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domenica 1 luglio 2012

Swami Muktananda: "Shaktipat, il risveglio della coscienza.."

Swami Muktananda


Domanda (Mrs. Salunkhe): Cosa si può fare per essere meritevoli di ricevere Shaktipat? E come fa una persona a sapere quando l'ha ricevuta?

Risposta (Baba Muktananda): Per ricevere Shaktipat uno deve avere la necessaria qualificazione. Dopo tutto cos'è Shaktipat? Per molta gente questa parola risulta strana. Shaktipat è Grazia, la trasmissione della Grazia divina. Shaktipat, Grazia divina e Favore del Maestro sono sinonimi. Per lo Shaktipat uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro.

Il Favore del Maestro ovviamente scenderà naturalmente, spontaneamente, sul discepolo. Ma allo stesso tempo il Maestro ha bisogno della grazia del discepolo, in forma di maturità per lo Shaktipat.

Non devi domandare per sapere se hai ricevuto la Grazia o no. Quando prendi un raffreddore te ne accorgi da sola senza dover domandare a nessuno, osservando i cambiamenti che avvengono nel tuo corpo. Se ti ammali di dissenteria o qualche altra forma di indigestione, lo sai direttamente da te. Se litighi con qualcuno, guardando le tue reazioni mentali comprendi subito che la mente è diventata inquieta, che la lite ti ha lasciato in uno stato confusionale e disturbato.

Allo stesso modo, dopo aver ricevuto Shaktipat, alcune cose avvengono al tuo interno. Osservandoti  puoi capire da te che sei stata benedetta dalla Shakti. Il momento che la grazia penetra in un discepolo egli si sente completamente rinnovato. Kriya yogiche e movimenti interiori iniziano a manifestarsi da soli. Questi movimenti possono essere fisici o mentali, esterni od interni.

Come risultato dello Shaktipat due di queste cose possono avvenire. O entri in una condizione di meditazione profonda, uno stato di totale assorbimento, o la mente diviene talmente disturbata come non lo è mai stata prima, e tu cominci a chiederti cosa mai è successo...

Dopo che la Shakti si è risvegliata, ogni giorno nuove esperienze iniziano a manifestarsi automaticamente, ed in breve tu puoi affermare che la tua vita è trasformata completamente. Uno yogi ottiene la liberazione dopo aver ricevuto Shaktipat. Prima di Shaktipat uno dipende dagli altri. Per apprendere un semplice pranayama devi andare da un maestro. Per una ordinaria meditazione ancora devi contare su qualche tecnica o su qualche insegnante. Ma dopo Shaktipat l'energia (Shakti) lavora liberamente al tuo interno e non devi più andare in giro per imparare tecniche da diversi istruttori, poiché varie forme di pranayama etc. avvengono da sé e la meditazione segue spontaneamente.

Dopo il risveglio della Shakti un cercatore è in grado di sperimentare differenti stati, visitare diversi mondi sottili, come il paradiso, l'inferno, il mondo dei morti e quello degli antenati, e tutti gli altri mondi mentali di cui parlano le scritture. Tu puoi avere strane visioni nello stato di veglia, nel sogno, o nel tandra meditativo (stato fra il sogno e la meditazione). Queste visioni rivestono grande importanza e sono molto utili alla comprensione della mente. Dopo aver ottenuto il risveglio della Shakti il cercatore deve conservarla amorevolmente, con riverenza, facendo di tutto per mantenerla attiva dentro di sé.

Swami Muktananda – Satsang with Baba – 30 giugno 1972

(Traduzione di Paolo D'Arpini)


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Commento di Caterina: “... Hai fatto una buona cosa, per me e per gli altri e te ne sono grata. Potresti continuare per esempio con cadenza settimanale o mensile, a pubblicare gli scritti del tuo Guru, pur che sono dialoghi su cose specifiche, pratiche come hai detto tu...”

Mia rispostina: “Sono cose pratiche sicuramente... Ad esempio per gente come me che non sapeva nulla di risveglio della Coscienza... A volte credevo di impazzire o che che ci fosse lsd nel cibo, per il tipo di esperienze che avevo giornalmente..  Era importante sapere cosa stava succedendo dentro di me....”

