strada ma camminare al centro.

Il momento difficile fu quando sopraggiunse una corriera carica di pellegrini che vedendomi in mezzo alla strada (appena sufficiente a contenere la corriera stessa per quanto era stretta) prese a strombazzare rumorosamente per avvertirmi e farmi spostare… Macché, la voce discriminante che mi stava mettendo alla prova era più forte di ogni ragionamento, restai caparbiamente in mezzo alla strada… il conducente si fermò a pochi metri da me e mi invitò in tutti i modi, circondato da alcuni passeggeri, affinché mi togliessi di mezzo, ma non mi spostai di un centimetro restando in assoluto silenzio… Alla fine il conducente risalì sull’autobus e con grande fatica riuscì allargandosi lateralmente a scansarmi e procedere nel percorso.

Allora anch’io mi mossi e proseguii, sempre al centro della strada, con l’asfalto sempre più bollente. Ecco che di lì a poco un’altra corriera sopraggiunse a gran velocità, stavolta capii che l’autista non aveva alcuna intenzione di fermarsi, infatti l’autobus giunse quasi a toccarmi e si arrestò di botto con un sussulto dell’ultimo momento… L’autista ed alcuni passeggeri uscirono infuriati e presero ad insultarmi con foga, ma siccome non mi muovevo e guardavo mesto per terra con i piedi in fiamme, alla fine incerimoniosamente mi spinsero fuori dalla carreggiata e quasi caddi nella mota che stava sui bordi….

Oh che piacere quella terra… non mi sentivo per nulla offeso… finalmente la mia via di mezzo aveva trovato una piacevolezza, stavo con i piedi per terra e non sull’asfalto infuocato….. Mentre i pellegrini infuriati mi abbandonavano al mio destino di folle dello spirito, mi ritrovai tutto contento a capire che la via di mezzo significa accettare sia la gloria che l’infamia, sia il successo che l’insuccesso, sia il riconoscimento che l’offesa. Pian piano con la mente serena me ne tornai all’ashram di Muktananda, stranamente sollevato e felice, i miei piedi rinfrescati dal fango e la mia mente rischiarata. Ad attendermi un compagno ashramita che per la prima volta da quando stavo lì mi sorrise fraternamente e mi offrì un infuso caldo di erbe, com’era buono!

Ed ora lo spirito della legge, secondo Baal Shem.

Un giorno un ebreo che stava viaggiando di venerdì, ebbe un incidente al suo carro, le ruote si staccarono, dovette di fretta riparare il danno ma malgrado tutti gli sforzi non riuscì ad arrivare in tempo alla funzione del sabato. Il suo rabbino Mickal gli inflisse una dura punizione, obbligandolo ad una lunga e severa penitenza. L’uomo non sapeva che fare, in aggiunta al suo lavoro per mantenere la famiglia ora doveva sobbarcarsi questa imposizione del rabbino ed era disperato, allorché sentì che lì dappresso stava viaggiando il famoso santo Baal Shem Tov e si recò immediatamente da lui invocando la sua misericordia per il peccato commesso.

Baal Shem fu molto dolce e gli disse “Porta un oncia di candele alla casa di preghiera” e questa fu la sola penitenza che gli inflisse. L’uomo temeva che il santo non avesse compreso la portata della sua mancanza e gliela ripeté ma Baal Shem confermò quanto detto aggiungendo: “Per favore riferisci al rabbino Mickal se gradisce di venire a trovarmi a Chvostov dove officerò il prossimo Sabbath”. E così fu fatto.

La settimana successiva il rabbino Mickal stava viaggiando verso Chvostov per raggiungere il maestro, ma il suo carro si ruppe irrimediabilmente all’asse, egli continuò la strada a piedi e malgrado andasse persino di corsa non riuscì a giungere in tempo alla cerimonia. Il suo cuore era a pezzi. Quando arrivò davanti al santo la cerimonia era iniziata e Baal Shem aveva in mano il calice dell’offerta rituale, il maestro gli sorrise e gli disse: “Benvenuto rabbino Mickal, mio puro amico, sino ad oggi non avevi potuto gustare il dolore del peccato, il tuo cuore non aveva mai tremato dalla disperazione.. non è cosi? Forse d'ora in poi capirai meglio il significato e la misura delle penitenze imposte…!”

La storia amorosa della monaca Ryonen.

