lunedì 21 gennaio 2019

CIR - Creazione di una Rete Toscana di condivisione, per un mutuo aiuto bioregionale - Prossimo incontro il 19 febbraio 2019


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Cara Tribù meravigliosa! Qui  di seguito  l'invito alla creazione della rete toscana, il primo incontro c'è già stato il 19 gennaio 2019... vi manderò gli aggiornamenti, sento che è prezioso creare reti di supporto e mutuo aiuto bioregionali, connettersi da cuore a cuore e chiarire la visione:

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Fratelli e sorelle 🙏 questo nuovo anno per me è nato seminando un intento insieme ad Irene e Gaia: quello di riunire il clan toscano intorno ad un fuoco almeno ad ogni luna, sulla scia di ció che sta giá avvenendo in molti altri luoghi.

Ci piacerebbe che i nostri incontri possano essere un motivo per celebrare e uno strumento per crescere,  celebrare non solo il fatto di essere insieme ma poter andare molto al di là: innanzitutto ci piacerebbe che ad ogni luna ci incontrassimo in luoghi e contesti differenti, a seconda delle esigenze climatiche e logistiche del momento, e che in quei luoghi noi potessimo portare l'energia dell'Unione nel lavoro: a seconda della visione del luogo che si offre di ospitarci, potremmo individuare piccoli grandi lavori da portare a termine nell'arco dei giorni del nostro incontro (ad esempio cura dell'orto o del giardino, semina, raccolta, trasformazione di prodotti, costruzione di manufatti in legno o terra cruda, piccolo artigianato, lavori in casa, raccolta legna,  etc etc etc) per imparare ed esercitare nuove forme di interazione e collaborazione. In tal caso la celebrazione attraverso la condivisione del cibo, la danza, il canto e tutto ció che amiamo tanto potrebbe risuonare all'ottava superiore.  Parte dell'intento é che ognuno possa portare i suoi talenti, condividerli e trasmetterli al prossimo.

Per quel che mi riguarda posso portare gli strumenti propri della permacultura, sia in fase progettuale che operativa, e la pratica del cerchio e della parola dolce.

Inoltre sarebbe parecchio bello che questi cerchi fossero aperti non solo alle persone che hanno giá avuto modo di partecipare ad un incontro rainbow, bensì anche a tutte quelle realtà comunitarie e di coabitazione presenti sul territorio, oltre che a tutti i nostri amici interessati.

Affinché attraverso la condivisione di esperienze differenti si possa incontrare naturalmente la strada per esaudire un desiderio presente nel cuore di molti di noi: trovare nuove terre di cui prenderci cura e nuovi spazi dove poter un giorno vivere insieme (inSeme)🌱. Ma vogliamo anche coltivare il seme del benessere dentro di noi, cosicché, dopo gli incontri, al tornare alle proprie Vite, possiamo espandere quel benessere, sapendo di essere sostenuti in una rete piú Umana.

Si pensava che ci si potrebbe  incontrare  di nuovo per la prossima luna, il 19 febbraio 2019. Chi di voi potrebbe essere interessato/disponibile?  In caso Gaia ha dato disponibilità di ospitare a casa sua max 6 persone, a Santa Fiora sul sacro monte Amiata, altrimenti, se dovessimo essere  piú numerosi, ci attiviamo per trovare una sistemazione piú congeniale. Un grande abbraccio 

Claudio Gaudio - cir.informa@gmail.com

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domenica 20 gennaio 2019

Alberi come espressione bioregionale della natura....

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Un grandissimo problema oggi è la sistematica distruzione dei boschi che sono parte integrante e di primaria importanza per il nostro ecosistema. Per questo motivo ho scritto un libro intitolato “2020, il nuovo Messia”, che parla proprio della mentalità speculativa che sta distruggendo la Natura, la flora, la fauna, i nostri alberi e … di conseguenza anche noi.

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Alberi chiamati sacri perché una volta queste piante venivano considerate
manifestazione delle divinità, a loro si pregava per chiedere protezione e
aiuto e hanno ispirato miti bellissimi e fantastici.
In quasi tutte le tradizioni troviamo l’albero cosmico, asse dell’universo con
le sue radici affondate negli abissi sotterranei e con i suoi rami che
s’innalzavano fino al cielo. Essendo l’albero verticale esso congiunge
l’universo uraniano con i baratri ctoni, i dei dei cieli con quelli degli
abissi. Un’immagine che troviamo anche nella croce, simbolo delle chiese cristiane
adottato dalla religione cristiana soltanto verso la fine del quarto secolo,
ancora senza il Cristo crocifisso sopra. Queste immagini le ho riprese dal
libro “La favola di Cristo” di Luigi Cascioli, ricercatore storico di fama
internazionale.

