La mattina del 6 marzo 2026, prima che la città si svegliasse, prima che qualcuno potesse vedere, documentare, protestare, le macchine erano già al lavoro. Un’efficienza degna di miglior causa. L’ultimo grande bosco golenale dell’intera Valle Isarco, con alberi alti fino a 40 metri, tronchi fino a 4,5 metri di circonferenza e un’età che raggiunge i 100 anni, stava già cadendo sotto le lame.
Il bosco ripariale di Bressanone – quanto resta degli ambienti originari lungo il fiume Isarco – era rimasto lì, quasi per miracolo, circondato su tre lati dalla zona industriale, custode di un mondo che altrove è già scomparso da decenni. Non era un posto qualsiasi: sulla sommità degli abeti ogni anno nidificavano dalle 9 alle 13 coppie di airone cenerino. 64 le specie di uccelli osservate in quest’area, di cui 29 nidificanti e 7 inserite nella Lista Rossa degli animali in pericolo. Sette specie di chirotteri. Tre specie di rettili che richiedono tutte una protezione rigorosa secondo la normativa comunitaria a causa della loro rarità e rischio di scomparsa.
Nel corso degli anni il bosco si era insomma rivelato un ecosistema complesso, con alberi caduti che offrivano microhabitat favorevoli alla vita di funghi, licheni e particolari insetti che vivono e si nutrono di legno morto – nutrimento degli uccelli insettivori, tra i quali il rarissimo picchio rosso minore.
E poi c’era il ruolo idrogeologico: la zona industriale a sud di Bressanone è già stata allagata nel 1966, e i tre ettari del bosco ripariale con prato garantivano uno sfogo per l’inondazione, raccogliendo le acque delle alluvioni e fungendo da naturalissimo sfogo per un fiume oggi pesantemente artificializzato. Un bosco simile, entro un contesto pesantemente antropizzato, non solo è un unicum prezioso, ma non è nemmeno facilmente sostituibile.
La storia di come si è arrivati a questa distruzione inizia nel 2019. Quest’area, composta da due ettari di foresta e 7000 metri quadri di prato, di proprietà della Vinzentinum e classificata come area di protezione delle acque e bosco ripariale, è stata ceduta alla Progress Holding AG. Tutte le parti coinvolte nella compravendita sapevano che l’area era destinata a uno scopo specifico e che doveva essere riclassificata per essere resa edificabile. Prezzo: 9 milioni di euro. Destinazione: capannoni industriali e parcheggi per produrre stampanti per calcestruzzo 3D. La Diocesi di Bolzano-Bressanone aveva venduto un habitat protetto a chi voleva distruggerlo.
Dal 2019 al 2026, una comunità intera ha provato a fermare questo scempio con ogni mezzo lecito. Petizioni firmate da oltre 4.000 persone. Catene umane lungo la pista ciclabile. Mozioni consiliari. Perizie naturalistiche. Ricorsi. Il Comune di Bressanone si è rifiutato di pubblicare e trasmettere la perizia sul bosco ripariale in riferimento a un’interpretazione molto discutibile delle disposizioni di legge. Lo studio – commissionato dal Comune stesso e costato quasi 10.000 euro di denaro pubblico – è rimasto secretato per oltre un anno, mentre le decisioni venivano già prese. La stessa Commissione provinciale per il territorio e il paesaggio, nella deliberazione approvata il 27 febbraio 2026 dalla Giunta provinciale, ha riconosciuto che il progetto non poteva essere valutato positivamente dal punto di vista paesaggistico, poiché il bosco ripariale costituisce un habitat protetto ai sensi della LP n. 6/2010 e della Nature Restoration Law europea. Poi, tuttavia, ha comunque approvato. La prevista parziale deforestazione è stata “venduta” come un buon compromesso tra tutela della natura e interessi economici: purtroppo, proprio la parte più preziosa dal punto di vista naturalistico, costituita da bosco golenale con imponenti pioppi neri, è risultata interessata. Le perizie naturalistiche che confermano il valore ecologico del bosco non sono state prese in considerazione durante il processo decisionale.
C’è un fatto che merita tuttavia di essere riconosciuto: la compensazione prevista – di circa 17.000 m² di terreno confinante con il biotopo Millander Au che andranno ad allargare sostanzialmente quest’ultimo – riguarderà superfici attualmente coltivate a frutteto e arativi riguarderà superfici attualmente coltivate a frutteto e arativi, utilizzate in passato come discarica di materiali edili. Sottrarre ettari di meleto alla monocoltura intensiva che ha già trasformato i fondovalle altoatesini in distese ordinate di piante spallierate sotto reti antigrandine, e restituirli alla natura, è qualcosa di inedito: forse la prima volta nella storia della Provincia Autonoma di Bolzano che una compensazione ambientale avviene a spese di un frutteto. Per questo, e solo per questo, diciamo “bene”. Ma sia chiaro: si compensano i metri quadri, non gli ecosistemi. I 17.000 m² di nuova natura futura non valgono i 9000 m² di bosco centenario e i 7000 m² di prato che da questa mattina non esistono più. Non si compensa un albero di cent’anni con un appezzamento da rinaturalizzare. Non si compensano le colonie di aironi, i chirotteri nelle cavità, il picchio rosso minore. Ragionare sul lungo periodo è giusto – ma bisogna avere la lucidità di riconoscere che ciò che è andato oggi non tornerà in nessun orizzonte temporale che ci riguardi.
In tutto questo, Progress Holding AG aveva alternative? La risposta è, ovviamente, sì. Avrebbe potuto scegliere un’altra localizzazione. Avrebbe potuto comunque compensare l’inevitabile consumo di suolo. Avrebbe potuto scegliere di non abbattere in periodo di nidificazione (la normativa provinciale fissa l’inizio del periodo di tutela già dalla fine di febbraio: l’abbattimento è iniziato nei primi giorni di marzo). Avrebbe potuto, in una parola, fare le cose diversamente. Non lo ha fatto. E gli enti locali – Comune e Provincia – si sono rivelati succubi di sé stessi, delle proprie legislazioni evidentemente imperfette o comunque facilmente scavalcabili.
Pretendere collettivamente una responsabilità imprenditoriale vera è un compito che come sempre rimane nelle mani di cittadine e cittadine: una responsabilità che non è quella proclamata nelle relazioni di sostenibilità aziendale, ma quella che si misura nelle scelte concrete, nella capacità di rinunciare a qualcosa quando quel qualcosa appartiene a tutti. Tocca a noi chiederla – alle associazioni, ai cittadini, all’opinione pubblica – dato che chi avrebbe dovuto farlo per mandato istituzionale ha preferito diversamente.
Sia a livello comunale che provinciale si sottolinea costantemente come la sostenibilità ecologica sia una priorità fondamentale. Le istituzioni altoatesine si presentano al mondo come custodi delle Alpi, dell’ambiente, della biodiversità. Bressanone nel 2012 ha persino ricevuto il premio Euregio per l’ambiente.
Quelle parole sono cadute insieme agli alberi. Una parte preziosa di Bressanone è scomparsa per sempre. Le associazioni ambientaliste invece, rimangono: e non si fermeranno ai soli comunicati.
WWF Trentino Alto Adige/ Südtirol
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