Un tempo in Giappone viveva una bellissima monaca di nome Ryonen, famosa per la profondità del suo intelletto e per la sua discriminante attenzione. Un monaco che stavo nello stesso monastero si innamorò perdutamente di lei ed una notte si introdusse furtivamente nella sua stanza. Ryonen non si turbò affatto ed accettò volentieri di giacere con lui. Ma l’indomani quando l’innamorato si ripresentò ella disse che in quel momento non era possibile… Il giorno seguente si svolgeva nel tempio una grande cerimonia per commemorare l’illuminazione del Buddha alla presenza di una gran folla e di parecchi monaci venuti da lontano. Ryonen entrò senza indugi nella sala colma e con totale naturalezza si pose di fronte al monaco che diceva di amarla, si denudò completamente e gli disse: “Eccomi, sono pronta, se vuoi amarmi puoi farlo qui, ora…”.

Il monaco se ne fuggì per non far più ritorno mentre Ryonen con quel gesto aveva reciso le radici di ogni illusione.

La storia di Ryonen e la sua totale adamantina aderenza alla verità continua, come pure continua la morale/non-morale di Baal Shem e pure la mia avventura prosegue nella sua crudezza, ma a chi interessano i risvolti di tutto ciò?

La spiritualità laica è un fiore che mai appassisce!

Paolo D’Arpini

domenica 9 ottobre 2011

Immediata consapevolezza e lenta maturazione... - Memorie di un viaggio spirituale “laico” da Ancona a Jillellamudi

In vista dell'arcobaleno nel cantiere della vita - Foto di Gustavo Piccinini



Ante Scriptum

Nel 1973, durante il mio primo viaggio in India, fui iniziato alla conoscenza del Sé dal mio maestro Swami Muktananda e restai nel suo ashram di Ganeshpuri per diversi mesi... Tornato in Italia, a Roma, sostanzialmente continuai a sentirmi un “laico”, nel senso sincretico del termine, ma non vivevo un'esistenza secolare.

Il mio modello, allora, era diventare uno swami, come il mio Guru. Non avevo ancora scoperto e pienamente accettato quella che in seguito avrei definito “spiritualità laica”. Nell'intimo sospettavo (forse speravo) che esistesse questa via mediana, priva di orpelli religiosi, ma la mia immaturità non mi consentiva di percepirla, il che mi spingeva a pensare che la realizzazione finale potesse essere “raggiunta” attraverso la rinuncia alle vie del mondo. Sentivo di dover abbandonare qualsiasi collegamento con il mondo del lavoro, del sesso, della politica.. o quel che fosse. La mia attenzione era totalmente diretta, in raccoglimento monastico, alla ricerca “spirituale”.

Pian piano però la mia buona sorte o la natura intrinseca che mi contraddistingue mi spingevano, a mia insaputa, verso il completamento della mia “funzione” laica e secolare. Iniziò attraverso l'aggregazione con altri fratelli o cercatori senza casa, sia quelli vicini alla mia stessa scuola spirituale od altri (di cui in altra occasione vi narrerò gli eventi)... Insomma mi ritrovai inevitabilmente implicato a svolgere la parte del “guretto” e questo -come sapete- è uno dei tranelli lungo il sentiero...

Chi si ferma è perduto! Diceva il duce, ma credo che questa frase fosse preesistente, e tutto sommato è pur vero.... Arrestarsi al “credere”, nello svolgimento di un ruolo, è un grave rischio per chi conosce il costante fluire della Coscienza. Fortunatamente la sincerità del mio percorso mi risospinse nella corrente del grande flusso e mi trovai coinvolto in una serie di relazioni, che mi avrebbero obbligato a “dimostrare” la mia consapevolezza spirituale e la mia abilità a galleggiare senza l'uso di parole giustificative. Insomma dovetti affrontare nuovi viaggi e scartare vecchie guaine per scoprire me stesso in ogni aspetto del percorso. Avendo assunto una “forma” l'unico modo che avevo per continuare ad essere quel che sono era sciogliermi nel “senza forma”.

Rinunciare alla legge di causa/effetto, rinunciare alla santità indotta, abbandonare ogni ricerca costruita e deliberata, smetterla di immaginarmi un qualcosa di ipotetico, e semplicemente radicarmi nell'Essere, che realmente sono. Io sono, e basta!

Fu così che -irrimediabilmente attratto dalla Conoscenza aldilà delle forme- nel 1975 (ma non sono sicuro che sia quello l'anno) affrontai me stesso... E come avvenne?
Debbo qui fare un piccolo passo indietro, tornando alla lenta maturazione del momento fatidico... Anasuya lo definisce “Taruna”, il “momento opportuno”!