Il nostro corpo è fatto in forma di croce; simbolicamente la croce significa
la completezza, la barra orizzontale è la madre terra, quella verticale il dio
sole, la forza fecondante di ogni vita. Simboli della completezza sono anche il
lingam e lo yoni della tradizione shivaita ed il Ying e Yang cinese.
L’albero è ermafrodita nella maggior parte dei casi e anche l’albero cosmico è
ermafrodita. E’ una pansessualità cosmica che riporta alle origini dell’uomo,
alla sua completezza. Un albero dà appieno questa idea, anche perché abbattuto
può rinascere dalla talea o può rigenerarsi da solo grazie ai germogli che
crescono ai suoi piedi, un po’ come dalla costola di Adamo nasce Eva. I fiori,
in molti alberi, sono maschi e femmine allo stesso tempo, in altri invece
fioriscono sullo stesso albero il pistillo femmina e lo stame maschio.
Dai primordi certi alberi grandi venivano ritenuti sacri come per esempio le
querce, i frassini, i baobab, etcetera, e dall’osservazione della natura che
muore e poi risorge sono nati molti credi e religioni.
San Bernardo di Chiaravalle lasciò scritto: “Troverai più nei boschi che nei
libri. Gli alberi e le rocce t’insegneranno le cose che nessun maestro ti
dirà.”
Infatti, gli dei venivano immaginati prendendo spunto dai fenomeni osservati
nella natura: i vulcani, il fuoco, i fulmini, il tuono, il mare, il cielo, la
terra della dea madre, gli animali, il vento e naturalmente anche gli alberi.
Nella mitologìa nordica, descritta nell’Edda intorno al 1225, vengono
raccontati molti miti di origine antichissima tra i quali quello del gigantesco
frassino Yggdrasill, asse del mondo con i suoi rami che giungono fino ai cieli
e con tre larghissime radici che affondano nei regni sotterranei; da una di
queste radici che porta al regno dei morti sorge una fonte, necessaria a
nutrire l’albero e ad irrigare con la sua acqua tutta la terra. Dall’acqua
scaturisce la vita e traendo origine proprio dal regno dei morti allude
chiaramente al riciclaggio della vita. Vita, morte e nuova vita, come una
risurrezione insegnataci dall’andamento delle stagioni.

Ancora oggi festeggiamo questo naturale fenomeno con l’albero di natale, e la
rinascita ogni anno del bambin Gesù non è altro che la rinascita del sole, il
solstizio, la premessa per far ricrescere la vita.

La stessa rinascita si incontra anche in altre e più antiche religioni. Come
nell’antico Egitto con Osiride fatto a pezzi che poi resuscita o come nei riti
sciamanici che rappresentono lo svolgersi tra morte e rinascita sia dell’uomo
come anche della vegetazione.
Yggdrasill significa corsiero di Ygg, uno dei nomi del dio Odino o Wotan. Ygg
stranamente non significa frassino, ma bensì quercia, in tedesco Eich, in
olandese eik e in inglese oak. Probabilmente uno scambio che sarebbe
interessante verificare meglio.
Come il da noi meglio conosciuto albero del paradiso, anche presso Yggdrasill
abita un enorme serpente chiamato “Nioggrh”. Anche sotto quest’albero della
vita nasce l’acqua fecondante e della conoscenza dove il dio Ygg, Odino o
Wotan, il padre di tutti gli dei nordici ha dovuto essere iniziato tre volte
per diventare maestro di saggezza e di conoscenza occulta.
Queste iniziazioni, durante le quali il dio, ferito da una lancia e appeso a
testa ingiù per nove notti tra i rami del frassino Yggdrasill, fa pensare a
certe iniziazioni sciamaniche e anche a Gesù inchiodato alla croce col cuore
trafitto dalla lancia di un centurione. Infatti, non c’è niente di nuovo nel
nostro immaginario religioso, tutto proviene dall’umano inconscio collettivo,
dal nostro immaginario archetipico pensato e ben descritto da Carl Gustav Jung,
uno dei padri della psicoanalisi moderna.
Odino invece ferisce sé stesso, non beve, non mangia e si sottopone ad una
morte rituale, iniziatica. Ed è così che ottiene la conoscenza. Odino vede,
anche se è cieco, come lo era Omero, come l’indovino Tiresia accecato dalla dea
Atena, come l’Edipo incestuoso che si cavò gli occhi per espiare il suo
tremendo anche se non volontario peccato. Tutti costoro vedono con gli occhi
dello spirito, cosa che fa pensare al terzo occhio indiano, l’occhio divino
della vera e più profonda conoscenza.
Odino resuscita come lo sciamano fatto a pezzi, come Gesù, come il dio egizio
Osiride.

Quando poi, come musicato in modo sublime da Wagner nel Crepuscolo degli dei, die Goetterdaemmerung, anche gli dei vengono colpiti dall’apocalisse e l’enorme lupo Fenrir divora Odino insieme a quasi tutti gli altri dei, solo l’albero
primordiale Yggdrasill, benché danneggiato, è rimasto in piedi, allora succede
il nuovo miracolo: “La terra uscirà dal mare e sarà verde e bella”.
Ecco il diluvio universale, descritto nel vecchio testamento da una cultura a
noi più conosciuta o comunque più tramandata, oggi si direbbe pubblicizzata.
Un uomo chiamato Ask viene foggiato dal frassino cosmico e una donna chiamata Embla dall’olmo.

Anche Omero e Esiodo parlano di leggende sull’origine degli uomini, uomini
nati dalla quercia e dalla roccia, interessante associazione tra la pietra e
l’albero sacro ricorrente in molte culture antiche. La pietra sacra, il menhir
o bethel, parola che in semitico significa casa di dio, l’omphalos greco,
l’ombelico del mondo, il lingam indiano, tutte dimore dello spirito.
La pietra eterna, ricordiamo anche la Ka’aba alla Mecca, è simbolo di vita
statica, l’albero invece è simbolo di vita dinamica che si rinnova sempre in
una continua rigenerazione, muore e risorge.

Il frassino era consacrato anche a Posìdone, come la quercia a suo fratello
Zeus. Nell’Egitto dei faraoni invece gli dei abitavano il sicomoro sacro.
In Mesopotamia l’albero sacro della vita era il Kiskanu.

In India abbiamo la “ficus religiosa” conosciuta soprattutto perché ai piedi
di quest’albero il Buddha raggiunse l’illuminazione.
In Cina viene venerato il Qian Mu, legno eretto, albero dell’inizio di tutto.
Importante è anche il gelso considerato sacro e ermafrodito, simbolo
antecedente alla divisione tra Ying e Yang, della femmina e del maschio, dello
scuro e del chiaro, della terra e del cielo.

