domenica 13 gennaio 2019

Richiesta Commissione d’Inchiesta sul disseccamento degli ulivi in Salento da parte di European Consumers


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Si torna a parlare di Xylella per il prossimo decreto sull’argomento che il Ministro dell’Agricoltura Centinaio ha dichiarato essere in dirittura d’arrivo. European Consumers ha, intanto, inviato una lettera al ministro dell’Ambiente (*) chiedendo una commissione d’inchiesta sull’argomento.

Ricordiamo che stiamo parlando dell’ulivo, Olea europaea L., la specie agricola che annovera il germoplasma più ricco tra le specie arboree coltivate, con 395 cultivar italiane censite (Decreto Ministeriale n. 573 del 04/11/1993). In particolare la sola Puglia contribuisce con il 51,9% al totale produttivo nazionale nel settore olivicolo e, prima dell’emergenza, ha riportato un Pil in attivo malgrado la crisi economica, e una crescita esponenziale dei settori produttivi agroalimentari, tecnologici e turistici

Nel 2013, X. fastidiosa subsp. pauca, ceppo ST53, batterio patogeno delle piante coltivate di origine sud America, è stata identificata su piante di olivo in Puglia, dove è stata considerata essere coinvolta nel loro rapido disseccamento, detto CoDiRO (Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo). Si decise subito di intervenire con tagli e irrorazioni a tappeto di pesticidi e la distruzione del manto erbaceo degli oliveti per controllare la “sputacchina”, il presunto insetto vettore.

Le decisioni Statali ed Europee non hanno considerato minimamente una serie di fatti.

Gli oliveti coltivati con metodi biologici non mostrano, seppure infettati, la mortalità delle aziende gestite in maniera convenzionale, lasciando il dubbio, che muove anche alcune inchieste e sentenze in merito, che siano le tecniche di gestione, piuttosto che la virulenza del patogeno, a causare la sindrome. Tra i fattori ambientali che hanno causato il CoDiRO, infatti, è stato posto sotto accusa l’abuso che per decenni, nel Salento, si è fatto di prodotti fitosanitari e in particolare di erbicidi.

Le varietà di olivo presentano differenze significative nella risposta ai patogeni. e andrebbero analizzate con attenzione lasciando decidere all’olivo stesso come intervenire, riducendo piuttosto che innalzando l’impatto antropico, a parere di molti ricercatori, vera causa del disastro. Ma le tecniche utilizzate hanno determinato proprio la scomparsa delle piante che, seppur infettate, risultavano asintomatiche e colpevoli solo di vivere vicino a piante maggiormente sensibili. Mentre già si propone l’uso di modelli super-intensivi e la sostituzione dei vecchi germo-plasmi con ceppi brevettati “resistenti alla Xylella”.

Anche in Spagna la UE ha decretato le eradicazioni di alberi di ulivo a causa del "batterio Xylella" come in Italia, ma lì si eradica il solo albero infetto mentre in Puglia, e particolarmente nel Salento, si eradicano anche tutti gli altri alberi attorno nel raggio di 100 metri.

Questa violenza sembra favorire una completa trasformazione del tessuto produttivo del Salento, a favore di modelli di coltivazione industriale e speculazioni varie, il cui preludio è proprio contenuto nel Decreto Martina e nel precedente e altrettanto distruttivo Piano Siletti. Oltretutto il massiccio uso di pesticidi, come dimostrato dall’analisi di quelli consentiti dal Decreto, può sicuramente rappresentare un pericolo per la popolazione oltre che essere esiziale per la biodiversità.

Con la prospettiva della scadenza del programma di Sviluppo Rurale 2014-2020, gli On. Fitto e De Castro hanno ottenuto l’approvazione del progetto volto a ‘ridisegnare il territorio’ in virtù di accordi presi a Roma e Bruxelles, con il Ministro Centinaio e in Provincia e Regione con il Presidente Emiliano e le associazioni di categoria. Ricordiamo che Patrizio, fratello dell’Onorevole De Castro, è consulente dello IAM (vedihttp://www.aivv.it/Archivio/Curricula/cv5_DeCastro.pdf), uno degli enti coinvolti dell’affaire Xylella. Mentre la famiglia dell’On. Fitto è uno dei maggiori produttori nel settore olivicolo.

Le attività in essere mirano ad ottenere 100 milioni di euro a fondo perduto, metà erogata dalla Comunità Europea e metà dalle Regioni italiane per contenere il batterio. Contenimento che, secondo il parere di Efsa, è, comunque, impossibile ottenere attraverso la distruzione delle piante.

L’inchiesta di European Consumers, riassunta nella lettera, pone in evidenza l’inappropriata gestione di tutta la faccenda da parte dello Stato italiano, fino al punto da fornire dati inesatti e scientificamente incompleti all’Unione Europea. Il tutto in un complesso sfondo di interessi politici e scientifici relativi alla gestione degli ingenti fondi Regionali, Statali ed Europei.

In particolare nella Lettera European Consumers chiede che venga verificata l'esistenza di conflitti di interessi riguardanti esponenti politici che hanno molteplici intrecci con gli Enti coinvolti nelle disastrose decisioni prese fino ad adesso"

Marco Tiberti - Presidente European Consumers

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(*) Lettera menzionata al Ministro :

