sabato 24 febbraio 2018

Riconversione, la parola magica per il riequilibrio economico-ecologico


 

I colossali squilibri della folle politica bancaria finanziarizzata e speculativa, con le sue instabilità e conseguenti crolli, ripianati da interventi statali senza azioni normative di riequilibrio, gravando sulle tasche dei cittadini hanno depresso la domanda nei paesi coinvolti. Per gli esportatori questo significa crollo dell'export.
In un normale regime di sovranità monetaria lo stato avrebbe avuto gli strumenti di politica economica adatti ad affrontare lo schock, intervenendo con la svalutazione competitiva del cambio (che non pregiudica gli scambi interni al paese), oltre ad agire selettivamente sui dazi doganali, per favorire i settori più colpiti.
Ma la moneta unica impedisce queste possibilità di azione, e la necessità di svalutazione può riflettersi solo sui costi di produzione. Ecco allora che con le politiche di licenziamento si crea una sacca di disoccupazione che intimidisce i lavoratori e li spinge ad accettare salari, o comunque poteri di acquisto, più bassi.
Naturalmente la riduzione del potere di acquisto deprime ulteriormente la domanda interna, con gravi effetti sulla vendibilità della produzione, e mette a rischio di crisi da sovrapproduzione.
Ecco dunque la necessità di espansione territoriale, dunque di guerra imperialista per la acquisizione del controllo di nuovi mercati (oltre che di risorse).
Il tragico meccanismo del capitalismo estremo si arresta solo di fronte ai confini degli altri imperi, la cui dimensione tecnologica nucleare impedisce la prosecuzione di scontri militari diretti, nonostante la possibilità residua di impiegare quelli indiretti (guerra per procura in conto terzi, come dalla classica "dottrina Carter"), fino all'esaurimento materiale pure di tale possibilità.
La situazione di stallo, dunque, si evidenzia progressivamente sempre più netta, e con essa tutto il meccanismo insostenibile della "crescita continua" si inceppa sempre di più.
Non rimane che imboccare la via di uscita: - Rinuncia alla crescita continua, - Recupero della sovranità monetaria, - Recupero degli strumenti di politica economica monetari e doganali, - Nazionalizzazione bancaria e controllo della finanza, con riduzione della economia nominale, - Ricostruzione dell'economia fondata sulla centralità del lavoro, - Politica di decrescita, - Riduzione delle spese militari attraverso una politica di pace, coesistenza e mutua cooperazione contrattuale tra i popoli. - Riconversione industriale civile della produzione bellica eccedente le esigenze della difesa (con eccedenza testimoniata dall’export di armamenti).
Il turbocapitalismo d’assalto neoliberista deve essere distrutto.


Vincenzo Zamboni

venerdì 23 febbraio 2018

Bioregionalisti, ecologisti e nonviolenti anche a tavola

Alcuni anni fa mi colpì una detto attribuito al grande Leonardo da Vinci. E’ una frase molto illuminante che recita: “Verrà il giorno in cui si conoscerà l’intimo animo delle bestie ed allora uccidere un animale sarà considerato un delitto come uccidere un uomo”...
Nonviolenti anche nel piatto....