Non possiamo dimenticare l’albero cosmico degli Inca nell’America del Sud, che
scaturisce dal corpo di una dea con accanto Quetzalcoatl, il serpente piumato,
dio della morte e della rinascita; come serpente è ctonio, sotterraneo, ma dal
suo sacrificio sul rogo fa rinascere il sole.
Con tutte queste deità, spiriti, spiritelli dimoranti negli alberi di tutto il
mondo, salvo naturalmente sopra i poli, si può affermare con Mircea Eliade che
“mai l’albero è stato adorato unicamente per sé stesso ma sempre per quel che
si rivelava per suo mezzo”.
L’albero col quale l’uomo in passato viveva in grande simbiosi deve avergli
dato l’impressione di vedere in lui l’origine dell’universo.
Gli uomini della pietra forse si dovrebbero chiamare gli uomini degli alberi o
del legno, di più facile lavorazione dei sassi durissimi, ma di non lunga
conservazione. I legni lavorati, così antichi, sono scomparsi nel tempo.
In provincia di Viterbo nei pressi di Latera troviamo il laghetto di Mezzano
dove sono stati rinvenuti strutture lignee di palafitte dell’età del bronzo di
circa 4000 anni fa. Un altro luogo interessantissimo e direi addirittura
impressionante si trova nei pressi di Avigliano Umbro ed è la foresta fossile
di Dunarobba, dove si possono vedere tronchi d’albero in legno conservati
miracolosamente per circa tre milioni d’anni. Qui si tratta di legno non
fossilizzato in pietra rimasto protetto sotto uno strato di una trentina di
metri di argilla. Alberi, di una specie di conifere che oggi non esistono più
ma simili alla sequoia, che crescevano sulla sponda di un lago vastissimo in un
clima caldo e umido, dove vivevano mammuth e diverse altre razze di animali
preistorici.
Col legno gli uomini costruivano capanne, dimore per adorare gli dei,
palizzate per la loro difesa; l’albero era anche il “Padre del fuoco” e
attraverso l’esempio dei fulmini, l’autocombustione e i vulcani impararono ad
accendere essi stessi il fuoco col quale potevano cucinare, riscaldarsi, vedere
nel buio della notte e difendersi dagli animali feroci. Si otteneva dalle api
che si annidano negli alberi, la cera, il miele, l’idromele, il miele
fermentato, il nettare degli dei creduto utile per ottenere l’immortalità.
Inoltre gli alberi regalavano agli umani diversi frutti, quelli freschi da
mangiare a maturazione o da seccare e quelli indeiscenti nella loro buccia dura
come le noci e le nocchie che essendo a lunga conservazione venivano consumate soprattutto durante l’inverno e che macinati producevano una farina e così  anche il primo pane. Da certi alberi escono resine con le quali produrre
catrame, pece, profumi, aromi e incenso. La prima arma dell’uomo, oltre ai
sassi che si potevano scagliare, sarà senz’altro stato il bastone, in seguito
la lancia e poi l’arco con la freccia.
Esiste nell’immaginario umano un albero che vuole forse dimostrare il
contrario di tutto, l’interscambiabilità tra positivo e negativo, la morte che
crea l’humus per la vita, una connessione tra il basso e l’alto, una energia di
eterno ricambio, un albero sciamanico presente in diverse culture, quelle dei
Lapponi, degli aborigeni australiani, che si ritrova nell’esoterismo ebraico
come anche nella tradizione islamica, descritto da Platone e da Dante, ed è
l’albero rovesciato, in India chiamato Asvatta e precedente almeno di 2000 anni
a Buddha.