Replica di Caterina: “Bellissimo avere un risveglio della coscienza senza sapere nulla del risveglio della coscienza! Se fosse sempre così! Ora con tutto questo parlarne (a volte leggo con un misto di divertimento, curiosità e scetticismo su FB botta e risposta su risveglio, risvegliati e autocompiacimento del proprio stato di
"consapevolezza avanzata"), secondo me e per me faccio fatica a togliermi dalla mente il condizionamento alla ricerca, all'esame del percorso, mentre il percorso si dovrebbe srotolare come una matassa ben arrotolata e non come una matassa ingarbugliata, e poi c'è chi alza la propria bandiera e dice: "questo percorso è meglio di questo, è più serio, è più profondo, ecc. ecc." L'attenzione, l'auto-osservazione rischiano di essere sviate, condizionate da questa pletora di situazioni, parole...”

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Commento di Nazzarena Marchegiani: "Complimenti Paolo! bell'articolo, belle riflessioni, ma, soprattutto bella conquista... la 'Grazia'... un istante di consapevolezza del 'senso' di...Tutto. Ma mantenere lo 'stato di Grazia' è possibile?"


 Risposta: ‎"La divina energia (Shakti) una volta risvegliata lavora incessantemente e permanentemente nel discepolo. Questa è l'Energia che sempre cresce, che sempre più manifesta la sua gloria. Energia divina è solo un altro nome per Volontà divina. Così meravigliosa è questa Energia che è perfetta in ogni sua parte come nella sua interezza. Una volta che la Coscienza è stata risvegliata gli effetti della Grazia si manifestano sino al compimento finale della totale liberazione." (Swami Muktananda in risposta alla domanda: l'effetto di Shaktipat è temporaneo o permanente?)

lunedì 3 ottobre 2011

La coscienza del Tutto, il Sé e l'assenza dell'io nella Spiritualità Laica

Foto celeste di Gustavo Piccinini


Partendo da un discorso estremamente laico, quello del nichilismo, quello che segue è l'interscambio epistolare fra due ecologisti profondi e spiritualisti laici: Paolo D'Arpini e Lorenzo Merlo. In questo scambio di pareri si cerca di evocare l'Esperienza del sé, privo di ogni identificazione, in assenza dell'identificazione egoica. (P.D'A.)


Scrive Lorenzo Merlo

Ciao Paolo.
Nella prospettiva adottata per scrivere quelle note nichilistiche (vedi http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2011/09/spiritualita-laica-nichilismo-e.html), quando domandavo sulla permanenza o saltuarietà di una certa condizione umana, mi riferivo a quella nella quale l'io svanisce, nella quale il sentimento è di partecipazione al Tutto, nella quale si sente di essere il Tutto.


Condivido che possiamo indicare come permanente la consapevolezza di poter essere o di essere stati il Tutto, ma non sono in grado di poter sostenere che possiamo essere permanentemente senza io. Almeno in vita materiale.


Che ne pensi?

