martedì 9 ottobre 2018

Bioregionalismo in pratica: "Vivi e lascia vivere"

"Non litigate per un tozzo di pane, ce n'è per tutti...." (Saul Arpino)
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...il bioregionalismo si è diffuso in molti ambiti: Decrescita (persino Latouche ha aderito alla visione bioregionale ed all'ecologia profonda... ed è stato lapidato dalla decroissance francese), Permacultura, Transizione, persino da esponenti del movimento dolciniano, poi da Massimo Fini, dai progetti di Comune partecipativo... ecc. 

La Rete Bioregionale  non esiste come movimento reale (e non potrebbe esistere) ma solo come insieme di persone che hanno, tra le proprie e differenti radici culturali e spirituali "anche" il Bioregionalismo. Ma non c'è, a mio personale e modesto parere, un modo di vivere bioregionale omologato... esistono degli stili di vita che si ispirano alla semplicità volontaria, alla decrescita, all'agricoltura naturale ed all'ecologia profonda, questo in differenti misure e profondità.
Ciascuno di noi, con le proprie specificità ha diffuso la visione bioregionale, ad esempio se  alcuni anni fa  su Google digitavi  "bioregionalismo", trovavi il sito di Ecologia Sociale, pagine dei Giovani Padani, Massimo Fini ecc. ... adesso troviamo il Blog Rete Bioregionale, il sito di Albero Sacro, Piccolo Popolo,  (che viaggia a una media di 100-120 visite al giorno) il blog del Circolo Vegetariano VV.TT., Selvatici, etc....

Il punto proposto: "Come è presente la Rete Bioregionale nel territorio, la nostra presenza incide, fa una differenza?" ci obbliga alla domanda "perché non si è riusciti a dare vita a presenze collettive (e non semplicemente individuali) come Rete?  

Poi c'è il divario digitale tra chi ha accesso alla rete internet e chi no, comincia a farsi sentire. Faccio un'altro esempio: ho distribuito tramite sito e blog gli ultimi numeri del CIR una media di 700 copie per numero mentre non riusciamo a stamparlo in cartaceo per mancanza di fondi. L'intervista fatta a Mario Cecchi su un  numero  di Lato Selvatico non so da quante persone sia stata letta.  L'ultimo numero di Quaderni di Vita Bioregionale  che ho messo su internet è stato scaricato e letto 163 volte. 

E poi l'altro aspetto, quello alimentare.  Capisco che la scelta vegetariana e vegana rappresenti uno spartiacque di sensibilità difficilmente colmabile ... Paolo vegetariano e Etain e Martino che tirano il collo a quelle  bellissime colombe bianche... 

Però  mi auguro che nella visione bioregionale ci sia posto per le differenze... Buon cammino.

Renato Pontiroli - Selvatici

28 novembre 2009


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lunedì 8 ottobre 2018

Veneto inquieto - Se il Prosecco DOCG diventa fonte d'inquinamento...


DOCG prosecco - Sprechi per sovrapproduzione fuori controllo e torrenti inquinati dalle cantine

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Lettera aperta al  Presidente ICOMOS Italia
 (Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei siti) UNESCO


Con un’ennesima nota (la 18^ in due anni) dobbiamo purtroppo continuare a inviare informazioni su inquinamenti e disagi nei 15 comuni della   prosecco.

Quest’anno la favorevole annata produttiva e l’aumento continuo delle nuove superfici viticole, hanno saturato le potenzialità di molte cantine, che hanno dovuto rifiutare i conferimenti in eccesso. Anche la Diocesi di Vittorio Veneto denuncia la “bolla” del prosecco, insieme con la poca sostenibilità del prodotto dovuta all’uso di pesticidi.

 Le perplessità per questa forte espansione viticola nella DOCG prosecco era già descritta nel  documento ICOMOS-UNESCO 2018, al capitolo “Hystory and Development - Evaluation of nomination of cultural and mixed properties” a pag 232, dove si legge una delle tante motivazioniaddotte per bocciare l’anno scorso la candidatura delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene: “The broader vineyard landscape of the prosecco, has seen a DRAMATIC INCREASE IN THIS PRODUCTION AREA IN RECENT TIMES”.