Le sue radici si affondano nel cielo e con le fronde copre la terra.
Un’energia spirituale, primordiale discende dalle radici verso i rami che si
estendono verso la terra per illuminare l’uomo.
Un altro albero della vita con i suoi sette bracci che corrispondono ai sette
pianeti è quello mesopotamico che si ritrova riprodotto nel candelabro a sette
bracci ebraico, la menorah, modello consegnato da Dio a Mosé.
Anticamente gli alberi sacri servivano anche da oracolo come la quercia di
Dodona sul luogo dove una volta si ergeva il santuario dedicato a Zeus ai piedi
del monte Tamaro. Nel quinto secolo questo tempio diventò chiesa cristiana e
sede vescovile. Una religione sopra un’altra e dove una volta sacerdotesse
dicevano le profezie interpretando il fruscio del fogliame ora regnano i
preti.
La vera divinità dell’albero era sempre rappresentativa della Grande Dea
Madre, la Terra, creatrice di tutta la vita.
Le querce venivano chiamate dagli Elleni antichi “prime madri”.
Siccome le querce in quanto onorate come sacre non venivano abbattute potevano anche superare i duemila anni e infatti nelle torbiere si sono ritrovati
tronchi giganteschi e nel 1690 circa un celebre botanico riferisce di una
quercia con un tronco del diametro di dieci metri e si parla anche di una
quercia che poteva dar riparo a trecento uomini e i loro cavalli.
Gli alberi più grandi e più vecchi si sono trovati nelle Montagne Rocciose,
come la sequoia gigante che supera i centotrenta metri di altezza e i trentasei
metri di circonferenza e che può vivere fino a quattromila anni, nella stessa
regione si trovano dei pini di alta montagna che addirittura possono arrivare a
cinquemila anni. In Giappone fu scoperto un Ginkgo Biloba, che sopravvisse
inalterato per centocinquanta milioni di anni. Questo mitico albero fu trovato
in un bosco sacro vicino ad un tempi.
Non posso fare a meno di nominare il famoso libro “Il ramo d’oro” di Frazer.
Il ramo d’oro è simbolo della luce iniziatica, riesce a trionfare sulle ombre
infernali del regno di Plutone e di far resuscitare. L’albero del quale fu
colto questo ramo da Enea era un leccio, una quercia verde considerato un
albero infernale, ma anche albero della resurrezione.
Il dio della rinascita, cioè quello che fa ribollire la linfa alla vita
dormiente con i suoi culti orgiastici, figlio di Zeus e protettore degli
alberi, era il dio della vite Dioniso, colui che muore e rinasce, un vero dio
della natura chiamato “colui che vive ed opera negli alberi” o anche “colui che
è nell’albero”. 
Il pino è l’albero di Dioniso, ma le sue piante predilette sono l’edera e la
vite, che servono per raggiungere il delirio dionisiaco e l’orgia menadica. Le
celebrazioni dei cosiddetti misteri dionisiaci venivano condotte da sacerdoti
eunuchi oltre che nei paesi del vicino oriente anche nella Roma antica
all’inizio della primavera. I celebranti si autoflagellarono, alcuni neofiti
addirittura si castrarono allo scopo di rianimare il dio morto e con lui tutta
la natura che in quel periodo inizia a germogliare. Il giorno dell’equinozio,
dopo due giorni di lamenti funebri, ebbe inizio l’Hilaria, la sfrenata,
licenziosa festa della resurrezione divina, i cosiddetti baccanali. Oggi da noi
esiste ancora la tradizione del Carnevale, pallida imitazione delle feste di
allora.
Un altro mito riguarda invece l’albero della mirra, che era anche il nome
della figlia di un re dell’Assiria. Questa signorina innamoratasi pazzamente
del padre riuscì con l’inganno a giacere con lui per dodici notti di seguito.
Quando il re si accorse del rapporto incestuoso con la figlia la volle uccidere
con un pugnale, ma Mirra pregò gli dei di renderla invisibile ed essi per pietà
la trasformarono in un albero, l’albero della mirra. Nove mesi dopo nacque da
quel albero il più bello di tutti “Adone”, nato da quel atto proibito,
l’incesto tra il re e sua figlia.
Probabilmente il primo albero piantato e coltivato dagli uomini, cioè dai
Sumeri circa seimila anni fa è la Phoenix dactilifera, la palma da datteri,
conosciuta anche per essere servita da riparo alla nascita di Apollo, dio
guerriero e figlio di Latona e di Zeus, che aveva fatto una volta di più le
corna a sua moglie Era.

Apollo era anche il dio della divinazione, della musica e della pastorizia,
ebbe, così padre così figlio, numerosi amori con ninfe e giovani uomini poi
tramutatisi in fiori o alberi, tra i quali Giacinto e Ciparisso (cipresso) e la
ninfa Dafne che per sfuggire alle sue brame si tramutò in un albero di lauro,
chiara allusione alla sua stretta unione con la vegetazione, con la natura.
Gli alberi hanno un’anima. E’ stato dimostrato che una qualunque cellula è
autonoma e possiede un sistema che ne regola l’equilibrio e la difesa, in
potenza un principio di vita psichica. Esperimenti hanno dimostrato che le
piante reagiscono a certi input e che possono sentire benessere, paura, dolore
e inoltre che sono capaci di memorizzare.
Io ritengo che tutto ha un’anima, basta toccare, vedere anche una pietra, ma
un albero, soprattutto quando è grande e maestoso irradia qualcosa di magico
che in tempi antichi veniva percepito come se ci fosse al suo interno una
deità.

Allora quel albero veniva adorato e protetto, ai suoi piedi veniva eretto un
altare, come ancora oggi vien fatto in India.
L’albero, in questo modo, poteva arrivare ad un’età avanzatissima lasciando
crescere intorno ad esso un bosco sacro come per esempio ad Uppsala in Svezia e  anche più vicino a noi a Nemi a sud di Roma o come i boschi sacri che
protessero la nascita, l’illuminazione e il trapasso di Buddha.
I boschi sacri, chiamati “nemeton” sono esistiti presso molti popoli ed in
tutti i continenti. Purtroppo a causa dello sfruttamento dei legni, per ragioni
belliche e religiose molti di questi “nemeton” sono andati distrutti.
La prima e la seconda guerra mondiale hanno causato un disboscamento
sistematico, ma molto prima ancora con l’avvento del cristianesimo i missionari
cristiani per rendere impossibile il culto pagano degli alberi li hanno fatti
distruggere e di questo esistono purtroppo numerose testimonianze ben
documentate.

Naturalmente il cristianesimo ci mise secoli per convertire i pagani e mano
mano dei monaci si stabilirono nelle foreste sacre e vi fondarono monasteri.
Sul monte Cassino, Benedetto da Norcia, in mezzo alla folta foresta dove
sorgeva un tempio dedicato ad Apollo costruì la chiesa del Dio unico; il
monastero di Castel Sant’Elia qui in provincia era un tempio di Venere e vale
la pena di andare a farci una visita.
Ogni albero ha la sua storia ed impersonava spesso delle ninfe come per
esempio il tiglio, il pino nero, il pioppo bianco, il noce e il mandorlo.
L’albero più significativo delle tre religioni monoteistiche, cioè quella
degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani, è senz’altro l’ulivo che con il suo
olio “crea la luce”, che è “l’asse immobile della terra”, che rappresenta
Abramo l’antenato comune degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Il
ramoscello d’ulivo portato dalla colomba a Noé é anche qui il segnale di nuova
luce e la ripresa della vita sulla terra.
Il fico invece è servito con le sue foglie a coprire le vergogne di Adamo ed
Eva, ma è anche l’albero dedicato a Dioniso ed a Priapo, il dio fallico per
eccellenza ed i falli portati in processione venivano appunto scolpiti con il
legno di questo albero. Il fico, frutto succulento e ricolmo di semi quando è
maturo simbolizza sia il maschio che la femmina, un significato ancora oggi
molto vivo e talvolta anche volgare.