L'utopia alimentare

I bioregionalisti ecologisti e gli  aspiranti nonviolenti cercando di mettere in pratica gli insegnamenti di Gandhi e di Capitini hanno appreso che la pace e l'ecologia profonda  si costruisce anche nel piatto! Il cibo che compriamo, i nostri acquisti, ciò che mettiamo nel carrello della spesa non sono azioni ininfluenti. 
Francuccio Gesualdi, “padre” del consumo critico, paragona l’acquisto al voto!
Nel bene e nel male possono cambiare la nostra vita e il futuro del Pianeta perché i nostri stili di vita possono favorire un processo verso una nuova civiltà che abbracci anche il mondo animale e vegetale, oppure, al contrario, accelerare l’attuale deriva catastrofica, con il surriscaldamento climatico globale che sta mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza del pianeta.
Sia Gandhi che Capitini adottarono una dieta vegetariana come regime alimentare. Secondo autorevoli storici, le due grandi novità del secolo scorso furono la scoperta dell’atomica, con tutte le ben note conseguenze che conosciamo, e la nonviolenza che ha indicato un’altra strada per la risoluzione dei conflitti e per vivere in pace e in armonia.
Ricchi sono i documenti sul pensiero e l’azione del Mahatma, meno nota è l’influenza, che avuto nella diffusione di una cultura della pace, del pensiero di Aldo Capitini, ma l’opera del filosofo umbro è di fondamentale importanza per comprendere la modernità. A riguardo qualche informazione è doverosa.
Il 12 Settembre 1952, a Perugia, Capitini, con altre persone, fondò la prima associazione vegetariana (Società vegetariana italiana). Fu la naturale conseguenza della sua scelta nonviolenta che lo portò qualche anno dopo ( 24 Settembre 1961) ad organizzare la marcia della pace Perugia – Assisi. Il professore perugino riteneva che nella costruzione di una società nonviolenta, la scelta vegetariana e l’antimilitarismo erano i primi due gradini da percorrere. Fu anche il fondatore del Movimento Nonviolento (10 Gennaio 1962). Ma ritorniamo alla scelta vegetariana in relazione alla pace e in particolare alla mia piccola testimonianza che porgo a tutti nella speranza che si generi una maggiore e più matura consapevolezza.
Inizia tanti anni fa dal ricordo, ancora vivido, della solitudine dei maiali, e dalla depressione che si abbatteva su queste bestiole, quando, proprio in prossimità delle feste di fine anno, iniziava la loro terribile mattanza.
La mia ipersensibilità di bambino fu sconvolta nel constatare che, dopo l’assassinio del primo con il suo carico di strilla e di angoscia, il resto della “comunità dei porci” viveva nel terrore della morte imminente.
Le povere bestiole cadevano in depressione e rifiutavano di cibarsi; il pastone che fino a qualche giorno prima mangiavano avidamente li lasciava indifferenti, tant’è che il macellaio di turno si affrettava a compiere il triste rito per timore che perdessero troppo peso. Aveva fatto tanto per ingrassarli!
Per me fu impossibile dimenticare gli occhi di quelle creature e la loro sofferenza, che emanavano tanta tristezza, tutte le volte che li vedevo trasformati in succulenti anelli di salciccia e cosce di prosciutto!
Ancora oggi, tutte le volte che vedo qualche animale schiacciato ai bordi delle nostre strade mi sento male. Ma ognuno ha la sua sensibilità, e lungi da me qualsiasi giudizio su scelte diverse dalla mia, perché non vorrei mai mancare di rispetto per eccesso di zelo, specie in certi ambiti dove nessuno si può sostituire alla propria coscienza, e ognuno, si sa, ha i suoi tempi, i quali, come si sa, sono ignoti, sconosciuti ad ognuno. E quindi, non potendo e volendo violentare la coscienza altrui, non ci rimane che instaurare con tutti una sana, sincera e proficua dialettica.
Alcuni anni fa mi colpì una detto attribuito al grande Leonardo da Vinci. E’ una frase molto illuminante che recita: “Verrà il giorno in cui si conoscerà l’intimo animo delle bestie ed allora uccidere un animale sarà considerato un delitto come uccidere un uomo”.
Siamo ancora lontani dalla realizzazione di questa umanità: le culture, le abitudini, la pigrizia, la golosità, l’insensibilità, ci fanno accettare la violenza come un dato di fatto ineluttabile. Un gesto normale che tutt’al più provoca in noi qualche reazione emotività, ma incapace di produrre un cambiamento sostanziale. Tuttavia una crescente coscienza animalista ci lascia qualche ragionevole speranza che il sogno di Leonardo non fu un vaneggiamento.
Come non fu una chimera il sogno del profeta Isaia, che osò profetizzare la pace, quasi 2700 anni fa. Con uno sguardo d’aquila, il figlio di Amoz, narrò la sua visione con una tenerezza struggente: ”Allora il lupo pascolerà con l’agnello, la pantera s’accovaccerà con il capretto e il vitello e il leone pascoleranno assieme...”

Ma che cosa ha spinto Leonardo ed Isaia a fare queste preconizzazioni, mentre intorno a loro emergeva e si imponeva ben altro?

Che cosa ha spinto i due uomini ad immaginare l’inimmaginabile?

Cosa poteva significare il semplice parlare di un’ era di pace in una Gerusalemme assediata dalle truppe del re d’Assiria Sennacherib, quando l’unica legge che si stava affermando con prepotente evidenza, era quella del più forte e del più violento e si faceva la conta delle teste mozzate!
Quale peso potevano avere le parole di Leonardo nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, mentre si accatastavano fascine per il rogo del domenicano fra Girolamo Savonarola e in tutta Europa l’inquisizione decretava lo sterminio di alcune specie di animali, tra cui i gatti perché ricettacoli privilegiati dell’incarnazione del maligno.
Isaia e Leonardo, due profeti disarmati, non due profeti di sventure, non due Cassandre. La profezia non è solo preveggenza, ma è anche uno sguardo senza sconti sulla nuda realtà che viviamo.
Ma che cosa avrebbe ispirato il genio e il profeta? Qual è sarebbe stato il varco che ha permesso loro di uscire dal vicolo cieco fatalista della violenza? Potevano arrendersi alla presunta ineluttabilità dei fatti, ai disegni misteriosi ed imperscrutabili della Vita, ma non l’hanno fatto.
Non si sono lasciati annichilire dal presente, ma hanno sognato ed espresso con nitore desideri elevati, si sono sforzati di immaginare il tempo nel suo farsi e nel suo eterno divenire. Hanno semplicemente disegnato quello che avevano nel loro cuore e immaginato una dimensione e un piano oltre il contingente, nella lenta e crescente consapevolezza dell’umano verso la sua meta.
Al di là della loro grandezza, a me piace ricordare Isaia e Leonardo anche per questa dilatazione percettiva temporale, oltre ogni apparenza. Un aspetto non secondario.
Mai ammazzare l’utopia, mai tarpare le ali ai sognatori perché quello che oggi fatichiamo ad immaginare, un giorno potrebbe diventare realtà. Un sano pragmatismo è indispensabile per vivere, ma senza il respiro della speranza saremmo condannati al fatalismo. Saremmo prigionieri di un mortale immobilismo.

E l’utopia?

