giovedì 8 maggio 2025

La storia degli schiavi bianchi nei Paesi Barbareschi...



Gli storici  hanno studiato tutti gli aspetti della schiavitù degli africani ad opera dei bianchi, ma hanno ampiamente ignorato la schiavitù dei bianchi da parte dei nord africani. Quella degli schiavi cristiani con padroni musulmani è una storia accuratamente documentata e scritta chiaramente di ciò che il prof Davis chiama «l’altra schiavitù», sviluppatasi all’incirca nello stesso periodo del commercio transatlantico, e che ha devastato centinaia di comunità costiere europee. Nel pensiero dei bianchi di oggi, la schiavitù non ha minimamente il ruolo centrale che ha tra neri, ma non perché sia stato un problema di breve durata o di scarsa importanza. La storia della schiavitù mediterranea è, infatti, altrettanto fosca delle più tendenziose descrizioni della schiavitù americana.

Nel XVI secolo, gli schiavi bianchi razziati dai musulmani furano più numerosi degli africani deportati nelle Americhe.

Un commercio all’ingrosso:

La Costa  Barbaresca, che si estende dal Marocco fino all’attuale Libia, fu sede di una fiorente industria del rapimento di esseri umani dal 1500 fino al 1800 circa. Le grandi capitali del traffico di
schiavi furono Salé in Marocco, Tunisi, Algeri e Tripoli, e durante la
maggior parte di questo periodo le marine europee erano troppo deboli  per opporre più che una resistenza simbolica.

Il traffico transatlantico dei neri era puramente commerciale, ma per
gli arabi, i ricordi delle crociate e la rabbia per essere stati
espulsi dalla Spagna nel 1492 sembrano aver determinato una campagna
di rapimenti dei cristiani, quasi simile ad una Jihad.

«È stato forse questo pungolo della vendetta, contrapposto alle
amichevoli contrattazioni della piazza del mercato, che ha reso gli
schiavisti islamici tanto più aggressivi e inizialmente (potremmo
dire) più prosperi nel loro lavoro rispetto ai loro omologhi
cristiani», scrive il professor Davis.

Durante i secoli XVI e XVII furono condotti più schiavi verso sud
attraverso il Mediterraneo che verso ovest attraverso l’Atlantico.
Alcuni furono restituiti alle loro famiglie in cambio di un riscatto,
alcuni furono utilizzati per lavoro forzato in Africa del Nord e i
meno fortunati morirono di fatica come schiavi nelle galere.
Ciò che più colpisce circa le razzie barbaresche è la loro ampiezza e
la loro portata. I pirati rapivano la maggior parte dei loro schiavi
intercettando imbarcazioni, ma organizzavano anche enormi assalti
anfibi che praticamente spopolavano parti della costa italiana.
L’Italia è il bersaglio più apprezzato, in parte perché la Sicilia è
solo a 200 km da Tunisi, ma anche perché non aveva un governo centrale
forte che potesse resistere all’invasione.

Grandi incursioni spesso non incontrarono alcuna resistenza

Quando i pirati hanno saccheggiato Vieste nell’Italia meridionale nel
1554, ad esempio, rapirono uno stupefacente totale di 6.000
prigionieri. Gli algerini presero7.000 schiavi nel Golfo di Napoli nel
1544, un raid che fece crollare il prezzo degli schiavi a tal punto
che si diceva che si poteva «scambiare un cristiano per una cipolla».
Anche la Spagna subì attacchi su larga scala. Dopo un raid su Grenada
nel 1556, che fruttò 4.000 uomini, donne e bambini, si diceva che
«piovevano cristiani su Algeri». Si può calcolare che per ognuno di
questi grandi raid ce ne siano stati dozzine di minori.

La comparsa di una grande flotta poteva far fuggire l’intera
popolazione nell’entroterra, svuotando le regioni costiere.

Nel 1566, un gruppo di 6.000 turchi e corsari attraversarono il mare
Adriatico e sbarcarono a Francavilla. Le autorità non erano in grado
di fare nulla e raccomandarono l’evacuazione completa, lasciando ai
turchi il controllo di più di 1300 chilometri quadrati di villaggi
abbandonati fino a Serracapriola.

Quando apparivano i pirati, la gente spesso fuggiva dalla costa per
andare alla città più vicina, ma il Professor Davis spiega che questa
non era sempre una buona strategia: «più di una città di medie
dimensioni, affollata di profughi, si trovò nell’impossibilità di
sostenere un assalto frontale di molte centinaia di corsari e reis
[capitano dei corsari] che altrimenti avrebbero dovuto cercare schiavi
a poche dozzine per volta lungo le spiagge e sulle colline, potevano
trovare un migliaio o più di prigionieri comodamente raccolti in un
unico luogo per essere presi.»

I pirati tornavano continuamente a saccheggiare lo stesso territorio.
Oltre a un numero molto maggiore di piccole incursioni, la costa
calabra subì le seguenti depredazioni, sempre più gravi in meno di
dieci anni: 700 persone catturate in un singolo raid nel 1636, un
migliaio nel 1639 e 4.000 nel 1644.

Durante il XVI e XVII secolo, i pirati installarono basi
semi-permanenti sulle isole di Ischia e Procida, quasi all’imboccatura
del Golfo di Napoli, da cui organizzavano il loro traffico
commerciale.

Quando sbarcavano sulla riva, i corsari musulmani non mancavano di
profanare le chiese. Spesso rubavano le campane, non solo perché il
metallo aveva valore, ma anche per ridurre al silenzio la voce
inconfondibile del cristianesimo.

Nelle più frequenti piccole incursioni, un piccolo numero di barche
operavano furtivamente, piombando sugli insediamenti costieri nel
cuore della notte per catturare gli uomini «tranquilli e ancora nudi
nel loro letto». Questa pratica diede origine alla moderna espressione
siciliana, pigliato dai turchi, [in italiano nel testo], che significa
essere colto di sorpresa, addormentato o sconvolto.