Atlante, colui che sostiene la terra, era il guardiano del giardino della dea
Era, moglie di Zeus, dove cresceva un melo dai frutti d’oro, che lei aveva
avuto in dono dalla madre terra. Un giorno Era si era accorta che le rubavano
le mele e perciò ordinò al drago Ladon di attorcigliarsi intorno al tronco
dell’albero in modo che nessuno potesse avvicinarsi.
Il serpente con l’albero ci ricorda chiaramente l’Eden di Adamo ed Eva e anche
l’albero cosmico nordico con il suo gigantesco serpente Nioggrh.
Ad Adamo un pezzo del frutto proibito è rimasto nella strozza e a tutt’oggi si
vede chiaramente il nostro pomo d’Adamo.
Adamo viene spesso rappresentato come androgino, infatti viene creato “maschio e femmina”, viene creato al plurale e solo dopo ha luogo la divisione in due, cioè nel maschio e la femmina.
L’albero ermafrodito era il simbolo più adatto per rappresentare l’uomo
primordiale proprio perché capace di moltiplicarsi in maniera asessuata
attraverso i rametti che nascono ai suoi piedi. Un albero tagliato può
rigenerarsi rispuntando dalla terra.
Con l’affermazione del Cristianesimo veniva adorato soltanto un pezzo di legno
morto, cioè la croce e l’adorazione degli alberi vivi e sacri veniva vietata.
In conseguenza da ciò nacque un monoteismo dogmatico ed intollerante. L’anima e  il corpo vengono separati in un dualismo spesso atroce e causa di grandi
sofferenze e frustrazioni.

Claude Lévi-Strauss ha scritto:
“Da aperta che era un tempo, l’umanità si è sempre più rinchiusa in sé stessa.
Tale antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che
oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo, in lei
tutto era un segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno nel suo
intimo percepiva. Avendolo perso, l’uomo di oggi la distrugge e con ciò si
condanna.”
Spero che d’ora in poi possiate guardare agli alberi ed alla Natura tutta con
occhi e sentimento diversi.
Grazie per l’attenzione.
Peter Boom
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sabato 19 gennaio 2019

Fagiano comune, ma non tanto …


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Stamane al risveglio ho sentito diverse volte il tipico verso del fagiano, il suono emesso era talmente potente che ho pensato fosse appena dietro la siepe del mio giardino (un fagiano ha un suono talmente forte e acuto che si può udire fino a un chilometro di distanza), ho quindi supposto fosse nel frutteto del vicino, a una ventina di metri di distanza, quindi oltre la siepe e la recinzione.

Con mia somma sorpresa affacciandomi dalla finestra del bagno al primo piano ho potuto ammirarne l’imponente presenza nel mio giardino, al di qua della siepe e della recinzione e non meno di dieci metri di distanza. Aveva deciso di venire a farmi visita, stava beatamente in posa immobile osservandomi bello pasciuto, un esemplare di straordinaria bellezza e dimensione (un paio di kg, probabilmente) e nemmeno la presenza a pochi metri della mia cagnolina intenta ai suoi bisogni fisiologici, lo ha minimamente turbato. E li è rimasto per un quarto d’ora finché non è sparito senza emettere versi e rumore alcuno, almeno non udibile dall’interno della casa, cosa peraltro strana, perché quando prendono il volo sono piuttosto rumorosi, a causa delle lor dimensioni.

Sebbene il nome popolare sia di “fagiano comune”, la definizione trae in inganno, perché di comune come avvistamento non lo è affatto.

Questo esemplare era un Phasianus colchicus di rara purezza e integrità, cioè un fagiano senza il tipico collarino bianco al collo. Dopo aver letto questo breve articolo forse porrete maggiore attenzione e vi accorgerete che quando ne avvistate uno quasi certamente noterete il collare bianco al collo, perché sono quelli prevalenti negli allevamenti a scopo venatorio (voliere apposite definite fagianerie), perlopiù “Mongolia o mongolico” oppure “Torquato” o “Formosano” (di Formosa) provenienti originariamente dalla Cina, frutto di innumerevoli ibridazioni locali che ha prodotto meticci di tutti i  i generi, ormai non classificabili. 

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Il colchico invece è ormai a tutti gli effetti da ritenersi autoctono, in quanto importato dai romani oltre 2000 anni fa dai territori da cui prese il nome, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, lungo il fiume Phasis (attuale fiume Rion, che nell’antichità diede il nome all’omonima città situata presso la palude del Paleostom), nella leggendaria Colchide (Caucaso), nella quale secondo la mitologia greca vivevano le Amazzoni guerriere ed era la destinazione della spedizione degli Argonauti che guidati da Giasone si riproponevano di riconquistare il vello d’oro.

Anche un semplice avvistamento di un esemplare di fauna selvatica può ispirare un approfondimento tematico di natura storico culturale. Nulla avviene per caso e tutto è correlato e interconnesso, siamo noi che dobbiamo porre attenzione e trarre ispirazione da ogni singolo evento, anche se apparentemente marginale e poco significativo, distogliendoci dalle nostre incombeste materiali.

In quarant’anni di vita, una metà dei quali vissuta nella vigilanza volontaria istituzionale altamente qualificata, mi sarà capitato solo un paio di volte di avvistare un fagiano colchico, perché delle centinaia di osservati, sia a terra che in volo, erano tutti col collare bianco al collo, oppure femmine, che a causa del fortissimo dimorfismo sessuale sono completamente diverse e mimetiche col terreno, con il loro piumaggio marrone. La distinzione delle specie nelle femmine (troppo simili tra loro) è praticamente impossibile all’osservatore comune, difficoltoso persino per un ornitologo esperto.

