martedì 9 agosto 2022

Imperialismo, crisi e stagnazione...



Paul Sweezy, un marxista americano di grande importanza nel XX secolo, ha collaborato lungamente con Paul Baran, un marxista nato nell'ex impero russo, con l'obiettivo di evidenziare l'unicità dell'economia mondiale sotto la direzione del capitalismo monopolistico, nonché la centralità della categoria “surplus economico” come spiegazione delle crisi.

Sweezy, ancor prima della sua collaborazione con Baran, stava già cercando di approfondire, con maggiore attenzione, il problema del mismatch tra produzione e realizzazione di merci nella sua opera più nota “Theory of Capitalist Development”, pubblicata negli anni ‘40. In questo opuscolo, Sweezy ha sottolineato che Marx non ha dedicato un'analisi del sottoconsumo nella produzione capitalistica, concentrando la sua attenzione sull'ambito della produzione in situ. Il cuore dell'analisi di Sweezy è il processo di circolazione del capitale, secondario ai cambiamenti nella composizione organica del capitale come principale fattore scatenante della crisi.

Sweezy ha evidenziato che il sottoconsumo esercita un'influenza preponderante sulle dinamiche dell'economia mondiale, essendo una dimensione inscindibile del funzionamento del capitalismo che contribuisce a due distinti sviluppi: crisi e stagnazione. La crisi deriverebbe dall'offerta aggiuntiva di beni di consumo al mercato, ovvero dallo squilibrio tra offerta potenziale e domanda di consumo potenziale, determinando una riduzione della capacità produttiva aggiuntiva. 

La stagnazione deriverebbe dall'incapacità del mercato di assorbire il volume potenziale dei beni di consumo. A proposito di quest'ultimo punto, Sweezy ha affermato che, poiché il capitalismo presenta sempre una capacità produttiva potenziale che viene utilizzata raramente, pena la sofferenza del sottoconsumo, il suo ritmo normale è quello della stagnazione.

Bollettino Culturale 















domenica 7 agosto 2022

La differenza fra mappa e territorio nella definizione buddhista


 Gregory Bateson: "La mappa non è il territorio e il nome non è la cosa"

Tempo e spazio sono osservazioni comparative, parziali e mutuamente correlate, di mutamenti.

Senza mutamento, niente tempo e niente spazio.

E’ sempre stato così, anche se prima di Einstein pochi lo avevano evidenziato.

Devo aggiungere, a onor di completezza, che la filosofia buddhista si è sempre mostrata ben consapevole di tutto ciò, fin dai tempi di Shakyamuni, Shariputra, Nagarjuna, e tutti gli altri suoi tradizionali maestri.

Il sistema spazio tempo viene definito un meccanismo che permette di registrare il movimento/mutamento dell’universo e dei singoli corpi contenuti nel suo insieme. Panta rei.

Ma anche la dizione “singoli corpi” è una utile convenzione intersoggettiva, comoda, ma in realtà infondata come suo senso ultimo. Naturalmente va benissimo usarla nel linguaggio comune, relativo all’esperienza ordinaria ed alla sua organizzazione mentale. Ma è una idea, non una “cosa”, cioè una caratteristica della rappresentazione, non del rappresentato. E’ sempre utile tenere a mente la distinzione tra mappa e territorio, tra rappresentazione e realtà complessiva, a parer mio.

Devo aggiungere che la filosofia buddhista si è sempre mostrata ben consapevole di tutto ciò, fin dai tempi di Shakyamuni, Shariputra, Nagarjuna, e tutti gli altri suoi tradizionali maestri.

Sarvamangalam



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Articolo correlato: http://retedellereti.blogspot.it/2015/03/taoismo-e-fisica-quantistica-sincontrano.html

sabato 6 agosto 2022

Biodiversità ad un bivio. Meglio la vita o il denaro?



Repubblica Democratica del Congo, il 28 e il 29 luglio 2022 il governo congolese ha messo all’asta 27 siti per esplorazioni petrolifere che includono un milione di ettari di torbiere, 11 milioni di ettari di foresta fluviale e parte del parco dei Virunga, dove vivono alcuni degli ultimi gorilla di montagna. Il governo stima che questi 27 siti contengano circa 22 miliardi di barili di petrolio per un valore, ai prezzi attuali, di circa 650 miliardi di dollari. Circa 12 volte il Prodotto Interno Lordo congolese di circa 54 miliardi di dollari all’anno. Altri tre siti, anch’essi all’asta, conterrebbero circa 66 miliardi di metri cubi di gas. Le torbiere rimuovono anidride carbonica dall’atmosfera aiutando a regolare il clima.