La predazione costante provocava un terribile numero di vittime

Le donne erano più facili da catturare degli uomini, e le regioni
costiere potevano perdere rapidamente tutte le loro donne in età
fertile. I pescatori avevano paura di uscire, e si prendeva il mare
solo in convogli. Infine, gli italiani abbandonarono gran parte delle
loro coste. Come ha spiegato il Professor Davis, alla fine del XVII
secolo «la penisola italiana era preda dei corsari di Barberia da più
di due secoli, e le popolazioni costiere si erano ritirate in gran
parte nei villaggi fortificati sulle colline o in città più grandi
come Rimini, abbandonando chilometri di coste, una volta popolate, a
vagabondi e filibustieri.

È solo verso il 1700 che gli italiani riuscirono a impedire le
imponenti incursioni di terra, anche se la pirateria sui mari continuò
senza ostacoli.

La pirateria indusse la Spagna e soprattutto l’Italia ad allontanarsi
dal mare e perdere la loro tradizione di commercio e di navigazione,
con effetti devastanti: «Almeno per l’Iberia e l’Italia, il XVII
secolo ha rappresentato un periodo oscuro in cui le società spagnola e
italiana non erano più che l’ombra di quello che erano state durante
le epoche d’oro precedenti».

Alcuni pirati arabi erano abili navigatori d’alto mare e
terrorizzavano i cristiani fino ad una distanza di 1600 km. Uno
spettacolare raid in Islanda nel 1627 fruttò quasi400 prigionieri.
L’Inghilterra era stata una formidabile potenza di mare dal tempo di
Francis Drake, ma per tutto il XVII secolo, i pirati arabi operarono
liberamente nelle acque britanniche, entrando persino nell’estuario
del Tamigi a fare catture e incursioni sulle città costiere. In soli
tre anni, dal 1606 al 1609, la Marina britannica ha riconosciuto di
aver perso non meno di 466 navi mercantili inglesi e scozzesi a causa
dei corsari algerini. Nel metà del Seicento, gli inglesi erano
impegnati in un attivo traffico trans-atlantico dei neri, ma molti
equipaggi inglesi divennero proprietà dei pirati arabi.

Vita sotto la frusta

Gli attacchi di terra potevano essere molto fruttuosi, ma erano più
rischiosi delle catture in mare. Le navi erano quindi la principale
fonte di schiavi bianchi. A differenza delle loro vittime, le navi dei
corsari avevano due mezzi di propulsione: gli schiavi delle galee
oltre alle vele. Ciò  significava che potevano avanzare a remi verso
un’imbarcazione ferma per la bonaccia e attaccarla quando volevano.
Avevano molte bandiere diverse, così quando navigavano potevano issare
quella che meglio poteva ingannare le prede.

Una nave mercantile di buone dimensioni poteva trasportare circa 20
marinai abbastanza sani da poter sopportare qualche anno nelle galere,
e i passeggeri erano generalmente buoni per ottenere un riscatto. I
nobili e i ricchi mercanti erano prede allettanti, così come gli
ebrei, che potevano generalmente fornire un forte riscatto da parte
dei loro correligionari. Anche alti dignitari del clero erano preziosi
perché il Vaticano era solito pagare qualsiasi prezzo per sottrarli
alle mani degli infedeli.

All’arrivo di pirati, spesso i passeggeri si toglievano i vestiti
belli e tentavano di vestirsi il più poveramente possibile, nella
speranza che loro rapitori li restituissero alla loro famiglia per un
riscatto modesto. Lo sforzo era inutile se i pirati torturavano il
capitano per avere informazioni sui passeggeri. Era inoltre
consuetudine far spogliare gli uomini, sia per cercare oggetti di
valore cuciti nei vestiti, sia per verificare che non ci fossero ebrei
circoncisi travestiti da cristiani.

Se i pirati erano a corto di schiavi per le galee, potevano mettere
immediatamente al lavoro alcuni dei loro prigionieri, ma i prigionieri
erano solitamente messi nella stiva per il viaggio di ritorno. Erano
ammassati, potevano a malapena muoversi in mezzo a sporcizia, fetore e
parassiti, e molti morivano prima di raggiungere il porto.
All’arrivo in Nord Africa, era d’uso far sfilare per le strade i
cristiani appena catturati, affinché la gente potesse schernirli e i
bambini coprirli di immondizia.

Al mercato degli schiavi, gli uomini erano costretti a saltellare per
dimostrare che non erano zoppi, e gli acquirenti spesso li volevano
far mettere nudi per vedere se erano in buona salute. Ciò permetteva
anche di valutare il valore sessuale di uomini e donne; le concubine
bianche avevano grande valore, e tutte le capitali dello schiavismo
avevano una fiorente rete omosessuale. Gli acquirenti che speravano di
fare rapidi guadagni con un forte riscatto, esaminavano lobi delle
orecchie per trovare segni di piercing, che era un’indicazione della
ricchezza. Inoltre si usava guardare i denti per vedere se fossero in
grado di sopportare un duro regime di schiavo.
Il Pasha,  cioè il governatore della regione, riceveva una certa
percentuale di schiavi come una forma di imposta sul reddito. Questi
erano quasi sempre uomini e diventavano proprietà del governo,
piuttosto che proprietà privata. A differenza degli schiavi privati
che solitamente si imbarcavano con il loro padrone, questi vivevano
nei «bagni», come erano chiamati i negozi di schiavi del Pascià. Agli
schiavi pubblici venivano solitamente rase la testa e la barba come
ulteriore umiliazione, in un tempo in cui la capigliatura e la barba
erano una parte importante dell’identità maschile.

La maggior parte di questi schiavi pubblici trascorrevano il resto
della propria vita come schiavi sulle galee, ed è difficile immaginare
un’esistenza più miserabile. Gli uomini erano incatenati tre, quattro
o cinque ad ogni remo, e anche le loro caviglie erano incatenate
insieme. I rematori non lasciavano mai il loro remo, e quando veniva
loro concesso di dormire, dormivano sul loro banco. Gli schiavi
avrebbero potuto spingersi a vicenda per defecare in un’apertura dello
scafo, ma spesso erano troppo esausti o scoraggiati per muoversi e si
liberavano sul posto. Non avevano alcuna protezione contro il sole
cocente del Mediterraneo, e il loro padrone sfregiava le schiene già
provate con lo strumento di incoraggiamento preferito del padrone di
schiavi: un pene di bue allungato o “nerbo di bue”. Non c’era quasi
nessuna speranza di fuga o di aiuto; il compito dello schiavo era
quello di ammazzarsi di fatica – principalmente in incursioni per
catturare altri disgraziati come lui – e suo padrone lo gettava in
mare al primo segno di malattia grave.