Essa delinea un orizzonte di riferimento comune verso cui tendere, consapevoli che questa linea non è un punto di arrivo, ma un continuo approdo verso altri lidi. Per quanto possa essere immaginaria, l’utopia ha il pregio di spingerci all’azione. Il bisogno di infinito insito nel cuore dell’uomo non si cheta facilmente e ha bisogno continuamente di espandersi.
Ma i sogni, la possibilità di modificare la realtà in meglio, devono essere condivisi, altrimenti rischiano di essere confinati nell’irrilevanza e infine s’ insteriliscono.
La società è obbligata ad organizzarsi se vuole essere protagonista del proprio destino. Deve creare momenti di unità e di sintesi per non rimanere divisa e frammentata in tanti piccoli aggregati sociali che non comunicano tra di loro.
Quindi, occorre un grande sogno collettivo, una visione alta, unita ad una profonda capacità politica di governare, non senza fatica, le situazioni, a partire dal contingente. Solo così, forse, scorgeremo, finalmente, il volto di una nuova umanità e il sogno di Isaia e Leonardo non sarà più tale.
Michele Meomartino

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giovedì 22 febbraio 2018

"On The Green Road"... Proposta di proiezione documentario ecologista


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Ciao a tutti, molte associazioni nelle ultime settimane sono state contattate dall'associazione francese "On The Green Road" per proporre di organizzare la proiezione di un loro documentario che affronta temi attinenti il discorso contadino e  penso si potrebbe valutare di organizzare qualche proiezione abbinandola con la campagna dell'agricoltura contadina, riportare l'agricoltura al ruolo principale che le compete e fare cagliare diverse  genti, che ne pensate? Di seguito la presentazione del loro progetto.  (Aldo Nardini)


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"L'associazione è nata dal viaggio intrapreso dai due fondatori, due cugini allora appena diplomati, attraverso 26 paesi dell'Europa dell'Est, dell'Oriente, dell'Asia, e dell'America Latina... in bicicletta. Questo viaggio ha prodotto il documentario "On The Green Road", che esplora le attività ecologiche in questi paesi del Sud del mondo. 

Il documentario esplora le sfaccettature del cambiamento climatico e del degrado ambientali in diversi paesi del mondo, e, connettendoli con la lotta ai sistemi di potere che istituiscono la scarsità economica, lo sfruttamento ambientale estremo, e lo spreco su scala nazionale e internazionale, propone come soluzioni ideali un generale "ritorno alla terra" (bioregionalismo), una agricoltura biologica, locale, e sostenibile, la sovranità alimentare, un consumo di prodotti locali ed etici sia per l'uomo che per l'ambiente, e una protezione delle culture tradizionali che erano naturalmente attente ai loro ecosistemi e che oggi sono inglobate da un dilagante consumismo. 

Attraverso interviste con gli attori locali di azioni quotidiane che aiutano la relazione dell'umanità con il suo ambiente, il film mostra la transizione ecologica come qualcosa di attuale, concreto, e già in azione in tutto il mondo, soprattutto attraverso azioni individuali, locali, informate ed impegnate, azioni alle quali il pubblico si può rapportare. ....Una transizione ecologica che diventa allora prima di tutto una transizione umana, da una umanità dominatrice del pianeta e individualista rispetto a se stessa, a una rispettosa di sé stessa e delle forme di vita e dell'ambiente che la ospitano. On the green road vuole partecipare a questa presa di coscienza  che necessita dunque diffusione ed eventi educativi per tutti i pubblici.

Dal 2015 (anno della sua creazione) il documentario è stato proiettato più di 200 volte, in Francia e all'estero, nei contesti più diversi: da delle scuole elementari in Burkina Faso, al Parlamento Europeo a Bruxelles. Inoltre, volendo sensibilizzare il pubblico il più possibile il pubblico, dei dibattiti sono organizzati dopo la proiezione per dare più informazioni sul viaggio e per esplorare più in profondità gli argomenti che il documentario propone.

On The Green Road organizza anche conferenze sul viaggio sostenibile e le crisi ambientali internazionali, formazioni audio-video a prezzo libero, e accompagna e sostiene la produzione di nuovi progetti nascenti di viaggiatori che sosteniamo a partire in modo ecologicamente sostenibile e culturalmente ed eticamente responsabile. 

Per quanto riguarda il lato finanziario, On the green road si basa di solito su una politica di accesso del pubblico a "contribuzione volontaria", restando così aperta a tutti e finanziando al tempo stesso le sue attività. On the green road rimane flessibile alle esigenze dell'organizzazione co-organizzatrice. 

La solidarietà internazionale, l'ecologia e l'organizzazione di dibattiti ed eventi educativi sono il cuore delle attività di On The Green Road, che sembra condividere con il vostro impegno a Campi Aperti. Siamo una squadra estremamente motivata e stiamo ricevendo un sostegno crescente con numerose attività in via di sviluppo in Francia come all'estero."