Le torbiere sotto le quali si trova parte del petrolio e del gas congolese imprigionano anidride carbonica pari a quella prodotta da circa tre anni di emissioni di gas serra. Questa anidride carbonica potrebbe essere liberata nell’atmosfera dalle trivellazioni. Si capisce, quindi, perché scienziati e ambientalisti siano contrari allo sfruttamento di questi siti.

Anche nella vicina Uganda scienziati e ambientalisti mettono in guardia e protestano contro la progettata costruzione di un oleodotto lungo circa 1.400 Km che dovrebbe trasportare il petrolio trovato in Uganda, nei pressi del Lago Alberto, fino al porto di Tanga in Tanzania.

L’anno scorso l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha affermato che, per tentare di contrastare i cambiamenti climatici, nessun nuovo giacimento di carburanti fossili dovrebbe essere messo in funzione, in nessun paese del mondo. Ai paesi africani viene chiesto di non sfruttare gas e petrolio, per contrastare i guasti climatici che i paesi ricchi hanno provocato e continuano a provocare sfruttando,
precisamente, gas e petrolio. Come sempre, la questione è complessa.

Perché mai la Repubblica Democratica del Congo e altri paesi africani dovrebbero rinunciare a potenziali ingenti ricchezze per guasti causati dai paesi ricchi? Perché, rispondono gli esperti, l’Africa, pur emettendo solo il 4% dei cosiddetti gas serra, è il continente che maggiormente risente dei cambiamenti climatici, con siccità prolungate, alluvioni ripetute, cicloni devastanti. Altri aggiungono che lo sfruttamento di queste risorse non andrebbe, comunque, a beneficio della popolazione. La cosiddetta “maledizione delle risorse naturali” che, in molti paesi africani, dalla Nigeria all’Angola, dalla Guinea Equatoriale alla Repubblica Democratica del Congo, dal Mozambico al Ciad, hanno arricchito pochi a discapito di molti. Circa 60 degli 80 milioni di congolesi vivono al di sotto della soglia di povertà nonostante l’enorme ricchezza mineraria del paese, il cui sottosuolo contiene di tutto: oltre a gas e petrolio, cobalto, rame, zinco, diamanti, oro, coltan, uranio.

Nel 2009, i paesi del G7 hanno promesso 100 miliardi di dollari all’anno ai paesi poveri per aiutarli nella lotta ai cambiamenti
climatici e compensarli per eventuali rinunce come quelle chieste alla Repubblica Democratica del Congo. Una infima frazione di quei fondi si è materializzata. Un altro esempio significativo che viene dall’America Latina: nel 2007 l’Ecuador fu esortato a non trivellare siti petroliferi nel Parco Nazionale dello Yasuni in cambio di adeguate compensazioni. Le compensazioni furono valutate, dal governo ecuadoregno, a 3 miliardi e 600.000 dollari. Sei anni dopo, nel 2013, solo il 4% di quella somma era stato erogato.

Risultato: nel 2016 sono iniziate le trivellazioni. Il rincaro dei prezzi dei carburanti, l’incertezza dei rifornimenti di gas provenienti dalla Russia, hanno portato alcuni paesi ricchi, come Regno Unito e Germania, a riattivare centrali a carbone. Il Presidente americano Biden e quello francese Macron hanno recentemente chiesto all’Arabia Saudita (per ora senza successo), di aumentare la sua produzione di petrolio. Di fronte a questi fatti, è difficile pensare che i paesi poveri rinuncino alla possibilità di sfruttare i loro giacimenti di carburanti fossili.

In margine a questa storia, notiamo che il 28 luglio scorso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con 161 voti a favore e 8 astenuti, ha dichiarato che l’accesso ad un ambiente pulito, sano e sostenibile, è un diritto umano universale. Resta da vedere quanto questa risoluzione inciderà sulla realtà.