Quando la flotta pirata era in porto, gli schiavi vivevano nel “bagno”
e facevano tutti i lavori sporchi, pericolosi o estenuanti che il
Pasha ordinava. Lavori consueti erano tagliare e trascinare pietre,
dragare il porto, o lavori dolorosi. Gli schiavi che si trovavano
nella flotta del sultano turco non avevano nemmeno quella scelta.
Erano spesso in mare per mesi di fila e restavano incatenati a loro
remi anche al porto. Le loro barche erano prigioni a vita.
Altri schiavi sulla Costa dei Barbari avevano i lavori più vari.
Spesso svolgevano lavori domestici o agricoli del genere che noi
associamo alla schiavitù in America, ma quelli che avevano qualche
competenza venivano spesso affittati dai loro proprietari. Alcuni
proprietari mandavano in giro i loro schiavi durante il giorno con
l’ordine di tornare la sera con una certa quantità di soldi, sotto
pena di essere duramente picchiati. I padroni sembravano aspettarsi un
profitto di circa il 20% sul prezzo di acquisto. Qualunque cosa
facessero, a Tunisi e Tripoli, gli schiavi dovevano tenere un anello
di ferro attorno a una caviglia e una catena di 11 o 14 kg di peso.
Alcuni proprietari mettevano i loro schiavi bianchi a lavorare in
fattorie lontane verso l’interno, dove correvano un altro rischio: la
cattura e una nuova schiavitù dalle incursioni berbere. Questi
infelici probabilmente non avrebbero mai più visto un altro europeo
per il resto della loro breve vita.

Il Professor Davis osserva che non c’era nessun ostacolo alla
crudeltà: «Non c’era alcuna forza equivalente per proteggere lo
schiavo dalla violenza del suo padrone: nessuna legge locale  contro
la crudeltà, nessuna opinione pubblica benevola e raramente pressioni
efficaci da parte di stati stranieri».

Gli schiavi bianchi non erano solo merci, erano infedeli e meritavano
tutte le sofferenze che il padrone infliggeva loro.

Il Professor Davis osserva che «tutti gli schiavi vissuti nei “bagni”
e sopravvissuti per scrivere le loro esperienze, hanno sottolineato la
crudeltà e la violenza endemica che vi venivano praticate». La
punizione preferita era fustigazione, in cui un uomo veniva messo
sulla schiena con le caviglie legate per essere battuto a lungo sulle
piante dei piedi.

Uno schiavo poteva ricevere fino a 150 o 200 colpi, che potevano
lasciarlo storpiato. La violenza sistematica trasformava molti uomini
in automi.

Gli schiavi cristiani erano spesso così numerosi e così a buon mercato
che non c’era alcun interesse ad occuparsene; molti proprietari li
facevano lavorare fino alla morte e poi li rimpiazzavano.
Gli schiavi pubblici contribuivano anche ad un fondo per mantenere i
sacerdoti del bagno. Era un’epoca molto religiosa e anche nelle
condizioni più terribili gli uomini volevano avere la possibilità di
confessarsi e, soprattutto, di ricevere l’estrema unzione. C’era quasi
sempre un sacerdote prigioniero o due nel bagno, ma perché fosse
disponibile per i suoi compiti religiosi, gli altri schiavi dovevano
contribuire e riscattare il suo tempo al pasha. Alcuni schiavi di
galee dunque non avevano più niente per comprare cibo o vestiti,
sebbene in certi periodi degli europei liberi che vivevano nelle città
della Costa dei Barbari contribuissero al mantenimento dei sacerdoti.
Per alcuni la schiavitù diventava più che sopportabile. Alcuni
mestieri, in particolare quello del costruttore di navi, erano così
ricercati che un proprietario poteva premiare il suo schiavo con una
villa privata e delle amanti. Anche alcuni residenti del bagno
riuscivano a sfruttare l’ipocrisia della società islamica e a
migliorare la propria condizione. La legge vietava rigorosamente ai
musulmani il commercio di alcol, ma era più indulgente con i musulmani
che si limitavano a consumarlo. Schiavi intraprendenti organizzarono
delle taverne nei bagni e alcuni facevano la bella vita servendo i
bevitori musulmani.

Un modo per alleggerire il peso della schiavitù era «prendere il
turbante» e convertirsi all’islam. Questo esentava dal servizio nelle
galere, dai lavori faticosi e qualche altra vessazione indegna di un
figlio del Profeta, ma non faceva cessare la condizione di schiavo.
Uno dei compiti dei sacerdoti dei bagni era quello di impedire agli
uomini disperati di convertirsi, ma la maggior parte degli schiavi non
sembrano aver bisogno di consiglio religioso. I cristiani pensavano
che la conversione avrebbe messo in pericolo la loro anima, e
significava anche lo sgradevole rituale della circoncisione in età
adulta. Molti schiavi sembravano sopportare gli orrori della schiavitù
considerandoli come una punizione per i loro peccati e come una prova
per la loro fede. I padroni scoraggiavano le conversioni perché
limitavano il ricorso ai maltrattamenti e abbassavano il valore di
rivendita di uno schiavo.

Riscatto e redenzione degli schiavi bianchi

Per gli schiavi, la fuga era impossibile. Erano troppo lontani da
casa, spesso erano incatenati ed erano immediatamente identificabili
dai loro tratti europei. L’unica speranza era il riscatto.
A volte la salvezza arrivava in fretta. Se un gruppo di pirati aveva
già catturato tanti uomini che non c’era più abbastanza spazio sotto
il ponte, poteva fare un’incursione in una città e poi tornare qualche
giorno più tardi per rivendere i prigionieri alle loro famiglie. Era
di solito ad un prezzo notevolmente inferiore a quello del riscatto di
chi si trovava nell’Africa del Nord, ma era molto di più di quanto i
contadini potessero permettersi. Gli agricoltori normalmente non
avevano denaro in contanti e non avevano altri beni che la casa e la
terra. Un mercante era generalmente disposto ad acquistarlo a modico
prezzo, ma ciò significava che un prigioniero tornava in una famiglia
completamente rovinata.