Si sta comunque pensando ad uno sfogo, soprattutto a livello di grosse cantine DOC e DOCG: produrre vini a basso costo con l’uva in più.

Purtroppo, però non tutta l’uva prodotta in eccesso riesce ad essere trasformata in vino a basso prezzo o essere distillata come grappa a causa della saturazione delle distillerie.
Così una situazione paradossale, che si verifica per la prima volta per il prosecco,  è quella  di minacciare, da parte degli Enti Certificatori, di declassare i vigneti di coloro che non vorranno eliminare l’uva in eccesso sui filari.

Un sacrilegio che porta a sprecare irresponsabilmente prodotti della terra dopo aver inquinato il territorio e incrementato il caos climatico, come si può vedere dal filmato: Stiamo facendo un SACRILEGIO – Durata 2’  https://youtu.be/wLkuykIQiTE

La distruzione dell’uva avviene celermente grazie all’utilizzo di potenti e devastanti vendemmiatrici meccaniche, oramai diffuse nella DOC e nella DOCG.

Senza contare che la  sovrapproduzione di uva, grazie anche a protesi chimiche di sintesi, usate in particolare nei nuovi vigneti situati magari in terreni poco adatti o poco esposti , ha portato alla raccolta di un’uva a tassi zuccherini ridotti. In questi casi  si è fatto ricorso allo zucchero per adulterare il vino. Questo è accaduto in alcune Cantine della DOC e DOCG prosecco.

Per finire, in questo periodo, ancora di più rispetto agli anni precedenti, si sono verificati diffusi inquinamenti dei torrenti di molti comuni della fascia collinare che va da Valdobbiadene a Conegliano (Valdobbiadene, Vidor, Farra di Soligo, Col San Martino, Ogliano Collalbrigo di Conegliano e altri) a causa degli sversamenti, soprattutto delle cantine, con inquinamento pericoloso degli ecosistemi fluviali.

L’aumento delle cantine industriali e la loro diffusione casuale sulle colline della DOCG prosecco, nuove cantine lautamente incentivate dalla Regione Veneto con decine di milioni di euro in questi ultimi anni, ha creato squilibri negli ecosistemi di un territorio collinare fragile a causa dell’aumento del traffico, del forte utilizzo di energia elettrica e acqua potabile e soprattutto di grandi quantità di scarti e liquami. Le cantine industriali che hanno molte delle caratteristiche di un impianto industriale, dovrebbero infatti essere trasferite in aree industriali appositamente attrezzate.

Per concludere sottolineiamo  che questo “aumento drammatico di produzione in tempi recenti in questa zona” come afferma l’ICOMOS UNESCO, sviluppatosi solo a fini produttivi, con disprezzo per la qualità di tutti i fattori ambientali, viene percepito e sofferto dalla grande maggioranza della popolazione della zona.

Lo dimostra il fatto che nel comune di Conegliano, entro la DOCG prosecco, sono state oramai raccolte, in metà tempo sui tempi definiti dallo Statuto comunale, tutte le firme autenticate necessarie per un referendum consultivo per il divieto di tutti i pesticidi di sintesi nel territorio comunale.

E’ questo un sintomo del forte consenso della popolazione della DOCG prosecco per coltivazioni sane biologiche, orientate ad una strategia che tuteli prima di tutto la salute dell’uomo e dell’ambiente, secondo il principio europeo di precauzione.


Gianluigi Salvador
t. 0438.894072
del direttivo PAN Italia (Pesticide Action Network)

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domenica 7 ottobre 2018

Genetica bioregionale e dieta alimentare


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Sapete che "odio" ogni ideologia, sia politica che religiosa, e non mi piace nemmeno far parte di parrocchiette più o meno orizzontate in termini di morale od etica. 