Signor Ministro, sul territorio pugliese e salentino in particolare gravitano forti interessi speculativi in campo rurale che poco hanno a che vedere con la tutela del bene comune. Chiediamo una Sua azione decisa e immediata intesa a fermare e contrastare ogni tentativo di spoliazione del territorio e di avviare una Commissione di inchiesta interministeriale indirizzata a far chiarezza in merito a temi che da anni vedono associazioni, cittadini e porzioni di istituzioni di ogni colore politico confrontarsi, battersi ed impegnarsi senza posa rispetto al tema del batterio della ‘Xylella fastiosa’ il quale sarebbe causa del disseccamento degli ulivi in Salento, certamente testa d’ariete per antichi disegni di riprogettazione del territorio a fini speculativi. Una vicenda su cui indaga la Procura di Lecce e su cui rimangono pendenti numerose questioni a causa dello speciale status di immunità di giurisdizione, cognizione ed esecutiva, della protezione degli archivi e dell’immunità da qualsiasi forma di procura, requisizione, confisca ed espropriazione ai sensi della Legge n.159/2000 di cui gode lo IAM, Istituto agronomico mediterraneo, e i suoi dipendenti. Dello IAM risulta consulente una delle personalità politiche che maggiormente si sta spendendo nella rapida distruzione del patrimonio olivicolo pugliese tradizionale e dei suoi preziosi germoplasmi: l’On. Paolo De Castro e suo fratello Fabrizio.
Ci chiediamo quale possa essere la ragione di tanta segretezza, inspiegabile per un’istituzione scientifica che opera a livello transnazionale tra i Paesi dell’area del Mediterraneo.
Ci chiediamo il motivo per cui sia rimasta vilipesa e inascoltata la voce di numerosi agricoltori e agronomi, capaci di fornire prove inoppugnabili riguardo alla capacità degli alberi di reagire prontamente al fenomeno del disseccamento fino a fruttificare nuovamente, utilizzando tecniche agronomiche naturali e a basso costo basate sulla rigenerazione minerale dei terreni.
Ci chiediamo come mai sia stata assecondata la tesi secondo la quale quella foresta di 60 milioni di alberi di cui la metà, circa, secolari, doveva essere distrutta per far posto a specie nuove create in laboratorio, dotate di chip e soggette a royalty o ad altre colture superintensive.
Ci chiediamo se le suddette specie siano state davvero create attraverso ibridazioni naturali, come più volte affermato dai creatori che le hanno immesse sul mercato o se, invece, non siano specie ingegnerizzate dato che esistono prove certe dell’esistenza di campi sperimentali OGM di specie arboree, tra cui ulivi, risalenti agli anni 90[1] e poi distrutti a eccezione di alcune specie in seguito ad una contestata iniziativa della Fondazione Diritti Genetici[2], contestata perché frutto di ‘non casuale’ inefficienza e inadempienza da parte dei Ministeri competenti[3] a detrimento della ricerca italiana e a favore, secondo i timori di qualcuno, delle grandi lobby che in un prossimo futuro potrebbero intervenire nel nostro Paese ma detenendo il monopolio sugli OGM. "Farci proseguire le ricerche - commenta Rugini, coordinatore del progetto della Tuscia - servirebbe per difenderci attivamente da coloro che, senza scrupoli, ci obbligheranno (forse già lo fanno) a nostra insaputa a servirci di piante e cibi di cui non si conosce la natura o la genesi e noi, a causa della sospensione delle attività di ricerca, non siamo né saremo in grado di riconoscerli”[4].
Ci chiediamo perché un territorio che nell’ultimo lustro ha riportato un Pil in attivo malgrado la crisi economica, e una crescita esponenziale dei settori produttivi agroalimentari, tecnologici e turistici, venga, oggi, con insistenza dipinto presso le istituzioni europee, come bisognoso di ‘rivoluzioni copernicane’. In particolare il settore olivicolo contribuisce con il 32% al totale nazionale.
Ma gli abbattimenti indiscriminati, anche di alberi sani, hanno messo in ginocchio il settore. Il 5 giugno, alla scadenza dei 60 giorni in cui il Decreto Martina poteva essere contestato prima di essere attuato, e in seguito ad un audit durante il quale i portatori di interesse locali hanno fatto presente ai Commissari inviati da Bruxelles il livello di illegittimità e di illegalità in cui si è operato in questi anni, malgrado il livello di attenzione e presidio operato da agricoltori e associazioni, gli On. Paolo de Castro e Raffele Fitto si sono recati a Bruxelles per un colloquio diretto con il commissario Andriukaitis, allo scopo di velocizzare le azioni indirizzate alla realizzazione di ‘un paesaggio da reinventare’ e chiedendo Fondi per lo Sviluppo Rurale[5].
Le medesime richieste sono state avanzate la settimana successiva a Strasburgo alla presenza del Commissario Hogan[6]. Con la prospettiva della scadenza del programma di Sviluppo Rurale 2014-2020, in poche settimane gli On. Fitto e De castro hanno ottenuto l’approvazione del loro progetto volto a ‘ridisegnare il territorio’ sia sul piano europeo che nazionale e locale in virtù di accordi presi sia a Roma che a Bruxelles con il Ministro Centinaio e in Provincia e Regione con il Presidente Emiliano e le associazioni di categoria.
A Settembre riprenderà l’agenda dei promotori di questa cavalcata che mira ad ottenere 100 milioni di euro a fondo perduto in breve di cui una metà verrebbe erogata dalla Comunità Europea e una metà dalle Regioni italiane sulla base di un interesse condiviso mirato al contenimento del batterio. Contenimento che, secondo il parere di Efsa, è impossibile ottenere attraverso la distruzione delle piante.
Tra settembre ed ottobre Andriukaitis e Hogan saranno nuovamente in visita in Salento per formalizzare gli accordi con il territorio e da li, verrebbe distrutto il patrimonio olivicolo italiano più importante, capace di contribuire al PIL del Paese in maniera considerevole. Tutto questo, ripetiamo, accade malgrado da anni e da più parti siano arrivate provate soluzioni sostenibili alla cura del terreno esausto e degli alberi, per contrastare funghi e batteri che normalmente sono presenti nel terreno.
Chiediamo, quindi,  di verificare la legittimità dell’interessamento bipartisan degli On. Fitto e De Castro in questa vicenda rispetto alla quale entrambe hanno interessi diretti.
Si è già accennato all’On De Castro e al fratello, consulenti dello IAM, l’ente che, come già menzionato, insieme ai suoi funzionari e dipendenti, rappresenta il ‘buco nero’ dell’affaire Xylella. Mentre la famiglia dell’On. Fitto è, notoriamente, uno dei maggiori produttori nel settore olivicolo e pochi anni fa lo zio dell’On., l’omonimo Raffaele Fitto, è stato condannato per truffa ai danni della Comunità Europea[7] per 6milioni e mezzo di euro.
Nella truffa erano coinvolte  21 persone, 90 indagati per l’emissione di false fatture per 39 milioni di euro, furono sequestrati 23 frantoi, 3 aziende commerciali, 9 immobili e 85 terreni agricoli, oltre a 60 conti correnti bancari. Una truffa che coinvolse anche alcune zone calabresi. Fu ritirata l’accusa di associazione a delinquere. Eppure è noto l’ampio coinvolgimento della criminalità organizzata ad ogni livello nel settore delle contraffazioni alimentari[8] in quanto è possibile lavare denaro sporco in maniera meno rischiosa rispetto ad altre merci illegali[9].
Vorremmo inoltre chiarezza in merito ad una sperimentazione oggetto di un’interrogazione parlamentare urgente ad opera dei consiglieri regionali Casili, Galante e Barone i quali nel 2016  chiedevano conto alla Regione riguardo un progetto avvenuto tra Lecce, Brindisi e Bari tra il 2011 e il 2013[10]. L’interrogazione, avente per oggetto il ‘Progetto sperimentale Monsanto “Gestione delle Piante Perenni (GiPP)”[11]  osservava come i risultati della ricerca fossero visibili solo alle parti interessate tra cui l’Osservatorio Fitosanitario regionale. Quest’ultimo, interpellato dalla Procura di Lecce, non ha fornito risposta. La stessa Regione non risultò in grado di rispondere all’interrogazione urgente in quanto non a conoscenza dei fatti riportati. Chi ha concesso una sperimentazione di questo tipo? Come mai è stato concesso l’uso massiccio di Round Up, notoriamente a base di Glifosato, una sostanza capace di causare teratogenesi ed altre gravi patologie invalidanti oltre che danneggiare gravemente la biodiversità animale e vegetale e gli equilibri del suolo[12]?
In particolare i consiglieri rilevavano l’anomalia rispetto ad una sperimentazione che prevedeva l’uso del Round Up, irrorato in terreni olivetati da parte delle aziende aderenti al progetto attraverso una macchina per il diserbo capace di operare aspersioni a 9 bar e a 9 metri di distanza. Nel corso dell’interrogazione parlamentare si denunciano i gravi danni alla salute provocati da tali pratiche nonché l’impoverimento dei terreni e il probabile inquinamento di aria e falda acquifera[13].