La maggior parte degli schiavi potevano prospettarsi il ritorno solo
dopo essere passati attraverso il calvario del passaggio in un paese
del Nordafrica e la vendita a uno speculatore. I prigionieri ricchi
generalmente potevano trovare un riscatto sufficiente, ma la maggior
parte dei schiavi non potevano. I contadini analfabeti non potevano
scrivere a casa e anche se lo avessero fatto, non c’erano soldi per un
riscatto.

La maggior parte degli schiavi dipendeva dall’opera caritatevole dei
Trinitari (fondata in Italia nel 1193) e dei Mercedari (fondata in
Spagna nel 1203). Questi gli ordini religiosi erano stati fondati per
liberare i crociati detenuti dai musulmani, ma ben presto passarono a
dedicarsi all’opera di riscatto degli schiavi detenuti dai
barbareschi, raccogliendo denaro appositamente per questo scopo.
Spesso mettevano davanti alle chiese delle cassette con la scritta
«per il recupero dei poveri schiavi», e il clero invitava i cristiani
ricchi a lasciare soldi per l’esaudimento dei loro voti. I due ordini
divennero abili negoziatori e riuscivano a riscattare gli schiavi a
prezzi migliori di quelli ottenuti da liberatori inesperti. Tuttavia
non c’era mai abbastanza denaro per liberare molti prigionieri, e il
Professor Davis ha stimato che in un anno venivano riscattati non più
del 3 o 4% degli schiavi. Questo significa che la maggior parte hanno
lasciato le loro ossa nelle tombe cristiane senza un contrassegno
fuori dalle mura delle città.

Gli ordini religiosi tenevano conti precisi dei risultati conseguiti.
I Trinitari spagnoli, per esempio, hanno effettuato 72 spedizioni di
riscatto nel Seicento, con una media di 220 liberazioni ciascuna. Era
consuetudine portare gli schiavi liberati nelle loro case e farli
passare per le strade delle città in grandi celebrazioni. Queste
parate divennero uno degli spettacoli urbani più caratteristici del
tempo e avevano un forte orientamento religioso. A volte gli schiavi
camminavano con i loro vecchi stracci di schiavi per evidenziare i
tormenti che avevano sofferto; talvolta indossavano speciali costumi
bianchi per simboleggiare la rinascita. Secondo i registri del tempo,
molti schiavi liberati non si ristabilirono mai completamente dopo il
loro calvario, soprattutto se essi aveva trascorso molti anni in
cattività.

Quanti schiavi?

Il Professor Davis nota che sono state fatte enormi ricerche per
calcolare il più precisamente possibile il numero di neri trasportati
attraverso l’Atlantico, ma che non c’è stato uno sforzo analogo per
conoscere l’estensione della schiavitù nel Mediterraneo. Non è facile
ottenere dati affidabili, anche gli arabi generalmente non
conservavano archivi. Ma nel corso di oltre dieci anni di ricerca il
Professor Davis ha sviluppato un metodo di calcolo.

Ad esempio, gli archivi suggeriscono che dal 1580 al 1680 c’è stata
una media di circa 35.000 schiavi nei paesi di Barberia. C’era una
perdita costante per morti e riscatti, così se la popolazione rimaneva
costante, il tasso di cattura di nuovi schiavi da parte dei pirati
doveva essere tale da pareggiare le perdite. C’è una buona base per
stimare il numero dei decessi. Per esempio, sappiamo che dei quasi 400
islandesi catturati nel 1627, solo 70 erano ancora vivi otto anni più
tardi. Oltre alla malnutrizione, al sovraffollamento, all’eccesso di
lavoro e alle punizioni brutali, gli schiavi subivano delle epidemie
di peste, che eliminavano solitamente il 20 o 30% degli schiavi
bianchi.

In base a un certo numero di fonti, il Professor Davis calcola
pertanto che il tasso di mortalità era circa il 20% all’anno. Gli
schiavi non avevano accesso alle donne, quindi la sostituzione
avveniva esclusivamente per mezzo delle catture.

La sua conclusione: Tra il 1530 e il 1780, quasi certamente 1 milione
e probabilmente fino a 1 milione e un quarto di cristiani europei
bianchi sono stati ridotti in schiavitù dai musulmani della Costa dei
Barbari.

Questo supera notevolmente la cifra generalmente accettata di 800.000
africani trasportati nelle colonie del Nord America e successivamente
negli Stati Uniti.

Le potenze europee non furono in grado di porre fine a questo traffico.
Il Professor Davis spiega che alla fine del Settecento controllavano
meglio questo commercio, ma ci fu una ripresa della schiavitù dei
bianchi durante il caos delle guerre napoleoniche.

Neppure la navigazione americana si salvava dalla predazione. Fu solo
nel 1815, dopo due guerre contro di loro, che i marinai americani
riuscirono a liberarsi dei pirati barbareschi. Queste guerre furono
operazioni importanti per la giovane Repubblica; una campagna è
ricordata dalle parole «verso le coste di Tripoli» nell’inno della
marina.

Quando i francesi presero Algeri nel 1830, c’erano ancora 120 schiavi
bianchi nel bagno.

Perché c’è così poco interesse per la schiavitù nel Mediterraneo a
fronte di un’infinità di studi e riflessioni sulla schiavitù dei neri?
Come spiega il Professor Davis, schiavi bianchi con padroni non
bianchi non si inquadrano nella «narrativa dominante dell’imperialismo
europeo». Gli schemi di vittimizzazione tanto cari agli intellettuali
richiedono malvagità bianca, non sofferenze bianche.

Il Professor Davis osserva anche che l’esperienza europea della
schiavitù su larga scala rende evidente la falsità di un altro tema
favorito della sinistra: che la schiavitù dei neri sarebbe stata un
passo fondamentale nella creazione di concetti europei di razza e
gerarchia razziale.

Non è il vero; per secoli, gli stessi europei sono vissuti nella paura
della frusta, e molti hanno partecipato alle parate della redenzione
degli schiavi liberati, che erano tutti bianchi. La schiavitù era un
destino più facilmente immaginabile per se stessi che per i remoti
africani.