Quindi è solo tramite il variopinto e splendido colore del piumaggio dei maschi che possiamo distinguere le varie specie e sottospecie.

L’esemplare avvistato, seppur anch’esso di sicura provenienza d’allevamento, per le sue dimensioni belle pasciute, è molto probabilmente di quelli geneticamente con forti tracce originarie, che lo hanno facilitato nell’adattamento all’habitat antropizzato, favorendolo nella lotta per la sopravvivenza, nonostante la pressione venatoria e antropica che rende loro la vita alquanto difficile. Per questo non definisco un semplice fagiano, quello che mi ha recato visita stamane.

Claudio Martinotti Doria

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venerdì 18 gennaio 2019

La pianta della longevità esiste... è la Moringa Oleifera


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La pianta della longevità esiste. E’ la Moringa Oleifera: moltiplica la vita. Ogni pianta ha mille fiori che profumano come un gelsomino, ma nel sapore ricorda gli asparagi. Chi la conosce l’ha ribattezzata “albero della vita” e di lei non si butta via niente. Contiene più vitamine e minerali di qualsiasi altra pianta si conosca. E’ originaria delle zone calde ed aride dell’India e si è diffusa, grazie all’uomo, anche in Africa. 

Tutte le parti dell’albero sono commestibili, infatti viene utilizzata come Super Food in Africa e in Sud America per combattere la malnutrizione. Il suo contenuto proteico riguarda in particolar modo il fogliame e i semi. Il 25% del peso delle foglie (100gr) sono proteine: quanto le uova o il doppio del latte: il contenuto di ferro è 25 volte maggiore degli spinaci, contenuto di calcio 15 volte maggiore del latte, contenuto di potassio 15 volte maggiore delle banane. Ciascun baccello contiene 16-22 semi (conosciuti come potenti afrodisiaci) da cui si estrae dal 30 al 50% di olio: dolce e saporito, non diventa rancido ed è di elevata qualità. 

Contiene infatti dal 65% al 76% di acido oleico, un valore simile a quello dell’olio di oliva. Estratti gli oli dai semi, la pasta residua contiene il 60% di proteine pregiate: una quantità enorme se si considera che il residuo dell’analogo trattamento della soia produce dal 30 al 35% di proteine. Proprio la pasta di semi viene usata per purificare l’acqua potabile: lo sapevano già nell’antico Egitto, quando sfruttavano le proprietà della farina. Il suo indice ORAC, acronimo di “Oxygen radical absorbance capacity” (che misura il potere antiossidante degli alimenti che combattono contro i radicali liberi presenti nel nostro organismo) è di 157.600 punti (contro 35.000 delle bacche di goji). 

I suoi impieghi curativi nell’ambito della medicina naturale spaziano dalla cura del raffreddore e della febbre all’impiego nel trattamento delle infiammazioni, problemi digestivi e ipertensione. Stimola il sistema immunitario, favorisce la circolazione, è un antiaging naturale e cura l’acne. Lo sa bene la FAO, che l’ha nominata coltivazione del mese nel settembre 2014. 

Prof. Luigi Campanella

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Dipt. Chimica Università “La Sapienza”, Roma