Per questa ragione stento sempre a definirmi "vegetariano"… ma sono stato costretto, per via della qualificazione accettata e della moda dietetica consolidata.

Il fatto è che l'uomo, per sua natura, sia geneticamente sia anatomicamente sia ecologicamente, è un "frugivoro" come le scimmie antropomorfe, i maiali e gli orsi. Cosa significa? Tanto per cominciare dirò che l'aggettivo "frugale" od il termine "frugalità" sono propri dell'essere frugivoro. I frugivori appartengo alla famiglia dei mammiferi e si nutrono essenzialmente dei frutti della terra, in tutte le forme. Sono distinti dagli erbivori e dai carnivori poiché hanno la capacità di adattarsi ad una dieta variegata di semi, verdure, frutta, radici, cereali, legumi, etc. etc. che può prevedere anche l'uso di sostanze di origine animale, come il latte, le uova, il miele, e pure insetti e piccoli animali o molluschi. 

Lo "svezzamento" non è altro che il processo di adattamento della flora batterica intestinale che si rende idonea ad assimilare e digerire cibi che sarebbero altrimenti indigeribili ed inassimilabili. Insomma per poter assorbire le sostanze nutritive della carne, ad esempio, debbono crearsi nello stomaco appositi enzimi digestivi, una sorta di anticorpi, che sono in grado di scindere le proteine carnee e renderle accessibili all'organismo. 


Questa capacità di tutti i frugivori è stata "inventata" dal processo evolutivo per far fronte ad eventuali carenze e necessità alimentari particolari incontrate durante il corso della vita e dell'espansione sul pianeta Per le donne in particolare l'integrazione carnea può essere necessaria nel momento della gravidanza allattamento ed anche in seguito alle "perdite" di sangue mestruale. 

Per il maschio l'uso di carne, o di sostanze di origine animale, è meno fondamentale ed ha la semplice valenza di "eccitante" in quanto mantiene uno spirito di aggressività più evidente. Infatti in India, da sempre di cultura vegetariana, ai guerrieri (kshatrya) è consentito l'uso della carne e ciò vale anche per i fuori casta o genti tribali (pariah) che vivono spesso nelle foreste di caccia e pesca, non praticando l'agricoltura. 

Inoltre è da notare che dalla ricerca fatta sulle feci fossili, rinvenute negli accampamenti degli uomini primitivi in varie parti del mondo, risulta che l'ingestione di sostanze di origine animale era limitatissima, non superando il 10% del totale cibo assunto. 


Qui vorrei fare un inciso sulla favola dell'uomo primitivo "cacciatore" che in realtà non andava a caccia ma, aggregato in branchi di perdigiorno, vagava nella savana armato di bastoni e lance, e si limitava a scacciare i predatori e rubar loro le carcasse degli animali uccisi, se gli andava bene. Questo sino al neolitico in cui iniziò l'allevamento di armenti che rese più accessibili sia il latte che la carne. Altra dimostrazione in tal senso viene dall'analisi delle abitudini alimentari di popoli aborigeni che integrano la dieta frugivora con pesce e piccoli animali, come i roditori, presi con trappole. 

Insomma il mangiar carne è per l'uomo un adattamento a condizioni estreme e la carne può essere considerata alla stregua di "medicina" ovvero una sostanza di cui far uso solo in caso di bisogno. Mi viene in mente ora una storia che esplicita questa capacità di aggiustamento anche in altre specie specificatamente erbivore…. Non ricordo quale esploratore polare (Scott?) per evitare di dover trasportare eccessivi carichi di viveri aveva allevato delle capre abituandole a trainare le slitte sul ghiaccio, poi pian piano cambiò la loro dieta usuale nutrendole di pezzetti di carne di capra, alcune sopravvissero e si adattarono a mangiare la carne e quelle furono usate per affrontare il viaggio al polo e fungere anche da cibo (alla bisogna) sia per gli umani che per loro stesse…. 