Con un piccolo sforzo, è possibile immaginare gli europei preoccupati
per schiavitù tanto quanto i neri. Se per gli schiavi delle galere gli
europei avessero nutrito lo stesso risentimento dei neri per i
lavoratori nei campi, la politica europea sarebbe stata sicuramente
diversa. Non ci sarebbe la continua richiesta di scuse per le
crociate, l’immigrazione musulmana in Europa sarebbe più modesta, non
spunterebbero minareti per tutta l’Europa e la Turchia non sognerebbe
di entrare nell’Unione europea. Il passato non può essere cambiato e
può essere esagerato coltivare rimpianti, ma chi dimentica si ritrova
a pagare un prezzo elevato.

Fonti librarie: Robert C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters-
White Slavery in the Mediterranean, The Barbary Coast, and Italy,
1500-1800(Palgrave Macmillan 2003).

Risultati immagini per schiavi bianchi in Africa

Fonte: http://www.pvr-zone.ca/esclave_blanc.htm

mercoledì 7 maggio 2025

Comiso: 3, 4, 5 e 6 luglio 2025. Festival della "nonviolenza poietica"...

 


Vi scriviamo a nome del comitato organizzatore del Festival della Nonviolenza di Comiso, “Gli Alberi custodi – seminare la pace”. L’evento si terrà in occasione del 27° anniversario dell'inaugurazione della Peace Pagoda di Comiso.

Questo tempio buddista, consacrato il 7 luglio 1997 dal monaco giapponese Gyosho Morishita, ed inaugurato il 24 maggio 1998, è un simbolo di pace e speranza. Il monumento è ormai profondamente radicato nel nostro territorio, ma con l’ambizione di esprimere una visione ed un impegno pacifista di dimensioni globali. Questa proiezione universalistica è tradizione della cittadina siciliana che, negli anni Ottanta del secolo scorso, è stata una delle capitali mondiali della lotta per la pace.

Dal 3 al 6 luglio 2025 a Comiso, desideriamo celebrare questo importante anniversario – la richiamata costruzione e attivazione della Pagoda - con giornate dedicate ai principi e alle soluzioni della "nonviolenza poietica", la nonviolenza della fattività creativa. È una nonviolenza che si congiunge anche alla giustizia sociale ed ambientale, ed alla convivenza pacifica nella sicurezza comune. In questo contesto, la vostra voce rappresenterebbe un contributo di valore per arricchire il nostro festival e per rinvigorire la comunità che lo anima. (...)

Ecco il nostro programma di massima con una indicazione dei possibili relatori:

3 luglio: Giornata delle obiezioni di coscienza, a partire dal sostegno alla Campagna Object War, con ospite di rilievo la bielorussa, rifugiata in Lituania, Olga Karatch.
Abbiamo intenzione di invitare le persone con le quali abbiamo lanciato insieme, di recente, un appello per rilanciare la protesta contro le spese militari.

4 luglio: Giornata della diplomazia popolare di base, per Helsinki 2 e per i corpi civili di pace europei, in cui ci si potrà confrontare con i vecchi e nuovi “Cruisewatcher”.
Abbiamo intenzione di invitare: Sean Conner,  AndreaRiccardi, Mimmo Lucano, Leoluca Orlando, Andrea Tarquini, Cecilia Strada

5 luglio: Giornata antinucleare e della lotta ai nuovi euromissili e al riarmo europeo. 
Qui troveremo esponenti del movimento internazionale come Luigi Mosca, dalla Francia; e Daniele Barbi, dalla Germania. Dall’Italia: Federico Butera, Gianni Silvestrini, Fabio Mini,Domenico Gallo, Milly Moratti. Possiamo coinvolgere la WILPF di PatriziaSterpetti, che ci ha già suggerito di contattare il Campo di Lakenheath.

6 luglio: Giornata del costituzionalismo globale e della terrestrità quale base valoriale e spirituale di culture orientate alla costruzione della pace.

Il Festival della Nonviolenza ambisce a essere un momento di ragionamenti, di dialoghi e di preparazione di azioni concrete, coinvolgendo cittadini, associazioni, studenti e personalità impegnate nella costruzione di un mondo più giusto e pacifico. L’orizzonte culturale è quello della Terrestrità, contiguo alla ecologia sociale e integrale. 

Saremmo lieti di fornirvi ulteriori dettagli sul programma del festival e di discutere insieme le modalità della vostra eventuale partecipazione.

Con profonda stima, Salvatore Schembari (direttore artistico del Festival) Alfonso Navarra e Luigi Mosca (co-organizzatori dei Disarmisti esigenti) - Info: alfiononuke@gmail.com




Riunione zoom organizzativa: 11 maggio 2025 dalle ore 17:30 alle 19:30 - link per partecipare:

martedì 6 maggio 2025

La Natura è come la Libertà... (e pure un po' anarchica)



La Natura è come la Libertà: se ne parla e straparla tanto che non si sa più che cosa significhi. E l'aggettivo "naturale" segue la sua triste sorte: Naturalmente! Ma quest'ultimo avverbio ha solo il significato di "ovviamente", e, come tale, è tollerabile.


Natura deriva etimologicamente da nascere, e il termine ha cominciato ad usarsi, in latino (come il greco fusis) per designare tutto ciò che è innato, originario, spontaneo, e cioè non "acquisito". I Romani attribuivano a quella "sfera" una dignità e una incidenza maggiore che a quella delle "opere dell'ingegno", alle quali negavano recisamente il potere di sostituire l'innato, e assegnavano solo quello di poterlo integrare, il che sembra sapessero fare egregiamente, senza mai violarlo. 


Dicevano infatti:"Naturam expellas furca, tamen usque recurret", significando che la natura finisce sempre col farsi rispettare. Purtroppo -e lo sappiamo bene- il ripudio di tale religiosa massima da parte di coloro che espropriarono i Romani dall'impero della Terra ha finito col portare quest'ultima, di miglioramento in miglioramento (progresso), all'autentica forma di suicidio collettivo che il genere umano sta ora assaporando, continuando a prestare orecchio alle scempiaggini di cui il libero pensiero, al servizio soltanto del lucro immediato di pochi delinquenti idioti, lo rimbambisce.