Non mancano menzioni agli interessi in campo in questa singolare vicenda sperimentale condotta da  Monsanto e Basf, note imprese operanti a livello transnazionale nel campo dell’ingegneria GM e degli agrotossici. In particolare viene rammentato come Monsanto abbia dal 2008 acquisito la società ‘Allelyx’ dalla società brasiliana ‘Canavialis’  e in cui Basf nel marzo 2012 ha investito 13,5 milioni di dollari. Come dichiarato dagli stessi creatori di Allelyx[14], il nome della società deriva dall’anagramma della parola Xylella ma anche dal termine scientifico ‘allele’, forma alternativa che può essere assunta da un gene, dunque responsabile della mutazione genetica. Allelyx nasce in Brasile su impulso di 5 scienziati tra cui Arruda, il cui nome ricorre spesso in ricerche in cui compaiono anche i nomi delle maggiori imprese transnazionali operanti nel campo dell’industria GM e degli agrotossici. L’obiettivo di Allelyx consiste nel trasformare in prodotti le informazioni genetiche. L’impulso economico all’avvio di Allelyx fu attribuito da Votorantim Novo Negocio, con un contributo di 300 milioni di dollari. Votorantim è una società di venture capital interessata al campi delle scienze della vita e dell’esplorazione mineraria. Sia Allelyx che Canavialis furono vendute nei primi anni 2000 a Monsanto. Imprese che non hanno competitori. A capo di Allelyx, società nata allo scopo di studiare piante resistenti a Xylella, compare Fernando Reinach il quale, insieme ad Arruda, è stato autore e promotore del primo sequenziamento del primo batterio della storia della scienza con il dichiarato obiettivo di attirare capitale intorno ad una scienza di cui, all’epoca, non si comprendeva il potenziale economico, appunto[15]. Il batterio in questione è Xylella fastidiosa e gli scienziati protagonsti di questa ‘rivoluzione copernicana’ nella Biologia Molecolare, in seguito al sequenziamento hanno iniziato a collaborare con Monsanto, Bayer Crop Science, Basf. Tra gli autori anche Almeida, l’unico esperto chiamato in causa dalla Regione Puglia e cui la politica regionale fa riferimento, fatto che solleva questioni di irregolarità sulla mancanza di pluralità nell’ottenere un parere scientifico riguardo una materia dalle chiare e importanti ricadute economiche.
Il dubbio in merito al fatto che possano esserci dei conflitti di interesse in questa vicenda, sono tutt’altro che peregrini.
In biologia molecolare, la conoscenza del genoma consente di manipolare i geni che controllano i segnali chimici responsabili dell’interazione tra batterio e insetto vettore e tra batterio e pianta ospite. “Una volta identificati i determinanti della specificità ospite - patogeno e i determinanti della virulenza – si legge in una ricerca condotta da specialisti del CNR, Università La Sapienza e Ispra[16] -  è possibile selezionare in laboratorio i ceppi batterici con virulenza specifica nei confronti di una varietà vegetale da sostituire con un’altra varietà resistente, ottenuta con mutagenesi artificiale nell’ambito dell’ingegneria genetica. Presso l’Università di Berkeley è stato dimostrato che è possibile, mediante la modificazione genetica di un plasmide, aumentare la virulenza di Xylella. Il nuovo ceppo, agente della malattia di Pierce della vite, presenta il gene mutato rpfF, ed è più virulento del tipo selvatico quando inoculato meccanicamente nelle piante (…)In pratica, sembrerebbe che sia possibile manipolare geneticamente il batterio, col fine di contagiare interi gruppi vegetali a vantaggio del mercato GM (…)Gli studi diffusi nel 2008 dalla rete europea di batteriologi, costituitasi nell’ambito dell’iniziativa COST 873, hanno dimostrato che, di tutte le specie batteriche elencate, solo Liberibacter spp. e Xylella fastidiosa, entrambi patogeni per gli agrumi, potrebbero essere considerate tali da soddisfare i criteri proposti per le armi biologiche”.[17]
Dunque i dubbi sollevati durante la suddetta interrogazione rivolta al presidente regionale Emiliano, Loizzo e all’Assessore regionale all’Agricoltura Di Gioia non sono di secondaria importanza eppure rimasero senza risposta in quanto gli uffici della Regione dichiararono di essere all’oscuro rispetto ai fatti riportati (n. Reg. 489 del 20/10/2016). Grave anche che nel marzo 2015 lo stesso Ufficio Fitosanitario della Puglia, nel corso di una Relazione al Senato su Xylella fastidiosa, premetteva che dal maggio del 2013: “Dopo aver escluso qualsiasi forma inquinante del terreno e dell’ambiente, è emerso, invece, un quadro sintomatologico fitosanitario alquanto complesso determinato da diverse concause (Insetti Funghi e Batteri) tali da definire un nuovo termine fitoiatrico Complesso del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO)[18]”. Ma abbiamo visto che la sperimentazione è stata, invece, realizzata proprio utilizzando erbicidi, nota causa di grave impoverimento del suolo.
I rilievi della procura di Lecce realizzati in agro di Alezio, infatti, determinarono valori nutritivi del terreno inferiori addirittura rispetto a quelli rinvenuti nel Deserto del Sahara a causa dell’uso di pesticidi, capaci di debilitare piante centenarie, incapaci di reagire ai patogeni.
Su questo punto si è espresso ripetutamente e con estrema chiarezza il Prof. Pietro Perrino, genetista e direttore dell’Istituto del Germoplasma del CNR, il quale spiega la vulnerabilità degli alberi con l’alterazione della biodiversità causata dall’uso di agenti chimici e meccanici che rendono sterile il terreno.
Le segnalazioni dei sintomi di disseccamento degli ulivi erano scattate dal 2004-2006 e poi nel 2008. All’inizio, però, si attribuirono le cause solo alla lebbra dell’olivo, per la quale, tra il 2010 e il 2012, erano stati anche avviati campi sperimentali “per testare prodotti non autorizzati” per combattere la malattia e per il diserbo degli oliveti con fitofarmaci[19].
Non è mai stato fatto un approfondito e articolato studio multidisplinare indispensabile per stabilire la reale relazione tra il Co.Di.R.O. e la Xylella del Salento e/o altri fattori ecologici, patogenetici, biotici e abiotici (carenza di sostanza organica e di micro bioma del suolo, eventuali, carenze di micronutrienti, presenza di metalli tossici o inquinanti organici, residui di erbicidi e altri pesticidi).
Il 2013 è l’anno in cui Monsanto termina la sperimentazione a base di glifosato e il disseccamento degli ulivi diventa sempre più evidente in Salento. La stessa Relazione di cui sopra afferma che il 15 ottobre 2013 viene data la comunicazione ufficiale del ritrovamento di Xylella fastidiosa da parte delle istituzioni scientifiche facenti parte della rete dei laboratori pubblici SELGE e in particolare il batterio viene identificato dal CNR – Istituto per la protezione sostenibile delle piante di Bari. Il rinvenimento, viene spiegato, complica la situazione in quanto X.f. è un batterio da quarantena ed è la prima volta che questo batterio viene riscontrato in Europa.
La superficie infettata, si afferma, riguarda un’area pari a circa 8mila ettari di cui 2-3mila ettari olivetati nell’area intorno a Gallipoli, in provincia di Lecce. Le azioni tempestive successive al rinvenimento, sono state originate, secondo l’Osservatorio Fitosanitario regionale, a causa delle pressioni ricevute dalla Commissione Europea, preoccupata dalla possibilità che il batterio potesse diffondersi. Tra le misure elencate da indirizzare al controllo del batterio, si consiglia lo sradicamento delle piante infette e uso di insetticidi.
 Alla Commissione Europea, ad ogni modo, non fu possibile offrire informazioni certe in quanto, viene dichiarato: “(…) non esisteva nel mondo un caso simile a cui fare riferimento o utilizzare esperienze già sperimentate e consolidate  e ciò poneva la Regione Puglia in grosse difficoltà nel dare risposte certe e sufficienti a convincere gli Ispettori su quanto si stava programmando e attuando sul territorio”.
Appare, quanto meno, singolare, che si faccia riferimento all’assenza di esperienza rispetto al batterio in oggetto anche alla luce del fatto che nel 2010, presso il su menzionato IAM di Valenzano a Bari, nel corso di un workshop sullo studio di alcune malattie infettive delle piante, si dedica attenzione al batterio di Xylella fastidiosa, importata fisicamente attraverso un campione infetto di vite. Al termine del workshop dal titolo “Diagnostic and statuory aspect of Xylella Fastidiosa, its vectors and the diseases it is causing”, uno degli esperti annuncia l’imminenza del pericolo Xylella in Europa.
La vicenda finisce anche in un rapporto sulle agromafie elaborato da Eurispes, Coldiretti e dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura[20] e da cui emerge il sospetto che non a caso il focolaio infettivo abbia avuto origine in una zona del Salento fortemente ambita a fini turistici e speculativi e su cui da tempo gravitano interessi intesi ad edificare resort in aree olivetate. L’infezione da Xylella fastidiosa, pertanto, cadrebbe come manna dal cielo per lo sfruttamento di terreni diversamente intoccabili.
D’altra parte il mantra secondo cui il paesaggio rurale salentino deve mutare anche a costo di trasformazioni radicali e dolorose, e abbattimento del sistema regolatorio, non è nuovo:
  “Non affermo che dell’olivicoltura tradizionale nazionale si dovrà fare tabula rasa – afferma Angelo Godini, Università di Bari -  ma dico solo che si dovrà forse riflettere su quanto da me già dichiarato (in: Sportelli, 1999): «Una scelta coraggiosa potrebbe essere quella della realizzazione di oasi paesaggistiche di olivicoltura protetta, sufficientemente vaste per ognuna delle tipologie olivicole regionali e nelle quali conservare parte dal patrimonio olivicolo così come è arrivato a noi per tramandarlo a nostra volta ai nostri nipoti». Questo dovrebbe portare a rivedere e attenuare il contenuto di due leggi nazionali, definite «datate, da economia di guerra e contadina» sul divieto di abbattimento degli alberi d’olivo”[21].
Godini fa, quindi esplicito riferimento al superintensivo, intuizione che risale al 1999, e al miglioramento genetico delle specie olivicole anche a costo di modificare radicalmente il paesaggio. “Quando tutto dovesse venire meno – conclude Godini -  per la nostra olivicoltura potremmo sempre prendere in considerazione alcune recenti, paradossali proposte, diverse dalla produzione d’olio per uso alimentare, come quella di ricavare dal legno d’olivo (da considerare alla stregua di un ceduo?) splendidi parquet oppure di utilizzare l’olio lampante come combustibile al posto dei pannelli solari e delle pale eoliche!”.