Sito:  http://onthegreenroad.com  

Qui di seguito, potete trovare il trailer del film (con sottotitoli in italiano):   https://www.youtube.com/watch?v=RDB8wR3gifM&t=20s&ab_channel=OnTheGreenRoad

Calcata: "Bioregionalismo ed economia sostenibile" - Documento storico

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2003 - Escursione alle grotte nella Valle del Treja

Il racconto che segue è stato pubblicato sull’ultimo numero del  Bullettin, l’organo del Circolo Vegetariano VV.TT., che uscì in forma di “brochure” in occasione dell’incontro della Rete Bioregionale Italiana, tenuto a Calcata (nel Tempio della Spiritualità della Natura e nella sala Consiliare del Comune) dal 9 all’11 maggio del 2003. Il tema trattato era: "Bioregionalismo ed Economia Sostenibile"


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La vecchia sede del Circolo Vegetariano VV.TT. di Calcata

Testo:
Strettamente parlando, da un punto di vista delle finalità, la spiritualità laica e l’ecologia profonda affondano il loro esistere nella coscienza. L’uomo si è interrogato sulle forze della natura e sulla vita e questo interrogarsi ha prodotto la spiritualità, l’ecologia profonda è un approfondimento in senso materiale di questa ricerca. Entrambi gli approcci partono dall’esistente, dal modo di percepire noi stessi e la realtà che ci circonda, il primo è un approccio in senso metafisico mentre il secondo prende in esame il fisico ma non v’è differenza fra i due aspetti se non nel modo descrittivo.

Nell’ecologia profonda come nella spiritualità naturale si sottintende un ’quid’ che impregna le trame della vita. Tale ’quid’ è stato descritto come sorgente di tutte le cose, indipendentemente dal chiamarlo ’spirito’ o ’forza vitale’. Dall’interrogarsi iniziale siamo giunti a tutte le filosofie gnostiche, alle religioni d’oriente come pure alle grandi religioni monoteiste in cui, sia pur con angolazioni differenti, si inneggia al grande mistero della vita, questa è anche l’esigenza dell’ecologia che sempre tiene in conto il delicato equilibrio dell’insieme delle manifestazioni vitali. Spesso mi son trovato a descrivere l’esigenza di estrinsecazione spirituale dell’uomo come la nascita della prima virtualizzazione. Attraverso il pensiero e la speculazione intellettuale è infatti sorta la virtualità, l’immaginare, il presupporre vero sulla base di un pensiero (di un credere) e questa proiezione, una ’vis’ umana specifica, è forse presente anche nel resto dei viventi, chissà? 


Ad esempio nelle teorie del karma si descrive la vita individuale degli esseri come un percorso evolutivo che parte da una scintilla dell’intelligenza che poi si differenzia in miriadi di forme, a volte contrapposte, che son però strettamente collegate l’una a l’altra ed in continua ascesa verso la stessa finalità. Una unità questa che non è mai venuta meno anche durante il cosiddetto "percorso karmico" ma per via dell’illusione, ovvero la virtualità del pensiero, appare disgiunta ed imperfetta (e quindi perfettibile?). L’ecologia profonda, dal punto di vista materiale, è un aiuto a capire che non c’è nel contesto generale della vita un dietro od un avanti che non sia strettamente consequenziale, che non compartecipi della stess a sostanza di base e che perciò è impossibile scindere, pena l’estinzione stessa della vita.

Ed ora una domanda: come faremmo a vivere su questa Terra se tutti decidessimo di ritirarci in eremitaggio, di ritornare alla terra come si dice in gergo, senza immediatamente sconvolgere, distruggere definitivamente, il già precario equilibrio di questo pianeta? La Terra ospita ormai diversi miliardi di persone, perlopiù riunite in aree urbane, è pur vero che parecchie specie animali sono in netta diminuzione ma per contro molte di quelle addomesticate dall’uomo (essenzialmente per scopi voluttuari o di carenza affettiva) superano in numero gli umani stessi e come gli umani che vivono nelle città anch’essi son concentrati in grandi allevamenti. Se ognuno di noi dovesse andare a vivere in campagna, immaginando una società egualitaria, avremmo forse a disposizione non più di duecento metri di terreno a testa senza contare le zone desertiche, i ghiacciai, le alte montagne, se in più volessimo portare con noi anche i nostri "pets" dovremmo dividere quel piccolo spazio con cani e gatti, se poi volessimo mangiar carne dovremmo dividere ulteriormente la nostra casa con pecore, mucche, conigli, maiali, etc. 


Si fa presto ad immaginare la calca che si verrebbe a creare nei nostri duecento metri quadrati di terra, non solo ma come potremmo produrre in quel piccolo orticello abbastanza cibo per tutti i membri della nostra personale comunità rurale? Va da sé che questa tipo di scelta è impensabile per la massa come pure, per altre ragioni persino più serie, è impensabile che la vita possa continuare a lungo sul pianeta se continuiamo a sfruttare le risorse per soddisfare le esigenze di consumo parossistico dei grandi agglomerati urbani.

I lemming, quel popolo di roditori che in caso di sovraffollamento periodicamente emigrano in massa, avrebbero già intrapreso il loro viaggio finale (che come tutti sappiamo finisce nelle gelide acque del mare del nord) per riequilibrare la natura. In parte un tale comportamento autodistruttivo sta avvenendo anche nella nostra società, con l’aumento delle guerre, dei suicidi, delle perversioni, della stupidità. Ma non è ancora sufficiente a trovare quell’equilibrio naturale di sopravvivenza e questo perché l’uomo ha l’arroganza di ritenersi un essere "superiore" alle altre specie e perciò ogni soluzione deve comprendere la continuazione del gioco attualmente in programma e cioè la fissità della nostra specie come dominante.