Va beh, questo è un caso estremo ma quello che volevo significare è che la natura ci ha resi adattabili ed anche l'uomo in caso di necessità può sopravvivere di sola carne, come fanno ad esempio gli esquimesi od alcuni popoli delle steppe che però hanno una durata di vita brevissima (trenta o quarant'anni al massimo). 

Nei climi moderati o tropicali la necessità integrativa dell'alimento di origine animale è ridotta quasi a zero, fermandosi al già nominato latte, formaggio, miele, uova, etc. 

Da ciò se ne deduce che la dieta naturale dell'uomo è priva di carne, nella sua media universale, e che mangiar carne è innaturale (in grandi quantità) e che definirsi "vegetariani" è una forzatura ideologica e che quindi non ha nessun significato reale dal punto di vista della fisiologia umana. L'uomo, ed io stesso, è solo un "frugivoro". 

Mo' vedete voi come metterla con tutti questi animalisti di buon cuore che dichiarano di essere vegetariani per motivi etici…. (ne ho conosciuti molti di arrabbiati vegani o frugivori stretti che dopo qualche anno scoppiano e ritornano alle salsicce…). Quello che serve in realtà è solo aderire alla propria natura e di conseguenza non mangiar carne come non mangeremmo le caccole del nostro naso (superata una certa età uno smette…). 

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana


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"Todo este dìa con su azul racino y una secreta lagrima  de vida que tu encontraras en la Tierra"

sabato 6 ottobre 2018

Per un'Europa delle Bioregioni


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Del riordino amministrativo territoriale, in chiave bioregionale, me ne sto occupando da parecchi anni. Soprattutto da quando è nata la Comunità Europea che si configura come un “superstato” ed in questo contesto è  necessario restituire dignità e salvaguardare i diritti delle piccole comunità locali.
Il bioregionalismo infatti si riconosce  nelle identità locali e queste possono essere individuate massimamente nell’ambito municipale e provinciale, che non è altro il territorio in cui una comunità di solito irradia la sua influenza culturale. Tra l’altro in Italia le Regioni, impostate e studiate a tavolino, si pongono come stati antagonisti sia per lo Stato Italiano che per l’Europa stessa, che faticosamente sta cercando di trovare una identità politica condivisa.
Se degli Enti inutili vanno eliminati, molto meglio abolire le Regioni, mini-stati all’interno dello Stato, che nemmeno rappresentano interessi di omogeneità culturale e bioregionale ma solo interessi di gestione economica e partitica.
La bioregione

Ed ora un inciso culturale sulle origini della civiltà europea. Le radici europee non sono  romane né greche ma molto più antiche.. e ciò è stato dimostrato ampiamente dalle ricerche compiute nell’Europa centrale dalla archeologa Maria Gimbutas. La lingua madre definisce il significato di Eu-ropa in “dalla larga faccia” ovvero la dea del plenilunio. In queste arcaiche origini matristiche tutte le genti d’Europa sono cresciute mantenendo un’identità collettiva diffusa pur nella libertà ed autonomia dei vari nuclei, oggi appunto rappresentati dalle città e dagli ambiti provinciali.

Il bioregionalismo, riportando in auge sia il rispetto della vita in termini di ecologia profonda sia il riconoscimento dell’identità locale è l’unico metodo che possa garantire equanime distribuzione e pari dignità alle diverse sfaccettature degli abitanti della Comunità Europea.
Quindi L’Europa, politicamente unita, andrebbe suddivisa in ambiti Provinciali e non in Regioni, che per loro natura tendono ad essere separative e indifferenti agli interessi delle comunità locali (dovendo infatti difendere la loro strutturazione spuria ed anomala rispetto alla identità bioregionale).
Paolo D’Arpini – Referente della Rete Bioregionale Italiana

venerdì 5 ottobre 2018

Il limite dell'ambientalismo e l'opzione bioregionale - The limit of environmentalism and the bioregional option


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.... sia la società capitalistica, sia ciò che rimane della società del cosiddetto "socialismo reale", sia le società percorse da movimenti a carattere religioso-integralista, stanno mettendo terribilmente in luce tutti i loro limiti ambientali, sociali e economici. Il pericolo planetario di una catastrofe nucleare, la guerra, l'inquinamento, l'ingiustizia sociale, sono solo tra i più eclatanti aspetti che stanno lì ad incrinare profondamente il mito di dominio e di sviluppo che sembrerebbe abbia sempre guidato queste società di tipo gerarchico-dominatore nei loro pensieri e nelle loro azioni.