Anasuya, la Madre di Jillellamudi

“Preoccuparsi è un insulto alla vita” afferma Carla Lonzi e potrebbe essere anche il motto a Jillelamudi, nella presenza della Madre. Qui le necessità son viste per quello che sono, semplici pulsioni, segnali di un fluire in un tutto unito, in cui ogni cosa legata all’altra indissolubilmente è sempre soddisfatta. “Dal Tutto sorge il Tutto, se dal Tutto togli il Tutto, solo il Tutto rimane” questa la Dichiarazione dei Rishi. Si sta in un nido di protezione e benevolenza come essere accuditi dalla propria madre. E’ talmente semplice, non ci si angustia minimamente per alcunché, non appaiono desideri di sorta, non c’è nulla da voler cambiare, da ottenere (oltre ciò che è).

Tutto ha un senso inequivocabile ed allo stesso tempo non si percepisce alcuna finalità.
Semplicemente il vivere, forse potrei dire ‘sopravvivere malgrado se stessi’. Succede spontaneamente. Ma come mai si sente così compiutamente qui a Jillellamudi? Perché non ovunque noi siamo? Con questo interrogativo in mente ho continuato a fare la spola fra il ‘qui ed ora’ e ‘il qui ed ora’.

Ed eccomi… Nel sud dell’India, dove la piattezza è assoluta, nella terra dei Telgu, dove la cosa più alta sono i bordi dei canali e l’orizzonte non ha contrasti, un villaggio rurale di fango secco, si chiama Jillellamudi. Prende il nome da un fiore asciutto ed alto, il cui fusto raggiunge i due metri, che assomiglia al tasso barbasso ma il colore dei fiori è viola o blu come la malva. In questo villaggetto di capanne e poche case di mattoni crudi c’è la “Casa di tutti” una struttura relativamente grande, dalla cui terrazza si può spaziare con lo sguardo a perdita d’occhio, senza vedere altro che campi e campi e qualche rado albero in mezzo alle risaie. Qui risiedeva il corpo mortale e qui è sepolta Anasuya Devi, amma, la madre di tutti.

Ma per capire come accadde che finii in quella specie di ‘cul de sac’ o ‘sacred abode’, in quel rifugio totale dell’anima, debbo ripartire da Ikaria, dalla caduta della saccenza, e da lì seguire il percorso dei sufi sino al Deccan Plateau.

Scrive Omar Kayam, santo poeta persiano: “Non vietatemi di bere vino, di godere le donne, perché Dio è compassione. Non ditemi che sto peccando, lasciatemi peccare a volontà. Porre fine alle proprie azioni per paura della punizione è da miscredenti, significa dubitare della Sua compassione”.


Leslie, una giovane donna inglese che avevo conosciuta in India, per un caso del destino abitava a Roma vicino alla basilica di Santa Maria Maggiore. Dopo il mio ritorno in Italia ed abbandonata Verona (la città in cui avevo vissuto il mio fermento culturale durante gli anni appassionanti della giovinezza) me la ritrovai come vicina allorché ritornai a Roma, città in cui ero nato. Avvenne quando andai ad abitare in una vecchia casa nei pressi di Piazza Vittorio. Tra la mansarda di Leslie e lo “Sri Gurudev Mandir”, come allora chiamavo il luogo in cui vivevo, c’era meno di un chilometro, per chi conosce la grandezza di Roma comprenderà che eravamo praticamente a due passi. Entrambi eravamo benedetti dal Guru, praticavamo la stessa via, lei viveva semplicemente facendo traduzioni ed io sbarcavo il lunario prestando piccoli servizi e facendo le pulizie in casa di amici e conoscenti.

La mia giornata era molto stretta, un perfetto orologio di disciplina e pratica spirituale, sveglia al mattino prima dell’alba, meditazione, canti, letture edificanti, passeggiate a piedi nei giardini di Roma, accudimento ed istruzione di altri cercatori di passaggio, sopravvivenza personale con 500 lire al giorno (eravamo nel 1974). In quella casa di Via Emanuele Filiberto passarono e vissero con me parecchi “santi”, ricercatori e discepoli di maestri famosi, ed anch’io mi sentivo praticamente un santo, con poco o nulla sulla pelle del vecchio Max D’Arpini, artista concettuale e poeta trasgressivo. Ora praticavo l’astinenza sessuale (il contrario di quello che facevo a Verona dove ero famoso per la promiscuità), ero diventato vegetariano stretto (quando prima le feste orgiastiche a base di carne e vino erano uno dei miei passatempi), vivevo praticamente in assoluta povertà monastica, senza elettricità, né acqua corrente in casa (lavavo i miei panni al lavatoio condominiale), scevro da ogni vizio, confort o frivolezza, ero “buono e compassionevole”.