La soluzione all’annoso ‘problema’ che impedisce l’abbattimento di interi uliveti a scopo di lucro, viene offerta da su un piatto d’argento da un batterio introdotto intenzionalmente e senza permessi. Per gli specialisti coinvolti nella battaglia contro l’eradicazione del batterio non c’è dubbio: la soluzione è lo sradicamento degli alberi infetti ma anche l’aspersione periodica di insetticidi ovunque allo scopo di distruggere le piante che ospitano l’insetto vettore del batterio. E iniziano ad arrivare i primi fondi comunitari.
Oggi le stesse personalità politiche che all’inizio della manifestazione dei sintomi di disseccamento degli ulivi chiedevano chiarezza in merito a scelte dissennate, oggi si spendano nel proporre rivoluzioni in campo agricolo aventi come obiettivo a mezzo diserbo meccanico da eseguire ovunque possibile nel periodo giovanile di sviluppo del vettore Philaenus spumarius meglio noto come Sputacchina, insetto per altro del tutto autoctono che attacca l’olivo proprio per la distruzione dei suoi habitat naturali e la mancanza di altre fonti alimentari, diserbo con tecniche innovative nelle aree pubbliche e in quelle marginali difficilmente raggiungibili attraverso il ricorso a prodotti non residuali oppure ricorrendo alla già collaudata tecnica del pirodiserbo o alla innovativa tecnica del vapore d’acqua ad alta temperatura la cui fattibilità è oggetto di studio e approfondimento (su cui, dunque, ancora non esistono dati certi rispetto alla sofferenza delle piante), trattamenti con prodotti fitosanitari sostenibili (un ossimoro), fondi comunitari e “un ‘bombardamento’ chimico aereo sincronizzato per nebulizzare tonnellate di fitofarmaci su tutto il territorio, cittá comprese, per avere un minimo di effetto nella riduzione delle popolazioni vettore”[22].
Il diserbo generalizzato determina una gravissima diminuzione della biodiversità, con alterazione spesso reversibile solo in tempi lunghi delle complesse reti trofiche di un suolo biologicamente vivo quale quello dell’olivicoltura estensiva.
Le irrorazioni non risparmiaranno aree parco e terreni coltivati a biologico distruggendo gli impollinatori, tra i quali le api. Per un molti agricoltori biologici e apicoltori, si profila la cessazione dell’attività.
Le proposte rilasciate nel maggio di questo anno, seguono la linea indicata dal Decreto Martina, operativo da giugno. Un decreto che impone per legge l’uso di pesticidi e di un solo prodotto ammesso in agricoltura biologica, l’olio di arancio dolce, costoso e composto in gran parte da coformulati e per il cui l’utilizzo prevedono forme di protezione da parte di chi ne fa uso.
Il Decreto impone sostanze capaci di causare danni allo sviluppo neurologico, anencefalia, disordine dello spettro autistico, problemi alla memoria, tremori[23].
Sebbene il decreto intervenga su un tema sensibile che ha visto negli ultimi mesi un confronto serrato tra Commissione e autorità italiane, non è mai stato notificato dal Governo alla Commissione europea, con ciò contravvenendo all’obbligo di leale cooperazione sancito dai Trattati.
L’EFSA ha ripetutamente messo in guardia dal rischio di danni ambientali e alla salute conseguenti all’irrorazione di pesticidi: “L’uso intensivo di trattamenti insetticidi per limitare la trasmissione di malattie e controllare l’insetto vettore può avere conseguenze dirette e indirette per l’ambiente modificando intere catene alimentari con conseguenze a cascata e quindi che interessano i vari livelli trofici. Ad esempio, l’impatto diretto dei pesticidi sull’impollinazione è, attualmente una questione di seria preoccupazione (EFSA, 2013b). Inoltre i trattamenti insetticidi su larga scala rappresentano anche rischi per la salute umana e animale”[24].
Si segnala che le problematiche citate attengono a diritti tutelati dalla Costituzione italiana (artt. 9-32) e a materie che secondo il TFUE sono rimaste nella competenza e quindi nella sovranità degli Stati Membri, come ad esempio la tutela della salute [artt. 2 e 6(a)].
La Procura di Lecce che, all’epoca bloccò l’analogo Piano Siletti ha ipotizzato un concreto pericolo per la salute pubblica con l'uso massiccio di agrofarmaci, alcuni dei quali vietati e autorizzati in via straordinaria.
Sempre secondo la Procura: “Dal momento dell'evidenziarsi della patologia del disseccamento dell'olivo, senza che fosse stata individuata la causa dello stesso, sono state condotte in territorio salentino una serie di sperimentazioni anche con l'uso di prodotti fortemente invasivi, tanto da essere vietati per legge, in un contesto di grave compromissione ambientale, senza alcun previo studio sull'impatto che tali prodotti avrebbero avuto sull'ambiente e in particolare sulle conseguenze che avrebbero potuto produrre su batteri eventualmente già presenti e silenti"[25].
Nel Decreto non viene fatta menzione ad alcun piano di monitoraggio o emergenza per eventuali intossicazioni acute o croniche. Parliamo di neurotossine, sostanze il cui pericolo è amplificato dalla loro persistenza e mobilità. La loro presenza è stata rilevata nella polvere, nel suolo, nella falda, nei cibi in piante non trattate e nei vertebrati presenti in ambiente.
 I bambini esposti in maniera diretta o indiretta ai pesticidi, sono maggiormente a rischio perché il loro organismo, in fase di crescita, assorbe con maggior intensitá. Anche durante la fase fetale, sviluppano minori capacitá cognitive e comportamentali. Per questo, a seguito di una decisione della Commissione europea del 27 aprile 2017, tutti gli Stati membri hanno messo al bando l’uso esterno dell’Imidacloprid (http://europa.eu/rapid/press-release_MEX-18-3583_en.htm) ma, non essendo ancora formalizzato dalla Commissione europea, tale divieto non è tecnicamente ancora in vigore. In compenso, c'è in vigore una restrizione d'uso fin dal 2013, per la quale l'Italia non ha mai chiesto una deroga. Per questo l'uso dell'Imidacloprid, risulta in ogni caso incompatibile. Dunque: il Decreto Martina è in contrasto con le norme UE.
 Non sono in pochi a sospettare che il decreto servirebbe a favorire lo smaltimento rapido delle scorte di alcuni pesticidi, prima dell’entrata in vigore del divieto d’uso da parte dell’Unione. Le norme imposte dal calendario d’esecuzione, d’altra parte, prevedono quattro interventi all’anno, a distanza molto ravvicinata: due trattamenti chimici da maggio ad agosto, due trattamenti chimici da settembre a dicembre. Tali interventi rischiano di avere un significativo impatto ambientale e sulla salute dei cittadini di lungo periodo. Rischi totalmente ignorati da chi sottoscrive un decreto che non appare supportato da valutazioni di impatto ambientale preventivo, ed é in contrasto con le norme della direttiva 2009/128/CE, sull’utilizzo sostenibile dei pesticidi, recepita dallo Stato italiano con il decreto legislativo n. 150 del 14 agosto 2012. Con ció l’UE mira a ridurre i rischi e l'impatto dell'uso dei pesticidi sulla salute umana e sull'ambiente e promuove una gestione integrata delle specie nocive (IPM) e di tecniche alternative non chimiche ai pesticidi. L’Italia, con Decreto Interministeriale del 22 gennaio 2014, ha adottato il “Piano d’Azione Nazionale (PAN) per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari”, di cui non fa menzione però nel Decreto per affrontare l’emergenza Xylella.
L’Articolo12 in particolare richiede una adeguata valutazione capace di tener conto di requisiti di igiene e incolumità pubblica stabilendo il divieto d’uso in aree specifiche definite dal regolamento CE n.1107/2009, quali quelle utilizzate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili, ovvero parchi, giardini pubblici, campi sportivi, aree ricreative, cortili delle scuole o aree in prossimità di strutture sanitarie o le aree protette oggetto delle direttive 2000/60/CE, 79/409/CEE e 92/43/CEE. Invece il decreto stabilisce aspersioni obbligatorie su tutto il territorio, giardini privati, strade di collegamento, aiuole pubbliche, qualsiasi luogo in cui cresce erba spontanea.
Per fermare un batterio fastidioso, si viola l’incolumità dei cittadini e dei lavoratori agricoli o le norme stabilite a livello nazionale ed europeo. Come la direttiva 2009/128/CE riguardante le “Misure specifiche per la tutela dell’ambiente acquatico e dell’acqua non potabile”. Decreto dannoso e irragionevole anche perché le misure imposte non risolverebbero l’obiettivo dichiarato di eradicare il patogeno.
La letteratura disponibile racconta di devastanti quanto inutili precedenti esperienze che non sono servite a contenere nulla, neanche con lo sradicamento delle piante. La direttiva 2000/29, ammette la non eradicabilità del patogeno da quarantena. Così come gli ISPM, Standard Internazionali sulle Misure Fitoterapiche i quali impongono uno studio riguardo gli impatti su industria e ambiente. Attenzioni richiamate anche da EFSA la quale avverte: una volta insediato all’aperto, l’X-file non si eradica, dunque preferibile astentersi dallo sconsiderato tentativo di attuare ad ogni costo delle misure prive di fattibilità, efficacia e sostenibilità.
Un decreto illegale oltreché illegittimo. Su cui chiediamo, una volta per tutte, di emettere un veto in ogni sua parte e imporre un punto fermo rispetto a speculazioni che non possono esistere quando si parla della salute e della vita di un’intera popolazione. Perché le alternative sostenibili esistono ma non interessano, evidentemente, ad amministrazioni che hanno concesso sperimentazioni in campo aperto a Basf e Monsanto mentre gli agricoltori e i cittadini più informati chiedono che si faccia sperimentazione trasparente e pulita e che i finanziamenti convergano nell’ottica dell’agroecologia e di una ricerca allargata, partecipata, democratica.
Tra i reati che si possono ipotizzare vi sono: violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale; distruzione o deturpamento di bellezze naturali; inquinamento ambientale per compromissione e deterioramento della biodiversità, anche agraria; concreto pericolo per la salute pubblica per l'uso massiccio di agro farmaci.