Ma nella storia degli esseri umani e in particolare in Europa, le cose sono andate sempre così? È proprio un destino intrinseco delle società umane, dalle più semplici alle più complesse, generare aggressività violenza e dominio nei confronti degli esseri umani stessi e della natura? E cosa possono rappresentare attualmente movimenti alternativi ecologisti come il bioregionalismo o anche il movimento per la pace o il femminismo, rispetto allo spiegamento di forze culturali e materiali messe in campo dalle società dominanti per mantenere invariata la loro supremazia?

Per cercare una risposta a questi interrogativi e ritrovare le nostre antiche radici europee, insieme alla saggezza dei nostri antenati nativi, ecco quella che a prima vista potrebbe sembrare solamente una bella storia ma che potrebbe servirci per dare un nuovo significato alla nostra vita…

«Rivolgiamo il nostro ringraziamento alla terra
che ci dona la nostra casa.
Rivolgiamo il nostro ringraziamento ai fiumi e ai laghi
che ci donano le loro acque.
Rivolgiamo il nostro ringraziamento agli alberi
che ci donano frutti e noci.
Rivolgiamo il nostro ringraziamento al sole
che ci dona calore e luce.
Tutti gli esseri sulla terra: gli alberi, gli animali,
il vento e i fiumi si donano l'un l'altro
così tutto è in equilibrio.
Rivolgiamo la nostra promessa di iniziare
a imparare come stare in armonia
con tutta la terra».


Dolores Lachapelle, da Earth Prayers, 1991


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Testo originale:

... both capitalist society and what remains of the society of the so-called "real socialism" and societies driven by movements of a religious-fundamentalist nature, are terribly exposing all their environmental, social and economic limits. The planetary danger of a nuclear catastrophe, war, pollution, and social injustice are only among the most striking aspects that are there to deeply undermine the myth of domination and development that would seem to have always led these hierarchical societies  in their thoughts and actions.

But in the history of humans and especially in Europe, things have always been the case? Is it really an intrinsic destiny of human societies, from the simplest to the most complex, to generate aggression, violence and domination against human beings and nature? And what can currently be ecologist alternatives such as bioregionalism or even the movement for peace or feminism, with respect to the deployment of cultural and material forces set up by dominant societies to maintain their supremacy unchanged?

To find an answer to these questions and to find our ancient European roots, along with the wisdom of our ancestors, is what at first sight it may only sound like a beautiful story, but it could serve us to give a new meaning to our lives ...

"Let's turn our gratitude to the earth
who gives us our home.
We turn our thanks to rivers and lakes
that give us their waters.
We turn our thanks to the trees
that give us fruits and nuts.
We turn our thanks to the sun
which gives us warmth and light.
All beings on earth: trees, animals,
the wind and the rivers give each other
so everything is in balance.
We turn our promise to start
to learn how to stay in harmony
with all the earth. "

Dolores Lachapelle, from Earth Prayers, 1991

From: «Gaia newsletter» - Rete Bioregionale Italiana - March 2000 - Edited by Stefano Panzarasa

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giovedì 4 ottobre 2018

Il bioregionalismo applicato all'alimentazione - Il carnivorismo è causa di malattie e degrado ambientale