Soprattutto ero fiero della mia capacità di controllare i sensi, nessuna donna era più riuscita a coinvolgermi, qualsiasi fosse il suo fascino e bellezza, persino nel sogno avevo raggiunto la capacità di impedire ogni eiaculazione notturna, ero un perfetto Bramachari. In questa ottica Leslie era per me come una sorellina alla quale dimostrare qualche affetto, nulla di più, anche se ero consapevole, con il passare del tempo e frequentandola sempre più spesso, che lei dimostrava una spiccata simpatia e debolezza nei mie confronti, consideravo però la cosa con distacco e con un sorriso sulle labbra… (mica tutti potevano raggiungere il mio livello di autocontrollo).

Leslie mi parlava spesso di una santa che aveva conosciuta nel sud dell’India, una certa Anasuya (che vuol dire aldilà della gelosia), viveva in un remoto villaggio dell’Andra Pradesh, a Jillelamudi, era sposata e madre e forse anche nonna, una manifestazione dell’amore universale, “Amma” (mamma). Leslie mi mostrava di tanto in tanto dei giornaletti stampati crudamente che riceveva da quella che era chiamata la “Casa di Tutti”. Io li guardavo con un po’ di sufficienza e li leggiucchiavo senza molto interesse, di tanto in tanto mi soffermavo su qualche immagine della santa Madre, un bel viso tondo, pulito ed onesto, un po’ sorridente ed ammiccante, come la Monna Lisa.

Passò ancora del tempo e tutto sembrava indicare per me una strada di rinuncia, santità ed apprendimento, ero preso dai miei doveri verso i compagni poco illuminati, fornivo un esempio di disciplina spirituale ed ero circondato da gente che mi rispettava e mi vedeva -forse- come un possibile futuro maestro. Accettavo il bello ed il cattivo tempo sapendo che la Grazia del Guru era con me. Non mi ero più mosso da un paio d’anni, ma di tanto in tanto partecipavo a qualche convention importante (come ad esempio il primo festival dello Yoga che si tenne a Milano organizzato da Carlo Patrian e da Giorgio Furlan), ero il rappresentante più qualificato del Siddha Yoga in Italia, od almeno così ritenevo.
Leslie ad un certo punto mi parlò della sua intenzione di tornare in India per visitare Amma a Jillellamudi, intendeva viaggiare via terra seguendo l’antica rotta carovaniera, mi chiese quietamente se volessi accompagnarla. Meditai sulla cosa a lungo, in fondo per me che ero rimasto orfano di madre quando ero un bambino di 10 anni, l’idea di un incontro con la Madre Universale era attraente, ricordavo inoltre qualcosa che Amma aveva detto di se stessa, su uno di quei giornaletti: “Chi sei tu? – “io sono la madre” – “la madre di chi?” – “di tutti” – “ma come ti percepisci?” – “io sono me stessa, quell’io che è diventato ogni io, madre non significa solo questa che siede sul letto a Jillelamudi. Madre significa quella che non ha inizio né fine, che è l’inizio e la fine, quella che è divenuto ogni cosa e che è l’incomprensibile, l’illimitata ed irresistibile base”.

Decisi infine di partire con Leslie, cominciai a raggranellare il denaro per il viaggio e per l’eventuale permanenza che non sapevo quanto sarebbe durata. Le cose stranamente andavano bene, non so come riuscii a mettere assieme mille o duemila dollari, accettando anche commesse per eventuali oggetti che avrei riportato dall’India (sitar, mrdanga, cembali, incensi ed altro materiale sacro). La prospettiva del viaggio mi rinvigoriva e mi rendeva più attivo, ovviamente non trascuravo la mia disciplina autoimposta ed i miei ‘doveri’ anch’essi autoimposti.