Non di meno, si continua ad aver sempre la natura in bocca, come una sorta di passepartout, atto ad aprire tutte le porte che la dialettica del quacquaracquà non è capace di scassinare.

Sia detto questo, soprattutto, per la stucchevole faccenda del diritto naturale, che si da ormai addirittura per scontato ed immanente, sebbene in tutta la natura che abbiamo intorno, per quanto la si rigiri e rivolti come un calzino, non sia riscontrabile la minima traccia di alcunché di definibile ... giuridicamente.

Il perfetto equilibrio ecologico vigente sul pianeta, prima che l'Homo sapiens ci mettesse le sue manacce puzzolenti di "sterco del diavolo", di diritti non aveva alcun bisogno. Vi provvedeva ottimamente la selezione (quella, si !) naturale, con l'eliminazione degli individui meno adatti alla sopravvivenza (fitness), nella quale persino i predatori divenivano i più preziosi alleati delle prede, e quindi i leoni fossero necessari alle zebre quanto le zebre ai leoni.

Macché! Per le categorie fasulle create dal pensiero umano, la natura era in errore, e spettava a lui di correggerla, col diritto a sopravvivere contro natura uguale per tutti per... natura! Vallo a capire, il libero pensiero ! Ti porta addirittura a concepire distinzioni manichee tra animali buoni (detti anche mansueti: alla peggio, si castrano) e animali cattivi (detti anche feroci), che vanno evangelizzati, fino ad ottenere i leoni vegetariani dei Testimoni di Geova, flirtanti con pie pecorelle e altri belanti, e nutrentisi (chissà) di asparagi. E la colpa di simili balordaggini sarebbe niente meno che della solita Natura e dei suoi naturali diritti. In parole povere, con quel giochetto di parole, si è trovato il modo di addossare alla Natura i comportamenti innaturali dell'imbecillità umana. Non è mica corretto, mi sembra !

Vogliamo smettere di curare il colera, perché anche il vibrione responsabile ha i suoi naturali diritti ?

Mi sembra che già, per cose cento volte più dannose del colera, a conclusioni analoghe ci siamo già arrivati ! O vogliamo finalmente (se non è irremissibilmente troppo tardi) registrare umilmente i chiari e autentici messaggi che la natura vivente ogni ora ci trasmette, senza sospetti intermediari televisivi?


La dea Natura non ce li ha, i mass-media suadenti. Ma ha ben altri mezzi per farla pagar cara a chi la bestemmia.

Naturam expellas furca, tamen usque recurret !

Rutilio Sermonti



lunedì 5 maggio 2025

Nuovi OGM e TEA (o NBT)...



Inizio  con una domanda in realtà retorica: chi si occupa di movimenti – e in particolare di ambiti quali l’ecologia, l’antagonismo alla globalizzazione, le biotecnologie al servizio di multinazionali – non dovrebbe ormai essersi abituato alla tecnica della sussunzione? Il tema poi delle manipolazioni genetiche, in particolare applicate al cibo, agli inizi degli anni Duemila fu un tema portato letteralmente all’emergenza mediatica da parte dei movimenti. Per questo poi diventò tema scottante anche per la politica mainstream e divenne oggetto di dibattiti anche raffinati su quali siano i cosiddetti limiti della scienza, parola che usata in questo modo a livello letterale non vuol dire niente, in realtà figura retorica (la metonimia è: “la scienza dice che…” e si traduce “alcune persone collegate con alcuni studi scientifici dicono che…”).

La sussunzione consiste in questo: un antagonismo che non si può combattere lo si aggira, lo si addolcisce, lo si fa diventare digeribile per una parte di quella popolazione o per quei settori della società civile che erano stati il problema. Forse è solo il mio pensiero di “militante antiglobal” la cui vita è stata modificata dall’assunzione di responsabilità rispetto a questi temi, tanto da non aver più creduto – dopo quell’epoca con epicentro nelle giornate del G8 di Genova 2001 – che potessero essere de-politicizzati i temi che riguardano tutti i tipi di scelte di consumo o non consumo (e la questione si estende non solo ai beni alimentari, ma anche alla produzione capitalista in generale, al rapporto dell’essere umano postmoderno con la t/Terra, alla questione hi/bio-tech e a quella medico-scientifica a tutto tondo che è anche inevitabilmente questione filosofica e culturale).

Per capire meglio la situazione attuale ho pensato di chiedere lumi ad Antonello, che è un compagno di lotte, ha anche competenze biotecnologiche e in questi mesi ha le mani in pasta nelle battaglie di contrasto alla diffusione dei cosiddetti nuovi OGM (Organismi Geneticamente Modificati), noti anche come TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita) o NBT (New Breeding Techniques).

Gianluca Ricciato



Continua: https://www.labottegadelbarbieri.org/la-trappola-dei-nuovi-ogm/

domenica 4 maggio 2025

Segreti per troppi... (o per troppo pochi)...

 


Siamo recettori, immersi e attraversati dall’energia cosmica. Quando in stato di purezza di pensieri e sentimenti, cioè quando non stiamo idolatrando qualche faccenda della storia, attraverso nuove costellazioni di consapevolezze diveniamo disponibili all’intuizione, alla conoscenza estetico-energetica, cognitivamente e intellettualmente solo comprensibili ma non incarnabili, solo erudizione ma non rivoluzione.

La consapevolezza accade in un istante senza tempo, dopo il quale la realtà cessa di venire interpretata attraverso congetture anche dotte, supportate da saperi analitici, ma sempre autoreferenziali, mostrando esplicitamente le forze magiche o energetiche che la governano.

Inoltre, essa ora ci appare pregna di informazioni sottili in cui si riscontra quanto l’intelligenza razional-cognitiva, oltre a essere la più superficiale tra quelle insite in noi, diviene perfino dannosa in modo direttamente proporzionale all’accredito che incondizionatamente le devolviamo. Un accredito che, semplicemente, obnubila e nega dimensioni e poteri umani che la sua piatta natura classifica come ciarlatani.

Un accredito assoluto, così radicale che mai la struttura logico-analitica del pensiero, cui affidiamo la verità e la sua ricerca, è messa in discussione fino a osservarne il limite e, conseguentemente, il campo in cui è efficace e quello in cui straparla.