giovedì 17 gennaio 2019

L'Italia produce rifiuti... 489 kg per abitante,


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Dal rapporto sui rifiuti urbani, di recente pubblicato da Ispra, emerge che, nel 2017, ogni cittadino italiano ha prodotto 489 kg per abitante, quantitativo lievemente inferiore a quello prodotto lo scorso anno.
I valori più alti di produzione pro capite si registrano al Centro, 538 kg per abitante, ma con una contrazione di 10 kg rispetto all'anno precedente, mentre, nel Nord Italia, il procapite è di poco superiore a 500 kg, anche qui in via di riduzione, 7 kg meno, infine, al Sud, il dato si attesta a 442 kg, con una riduzione di 8 kg rispetto al 2016.
Andamento%RU
Per quanto riguarda invece la raccolta differenziata, nel 2017, a livello nazionale la percentuale ha raggiunto il 55,5%, con una crescita di tre punti rispetto al 2016.
In valore assoluto, i rifiuti raccolti in modo differenziato sono circa 16,4 milioni di tonnellate:
  • circa 9,2 milioni di tonnellate al Nord, pari al 66,2%
  • 3,4 milioni di tonnellate al Centro, pari al 51,8%
  • 3,8 milioni di tonnellate al Sud, pari al 41,9%
Andamento%RDLa raccolta pro capite nazionale raggiunge 272 kg abitante per anno.
Al Nord si raggiungono i 333 kg abitante/anno (+5 kg rispetto al 2016), al Centro si registrano 279 kg procapite (+13 kg abitante/anno) e al Sud si arriva a 185 kg per abitante.
Raccolta differenziata per singole frazioni merceologiche.
La raccolta frazione organica, ovvero rifiuti biodegradabili provenienti da cucine, mense, manutenzione giardini e parchi, raccolta presso i mercati e da compostaggio domestico, è pari a 6,6 milioni di tonnellate, in aumento di 1,6% rispetto al 2016
La raccolta cellulosica si attesta a 3,3 milioni di tonnellate, con una crescita dell'1,8% rispetto al 2016; il quantitativo raccolto al Nord e al Centro si mantiene sostanzialmente invariato mentre cresce al Sud (+ 6,2% rispetto al 2015)
La frazione organica e quella cellulosica rappresentano insieme il 60% del totale della raccolta differenziata del 2017. Queste, insieme a legno e tessuti, rappresentano i cosidetti rifiuti urbanibiodegradabili.
La raccolta differenziata del vetro supera i 2 milioni di tonnellate, con una crescita dell'8,2% rispetto al 2016.
Per i rifiuti in legno si registra, tra il 2016 e il 2017, un aumento della raccolta dell'8,2%. I quantitativi intercettati in modo differenziato superano le 800 mila tonnellate di cui il 16% rappresentato da rifiuti da imballaggio.
Fa registrare segno positivo anche la raccolta dei rifiuti metallici (+8%), attestandosi a 320 mila tonnellate nel 2017. Per questa frazione si stima che il 43% circa del totale raccolto sia rappresentato da imballaggi.
Per quanto riguarda, infine, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), il quantitativo raccolto si attesta a oltre 240 mila tonnellate, dato più contenuto rispetto a quello pubblicato dal Centro di Coordinamento RAEE, che stima una raccolta di oltre 296 mila tonnellate.
La produzione dei rifiuti urbani a livello regionale
Quasi tutte le regioni italiane fanno registrare una riduzione nella produzione di rifiuti urbani nel 2017.
Le maggiori contrazioni si registrano in Umbria (-4,2%), Molise (-3,1%), Basilicata (-2,8%), Toscana (-2,6 %).
Al contrario 4 regioni incrementano il quantitativo di rifiuti urbani prodotti, si tratta del Trentino Alto Adige (+2,7%), Valle d'Aosta (+1,4%), Friuli Venezia Giulia (+1,2%) e Marche (+0,8%). 
La regione con la maggiore produzione pro capite di rifiuti urbani è l'Emilia - Romagna, 642 kg per abitante anno (1,7% in meno rispetto al 2016), seguita dalla Toscana, 600 kg procapite (2,6% in meno rispetto al 2016). Oltre a queste due regioni fanno registrare un procapite superiore alla media nazionale (489) altre 6 regioni, Valle d'Aosta, Marche, Liguria, Umbria, Lazio e Trentino Alto Adige.
procapiteRU_regioniI minori valori di produzione pro capite di rifiuti urbani si registrano in Basilicata (346 kg abitante/anno), Molise (378 kg abitante anno) e Calabria (395 kg abitante anno).
Questi dati non tengono conto della popolazione fluttuante (legata ad esempio ai flussi turistici) e neppure dell'assimilazione che fa computare nel valore complessivo anche rifiuti derivanti da attività artigianali, di servizio e commerciali.
Per quanto riguarda la raccolta differenziata, nel 2017, la regione con la più alta percentuale si è confermata il Veneto, con 73,65, seguito dal Trentino Alto Adige, 72%, Lombardia, 69,6% e Friuli Venezia Giulia con il 65,5%. Queste 4 regioni hanno raggiunto e superato l'obiettivo del 65% di raccolta differenziata previsto dalla normativa al 2012.
procapiteRD_regioniSi collocano al di sopra del 60% di raccolta differenziata:
  • Emilia Romagna, 63,8%,
  • Marche, 63,2%, 
  • Sardegna, 63,1%
  • Umbria, 61,7%,
  • Valle d'Aosta, 61,1%.
Tra il 55% e il 60%, troviamo il Piemonte, 59,3% e l'Abruzzo, 56%. Toscana e Campania fanno registrare percentuali di raccolta differenziata rispettivamente del 53,9% e 52,8%. Sotto la soglia del 50%, troviamo la Liguria, 48,8%, il Lazio 45,5%, la Basilicata al 45,3% ma con una crescita di oltre 6 punti rispetto al 2016. Superiore al 40% la Puglia, 40,4%, 6 punti in più rispetto al 2016, mentre sotto tale soglia troviamo la Calabria, 39,7%, anche in questa regione si registrano 6 punti in più rispetto al 2016, il Molise, 30% e la Sicilia che si attesta al 21,7%.
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Sempre rimanendo sui dati relativi alla raccolta differenziata, dal rapporto emerge che tutte le regioni del Nord, fatta eccezione per la Liguria, si collocano, a livello procapite, sopra la media nazionale, pari a 272 kg abitante per anno.
Superano tale media anche le Marche (337 kg abitante anno), la Toscana (324 kg abitante anno), l'Umbria (314 kg abitante anno) e la Sardegna (277 kg abitante anno). La regione con la più alta percentuale di raccolta differenziata si conferma l'Emilia Romagna, con 410 kg abitante anno, seguita dalla Valle d'Aosta, 357 kg abitante anno. I valori più bassi, invece, si registrano in Calabria e in Basilicata, entrambe a 157 kg abitante anno, e in Sicilia, 99 procapite ma con un incremento di 27 kg abitante rispetto al 2016.
La produzione dei rifiuti urbani su scala provinciale
Il rapporto di ISPRA evidenzia che 40 province italiane hanno raggiunto il 65% di raccolta differenziata, di questi 31 sono nel Nord (10 delle 12 province della Lombardia, tutte le province del Veneto, la provincia di Trento e quella di Bolzano, 3 su 4 del Friuli Venezia Giulia, 4 province in Piemonte, 4 in Emilia Romagna ed una in Liguria).
La provincia con la percentuale di raccolta differenziata più alta risulta Treviso (87,8%), seguita da Mantova (86,6%), Belluno (83,4%) e Pordenone (81,6%).
Sotto al 20% si collocano le province di Enna (11,3%), Siracusa (15,3%) e Palermo (17,3%).
distribuzione province per % RDDai dati emerge che, nel 2017, 69 province su 107 hanno raccolto in modo differenziato almeno la metà dei rifiuti urbani prodotti sul proprio territorio.
La produzione dei rifiuti urbani nelle città metropolitane
Le città metropolitane sono 14, fanno registrare complessivamente una produzione pari a 10,8 milioni di tonnellate, con un calo dell'1,8% rispetto al dato del 2016. Il procapite medio si aggira intorno ai 495 kg abitante/anno.
%RD_cittametropolitanaFirenze, con 592 kg pro capite, e Venezia, con 582 kg/anno, sono le città metropolitane con la maggiore produzione per persona anno, al contrario, i valori più bassi si hanno a Reggio Calabria, 386 kg abitante anno e Cagliari 457 kg abitante anno.
Nelle città metropolitane, la percentuale di raccolta differenziata è pari al 48,4%, 7 punti sotto il livello nazionale ma bisogna sottolineare che alcune città sono al di sopra del 65%, come nel caso di Venezia, che raggiunge il 68,5% e Milano con il 64,9%. Bologna, Firenze e Torino si attestano rispettivamente al 59,3%, 58,3% e 55%. Il valore più basso si ha a Palermo, che, seppur in crescita, raggiunge il 10,4%.
Testo di stefania Calleri