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Risposta di Paolo D'Arpini

Carissimo Lorenzo, sei andato al dunque... al dubbio atroce di tutti i cercatori spirituali che hanno avuto una fugace esperienza del Sè... Dal punto di vista dell'io che si identifica con il corpo e con la mente e riconosce lo scorrere del tempo e l'esperienza empirica della vita, come reale, sembrerebbe che l'esperienza del Sè sia transeunte e sporadica.. Questo sicuramente dipende dalle tendenze mentali esteriorizzanti che catturano l'attenzione della coscienza. Allo stesso tempo l'esperienza del Sè è totale e aldilà di ogni dubbio o considerazione sulla ipotetica durata della vita, temporalità, condizione dell'io, etc. Per cui non si può realmente parlare di "impermanenza" bensì di semplice oscuramento.. e l'oscuramento non è una sostanza bensì sovrimposizione. Per questa ragione nello Zen si descrive il Satori come "l'esperienza" in senso assoluto.. ed anche nella tradizione advaita il riconoscimento della propria natura o "Io" trascendentale è visto come come l'unico accesso al Sè. Questo processo, se tale si può defrinire, è chiamato nel tantra yoga "Shaktipat", nella tradizione cristiana "discesa dello Spirito Santo", nel sufismo "incontro con l'Amato", etc...
Questa esperienza è indispensabile per riconoscere la verità sul Sè.. ma la memoria che ne deriva, una volta che tale esperienza viene ricoperta dalle tendenze innate oscuranti, è solo un'interpretazione della mente.. in questa interpretazione la prima conseguenza è quella di ritenere l'esperienza come transeunte ed ottenibile, in forma stabile, solo in conseguenza alla perdita del corpo mente. In realtà il corpo mente non è l'ostacolo.. ma solo la falsa identificazione dell'io nell'apparato psicosomatico... Come spesso accade al sognatore che si identifica con un personaggio sognato... quando tutti i personaggi indistintamente sono lo stesso sognatore...
Per farla breve il senso dell'impermanenza dello Stato non duale è regolato (in conseguenza della schermatizzazione mentale) dalla considerazione della sua impermaneza. Shankaracarya, grande saggio del V secolo d.c., faceva l'esempio della paura provata da un viaggiatore per un serpente incontrato sulla via... in realtà si trattava di una corda arrotolata.. ma la paura non scompare finchè la consapevolezza del serpente se ne va e viene sostituita dalla consapevolezza che si tratta di una corda arrotolata.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di riconoscere in me stesso la realtà del Sè (non duale) ed ho conosciuto diverse anime in cui tale stato si manifestava in modo permanente e stabile, ed ognuno d'essi negava l'impermanenza della realtà del Sè.. definendola semplice "ignoranza". Ho fiducia in questa visione ed ho smesso di considerare come un "problema" il sentire tale permaneza, o non sentirla, quindi non interpretando l'esperienza del Sè, nella memoria, ma vivendola.
E' vero che la mente continua a fare i suoi giochi identificandosi di volta in volta con questo o quel pensiero ma che importanza ha il ruolo di cui si riveste? Od il personaggio della recita?

…........

Scrive Lorenzo Merlo:

Ciao Paolo,
c'era qualcosa che non mi quadrava.
Era che io mi riferivo all'essere il Tutto e tu all'esperienza del Sé.
La natura che portiamo ci diviene esplicita dopo averla ripulita dalla cultura che la copre. In queste misura possiamo ritenerla una dimensione permanente, ma penso ci siano anche argomenti per sostenerne l''occasionalità dovuta alle circostanze entro le quali costruiamo la nostra realtà. Un po' come il coraggio o la volontà: ne possiamo disporre in forma incostante appunto in funzione delle circostanze.

Quanto ti chiedevo riguardava invece il Tutto, l'Uno. Riguardava se e come possiamo esserlo permanentemente. Il mio mezzo per provare a descrivere lo stato dell'essere Tutto, è quello che cita una condizione nella quale non possiamo più essere "io", nella quale non possiamo compiere un'azione, ovvero, nella quale l'azione è ma non siamo noi a compierla in quanto la siamo. Cioè una condizione nella quale il duale schema di supporto di tutta la realtà materialistica, di quella oggettiva e di quella logica e del tempo lineare, dell'agente e dell'agito, non è più termine di riferimento.
Termine che viene "sostituito" da un vissuto nel quale percepiamo la circolarità del tempo e la volumetria dello spazio, cioè un luogo dove "realmente" l'altro è un me in tempo e modo opportuno; dove, appunto non c'è qualcuno che agisce ma c'è solo l'agire.

Sè e Tutto sono contigui? Forse si, in quanto anche il tempo circolare e lo spazio volumetrico divengono accessibili solo dopo le grandi "pulizie di primavera", che riconosce la polvere e cosa essa copriva, che riconosce che la realtà è maschera.

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Risposta di Paolo D'Arpini:

Caro Lorenzo, Sè e Tutto non sono contigui, sono la stessa identica cosa, ovvero una descrizione. Poichè nello stato di realizzazione del Sé o del Tutto non c'è alcuno a definire cosa sia Sè o Tutto.