sabato 12 gennaio 2019

Adriatico in trivellazione... per qualche goccia di petrolio in più!


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Pensavamo che con questo nuovo Governo di aver chiuso una volta per sempre la questione delle trivellazioni nei nostri mari da parte di società petrolifere internazionali. Il tutto per “succhiare” qualche barile di petrolio in più dai fondali soprattutto del Mar Adriatico. Pensavamo che la questione fosse stata definitivamente archiviata dopo la mobilitazione di tutti gli ambientalisti e intellettuali italiani e, soprattutto, dopo che il movimento 5 Stelle, da sempre contrario alle trivellazioni in mare, era entrato nel Governo… illusione! 

Il pasticciaccio nato al MISE (Ministero dello Sviluppo Economico - il cui vicepremier Di Maio è il titolare del dicastero) che ha concesso l’autorizzazione a compagnie straniere di riprendere la ricerca del petrolio a mare attraverso il pericolosissimo, per la fauna marina, metodo del air gun, sta mandando su tutte le furie non solo noi ambientalisti, ma anche la stessa base del movimento 5 Stelle. Lo stesso ministro Costa sta in qualche modo prendendo le distanze affermando che, si all’autorizzazione per la ricerca, ma non alla trivellazione del fondo marino. 

Sarebbe bastato poco, un po’ più di avvedutezza del MISE, come scrive Roberto Giovannini su “Il Secolo XIX”, per scongiurare questo nuovo attentato alla vita dei nostri mari, ma lo stesso Governo con la legge di Bilancio avrebbe potuto abrogare l’art. 38 della legge Sblocca Italia, voluta dal Governo Renzi che consente di unificare l’autorizzazione di ricerca con la concessione ad estrarre idrocarburi , ma purtroppo non intervenendo ha confermato per intero quello che ha fatto il precedente Governo. Di Maio in tutto questo pasticcio ha risposto l’altro giorno, nel tentativo di abbonire soprattutto i suoi sostenitori, che, comunque, ancora nessuna autorizzazione è stata concessa per le perforazioni, ma solo operazioni di ricerca, attraverso l’Air Gun. Ma questa risposta ci ha scioccato ancora di più… 

Di Maio e anche il ministro Costa forse non sanno cosa sia l’air gun e i danni che può provocare a tutto l’habitat marino?, oppure fingono di non saperlo? Su questa questione già 3 anni fa noi di AK ci mobilitammo e partecipammo alla costituzione di molti comitati di protesta contro le trivellazioni in tutt’Italia. Appena entrato nel nuovo governo il movimento 5 Stelle tirammo un respiro di sollievo: “finalmente, scrivemmo sul nostro notiziario, la questione trivelle nei nostri mari è definitivamente chiusa! “ …invece oggi una doccia fredda e tanta amarezza! 

Tanto per continuare rispieghiamo ai nostri lettori cos’è la tecnica dell’Air Gun. “L’air gun è una tecnica di ispezione dei fondali marini, per capire cosa contiene il sottosuolo. Praticamente ci sono degli spari fortissimi e continui, ogni 5 o dieci minuti, di aria compressa che mandano onde riflesse da cui estrarre dati sulla composizione del sottosuolo. Spesso, però, questi spari sono dannosi al pescato, perché possono causare lesioni ai pesci, e soprattutto la perdita dell’udito. 5 Questo è molto grave perché molte specie ittiche dipendono dal senso dell’udito per orientarsi, per accoppiarsi e per trovare cibo. E’ come se a dieci metri di distanza dai noi esplodessero in successione potenti bombe carta( più forti di un colpo di pistola). 