Maurizio Murru *

* Medico, con decenni di lavoro in Africa ed altrove - http://www.centrocabral.com/1993/Tamburi_lontani

venerdì 5 agosto 2022

6 e 9 agosto - Hiroshima e Nagasaki Day

 

                                       Il bombardiere Enola Gay con equipaggio soddisfatto e sorridente


Questo agosto viene a cadere il 77esimo anniversario di Hiroshima (6 agosto) e Nagasaki (9 agosto), date che, all’insegna del “Mai più”, andrebbero incise nel corpo vivo dell’Umanità, soprattutto mentre un conflitto militare combattuto tra NATO e Russia sul territorio ucraino rende concreta la minaccia di una escalation nucleare.

Il lancio di quelle bombe atomiche sulle città giapponesi nel 1945 dovremmo considerarlo un crimine contro l’umanità al pari, se non peggio, dei campi di concentramento nazisti per sterminare gli ebrei ad Auschwitz e Dachau.


Il record mondiale dello sterminio nell’unità di tempo (110mila morti all’istante) ha cambiato per sempre la storia dell’Umanità ponendola di fronte al baratro di una “avventura senza ritorno”, destinazione fine del mondo. Eppure, l’opinione pubblica mondiale continua a sottovalutare, se non addirittura a ignorare, la minaccia atomica, nonostante essa sia sempre sullo sfondo della geopolitica odierna ed una situazione chiamata “equilibrio del terrore” abbia caratterizzato gli anni della Guerra fredda tra USA ed URSS.


La cultura mondiale è sempre stata colpevole di reticenza con poche voci che si sono levate contro. L’unica al momento del lancio delle bombe fu quella dell’umanista Albert Camus, in direzione ostinata e contraria rispetto al pensiero unico dominato dai vincitori della guerra (si veda l’editoriale di Combat dell’8 agosto 1945).


L’anniversario di quest’anno possiamo in parte rivestirlo di una luce di speranza, considerato che dobbiamo registrare positivamente i progressi della proibizione delle armi nucleari sulla base del diritto umanitario. 


Un Trattato internazionale (TPNW) in questo senso è stato adottato il 7 luglio del 2017, è entrato in vigore alla 50esima ratifica nel gennaio 2021; e la prima conferenza di revisione si è tenuta a Vienna nel giugno di quest’anno ponendo con forza la complementarità con il Trattato di non proliferazione (TNP). Si è aperto un dialogo con i Paesi della condivisione nucleare NATO (Germania, Belgio e Olanda erano presenti in qualità di osservatori. Italia: non pervenuta).


In questi giorni si sta appunto svolgendo a New York la conferenza di riesame del TNP con i delegati dei 190 Stati parte (termine dei lavori: 26 agosto). In vigore dal 1970, il TNP dà un ordine giuridico quasi universalmente riconosciuto alla materia nucleare, sia civile che militare. Esso stabilisce il “diritto inalienabile” all’energia nucleare, ma allo stesso tempo interdice la diffusione delle armi nucleari, temporaneamente legittime solo per le cinque potenze del Consiglio di Sicurezza.


Ma questo “diritto al possesso” era vincolato a una promessa, contenuta nell’articolo 6: l’impegno a negoziare subito, “in buona fede”, il disarmo nucleare. Nella realtà dopo decenni non si sono visti passi in avanti verso il disarmo nucleare anzi oggi si vedono soprattutto passi indietro con programmi di ammodernamento della “deterrenza” ingenti per dispendio economico (1.000 miliardi per i soli USA!) e terrorizzanti per la tendenza all’automazione, con delega all’Intelligenza Artificiale, che accresce la possibilità di guerra per errore.


La guerra in Ucraina oggi pone ulteriormente a rischio il TNP perché l’uso degli ordigni è esplicitamente ventilato e comunque l’attacco di una potenza nucleare contro uno Stato non nucleare incentiva i Paesi a rivedere la loro decisione di rinunciare all’arma nucleare.


A New York al TNP si vedrà se si riesce ad avviare qualche controtendenza. Sarebbe importante una sinergia tra campagna per la proibizione delle armi nucleari e campagna per il non primo uso di esse. Si dovrebbe far recepire nel documento finale, se si riuscirà a vararne uno, appunto l’interdizione del primo uso delle armi nucleari, che aprirebbe la strada alla loro “deallertizzazione”, separando le testate dai vettori (2.000 sono sempre pronte al lancio immediato).


Un grimaldello per il riconoscimento del TPNW da parte del TPN potrebbe essere assicurato dal riconoscimento del primo come “zona denuclearizzate globale” deterritorializzata, da aggiungersi a quelle territorializzate già riconosciute: Africa, America Latina, Pacifico del Sud, Asia Sud Orientale, Asia Centrale.