Ma a questo punto re-inserisco il concetto di "spiritualità naturale o laica". A dire il vero questa spiritualità non può assomigliare punto alla precedente spiritualità religiosa ma deve necessariamente tener conto del contesto vitale in se stesso, ovvero dell’ecologia. Una spiritualità ecologica in cui non si perseguano scopi immaginari (paradisi, inferni, etc.) ma in cui ci si occupi esclusivamente del presente stato dell’esistenza. Una presa di coscienza ’individuale’ di come è possibile il riequilibrio al contesto della vita senza ritenere che la nostra sia una funzione di controllo, di dominio (o di sudditanza ad una ipotetica divinità altra). 


Ognuno di noi dovrebbe già da ora affrontare il suo personale corso di sopravvivenza sapendo che tutto quello che noi rubiamo oggi dovrà sicuramente essere pagato domani, questo nel caso del sovrappiù, mentre se il nostro respirare, mangiare, vivere rientra nell’insieme del vivere, respirare, mangiare di ogni altro essere vivente potremmo finalmente goderci la vita, senza aver colpe da espiare, senza dover abbandonare il nostro modo di vita urbanizzato e fortemente sociale che -evidentemente- salvo il famoso riequilibrio di cui abbiamo detto, ha contribuito alla fioritura di questa bellissima nostra specie.

In questa fase della storia millenaria dell’uomo abbiamo privilegiato il secondario, il superfluo, a scapito del primario, ovvero il cibo, l’acqua, l’aria. E’ importante per noi esseri umani integrati analizzare le ragioni di questo sviamento. Uno sviamento che senz’altro è stato necessario per scoprire il valore di tesi astratte come l’arte, la scrittura, l’estetica, l’etica, ma che non può continuare ad occupare tutto lo spazio possibile del nostro esistere. Ad esempio dobbiamo essere consapevoli dello sforzo e del significato profondo insito nella ricerca e produzione del nostro cibo quotidiano.

Descrivo ora l’excursus storico sulla nostra evoluzione. La storia dell’uomo è molto semplice e rispecchia i quattro mutamenti fondamentali della vita. L’uomo nella sua corsa evolutiva compie quattro salti stagionali. All’inizio egli succhia il latte, alla base del latte c’è la verdura e la carne e ciò diviene il suo cibo, poi ancora oltre c’è la terra ed ecco l’uomo che la divora ma oltre la terra c’è lo spirito e l’uomo nutrendosi di "spirito" completa un altro ciclo di spirale nella scala dell’evoluzione. 


Questa simbologia può essere tradotta così: il latte rappresenta il momento in cui l’umanità si pone reverente verso la nutrice, la natura, che lo accudisce e lo sostiene nel suo grembo (potremmo dire che corrisponde al momento del "paradiso terrestre"); subentra poi la capacità di auto-sostenersi e di ricorrere a tecnologie appropriate per ricavare da se stessi il nutrimento (corrisponde al momento della fondazione patriarcale); ecco quindi il momento del massimo sviluppo tecnologico e sociale in cui l’uomo tende a divorare, a consumare, persino la terra che lo sostiene (il momento della decadenza consumistica e dell’idolatria scientifico religiosa); infine viene il momento della coscienza indifferenziata, l’uomo vien toccato dallo "spirito" si compenetra in esso e ritrova la sua unità primigenia (corrisponde al quid originario, alla consapevolezza di Sé), il ciclo si ripete passo dopo passo. 


E’ evidente che questo momento storico è segnato da un grande sbalzo fra il massimo del materialismo ideologico o religioso a quello di un ritorno alla consapevolezza non duale.

Come possiamo affrontare condizioni o contingenze apparentemente diametralmente opposte? Innanzi tutto c’è da considerare una cosa: la spinta evolutiva nell’uomo non è indotta da ideologie di massa, il pensiero di massa serve solo al mantenimento della compattezza psicofisica della specie, l’indice del cambiamento è sempre e solo rappresentato da forme pensiero, pseudopodi, che si irradiano verso possibili sbocchi evolutivi, questi pseudopodi non rappresentano che una piccolissima percentuale della massa, si tratta di minoranze….. 


Le due minoranze attualmente in antitesi, nel "programma" di sviluppo dell’intelligenza umana, son rappresentate da una parte dall’accentramento individuale del potere (lobby ideologiche ed economiche auto-foraggianti) e dall’altra da una rete smagliata di piccole persone che emanano forme pensiero collegate al tutto (una sorta di sincretismo universale).

Questi cicli o percorsi storici si manifestano allo stesso tempo sia nell’arco di una sola vita individuale che in stagioni o onde storiche, ere cosmiche. Mi sembra che questo momento di transizione, fra una condizione e l’altra dell’umano, sia dedicato all’aspetto distruttivo di ogni sovrastruttura di pensiero, un azzeramento dei canoni precostituiti. Infatti oggi come non mai la pulsione verso l’uscita dagli schemi fissati provoca uno stato sismico mentale (scossoni psichici) al corpo-massa dell’umanità. Basterebbe sapere che, come avviene nel processo realizzativo del sé, ogni singola cellula del corpo sociale umano deve essere toccata e deve essere in grado di percepire individualmente la reale possibilità evolutiva in corso. E mentre la tendenza egocentrica agisce sulla massa con meccanismi di aggregazione forzata (vedi la massificazione informativa) al contrario "l’aumento" della coscienza avviene sui piani emotivi individuali. 