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Tutte le più gravi patologie sono in aumento specialmente le malattie infettive che tra il 1940 e il 2004 hanno ucciso quasi 60 milioni di esseri umani. Mille nuovi casi di tumore si aggiungono ogni giorno solo in Italia. Questo esponenziale incremento viene attribuito agli agenti patogeni (microrganismi che normalmente circolano tra gli animali e che finiscono col colpire anche gli esseri umani); all’alterazione degli ecosistemi, alle modificazioni ecologiche, al cambiamento climatico; ma nessuno punta il dito sulla causa principale che genera questo sistema di cose: gli allevamenti intensivi per la produzione di carne e l’incremento demografico che secondo le previsioni alla fine del 21° sec. gli abitanti della Terra saranno tra 10 e 23 miliardi con la conseguenza che raddoppierà o triplicherà il consumo di carne e questo porterà a situazioni catastrofiche per la salute umana e per l’ambiente ormai agli estremi.
Antiche scritture indù dicono che prima che la popolazione consumasse carne vi erano solo due malattie, dopo se ne svilupparono 78. Ippocrate a suo tempo ne annoverava 150. Oggi si calcola che siano almeno 40.000, ma questa allarmante situazione sembra non scuotere la coscienza di chi è deputato alla salute pubblica.
Interpellati in tal senso gli esperti del settore giustificano candidamente, questo continuo proliferare di nuove malattie, con l’allungamento della vita media, anche se queste vanno manifestandosi in età sempre inferiore colpendo anche la fascia dei bambini: come se l’essere umano, superata una certa età, fosse condannato dalla natura alle più terribili malattie. Cosa che non si ravvisa nel mondo naturale dove un animale vive in ottima salute e giunta la sua ora si apparta e si spegne serenamente senza il calvario delle malattie cui sembra condannata la specie umana.
La rassegnata convinzione comune che la causa dello sviluppo della malattie moderne sia dovuto all’inquinamento dell’aria, ai pesticidi che avvelenano la terra e agli additivi chimici che finiscono nel cibo; anche se la ricerca ufficiale dice che l’inquinamento incide solo per il 2% sullo sviluppo della malattie tumorali. Ma di fronte a tale allarmante situazione che cosa fanno le istituzioni per abbattere l’inquinamento generale a cui attribuiscono le malattie umane prodotto principalmente dall’industria zootecnica alimentare che da sola inquina più di tutte le altre industrie del pianeta?
Ma per noi l’insana quanto innaturale abitudine della specie umana di nutrirsi di cadaveri di animali è la causa di tutte le sventure che la condanna non solo a tutte le malattie che ne derivano, ma all’inquinamento generale, alla distruzione dell’ambiente e soprattutto all’atrofizzazione progressiva della coscienza resa sempre più indifferente verso il valore della vita e della sofferenza di miliardi di animali che sacrifica per mero piacere gastronomico. Ed è l’indifferenza verso la sofferenza altrui che ha fatto di questa terra un luogo di dolore.
Franco Libero Manco
“L’ALIMENTAZIONE VEGETALE INVECE DEL CIBO ANIMALE È LA CHIAVE DELLA RIGENERAZIONE UMANA”
(Richard Wagner)

lunedì 1 ottobre 2018

UE. Previsto per il 2019 un piano d’azione per contrastare gli sprechi alimentari