L’ostacolo principale per il riconoscimento del TPNW da parte del TNP è la sua proibizione totale e quasi repentina dello stesso possesso delle armi nucleari. Queste disposizioni sono problematiche per i Paesi NATO perché incompatibili con la dottrina strategica dell’Alleanza che non esclude, in circostanze eccezionali, il primo uso dell’arma nucleare. Ma a Vienna si è appunto aperto un dialogo con i Paesi che dovrebbero, come l’Italia, ospitare le nuove B61-12 trasportate dagli F35,  e se son rose fioriranno. Noi siamo qui per portare avanti il nostro impegno costruttivo e, ritenendo più importante “fare la pace con la Natura” che non accapigliarsi per i confini di imperi declinanti o sognati, dare basi concrete alla speranza di un mondo libero dalla minaccia nucleare…

 

 Alfonso Navarra












Integrazione:


Combat – 8 Agosto 1945, Editoriale di Albert Camus

  

(estratti)

Noi riassumeremo il nostro pensiero in una sola frase: la civiltà meccanica è appena giunta al suo ultimo grado di barbarie. Dovremo scegliere, in un futuro più o meno prossimo, tra il suicidio collettivo e l’impiego intelligente delle conquiste scientifiche.

Nell’attesa, si può pensare che vi sia un certa indecenza a celebrare in questo modo una scoperta che si pone prima di tutto al servizio del più formidabile accanimento distruttivo di cui l’uomo abbia dato prova da secoli. Che in un mondo esposto a tutti gli strappi della violenza, incapace di alcun controllo, indifferente alla giustizia e alla semplice felicità umana, la scienza si consacri all’omicidio organizzato, nessuno ormai, a meno che non sia affetto da idealismo congenito, troverà modo di stupirsi.

(…)

Davanti alle prospettive terrificanti che si aprono all’umanità, ci accorgiamo ancora di più che la pace è la sola battaglia che meriti di essere combattuta. Non è più una supplica ma un ordine che deve salire dai popoli ai governi, l’ordine di decidere definitivamente tra l’inferno e la ragione.

 http://www.igiornielenotti.it/centenario-della-nascita-di-albert-camus-il-suono-verbale-della-revolte-hiroshima-2/

 

giovedì 4 agosto 2022

Treia, 6 agosto 2022 – Festa dell’Acquacotta

 


Il momento dell’incontro in campagna, qualche erba selvatica, una crosta di pane e di cacio…. Ecco la festa paesana per eccellenza, dedicata ai compagni di viaggio, quelli del “when the saints go marching in…”. In questa giornata di inizio autunno (secondo Plinio l’autunno comincia in questi giorni con il tramonto della Lira) solitamente festeggiamo l’assorbimento nella eterna beatitudine.

Il 6 agosto 2022 partecipiamo assieme agli amici dell’Auser Treia al rito dell’acqua cotta che si tiene presso TAM in loc. Moje 34 di Treia… a partire dalle ore 18.30.

E’ un invito culturale ma anche dedicato al ritorno nel grembo accogliente della Terra… In questo periodo infatti tutti i semi tendono pian piano a cadere sulla superficie del terreno, in attesa che le piogge autunnali inizino a creare l’humus necessario alla successiva rinascita.

Tradizionalmente trascorriamo questa giornata in campagna raccogliendo erbe aromatiche e cercando acque fresche alle sorgenti. Alla fine ne esce fuori un “hemlot” come dicono gli inglesi, noi la chiamiamo “acquacotta”. Una bevanda cibo con tutti i sapori e gli odori che la natura ci da in questo momento.

Paolo D’Arpini (e Caterina Regazzi con il pensiero)

mercoledì 3 agosto 2022

Oggi tira una bella brezza...



Una bella brezza, un silenzio piacevole, ed una quantità di energia, ormai inarrestabile.

C’è sempre un giorno in cui qualcosa cambia in maniera visibile. Il giorno prima è tutto normale, pur non essendolo, il giorno dopo, sei diverso agli occhi di tutti.
L’Italia torna ad assomigliare a se stessa. Un coacervo di differenze e biodiversità che ci rendevano speciali e che gli estranei giudicavano con parole di disprezzo.