E’ inevitabile che potremmo subire danni all’udito anche permanenti. Nel 2014 sono iniziate le ricerche di eventuali sacche di petrolio sotto il fondale dell’Adriatico e dopo qualche settimana sono cominciate le stragi di pesci e di cetacei, la più clamorosa a settembre del 2014 a Punta Penna, una spiaggia di Peschici in provincia di Foggia, dove si sono spiaggiati 7 capodogli. Per questo evento importante fu l’intervento di un noto oceanografo intervistato dal giornalista Alessandro Bartolini di “Il Fatto Quotidiano”. Ecco parte dell’intervista: “Non mi sbilancio, ma il ritrovamento del gas nei vasi sanguigni dei cetacei lascia pochi dubbi sul fatto che il disorientamento sia stato provocato da cause umane”. 

Ne è convinto Giuseppe Notarbartolo di Sciara, uno dei massimi ecologi marini italiani, contattato da ilfattoquotidiano.it. Il gas, secondo il presidente dell’Istituto di ricerca Tethys e blogger del fatto.it, conferma che “con ogni probabilità il gruppo ha compiuto una riemersione troppo rapida che ha fatto sì che i capidogli rimanessero intrappolati nei bassi fondali” di Punta Penne, nella Riserva naturale di Punta Aderci. Una riemersione non corretta che ha provocato un’embolia ai mammiferi (simile a quello che avviene ai sub colpiti dopo una mancata decompressione), che per tre dei sette esemplari (tutte femmine, di cui una incinta) è stata fatale, mentre gli altri quattro sono riusciti a riprendere il largo grazie alle operazioni di soccorso durate ore. Ma da cosa è stata provocata questa riemersione rapida? “Se non fosse stato trovato il gas – dice Notarbartolo di Sciara – avremmo potuto pensare anche a cause naturali. Ma il dettaglio fa pensare che i sette siano stati ‘traumatizzati’ da un’emissione sonora di origine antropica sottomarina che li ha 6 spinti a una riemersione scorretta…..” 

Comunque per Notarbartolo di Sciara esistono due operazioni – attuate dalla mano dell’uomo – che possono disorientare in mare i mammiferi: l’air-gun e le onde sonore delle navi militari.”

Franco Floris - Accademia Kronos

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venerdì 11 gennaio 2019

Ambulans Theatre. Un teatro mobile in viaggio dalla Francia alla Bulgaria, un anno sulle strade d'Europa, ora lungo l'Adriatico


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Ambulans Theatre, un collettivo di artisti francesi  (dieci), ora si trova nelle Marche e sta discendendo lungo l'Adriatico  con cavalli (5) e carrozze (4).  A Brindisi s'imbarcheranno per la Grecia per arrivare in Bulgaria.  Sono attesi a Plodiv  per le manifestazioni di giugno di capitale europea della cultura 2019, insieme a Matera.

Per ora  sono accampati a Grottammare, poi meteo e cavalli permettendo si sposteranno in un area  individuata  idonea pressi S. Benedetto del Tronto. Probabile che si fermino per qualche giorno per lavorare al loro spettacolo.  In seguito  proseguiranno il viaggio percorrendo verso sud circa 10/15 km al giorno. 

Apprezzano suggerimenti di dove poter sostare (di solito una notte), lungo la costa  (no strade con ripide salite o discese, sottopassi minimo 4 mt/h), serve spazio erboso uso pascolo che recintano per i 5 cavalli, un'area dove sistemare le carrozze, gradita possibilità di raccogliere legna secca e fonte di acqua nei pressi. 

Per chi conoscesse associazioni enti culturali lungo la costa adriatica fino a Brindisi potete segnalare il loro passaggio.  Sono disponibili per interventi musicali,  teatrali, danza e clownerie in  strada e nei teatri.

Gigliola


P.S. 
Un po' di cronistoria del viaggio di Ambulans Theatre nelle Marche.

...sabato  29 dicembre Alice (yurte) di Ancona è passata al mercato degli Archi e mi ha avvisato che stava da loro alle yurte qualche giorno, si sarebbe riformato il convoglio delle 4 carrozze per  ripartire il 1* gennaio verso sud.... così mi sono unita a piedi alla carovana a tratti, ora li ho lasciati a Grottammare.   Sono stati fermi al Teatro di Paglia a Numana dopo due giorni di marcia da Ancona fino al 6 gennaio perché uno dei cavalli aveva perduto il ferro e non si trovava un maniscalco. Ho avvisato Fabio di Camerano di allertare la rete delle fattorie wwoof in Italia, Grecia e Bulgaria perché li possano sostenere ognuno come può lungo il tragitto però  non ci è venuto in mente di avvisare la rete rurale.....
Hanno bisogno di discrezione perché  gli spazi delle carrozze sono adeguati per 10 persone, loro, e se il meteo non lo permette di stare fuori intorno al falò meglio fare visite brevi.
Però è bellissimo fare rete fornendo informazioni su possibili luoghi riscaldati per le prove/riunioni serali, posti pubblici dove possano farsi delle docce calde, soste per l accampamento carovana, contatti per tenere spettacoli/concerti....saranno loro a valutare cosa fare e dove. Con loro hanno una piccola scorta di alimenti, fieno e mangime per i cavalli in quantità  giornaliere.  Nulla che si devono trascinare dietro di troppo pesante e troppo a lungo.
Di fieno ne ho procurato ieri  2 balle piccole, quelle rettangolari e un bel sacco di carote non vendibili.... mele raccogliticce ne hanno ancora  un pochino....

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Per contattare il collettivo Ambulans Theatre:   

Lothaire 00 33 6 95 66 56 41 -  Maelle +33753126212


giovedì 10 gennaio 2019

Mandillo dei Semi 2019 - Due appuntamenti in Liguria il 16 gennaio ed il 20 gennaio 2019



Val Trebbia. Mandillo dei semi – Domenica 20 gennaio 2019, dalle 10 alle 16:30, Chiostro del Santuario di Montebruno (Val Trebbia, prov. di Genova, a pochi km da Torriglia): MANDILLO DEI SEMI - XVIII edizione festa del libero scambio di semi autoprodotti e lieviti di casa, organizzata dal Consorzio della Quarantina, con il sostegno dell'Ente Parco Antola e la collaborazione della Rete Semi Rurali, contadini, orticoltori, appassionati, ovunque banchetti per lo scambio, associazione Parole di Terra, libri di Pentàgora, presentazione di: L'orto da zero, di Simone Siviero, e Di seme in meglio, a cura di Alice Pasin; l'esposizione della copia da viaggio della Cuoca di Bernardo Strozzi, l'esposizione delle patate dal mondo curata da Fabrizio Bottari, il Gioco dell'oca-patata per i più piccoli, la cucina naturale di Una Ginestra e tanto altro ancora!

Massimo Angelini 

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P.S. in previsione del Mandillo dei semi, il 16 gennaio, ore 19.30, presso la ristorazione naturale “Una Ginestra” Genova Nervi, via del Commercio 7/A: “Cena parlata”  per riflettere sull'utilizzo dei semi nell'orto e in cucina.


Comunicare in modo semplice a favore dell'ambiente

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Abbiamo posto alcune domande a Giovanni Carrada, un professionista il cui lavoro quotidiano è finalizzato alla divulgazione scientifica e del patrimonio culturale. Biologo, è un autore, un consulente e un docente indipendente che si occupa di comunicazione della scienza e dell’innovazione. Fra i suoi principali interessi c’è la comunicazione tesa a favorire il dialogo e la comprensione reciproca fra mondo scientifico, imprese che producono tecnologie avanzate e società... 