Il tragitto iniziale prevedeva l’imbarco da Ancona sino in Grecia, permanenza in un’isola vicino alla Turchia, per meditare e prepararsi al lungo viaggio… L’isola in questione si chiama Ikaria, fuori dalle rotte turistiche e richiedeva due traghetti per arrivarci, è l’isola mitologica sulla quale precipitò Icaro, dopo la sua malaugurata ascesa al cielo. Era la fine di settembre, il posto paradisiaco, l’accoglienza ricevuta invitante ed ospitale, mare limpido, terme calde e curative, aspri paesaggi, buon formaggio di capra e verdure fresche. Vivevo con Leslie in un appartamento che ci era stato offerto da amici incontrati sull’isola, letti separati ovviamente, ma stavamo sempre assieme andavamo in giro per monasteri e montagne, oziavamo al sole caldo e piacevole, la stagione era propizia. Una notte, dopo circa due settimane di questa vita beata, feci un sogno tremendo, mi sentivo avvampare dal desiderio sessuale, tutto era un inferno di desiderio irrefrenabile, mi svegliai di soprassalto, com’ero abituato a fare per controllare i miei sogni, ma la sensazione non mi abbandonava, andai a mettermi sotto la doccia sperando che l’acqua fredda calmasse i bollenti spiriti, mi sentii un po’ rinfrancato ma allo stesso tempo ancora più “pronto”. Pregavo Dio ed i santi di aiutarmi a controllare me stesso, tornai nella stanza, era ancora notte fonda, Leslie era nel suo letto, senza emettere suoni, tutto era silenzio ma non nella mia mente, impossibile resistere, ad un certo punto mi sentii letteralmente sollevato e mi vidi avvicinarmi al letto di Leslie, mi infilai dentro, lei mi chiese “cosa fai?” ed io “ho freddo”, mi fece spazio e mi abbracciò, facemmo l’amore senza sosta, con foga, con passione e violenza e tenerezza, anche dopo averlo fatto una, due, tre volte il desiderio non scemava. Insomma una debacle, totale….(dal mio punto di vista).

Andò così anche nei giorni successivi, quando camminavamo in montagna le saltavo addosso, cercavo una grotta e facevo l’amore con lei in piedi od in qualsiasi altro modo. Inutile dire che la mia autostima, come santo, era scesa a livelli inaccettabili, mi vedevo, novello Icaro, precipitato nell’abisso dei sensi. Solo molto più tardi scoprii che l’esperienza mi era necessaria per perdere la mia arroganza del raggiungimento che mi avrebbe impedito di accettare e sentirmi accettato dalla Madre.  Allora, però, sentivo di dover espiare e ritrovare la mia purezza, parlai con Leslie di questo, lei piangeva e mi guardava implorante, le dissi che non potevo più viaggiare con lei, che ritornasse indietro se non voleva affrontare il viaggio da sola o che prendesse un aereo, io avrei proseguito sulla strada dell’espiazione da solo e sarei comunque andato da Anasuya, forse a farmi perdonare i miei peccati od a cercare di capire come tutto ciò fosse potuto accadere.

Leslie, sperava che cambiassi idea e mi accompagnò sino alla costa turca, ad Efeso, su un piccolo aliscafo che faceva servizio in quel breve tratto di mare che separa l’Europa dall’Asia. Durante il tragitto non parlammo mai, appena sbarcati la salutai senza quasi guardarla in faccia e mi allontanai subito sul primo bus che mi capitò di incontrare.
Ma questa non è l’occasione per continuare a parlare di questo periglioso viaggio, di tutte le esperienze vissute e le sensazioni percepite, sarebbe interessante farlo magari in un’altra storia.

Alla fine giunsi davanti alla Madre, che altro dire o fare? Ero stato accolto ed io stesso accoglievo.



Paolo D'Arpini



Orgoglio di nonno - Con alcuni dei miei nipoti a Calcata




sabato 23 luglio 2011

Rapporto d'amore non duale.. nella coppia spirituale

 
Oggi parlando con Caterina siamo andati sul discorso della comunione spirituale e sulla crescita che può avvenire durante un rapporto di coppia. La mia opinione è che ognuno singolamente compie un suo percorso e che la possibilità di restare affiancati permane nella capacità di non attaccarsi al percorso in se stesso, a delle norme di comportamento prefissate, all'uniformarsi alle regole dell'unione costituita, etc. Insomma ognuno avanza senza aspettarsi nulla dall'altro, pur essendo consapevole della presenza dell'altro al suo fianco. Quello che funge da legante è la reciproca libertà e la capacità di restare allo stesso livello...
 