Dobbiamo essere consapevoli di ciò quando, come precursori, proponiamo un indirizzo bioregionale che non potrà certamente usare i mezzi della controparte ma deve comunque comprenderli organicamente e da lì evolversi. Solo così può sciogliersi il senso di differenza e la coscienza può ri-trovare il suo spazio. L’interno dell’uomo è ancora tutto un mondo da esplorare ma anche l’esterno è altrettanto infinito ed inconoscibile. Per questo si ripropone sempre la via di mezzo, la moderazione, come unica strada possibile per la continuità della specie. La consapevolezza non-duale integra non divide. E’ per questo che nell’ecologia del profondo e nella spiritualità laica si narra del ritorno alla Terra, ascoltandone il suo messaggio, pervenendo così a quell’integrazione con essa. Godendo della silenziosa gioia di vita, qui e d ora. Una gioia che non ha costrutto, nessuna causa, nessun meccanismo da soddisfare, nessun possesso, solo è…. Si chiama esistenza.

Ma attenzione… tale visione non ipotizza il ritorno al primitivismo bensì individua nelle attuali condizioni della società avanzata l’occasione di un riequilibrio. La continuità della nostra società, in quanto specie umana, richiede una chiave evolutiva, una comprensione globale, per mezzo della quale aprire la nostra mente alla consapevolezza di condividere con l’intero pianeta (forse sarebbe meglio dire con l’universo) l’esperienza vita. Questa è la scienza dell’inscindibilità della vita. 


Ne consegue che anche l’economia umana può e deve tener conto di questa visione per avviare un progresso tecnologico che non si contrapponga ma che sia in sintonia con i processi vitali. La scienza e la tecnologia in ogni campo di applicazione dovranno rispondere alla domanda: "E’ ciò ecologicamente e spiritualmente compatibile?" I macchinari, le fonti energetiche, lo smaltimento dei sottoprodotti, come pure la socialità e la cultura, dovranno essere realizzati in termini di sostenibilità. Se questo stimolo si manifesta nella mente umana allora sarà necessario un rapido processo di riconversione e riqualificazione industriale ed agricola che già di per se stesso sarà in grado di sostenere l’economia. Infatti la sola "riconversione ecologica" favorirà il superamento dell’attuale stato di "enpasse" impartendo grande spinta allo sviluppo economico e sociale. 


Una grande rivoluzione comprendente il nostro far pace con il pianeta e con gli esseri viventi che lo abitano.

Paolo D'Arpini


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martedì 20 febbraio 2018

Bioregionalismo e campagna per l'agricoltura contadina - Carta intenti per un sindacato contadino


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Breve sintesi  dell'incontro tenuto a Modena, il 17 febbraio 2018,  per il progetto di un  sindacato contadino, presso la sede nazionale dei compagni del sindacato Usi-Ait, al quale hanno partecipato rappresentanti di sezioni provinciali Usi-Ait e loro associati, che fan parte di Genuino Clandestino, dai romani di Terra Terra ai seminterrati ai Valsusini e con presenze anche da Trieste e dalla Toscana, ha partecipato  anche  qualche agricoltore  locale incuriosito dal tema e rappresentanti di altre associazioni e reti (produttori e  consumatori biologici e biodinamici, Agri.Bio Emilia Romagna, seed savers di Civiltà contadina, la Campagna nazionale per il riconoscimento agricoltura contadina, etc.).

La discussione è stata interessante spaziando dall'autogestione alla gestione collettiva,  dal sindacato spagnolo alla Confédération Paysanne, dall'ecologia profonda al bioregionalismo, da Columella all'agricoltura nelle stazioni orbitanti per cercare di definire chi fossero i contadini del nostro tempo. Discussione inframmezzata con degustazione di alcune dame da 5l di derivati dell'uva, patatine fritte  e un poco di attività sportiva  ed è emersa una condivisa e consensuale intenzione per portare avanti il discorso sul possibile sindacato contadino e dei lavoratori agricoli dipendenti.

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Secondo il segretario del sindacato la parte bracciantile e lavoratori agricoli dipendenti potrebbe rientrare nella loro attivita sindacale classica  essendo un sindacato di lavoratori salariati mentre per i contadini, di professione o contadini come secondo lavoro, che son stati definiti come  "lavoratori autonomi che spesso si autosfruttano", per questi sarebbe piu un discorso sulle iniziative di tipo sociale e di solidarietà intercategoria e /o eventuamente da inserire nella parte sindacale  "arti e mestieri". Resta fuori tutta la serie di servizi e assistenza alle aziende contadine e ai cittadini (CAA, CAF,ecc.) che i classici sindacati agricoli offrono e anche il patronato, in quanto Usi Ait  non offre servizi.
Si è deciso di cominciare a scrivere  dei punti per una  carta di intenti  che per ora sono i seguenti:

CARTA D'INTENTI
Unione dei contadini e dei lavoratori della terra.
> Detentori di un sapere da diffondere e condividere.
> Alleanza reale e strategica con qualunque altra tipologia di lavoratori in quanto tutti funzionali al mantenimento dell'essere umano in vita.
> Denuncia e contrasto di ogni forma di sfruttamento sia degli esseri viventi che delle risorse naturali.
> Promuovere e realizzare solidarietà, mutuo appoggio, e autogestione.
> Diffondere il valore delle produzioni sane evitando produzioni e pratiche dannose (che possano essere da stimolo anche per altri settori).
> Liberare il mondo rurale dalla dominazione dell'industria.
> Progettare e realizzare reti di distribuzione dei prodotti coerente con le modalità stabilite nel presente testo.