Far conoscere l'ambiente, comunicare in modo semplice

È abbastanza generalizzata una sostanziale sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, anche verso enti tecnici e scientifici come possono essere le ARPA. Come è possibile comunicare dati e informazioni scientifiche in questo contesto sociale?
La mia esperienza mi dice che a volte bisogna “fare la tara” su questo tipo di percezioni, spesso diffuse fra chi svolge ruoli scientifici e tecnici e che nascono da “scottature” vissute in occasione di particolari vicende. Critiche e attacchi sono quasi inevitabili quando si producono dati che non fanno comodo a qualcuno, ma non è detto che riflettano un sentimento generalizzato.
È vero che viviamo un momento storico in cui gli esperti non godono più del rispetto e della fiducia di una volta, ma c’è grande varietà nel livello di fiducia di cui gode questa o quella particolare categoria di esperti, e oggi sta a ciascuna di loro conquistare e continuare a meritare fiducia. Sia attraverso il proprio lavoro, sia attraverso un’attività di comunicazione capace di valorizzarlo.
Le cose si fanno naturalmente più difficili nel momento in cui una vicenda balza agli onori della cronaca, e soprattutto se assume una connotazione politica. Quando c’è una polemica in corso si tende a prendere posizione in base alla propria collocazione politica, anche in ambito molto locale, più che in base a quanto i dati fanno pensare sia effettivamente avvenuto.
La differenza in questi casi la può fare il capitale di visibilità, credibilità e fiducia che l’Agenzia è stata in grado di costruire “in tempo di pace”, quando cioè non ci sono polemiche in corso. Magari fornendo informazioni, servizi o attività educative che i cittadini in generale o particolari categorie possono trovare utili e interessanti, oppure coltivando i rapporti con i media. Un fatto di cronaca importante o una polemica sono però anche momenti in cui si può godere di un’attenzione molto più grande che “in tempo di pace”, e avere l’attenzione delle persone è la condizione essenziale per poter comunicare efficacemente, oltre che la risorsa più scarsa nell’attuale mondo della comunicazione. Bisognerebbe cercare di vedere questi momenti anche come un’opportunità che bisogna avere il coraggio di cogliere, anziché solo come un problema al quale sopravvivere tenendo la testa più bassa possibile.
Le agenzie ambientali sono enti tecnici, i temi da loro trattati hanno una complessità non facile da rendere comprensibile a tutti. Quali suggerimenti può dare ai comunicatori delle agenzie ambientali?
Ogni esperto è facilmente vittima della “maledizione dell’esperto”, quel fenomeno psicologico studiatissimo per cui quando sappiamo qualcosa troviamo molto difficile metterci nei panni di chi non la sa. Per questo, ogni volta che dobbiamo comunicare qualcosa, non dobbiamo dimenticare di ricordare, sia pur brevemente, di che cosa parliamo e perché è importante. Basics are the beginning, come dicono gli americani, ma senza la pretesa di fare di chi ci ascolta un piccolo esperto: comunicare non è insegnare.
Poi, ogni spiegazione non è altro che un percorso da quello che ci ascolta sa già o che ha già un interesse a sapere, a qualcosa che non sa ancora. E questo percorso va costruito fornendo delle tappe intermedie accessibili, interessanti e possibilmente coinvolgenti. Seguendo un filo chiaro e senza fare divagazioni. Usando un linguaggio semplice. All’interno di un semplice ragionamento o di una storia.
Senza dimenticare che comunicare non è neppure fornire un elenco di informazioni, ma stabilire una relazione con qualcuno. È chiaro però che alle spalle ci sono altri livelli che a mio avviso le Agenzie ambientali potrebbero presidiare meglio.
Penso ad esempio all’organizzazione dei temi e delle tipologie di dati, che appaiono piuttosto frammentate e non sempre corrispondenti alle classificazioni intuitive dei non esperti. Alla mancanza di un’identità precisa – tematica, istituzionale, grafica – del soggetto che comunica. Alla scarsità di eventi o appuntamenti capaci di richiamare e focalizzare periodicamente l’attenzione dei cittadini e dei media sulle agenzie, le loro attività e i problemi di cui si occupano. Alla mancanza di canali di comunicazione e di singoli prodotti espressamente pensati per le esigenze dei cittadini, o attraverso i quali anche i cittadini si possano esprimere.
Questi sono aspetti di sistema di cui oggi è diventato indispensabile farsi carico, date l’importanza e la sofisticatezza della comunicazione alla quale è chiamata qualsiasi organizzazione che cerchi o abbia bisogno di un dialogo con l’opinione pubblica.
Le agenzie ambientali, fra i loro compiti istituzionali, hanno quello di raccogliere, organizzare e diffondere i dati ambientali. Che impressione ha della situazione esistente in tal senso e cosa dovrebbero invece fare le agenzie ambientali?
La mia personale impressione è che i cittadini conoscano poco sia le Agenzie, sia questo loro importantissimo compito. E che la comunicazione di questi dati possa fare un salto di qualità. Chi per mestiere produce ed elabora dati usa i numeri con estrema naturalezza perché ai suoi occhi parlano da soli, ma per quasi tutte le altre persone non è così. I numeri sono astrazioni che la mente maneggia con grande difficoltà.
Noi siamo primati, quindi animali visivi, e il nostro cervello capisce molto più facilmente i dati quantitativi quando sono proposti sotto forma di immagini piuttosto che di singole cifre o di tabelle.
Oggi viviamo in un mondo sempre più basato sui dati, ma per fortuna non abbiamo più a disposizione solo i grafici usati nelle pubblicazioni tecniche. Oggi si sviluppano infografiche sempre più chiare, belle, capaci di mettere in evidenza gli aspetti o il senso più importante di un fenomeno e magari anche interattive. È molto più probabile che prodotti di questo tipo risultino efficaci, vengano ripresi dai media e vengano condivisi sui social network, che sono diventati la vera piattaforma di distribuzione dei contenuti.
Come esperto di comunicazione, ed anche come cittadino, cosa si aspetta dall'attività di comunicazione e informazione di un’agenzia ambientale?
L’informazione ambientale è sempre più concentrata sulle grandi questioni, spesso di respiro globale, come i cambiamenti climatici, ed è dominata da una negatività – quando non da un catastrofismo – che a mio avviso possono avere l’effetto paradossale di allontanare i cittadini dai temi ambientali, percepiti come lontani dai propri interessi o sui quali il singolo possa fare poco. O addirittura così ansiogeni da far scattare meccanismi di rimozione psicologica.
A farne le spese è stata l’informazione più locale e quella sulle tante componenti della qualità dell’ambiente, vale a dire proprio di ciò di cui si occupano le Agenzie regionali e di cui i cittadini hanno comunque bisogno. Soprattutto quando succede qualcosa di preoccupante, ma non solo.
Forse questo è un altro problema dietro il quale si cela un’opportunità. Le Agenzie potrebbero diventare protagoniste di un’informazione ambientale più vicina e concreta, una fonte affidabile che aiuta a conoscere il proprio territorio e tutela i cittadini sia dalle minacce che non ricevono sufficiente attenzione, sia dalle esagerazioni cui spesso i media si lasciano andare. Ma dovrebbero farlo creando dei canali e dei prodotti su misura dei cittadini. 