Non che  realmente ci sia un livello nella "coscienza" si tratta semplicemente di una capacità di restare liberi da  aspettative.. e questo mantiene i  membri della coppia su un piano  di "comunanza".. Il legante della coppia  "spiritualmente evoluta" è l'amore verso l'altro espresso in forma incondizionata  e disinteressata. Così sorge un vero incontro che supera il dualismo....
 
In un certro senso il rapporto fra due veri amanti è lo stesso che intercorre fra un mestro ed un discepolo.. intendendo bene cosa  significa  "maestro" e "discepolo" 
 
Affermava Ramana Maharshi di non avere alcun discepolo… e questa affermazione è sicuramente corretta dal punto di vista di un vero maestro, che ha superato il senso dell’individualità separata. Infatti per lui non esiste null’altro che il Sé di cui  ogni cosa è la forma manifesta, ed il Sé  è presente in tutto ciò che si muove nello spazio e nel tempo.  Ma dal punto di vista empirico egli accettava che una “persona” –cioè un’entità  ancora identificata con il nome forma-  si considerasse suo discepolo…. Insomma è il discepolo che fa il Guru ma il Guru non può fare discepoli.

La stessa cosa diceva la mia madre spirituale Anasuya Devi quando –giocando con le parole- confessava candidamente “Io non ho shisya (discepoli) … ho solo shisu (figli)” e con queste parole confermava il suo amore materno per tutto e per tutti. Ed in verità avveniva la stessa cosa anche per Ramana il quale considerava benevolmente ogni creatura come farebbe un padre verso i propri figli.
 
Certo, da parte di un maestro pensare di avere degli allievi sarebbe come dire che si crede ancora in una scala di valori, in una gerarchia, che è sempre frutto di un senso di separazione. Ma come avviene nel sogno, in cui pur essendo tutti i personaggi sognati lo stesso sognatore, esistono apparenti differenze di rango e posizione fra le varie “entità”,  talvolta accade che una di esse funga da insegnante all’altra (pur essendo la stessa identica cosa, ovvero immagini…). Nel sogno accettiamo queste differenze ed anche nello stato di veglia (che è un’altra forma di sogno ad occhi aperti) possiamo accettare di svolgere una mansione, come accetteremmo di fare un lavoro piuttosto di un altro fra pari grado.
 
A questo proposito mi viene in mente una storiella raccontata dal mio Guru, Swami Muktananda. In un club di ricchi potevano essere accettati solo i ricchi, e gli stessi aderenti svolgevano perciò i vari servizi interni, chi come direttore, chi come cameriere o scopino, chi come portinaio o addetto alla segreteria.  Tutti erano parimenti milionari e non si vergognavano di fare ognuno la sua parte per il mantenimento del club. Questo stato di cose  potrebbe rappresentarsi  anche nella nostra società, se fosse realmente illuminata, in cui l’accettazione delle differenze verrebbe vista come un gioco delle parti e null’altro.
 
Ciò vale anche nel rapporto di una coppia spirituale, in cui non esiste una valenza specifica attribuita al ruolo od al genere.. pur continuando a manifestarsi al suo interno le qualità reciproche stabilite dalle proprie naturali propensioni e dalle tendenze innate.
 
Così l'uomo può continuare a restare uomo, senza doversi effeminare, e la donna può continuare a restare donna, senza doversi mascolinizzare.... e la "coppia spirituale" compie il suo scopo... di essere due in Uno.
 
Paolo D'Arpini 

martedì 19 luglio 2011

Treia, 15 agosto 2011: “.. l’attesa del Grande Cocomero” - Ovvero: vuoto nel pensiero e perdita della ragione, restando nell’ignoto…..


“L’ignoranza di Sè non esiste,  è solo  disattenzione. In fondo il preoccuparsi è semplicemente un penoso stato mentale, e la pena chiama attenzione. Il momento che tu sei attento, l’impellenza si scioglie e l’ignoranza scompare. L’attenzione ti riporta al presente, l’adesso, e questo è il tuo stato naturale, anche se raramente percepito”
(Sri Nisargadatta Maharaj)



Anche quest’anno si ripete la celebrazione dell’attesa senza speranza.. l’attesa del Grande Cocomero. L’evento è catalitico e criptico, rappresenta il momento in cui non c’è più nulla da aspettarsi, in cui le aspettative scompaiono, riscoprendo la gioia dell’essere presenti qui ed ora…. 