Niente di più, niente di meno. Un'immensa casa con paesaggi che cambiano ad ogni collina, uomini intenti a cucinare e costruire, dipingere, zappare, produrre ed inventare.

Non esiste giustizia da noi.
Non esiste una sola regola.
Per questo ci odiano.

Siamo talmente pieni di vita che il non comprenderci li rende convinti d’esser degni di pensare che siamo imperfetti; ed invece siamo semplicemente di più.
Non saranno le elezioni, non saranno i danni a destare gli uomini, non saranno le violenze e l’arroganza di chi ha un guadagno nel non vedere come siamo, nel tradire il proprio popolo e tradire così il mondo intero.

Accadrà che qualcosa tornerà a crescere; lo stava già facendo, ma non per i distratti.

Andrea Santini



martedì 2 agosto 2022

L'incerto domani che ci aspetta...


Tutti i fenomeni attraverso cui è destinata a manifestarsi questa fine del mondo sono già in gran parte presenti: ghiacciai e calotte polari che si sciolgono, siccità e desertificazione, alluvioni che non vi pongono rimedio ma ne aggravano gli effetti, mare che si infiltra nelle falde, prosciugamento degli acquiferi, incendi che distruggono le foreste, non più moderati dall’umidità di suolo e piante e dalla scarsità di acqua per spegnerli, tifoni e diffusione di malattie nuove che non si riesce più a controllare. Sono tutti fenomeni in gran parte irreversibili.

I ghiacciai continueranno a sciogliersi e non si riformeranno per migliaia di anni, anche se le emissioni di gas climalteranti cessassero domani (il che non accadrà) e così le calotte polari. Gli acquiferi che abbiamo saccheggiato non si riempiranno più, né torneranno a scorrere pacificamente i fiumi, che alterneranno periodi di secca a piene che si trasformano in alluvioni. Le estati saranno sempre più torride, tanto da rendere invivibili aree sempre più estese del pianeta. Gli inverni saranno sempre più miti e avari delle precipitazioni a cui siamo abituati e gli incendi sempre più estesi e violenti.

La situazione che stiamo vivendo non durerà solo qualche giorno, o un’estate, o qualche anno, ma sarà la nuova normalità. Anzi, peggiorerà, con alti e bassi, di anno in anno, spingendo un numero crescente di abitanti della Terra ad abbandonare i loro Paesi per cercare sollievo e vivibilità in qualche regione meno rovente.

Le prime vittime di questo processo saranno – sono già – l’agricoltura e l’alimentazione che, con i loro consumi fossili, sono già oggi la principale fonte di emissioni climalteranti (in gran parte per la produzione di carni che impegna il 70 per cento dei suoli coltivati e dell’acqua utilizzata). Mangiare qualsiasi cosa sarà sempre di più un problema per un numero crescente di abitanti della Terra, ma industria e mobilità non se la vedranno meglio.

Fino a quando (quando?) tutta l’energia utilizzata non sarà generata da fonti rinnovabili non è affatto detto che quelle di diversa origine possano bastare. Sia quella nucleare che quella di origine fossile hanno bisogno di acqua, molta acqua, per funzionare. E ce n'è sempre meno a disposizione. In Francia molte centrali nucleari si fermano non solo per guasti e logoramento, ma perché non c’è più acqua per raffreddarle.

Si fermeranno in Italia e altrove molte centrali a gas e carbone per la secca dei fiumi. Senza elettricità si ferma anche l’industria, anche quella eventualmente impegnata nella produzione di impianti di energia rinnovabile o nella ristrutturazione degli edifici per ridurne i consumi energetici.

I ghiacciai non si riformeranno per migliaia di anni?

Conversione ecologica sempre più difficile

Così la conversione ecologica, anche volendola fare, sarà sempre più difficile. Non parliamo della conversione dalla combustione all’elettrico del parco veicoli (un miliardo e 300milioni di auto), oggi al centro dell’attenzione. Che senso ha? Dove e come produrremo l’energia per muoverlo, i materiali rari per farlo funzionare, quelli ordinari per fabbricarlo se l’industria dovrà lavorare a singhiozzo? E il turismo? Che senso ha fabbricare l’inverno con la neve artificiale per partecipare a uno scempio come le Olimpiadi Milano-Cortina? Quando si scoprirà che viaggiare verso terre lontane non garantisce più un sicuro ritorno?