Aldo Nardini - info@agribio.emr.it

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Bioregionalismo attivo - Contrade: Storie di ZAD e NOTAV - Recensione


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Ciao a tutti, è finalmente pronta la traduzione in italiano del libro CONTRADE: storie di ZAD e NOTAV,  scritto dal Collettivo “Mauvaise troupe”, edizioni Tabor.
Questo libro non è solo un asettico memoriale di due delle più importanti esperienze di lotte di questi ultimi anni (una delle quali sembra ad oggi avere definitivamente sconfitto il “mostro”), ma è una potente “vista dall'interno”, un racconto plurale e collettivo come le lotte stesse di cui si parla. E' un racconto delle emozioni e delle vite di chi queste terre in lotta le coltiva, le lavora, le passeggia, le occupa, le ama, le attraversa e respira, in una parola di chi le abita.

Dalla lotta contro l’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes 
al movimento contro l’Alta velocità in Valle di Susa,vite e territori in subbuglio si raccontano.

«… vinceremo, qui e altrove. Vinceremo anche contro noi stessi. Contro ciò che talvolta fa di noi non molto di più che dei tristi amministratori dell’esistente. Vinceremo, disputando a pietrate pezzi di territorio alla polizia, gettando lampi di luce negli occhi appannati dalla vita. Producendo il nostro cibo e mettendo in ginocchio un governo. Costituendo forze collettive e condividendo un pezzo di mondo con altri esiliati. Moltiplicando le comuni libere, generando le nostre culture e le nostre storie. Gli spazi in cui queste dieci, mille vittorie possono incontrarsi sono rari. Il notav e la zad sono tra questi. E ne ispirano altri. è questa la loro portata rivoluzionaria».


Ci piacerebbe che il libro riuscisse a “girare” il più possibile e potesse avere una distribuzione orizzontale e autogestita. Per questo ci sembrava bello e importante proporre il libro alle diverse reti che animano GC, perchè lo diffondessero all'interno del loro territorio, attraverso i mercati e/o secondo le modalità e le possibilità La rete nazionale di Genuino Clandestino si fa quindi capacità e possibilità di diffusione del racconto di una realtà "locale” che  diventa patrimonio ed esperienza di ogni singola rete territoriale (per altro il tema nazionale/locale è stato ampiamente dibattuto in alcuni tavoli di Fabriano...)

Parliamo di rete nazionale perché l'idea è che se Genuino Clandestino nel suo complesso riuscisse a coprire circa un centinaio di copie (ovviamente come somma delle diverse reti territoriali) si potrebbe riuscire a fare avere il libro 4€ a copia, rispetto al prezzo di copertina è 12€. Purtroppo se le copie richieste fossero di meno il prezzo dovrebbe subire un “ritocco” verso l'alto in funzione del numero raggiunto. Non c'è un numero minimo di copie, ma chiaramente ha un senso prenderne qualche copia per ammortizzare la spedizione postale 

Le reti territoriali o realtà che sono interessate o che hanno bisogno di info, possono contattaci direttamente alla mia mail oppure a quella della Libreria Calusca - libreriacalusca@yahoo.it -  (così da non gravare sulla mailing list nazionale) e speriamo che questa proposta non sia considerata fuori tema (noi pensiamo proprio di no, ma non si sa mai...)

Dajè e Matteo
Mercato COX18 | Libreria Calusca | Archivio Primo Moroni

P.S. Il libro sarà presentato a Milano in COX18 il 21 febbraio 2018 con i compagni francesi e poco dopo (o poco prima non ricordo la data, sorry) anche a Mondeggi-Fattoria senza padroni.

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lunedì 19 febbraio 2018

Come nacque il bioregionalismo in Italia - Memoria storica su ... "Quella volta sul Po, a Mantova, nel 1996"

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Io fui uno dei fondatori del Movimento Bioregionale in Italia, sin dai tempi in cui risiedevo a Calcata, e sono rimasto nella Rete malgrado le correnti avverse che, come spesso accade, hanno suddiviso il gruppo iniziale in rivoli e rivoletti con varie etichette. Nel frattempo, a mano a mano che qualcuno usciva c’è stato anche qualcuno che entrava e tutto sommato possiamo dire che il movimento ecologista profondo, facente riferimento alla Rete Bioregionale Italiana, è tutt’ora vivo e vegeto e fortemente operativo.