C’è stato un momento della mia esistenza  in cui ho dovuto affrontare la perdita della ragione. Non nel senso che sono uscito di senno ma  significando l’entrata in una condizione “psichica”  in cui non è più possibile giudicare quel che è giusto e quel che è sbagliato. Uno stato di vuoto in cui l’osservatore interno osserva le potenzialità del momento sostituendo il giudizio con  la testimonianza. 

E lì  finisce ogni affermare o negare, ogni vincere od essere sconfitti. So che quel momento glorioso in cui trionfa “l’attimo presente” è lo stato della vera nascita e della vera beatitudine. Eppure questa “condizione” si manifesta (e per me avvenne drammaticamente) come un ingrippamento del motore funzionale della mente. Un vuoto che sopraggiunge di fronte all’imponderabile ed all’inaffrontabile. Sapete la storiella zen che racconta il “satori”? Un giorno un viandante si trovò dinnanzi ad una tigre affamata.

Cercando di sfuggire alle sue fauci aperte ed ai suoi unghioni appuntiti si rifugiò su un precipizio, aggrappandosi ad una radice sporgente nel vuoto. La tigre si aggirava sopra di lui rabbiosa allorché l’uomo si accorse che anche sotto di lui, alla base del crepaccio, c’era un’altra tigre che lo spiava famelica. Proprio in quel momento la radice alla quale era avvinghiato prese a staccarsi dalla roccia, si vide perduto, non poteva risalire né scendere,  nel mentre il suo sguardo si posò su una fragolina selvatica matura che pendeva invitante davanti ai suoi occhi,  la colse.. Com’era buona….

Successe più o meno così pure a me,  mi sentivo oppresso ed aggredito a destra e sinistra, il destino aveva deciso di  farmi apprendere questa lezione. Che fare? Rispondendo alle provocazioni, con la violenza o la capziosità, avrei perso la mia equanimità di giudizio e sarei precipitato nella finzione speculativa (e satana è questo che vuole per attiraci nella sua trappola).  Non avevo speranze..  e quando  smisi di preoccuparmi, sentii che non importava assolutamente nulla ottenere un risultato logico e soddisfacente, lasciai andare ed abbandonai la frustrazione e la potenza,  la vendetta e l’umiliazione, la giustizia e l’ingiustizia, il bene ed il male…. Insomma rinunciai, anzi “dimenticai”, ogni azione-reazione, questo lo chiamo “perdere la ragione”.

Ma attenzione, questa condizione di Vuoto, strettamente parlando, non si risolve in un “momento”, anche se la comprensione avviene in un “flash”,   dovrà trasformarsi in uno stato, quell’essere in perfetto bilico, in cui non c’è che il sorridere ed il piangere insieme.

Come dice  Capra, il fisico: “..analogamente al Vuoto dei mistici, il “vuoto fisico” -così chiamato nella teoria dei campi quantici- non è uno stato di semplice “non-essere” ma contiene in sé la potenzialità di tutte le forme. Queste forme non sono entità indipendenti ma sono manifestazioni transitorie del vuoto, che sempre soggiace ad esse. Il vuoto è “vuoto vivente”, pulsione creativa e distruttiva”.

Ed è proprio in questo stato  “aldilà del ragionamento” che è veramente possibile godere in pieno della vita, nella sua interezza,  è uno stato di perenne “comprensione” in cui è impossibile perdere, si vive momento per momento, con chiarezza, intelligenza, creatività. E’ un vivere nell’ignoto!

Buona “vacanza” anche a voi tutti!

Paolo D’Arpini


Programma – Attesa del Grande Cocomero, edizione 2011 – Treia, sede del Circolo Vegetariano VV.TT., Via Sacchette, 15/a (vicino alla porta Mentana o Montana o Montanara)

h. 9.30 – Rendez vous per un pellegrinaggio al pianoro di Santa Sperandia, nei pressi della torre diroccata resteremo in contemplazione del vuoto.

h. 12.00 –   Ritorno al Circolo, canto dell’inno sacro dedicato al Guru Swami Muktananda, segue  condivisione del cibo vegetariano da ognuno portato.

h. 15.00 -  Riposo

h. 18.00 – Passeggiata sotto le rupi di Treia per la raccolta di rifiuti abbandonati e dialogo in movimento.


Per info. e prenotazioni: circolo.vegetariano@libero.it – Tel. 0733/216293