E l’industria militare? Certo, è “prioritaria”. Le armi sono oggi il più grande affare, l’unico che ha potuto guardare in faccia il covid senza conseguenze. Arriverà una resa dei conti anche per loro, certo non prima di aver mandato in tilt il resto dei settori industriali.

E le Grandi Opere? Di tutte quelle che si apprestano ad aprire i cantieri con i fondi del Pnrr non resteranno che i debiti da saldare. Con che cosa? E a spese di chi? Tutti questi blocchi si ripercuoteranno in chiusure, fallimenti, licenziamenti, disoccupazione, perdita di reddito, senza che siano state programmate collocazioni alternative per l’occupazione e la produzione.


Problemi ignorati

C’è qualcuno dei politici affaccendatisi intorno al destino del governo Draghi, a partire dal suo titolare, che abbia anche solo nominato uno di questi problemi mentre l’Italia (e il mondo) intorno a loro andava a fuoco? O qualche membro della classe imprenditoriale? O qualche giornale che ne abbia fatto l’apertura a sei colonne? O qualche giornalista – qualcuno forse sì – che abbia trovato il modo di parlarne all’interno di pezzi dedicati al proprio ambito: politica, economia, sport, moda, costume, giustizia, guerra, ecc”.?

Mai il dibattito politico, il “servo encomio” di Draghi e il “codardo oltraggio” del buon senso erano caduti così in basso: un teatro dell’assurdo. Gli unici ad averlo capito sono i giovani di Fridays for Future e i loro comprimari. Eppure, è di questo che bisogna innanzitutto parlare.

E se ne avessimo parlato, se ne parlassimo, certo le cose prenderebbero un’altra piega: non si metterebbero l’ambiente, il clima, le rinnovabili in coda a un elenco di 9 punti su cui impegnare il governo o da proporre in campagna elettorale. Si metterebbe finalmente in chiaro che per ottenere uno qualsiasi di quegli obiettivi occorre affrontare di petto il problema del clima. E come?

Il contenimento della crisi climatica e ambientale non dipende solo da noi, né come individui, né a livello territoriale o nazionale; persino l’UE (che vale il 10 per cento delle emissioni globali) conta poco. Tuttavia, ciascuno di noi, ciascun territorio, ciascuna nazione e ciascun continente dovrebbe sforzarsi di fare il possibile per contribuire a una conversione ecologica complessiva. C’è molto da fare per tutti. Ma, soprattutto, c’è da trovare la strada per farlo, che non è per nulla chiara come lo sono invece gli obiettivi da perseguire e che è diversa da Paese a Paese come da individuo a individuo e da impresa a impresa.

Adattamento: salvare il salvabile e lasciare indietro il superfluo

È chiaro che l’obiettivo centrale, quello di Parigi e di Glasgow (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, sigla in inglese Unfccc) di +1,5°C sul periodo preindustriale non sarà raggiunto. Quindi, occorre prepararsi al meno peggio. E il meno peggio si chiama adattamento. Salvare, fin che si è in tempo, quello che si ritiene salvabile e lasciare indietro quello di cui c’è meno bisogno. Cominciando con l’agricoltura e l’alimentazione che devono tornare a essere biologiche, multicolturali, di prossimità, senza più allevamenti intensivi.

Poi con la cura del territorio, rimboschendolo il più possibile. E con la mobilità, abbandonando per sempre l’idea di avere a disposizione “un cavallo meccanico” a testa; la mobilità sostenibile è condivisione e pieno utilizzo di ogni mezzo. E il turismo, oggi la più grande industria del mondo, se ancora possibile, deve tornare a essere villeggiatura di prossimità o avventura senza confort. Anche l’industria dovrà ridimensionarsi e con essa sia l’aggressione alle risorse della Terra per alimentarla che la moltiplicazione dei servizi per trovarle uno sbocco nei nostri consumi. La scuola deve diventare un centro di formazione alla convivenza aperto a tutti e la cura della salute deve spostare il suo asse dalla terapia alla prevenzione.

In una prospettiva del genere, ci sarà posto per tutti su quel che resterà della Terra, sia per abitarla che per garantire a ciascun un ruolo, un’attività, un modo di rendersi utile senza piegarsi al feticcio dell’occupazione, che riguarda sempre e solo una parte della popolazione. Ma chi ha il coraggio di mettersi su questa strada?

Guido Viale  

Fonte: https://comune-info.net/ci-sara-ancora-un-domani/