Potrei segnalarvi tutte le battaglie portate avanti nel corso degli anni ma perché farlo..? Chi sa sa e chi non sa non sa! Però una chicca storica ve la voglio  raccontare, si tratta di una azione concreta risalente al 1996, lo stesso anno della Fondazione della Rete Bioregionale. Non so se ricordate che in quell’anno Umberto Bossi aveva iniziato il pattugliamento sul fiume Po, a pochi kilometri dall'abitazione di Giuseppe Moretti, per promuovere il suo regionalismo separativo leghista. Noi partimmo da Calcata ed organizzammo un contro-presidio, sulle rive del Po. Potranno testimoniarlo Antonio D’Andrea, del Movimento Uomini Casalinghi di Milano, con il quale avevamo viaggiato assieme,  ed anche Lina Boner di Verona, venuta a trovarci nel pomeriggio. Ah, c’era pure l'amico Stefano Disegni, il vignettista, venuto da Roma. Insomma eravamo solo in tre...

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Lì sul Po, in provincia di Mantova, vissi una esperienza mista. Eravamo arrivati dal mattino presto, la natura era molto bella, passeggiai in lungo ed in largo sulle sponde del fiume, mentre i navigli della Lega facevano avanti ed indrè sull’acqua limacciosa, A contrastarli c’era una mongolfiera della Lega per l’Ambiente ormeggiata a terra, con tanti bei colori… Ma la lunga giornata al sole mi aveva proprio incocciato.. ed infatti ricordo che dovetti andare a rifugiarmi in un boschetto per sfuggire ai cocenti raggi e perciò non potei intervenire sul palco dove si tenevano gli interventi... Ma Stefano Disegni disse qualcosa su di noi, tanto per stabilire la nostra presenza. Sostanzialmente la proposta di attuazione del bioregionalismo è sotto riportata dall’Adnkronos.

Flash di agenzia: BIOREGIONALISMO LA PROPOSTA SARA’ RILANCIATA SUL PO IL 15 SETTEMBRE
Roma, 30 ago. 1996 (Adnkronos)- ”Bossi faccia pure il suo raduno fluviale il 15 settembre, noi ci batteremo per il riconoscimento di un nuovo ordinamento regionale basato sul ”bioregionalismo” (luoghi riconoscibili per le affinita’ culturali, dialettali, della flora e della fauna) e su effettive automonie locali.”
Lo dichiara il Presidente del Circolo vegetariano VV.TT. di Calcata, Paolo D’Arpini che la settimana scorsa ha lanciato ”con grande successo” la proposta del bioregionalismo. ”Il 15 settembre, giorno dell’imbarazzante ‘uscita fluviale’ di Bossi, noi riproporremo l’Italia dei bioregionalismi e del federalismo effettivo che ci unisca nel nome d’Italia -ma nel rispetto autentico delle autonomie- e non separi quanto e’ stato unito attraverso drammatiche e secolari vicende.”
”Lo riproporremo in tre diverse sedi e manifestazioni: il primo sull’altra sponda del Po, davanti a Ponte di Legno (nell’ambito di una manifestazione dell’Unione italiana ed Europea), il secondo nell’incontro di San Benedetto del Po, organizzato dai verdi della Regione Lombarda ed infine il terzo a Calcata, nella Valle del Treja, per rilanciare il modello etrusco come metodo di aggregazione per una bioregione sperimentale dell’Etruria”. Intanto ”giungono lettere di adesione alla nostra proposta” precisa Paolo d’Arpini” anche dagli abitanti della cosiddetta ‘Padania’. Dai confini di questa inesistente ‘regione federata’ M.F. di Gorizia ci comunica che chiede asilo politico a Calcata nell’evetualità,, sia pure remota, di una vittoria  leghista. Lo chiede in qualita’ di ‘barbaro illirico simpatizzante con il bioregionalismo etrusco...”

Ah ricordo che finimmo pure in prima pagina su La Repubblica: "Viterbo, un club vegetariano in marcia su Ponte di Legno ' GLI ETRUSCHI SFIDERANNO IL SENATUR' ROMA - "Contro le orde celto-alemanne, rilanciamo il modello etrusco". E' la provocazione del Circolo vegetariano di Calcata (Viterbo), che chiama le regioni centrali alla riscossa "contro il bossismo", e annuncia per il 15 settembre l' invio di una delegazione a Ponte di Legno per "confrontarsi" con Bossi. Si vogliono così ripetere, a detta degli ideatori dell' iniziativa, le gesta "con cui i nostri antenati etruschi si confrontarono con i celti, portando la carta vincente della convivenza e del rispetto delle libertà reciproche". "Li fermeremo sulle sponde del Treja con la stessa pervicacia con cui gli alpini resistettero all'impeto austro-ungarico sulle rive del Piave", proclama con orgoglio Paolo D'Arpini, presidente del Circolo, che aggiunge: "Persino da un punto di vista storico i celti, popolazione seminomade, furono considerati una razza imperfetta alla ricerca della propria identità; questa angoscia accompagna ancora i discendenti diretti dei celti, cioè le popolazioni della Padania..." (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/08/21/le-procure-del-nord-contro-bossi.html?refresh_ce)

Paolo D'Arpini

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Coordinatore della Rete Bioregionale Italiana
Via Mazzini, 27 -  Treia (Mc) - Tel. 0733/216293
bioregionalismo.treia@gmail.com


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