martedì 15 gennaio 2019

Plastica. Raccolta differenziata inutile?


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La Cina non vuole essere più l’immondezzaio del mondo. Da Pechino hanno annunciato che dal gennaio 2019 non prenderanno più plastica e carta dal resto del mondo per il riciclo. La chiamano yang laji, la spazzatura estera. E cosi hanno fatto.
Finiva in Cina circa il 50 per cento della plastica e della carta a livello mondiale, per un totale di 24 categorie di articoli e 7,3 milioni di tonnellate nel solo 2016. E ora? Che facciamo con la nostra plastica? Non si sa, certo è che una soluzione occorre trovarla, e occorre trovarla presto. Ma quale? 
Nessuno lo sa, e cosi in giro per il mondo la plastica che aspetta di essere riciclata continua ad aumentare. Londra, Ottawa, Dublino, Berlino, Washington, hanno visto montagne di plastica accumularsi … La plastica e la carta per ora giacciono un po’ dappertutto, in magazzini abbandonati o all’aperto nell’attesa di una risposta. Anche i piccoli e grandi business occidentali che ruotavano attorno al riciclaggio che partiva per la Cina sono adesso morenti.
La cosa triste però è che si pensa a esportare la spazzatura in Indonesia, India, Vietnam, Malesia, paesi che hanno già tanti guai ambientali per conto loro. Altre idee sono di incenerire i rifiuti e/o di mandarli in discarica anche se sarebbero in realtà riciclabili. Per fortuna però la capacità ricettiva di paesi terzi è limitata. Nessuno potrà davvero rimpiazzare la Cina da questo punto di vista. In più costruire inceneritori e anche trovare nuovi spazi per le discariche è difficile, e la gente non li vuole (giustamente). 
Cosi, per necessità, non certo per troppo amore, ecco che arrivano i nuovi annunci di leggi, divieti e idee per diminuire il consumo di plastica. Non ci vuole certo una laurea per capire se non sai dove la metti, forse è meglio non produrne più cosi tanto. Per esempio, in Gran Bretagna, Theresa May annuncia che entro il 2025 sarà eliminata gran parte della plastica inutile. Ha chiesto a supermercati e affini di introdurre reparti plastica-free dove tutto è venduto sfuso. Anche l’Unione europea chiede tasse su buste di plastica e impacchettamento e materiale mono-uso in risposta alla decisione della Cina. Fra le altre proposte: il 55 per cento della plastica prodotta in Europa dovrà essere riciclata in Europa entro il 2030. In questo momento, solo il 30 per cento della spazzatura prodotta in Europa, circa 25 milioni di tonnellate di plastica l’anno, viene riciclato in Europa.
Il Regno Unito ha mandato ogni anno una quantità di spazzatura in grado di riempire 10mila piscine olimpiche. Gli Stati uniti 13 milioni di tonnellate di carta e 1,4 milioni tonnellate di plastica: è il sesto più grande export degli Usa verso la Cina. Anzi era. In pratica per anni i container arrivavano dalla Cina con i prodotti “made in Cina” e gli Usa gli rimandavano indietro spazzatura. Tutto ciò ovviamente non è sostenibile.
In realtà l’annuncio dello stop della Cina era stato già dato nel luglio del 2017, quando la Cina notificò il World Trade Organization che per proteggere ambiente e salute voleva fermare l’importazione di plastica da paesi terzi (dal momento che mescolata alla spazzatura riciclabile c’è anche materiale tossico e inquinante). A volte quello che arrivava da oltremare non era davvero riciclabile oppure sporco. Ma l’Occidente ha fatto ben poco per prepararsi a questo problema. Usa ed Europa infatti per anni si sono preoccupati di fare la raccolta differenziata, ma senza sapere esattamente dove questa differenziata dovesse finire. Si, certo la Cina. Ma ora la Cina non si può più.
Ovviamente la soluzione c’è ed è al tempo stesso la più semplice ma anche la più difficile: cambiare i nostri stili di vita
Maria Rita D’Orsogna 
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domenica 13 gennaio 2019

PETIZIONE CONTRO LA CACCIA ALLA VOLPE IN TANA


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LAC e Rifugio Miletta hanno lanciato una petizione per chiedere al Governo una legge specifica che impedisca la caccia alla volpe in tana. La caccia alla volpe in tana è una pratica orribile: durante le battute di caccia cani appositamente addestrati entrano nella tana di una volpe e, incitati ed istigati dai cacciatori, ingaggiano un combattimento mortale con chiunque la occupi. La volpe, difendendosi, a sua volta ferisce i cani. Infine, stremata dalla lotta impari, la volpe muore azzannata e dissanguata, ed i cani, feriti, passano ad occuparsi degli eventuali cuccioli (LAC).

Carlo Consiglio - info@carloconsiglio.it

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Si suggerisce di firmare la petizione al link:  www.abolizionecaccia.it/stop-caccia-in-tana/