Intervista a cura di Arpat
ARPAT News - newsletter sulle tematiche ambientali

mercoledì 9 gennaio 2019

Artigiani in esaurimento

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Non ci troverete
Quando cercherete un piccolo panettiere, non lo troverete.
Un calzolaio, o un piccolo artigiano a cui chiedere un favore.
Non lo troverete.
Vorrete una torta, un mobile su misura, l’aggiustamento di una persiana, o un consiglio su un nuovo elettrodomestico che duri qualche anno, non lo avrete.
Non è una richiesta, e neanche una protesta.
Non è una rivendicazione politica e neanche una minaccia.
Non ci troverete.
Vorrete un negoziante con cui consigliarvi per un trapano, un chiodo o una vernice.
Vorrete saper come usare un oggetto o quale flauto è meglio per vostro figlio.
Vorrete una pasticceria come una volta, o la pasta fatta in casa.
Un formaggio vero.
Un piccolo bar, un caffè come si deve.
Non ci troverete.
Vorrete riparare un vecchio lume, o rifare il tessuto.
Vorrete aggiustare un triciclo a cui siete affezionati, o il seggiolone.
Vorrete un consiglio su un pavimento, un dottore che ascolti le vostre paure.
Non ci troverete.
Non ci saremo più.
Spazzati via da grandissimi centri commerciali dove altri poveretti sottopagati a tutto saranno attenti tranne che a voi.
Che non sapranno nulla di quello che chiederete loro.
Centri commerciali illuminatissimi in città buie.
Circondati da lunghe sequele di negozi chiusi in vie un pò sporche e poco sicure.
Forse allora chiederete aiuto, forse vorrete trovare un amico, una luce, un consiglio, una bettola, una chiacchiera, una comunità.
Sarà tardi.
Non ci troverete.
Alcune cose vanno fatte per tempo.
Il tempo di un risveglio e di un ritorno alla comunità, all’impegno e alla lotta è arrivato.
E’ ora.
Se aspetterete,
Non ci troverete.
Ilaria Petri

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Sono circa centomila le imprese artigiane perse negli ultimi 5 anni. Lo rileva Unioncamere. La perdita è avvenuta tra il 2013 e il 2018 nel settore artigiano che conta 1,3 milioni di imprese. Aggiornamento del 2019:  03 gennaio 2019 

martedì 8 gennaio 2019

Continua la battaglia di Mondeggi Bene Comune per evitare la privatizzazione del fondo

Ciao a tutti, con l'arrivo dell'anno nuovo è arrivata una pessima notizia, è uscito il  nuovo bando d'asta per tutta la fattoria di Mondeggi. Ci stiamo muovendo  in varie direzioni e cercheremo anche l'aiuto di tutti. Intanto il comunicato da condividere e far girare. Alessio

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MONDEGGI: NUOVO ANNO, STESSO COPIONE

A distanza di 4 anni dal precedente (correva l'anno 2014), di nuovo un
avviso di asta pubblica pende minaccioso sulla tenuta di Mondeggi.
Il 30 Dicembre 2018, in piena zona Cesarini se si considera l’annualità
appena trascorsa, la Città Metropolitana di Firenze ha emanato a
sorpresa un bando con cui sancisce per l’ennesima volta la volontà -
granitica quanto miope - di alienare in corpo unico la proprietà (villa
inclusa).

Non proprio una novità: lo stesso proposito era stato già palesato
circa un anno e mezzo fa, nel momento in cui lo stesso ente raccolse
“manifestazioni di interesse” da parte di soggetti interessati
all’acquisto. Manifestazioni che sembrava non avessero avuto seguito,
almeno fino ad adesso.

La gravità del passaggio odierno pone in secondo piano ogni possibile
interpretazione dell’accaduto. Non ci interessa sapere se pesano sulla
Città Metropolitana e sugli amministratori incombenze di bilancio,
piuttosto che potenziali procedimenti per danno erariale: l’unico dato
dalla evidente valenza consiste nell’aver lanciato formalmente sul
mercato una proprietà dei cittadini tutti, nell’aver declassato un
“bene comune” dall’enorme potenziale sociale a merce, oltretutto di
lusso.

E se la “necessità di fare cassa” quale scusa maestra che in tempi di
austerità benedice ogni scempio, già cominciava a scricchiolare anni
fa a fronte delle continue stime al ribasso susseguitesi regolarmente,
adesso siamo giunti all’assurdo.

La base d’asta, infatti, è calata esattamente a 9.537.000 euro,
all’incirca pari al valore stimato della tenuta nel 2014 (9.240.000
euro) esclusa la villa!

Su questo punto, vista la totale assenza dì riferimenti all’interno del
testo del bando, esigiamo chiarezza: in base a quale stima è stato
determinato questo valore? La cifra proposta ha un riferimento concreto
e documentabile oppure proviene dalla fantasia dei redattori del bando,
mossi dall’obiettivo di disfarsi del bene?

Assurdo, poi, che tocca picchi inediti nel momento in cui si sceglie
coscientemente di non valutare all’interno delle stime il valore degli
interventi di recupero che, in questi ultimi cinque anni, la Comunità
di Mondeggi Bene Comune – Fattoria senza padroni ha effettuato
autorganizzandosi e autofinanziandosi, che comprendono la
riqualificazione degli oliveti e dei vigneti abbandonati, così come
interventi volti a evitare il depauperamento del patrimonio immobiliare,
salvaguardando quindi il valore di case e terreni.
Riteniamo che delle risposte debbano essere fornite alla comunità
tutta, non soltanto a quella gravitante intorno a Mondeggi, su questo e
su molti altri punti.

Cosa ne pensa, ad esempio, il Comune di Bagno a Ripoli, competente in
materia urbanistica, dei frazionamenti inclusi negli interventi ammessi
sugli immobili e allegati al testo del bando?
Quanto è disposto a concedere l’ente locale ad un eventuale acquirente
in materia di revisione dei vincoli?

Il silenzio del sindaco Casini, rotto qua e là soltanto da qualche
invettiva ideologica in difesa della legalità e del mercato, è come al
solito imbarazzante.

Prendiamo atto che non sono bastati, in questi anni, centinaia di
cittadini che si sono mobilitati direttamente prendendosi cura del bene
sottraendolo all’abbandono; migliaia che hanno manifestato sostegno e
vicinanza da ogni parte del mondo; appelli di accademici, del mondo
associativo, di quella molteplicità di soggetti collettivi che dal
basso lavorano per costruire comunità e spazi di autonomia.

Non è bastata una Dichiarazione di Uso Civico, elaborata
orizzontalmente in mesi di assemblee, che ha identificato fin nei
particolari quello che è il progetto sociale in essere a Mondeggi, e
come potrebbe interloquire in maniera costruttiva con le istituzioni.
Ma se niente è bastato finora a togliere la spada di Damocle dalla
testa di un bene comune e di un progetto, non per questo siamo
rassegnati alla fatalità di un destino che viceversa, per quanto ci
riguarda, resta ancora tutto da scrivere. L’ennesima annata agricola sta
iniziando con la potatura della vigna, e la comunità di Mondeggi non
starà certo con le mani in mano. Un volume enorme di iniziative,
progetti, desideri sta prendendo corpo o è in attesa di farlo, e non
basterà questa nuova iniezione d’incertezza a farlo vacillare.
Ci teniamo a informare, per correttezza e trasparenza, enti
istituzionali e potenziali acquirenti che il percorso che ha ridato vita
a Mondeggi da cinque anni, non solo non ha intenzione di tirare i remi
in barca, ma si prodigherà in ogni iniziativa possibile per far
naufragare questo bando, e per scongiurare la pubblicazione dei
successivi.

Per questo motivo abbiamo deciso di convocare un appuntamento di piazza
per il primo Marzo, in contemporanea alla scadenza del bando e alla
successiva apertura delle buste.
Maggiori dettagli, ovviamente, saranno pubblicati in seguito.

MONDEGGI NON SI VENDE, SI COLTIVA E SI DIFENDE!
Mondeggi Bene Comune – Fattoria senza padroni

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