La conoscenza che ci viene offerta nel superamento e, perciò, dalla rivisitazione e limitazione del mito della realtà oggettiva, nonché delle sue ragioni d’essere e quindi della presunta progressività verso la verità definitiva, verso il più piccolo mattoncino della materia, permette, per esempio, di emanciparci dal tempo lineare e perciò di osservare la durata quale nostra personale, sentimentale misurazione, di percepire l’eternità, l’infinito, l’intero dal particolare, il Tutto e la natura organica di tutte le cose. Una conoscenza che constata il potere di verità dell’oracolo e la dinamica concezionale del miracolo.

Non si tratta di baggianate come si sente di solito dire dalle moltitudini ingabbiate nel razionalismo, nel materialismo, nel determinismo, nel riduzionismo, nel positivismo, nel meccanicismo e nell’egocentrismo. Un elenco che sta anche in una sola parola: scientismo.

Si tratta, invece, di banalità disponibili a chiunque una volta, come detto, superati i cancelli oltre i quali la realtà diviene quantistica, in quanto mostra di divenire, di decantare, di conformarsi in nostra funzione.

È quello il punto in cui anche la storia, come sempre nostra emissione, può emanciparsi dalla sua identità sanguinaria e dolorosa.

Assistere alla consapevolezza che la realtà dipende da noi, implica, infatti, anche la realizzazione della pari dignità tra esseri senzienti, presupposto imprescindibile delle buone relazioni e del benessere interiore. Questa osservazione appare condivisibile in quanto l’altro, seppur non corrispondente alle nostre idee, soggiace alle stesse dinamiche magiche che valgono per tutti. Tra cui quella relativa alla caducità ed egocentricità di tutti i valori della storia e, perciò, la consapevolezza di essere attori ed esponenti del suo significato, nonché quella che solo quanto è incarnato in noi può esprimersi nella realtà.

Un principio rivoluzionario che non può essere concepito, né avrebbe ossigeno per nascere, crescere e abitare, nel nefasto campo egocentrico e ideologico. Per la sua concezione serve solo la purezza, la liberazione dalle grinfie della mondanità, dal dogma del dualismo, dalle egregore che, come binari, ci costringono in una direzione, dalle forme-pensiero che configurano una realtà senza opzione né alternative.

In stato di purezza, l’I Ching, i fondi del caffè, gli amuleti, come magneti possono radunare a sé le forze sottili ed emozionali cui siamo soggetti, in misura direttamente proporzionale al bisogno e all’accredito devoluto. Possono creare un’istantanea della realtà fermando il vorticare di tutti gli elementi che ne fanno parte, per poi indicarcela. Da qui l’oracolo predittivo e induttivo se lo sciamano è puro – elemento qui dato per assunto – mentre il movente del destinatario è egoico, quindi esposto e vulnerabile.

Qualora non lo fosse, l’indicazione sciamanica sarebbe a sua volta riconosciuta nella sua energia, per essere sfruttata al fine di mantenere la propria miglior condizione, di realizzare i propri progetti, di eludere le forze negative, quindi malesseri e malattie.

Lo stato di libertà dal conosciuto, cioè dalla cultura egocentrica e slegata dal cosmo, permette di vedere nell’incidente, come nell’inconveniente, la realizzazione conseguente alla qualità della relazione con sé, l’ambiente, il prossimo e il mondo presente nel momento che lo precede e in quello in cui si verifica.

La o le consapevolezze a cui ci riferiamo riguardano la rivoluzione di tutte le condizioni umane. Se il rancore, la gelosia, l’invidia, le delusioni sono stati intimi di chi è stato violentato, tradito, abbandonato, da chi ha subito perdite; e anche concreti, come una violenza gratuita subita o una somatizzazione, la via per il loro superamento non è di tipo assistenziale – d’efficacia latente, discutibile e momentanea – ma riguarda l’assunzione di responsabilità nei confronti della situazione in cui versiamo. E, con essa, il riconoscimento che quelle ferite sono scaturite dalla nostra lettura dei fatti che ce le avrebbero procurate.

Riconoscere in sé, nella propria interpretazione, nelle proprie pretese insoddisfatte, dunque nel proprio egocentrismo, la genesi di pena, malessere, sofferenza e malattia, aumenta molto il potere sottile che abbiamo per andare oltre e non trovare neanche più i segni delle ferite.

Si tratta di una concezione della realtà in cui alla vendetta è sostituito il perdono o anche qualcos’altro, in quanto anche il perdono può implicare vanità egoica. Qualcos’altro che forse può essere chiamato rinascita. Un’esperienza che tutti noi possiamo scovare nelle nostre biografie, normalmente chiamata dimenticanza.

Oltre la soglia della dimensione egocentrica, ci si affaccia a un panorama che le tradizioni sapienziali, emerse da ogni angolo geografico del mondo, hanno sempre osservato. Ognuna con formule, parabole e parole proprie narra il potere spirituale che è in noi, delle sue doti di produrci tanto il malessere quanto il benessere. Banalità per pochi, segreti per troppi.

Lorenzo Merlo



venerdì 2 maggio 2025

Terra yoga di carattere bioregionale...