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In Europa si sprecano oltre 17 miliardi di kg di frutta e verdura all'anno
L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO) stima che circa un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano vada perduto. Nella sola Europa si ritiene che ogni anno vadano sprecati circa 88 milioni di tonnellate di cibo, per un costo stimato in circa 143 miliardi di euro l’anno.
Uno Studio pubblicato lo scorso luglio a cura del Centro comune di ricerca (JRC), un servizio scientifico della Commissione, fa il punto sul settore frutta e verdura che contribuisce a quasi il 50% degli sprechi alimentari generati dalle famiglie in UE-28, dove si stima che ogni persona riduca in rifiuto 35,3 kg di frutta e verdura all'anno, 14,2 kg dei quali sarebbero evitabili.
Si tratta di un quantitativo notevole che dovrebbe essere considerato come una risorsa per la percentuale di rifiuti inevitabili da frutta e verdura, per esempio le bucce e gli scarti derivati dal consumo e dalla preparazione, ed evitabile per quanto riguarda l’approvvigionamento e il consumo del prodotto edibile.
Il modello proposto intende aiutare a stabilire le prassi di base e le differenze nella generazione di rifiuti tra paesi, studiare gli effetti dei diversi modelli di consumo sui rifiuti e stimare il potenziale di riutilizzo di rifiuti inevitabili in altri sistemi di produzione, in ottica di economia circolare.
Contributo di diversi tipi di frutta fresca al totale dei rifiuti inevitabili causati dal consumo di frutta (UWfruit).
Contributo di diversi tipi di frutta fresca al totale dei rifiuti inevitabili causati dal consumo di frutta (UWfruit)
Intanto la prima differenziazione è tra il non commestibile, o rifiuto inevitabile, e il commestibile che diventa rifiuto a causa di comportamenti di acquisto e consumo sbagliati.
Sono stati presi in esame 51 tipi di frutta e verdura acquistati, consumati e sprecati nel Regno Unito, Germania e Danimarca nel 2010 arrivando alla conclusione che 21,1 kg di rifiuti pro capite sarebbero inevitabili e 14,2 kg evitabili.
In media, il 29% (35,3 kg per persona) di frutta e verdura fresca acquistata dalle famiglie nell'UE-28 è sprecato e di questo il 12% (14,2 kg) sarebbe evitabile.
Gli autori rilevano differenze nei rifiuti evitabili e inevitabili generati dai diversi paesi a causa dei diversi livelli di comportamenti nei consumi, legati essenzialmente a fattori culturali ed economici, che influenzano direttamente la quantità di rifiuti generati.
Per esempio, i dati mostrano che sebbene gli acquisti di verdure fresche siano più bassi nel Regno Unito rispetto alla Germania, la quantità di rifiuti inevitabili generati pro-capite è quasi la stessa, mentre la quantità di rifiuti evitabili è più alta nel Regno Unito.
Contributo dei diversi tipi di verdure fresche al totale dei rifiuti inevitabili causati dal consumo di verdure (UWvegs).
Contributo dei diversi tipi di verdure fresche al totale dei rifiuti inevitabili causati dal consumo di verdure (UWvegs)
L’obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG) n.12, "Garantire modelli sostenibili di produzione e consumo", al punto 3 prevede che entro il 2030 si dimezzi l’ammontare pro-capite globale dei rifiuti alimentari e si riducano le perdite di cibo lungo le catene di produzione e fornitura, comprese le perdite post raccolto.
Anche l'ultima modifica alla Direttiva quadro sui rifiuti impone agli Stati membri di ridurre lo spreco alimentare come contributo all'obiettivo SDG 12.3 e di monitorare e riferire annualmente in merito ai livelli di spreco alimentare.
Per sostenere il raggiungimento di questo obiettivo, la Commissione sta predisponendo un piano d'azione UE dedicato che comprende:
  • elaborazione, entro marzo 2019, di una metodologia comune europea per misurare coerentemente i rifiuti alimentari, in cooperazione con gli Stati membri e le parti interessate;
  • utilizzo di una piattaforma sulle perdite e gli sprechi alimentari che riunisce organizzazioni internazionali, organi dell'UE, Stati membri, attori nella catena alimentare, per contribuire a definire le misure necessarie, facilitare e sviluppare la cooperazione, analizzare l'efficacia delle iniziative di prevenzione degli sprechi alimentari, condividere le migliori pratiche e i risultati raggiunti;
  • adozione di linee guida per facilitare la donazione di cibo e la valorizzazione di alimenti non più destinati al consumo umano come alimenti per animali, senza compromettere la sicurezza di alimenti e mangimi;
  • esaminare i modi per migliorare l'uso della marcatura delle date di scadenza e la loro comprensione da parte dei consumatori.
Testo di Debora Badii - Arpat 
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