...laboratorio naturare maturare naturale educhiamo educandoci terra e yoga tra gli ulivi e le pietre nella terra di lalaland spira mirabilis, apulia mundi, questi giorni, io creo, un giroscopio avvolta stelle, de finibus terrae, solo un grande sasso in un mare d’immensità all’ortho di silesani agrimensore spagnolo di origini arabe, in una masseria fortificata aragonese restaurata. per il solido il calore per il liquido la velocità per la trasformazione il fermento. corpo illimitato illuminato d’immenso amore. ai giardini di tu’rat condensatori in pietra di energia liquida vicino al cratere di xilella una comunità di antociani consapevoli conversa liberamente con un gruppo di antiossidanti disturbati dall’arrivo di una folla chiassosa di radicali liberi rinfrancati da un vociante insieme di terpeni e sesquiterpeni sulla spiaggia dell’isola dei pazzi rinfrancati dall’arrivo di najabindi di bajabinti volvella lunare e il capidisci basci del zen zen tra mammalucchi e dragomanni. mentre attraversano il deserto di pukalpa si imbattono nell’uomo uluzziano, coltiva lupini e sargenischi sulla terra piatta del tempio di kronos. siamo usciti in campagna e siamo stati a sentire cosa girava nell’aria nell’acqua e nel bosco per molti giorni abbiamo osservato nella città una grande confusione alla fine si scorgeva un lungo corteo dove tutti cantavano e raccoglievano il pulviscolo atmosferico color cristallo e la rugiada della sera color verde azzurro e un piccolo fiore rosso striato di giallo, essenze ed erbe profumate, in tutti i paesi d’oriente ed occidente, incantesimo tra costruzioni di tufo e grande pianura calcarea. c’è un fondo di verità nell’antica storia dei popoli nelle credenze e nelle leggende, visioni luminose, assolate scene fastose in orti e giardini, misteriose avventure nel regno incantato della fantasia che ci allontana dal grigiore quotidiano. luna nel giardino una settimana di terra calda paglia secca e sole, poca acqua, con le labbra rosse di vino tutto è univoco e perso a furia di resistere. zero zeta alfa veda bus viaggio verso la conoscenza mente coscienza per tornare all’essenza la risposta è nella natura: sei natura e sei tutto…soffritto di cipolla cannella chiodi di garofano cardamomo senape curcuma. un grande cielo color camomilla piccola mela dal profumo leggero, la memoria che resta, fermo immagine di un preciso momento storico sui treni della felicità senza tempo. vortice spazio temporale verso metà della giornata, in serata con il vortice pomeridiano il ritorno dalla diciottesima dimensione calmo lento e anche piacevole facciamo un flash mob sul corso, ci vediamo a casa! il profumo dei grilli e il sapore del sole delle nuvole il canto delle montagne antiche pensieri leggeri nell’aria della sera verso un nuovo imbrunire. l’avventura mattutina si è conclusa con tre sacchi di terra spighe di grano fiori e altro, annoiarsi sarà un miraggio a quanto pare…! un viaggio tra i sentimenti di spiriti liberi come quelli dei saltimbanchi tra piazze aie paesi e contrade...


Dal diario di Ferdinando Renzetti, poeta bioregionale...




















P.S. ...una storia che ho scritto tempo fa durante un viaggio in salento concluso tra i monti dell abruzzo

giovedì 1 maggio 2025

15 maggio giornata internazionale dell'obiezione di coscienza...

 


La Giornata internazionale dell'obiezione di coscienza è un'occasione per ribadire il nostro impegno e per alzare la voce contro la guerra e a favore del disarmo. Ciò diventa ancora più urgente alla luce di tutti i nuovi piani e dibattiti pubblici sulla cosiddetta necessità di riarmo e di una difesa armata più forte da parte di molti attori statali in tutto il mondo. Pertanto, vi invitiamo a rafforzare la nostra iniziativa internazionale di solidarietà con tutti coloro che si oppongono alla guerra e si rifiutano di prendere le armi.

La guerra è attualmente in corso in molti Paesi: dall'Ucraina, alla Russia, alla Palestina/Israele, al Sudan, alla Turchia, alla Siria, al Myanmar, alla Repubblica Democratica del Congo e altrove.
La risposta dei governi è la militarizzazione invece dei processi di pace
Le esportazioni globali di armi, anche verso le aree di conflitto armato, sono in aumento. La produzione di armi è in aumento. I bilanci militari e degli armamenti vengono incrementati in modo significativo e finanziati con ulteriori prestiti. Invece di prevenire le guerre, ci si concentra sulla capacità di scatenarle. In molti Paesi è stata attuata o discussa la reintroduzione della coscrizione. La pace viene indicata, incongruamente, come il risultato finale di un'iniziativa militarizzata più forte o di un compromesso sostenuto da minacce, invece di un obiettivo basato su negoziati, multilateralismo, diritti umani e processi di risoluzione dei conflitti alternativi alla guerra.

L'obiezione di coscienza al servizio militare è un diritto umano - Aprite le frontiere ai rifugiati di guerra - Proteggete gli oppositori alla guerra perseguitati!

Non c'è un risultato giusto in guerra
I politici e i funzionari parlano sempre più spesso della necessità di raggiungere un risultato giusto per una delle parti in guerra, dimenticando le conseguenze che la guerra comporta per le persone che la subiscono. Non c'è un risultato giusto in guerra. La guerra non è un evento sportivo in cui chi è seduto comodamente fa il tifo per una squadra o per l'altra. La guerra significa morte e distruzione che devono essere fermate

Respingimento dei rifugiati
I richiedenti asilo vengono respinti e l'accesso alle procedure di asilo è di fatto interrotto. Il diritto di asilo viene sospeso. I rifugiati vengono respinti illegalmente alle frontiere esterne attraverso i respingimenti.

Chi rifiuta la guerra
Dobbiamo ricordare che in tutti i Paesi in guerra ci sono anche persone che si rifiutano di andare in guerra, che si mobilitano attivamente per la pace, che si oppongono alla militarizzazione e alla guerra. I soldati in prima linea vogliono deporre le armi di fronte all'orrore. Altri si oppongono al reclutamento forzato. Non vogliono uccidere altre persone e non vogliono morire in guerra. Tutti loro rischiano la repressione e la prigione per averlo fatto.
L'obiezione di coscienza al servizio militare è un fondamento importante per superare la guerra e quindi la morte e la distruzione in guerra.

- Chiediamo il rispetto incondizionato del diritto umano all'obiezione di coscienza, anche e soprattutto durante una guerra.
- Chiediamo protezione e asilo per tutti i rifugiati di guerra, gli obiettori di coscienza perseguitati e chi si oppone alla guerra.

Noi li sosteniamo!

Invitiamo tutti voi ad agire:
- Usate gli hashtag #RefuseWar e #ObjectWarCampaign
- Pubblicate foto, video e messaggi sui vostri social media facendo riferimento a www.objectwarcampaign.org/en/ o www.refusewar.org
- Fateci sapere in anticipo cosa state organizzando, a che ora e in che luogo. Lo pubblicheremo su www.objectwarcampaign.org/en/

Cerchiamo di essere creativi, rumorosi e visibili contro la guerra e di difendere la pace e il diritto umano all'obiezione di coscienza al servizio militare!