sabato 28 febbraio 2026

La guerra e la pace sono nella mente...

 


Cuccioli e bimbi. 
Nell’età neonatale non c’è separazione tra noi e il mondo. Non siamo ancora identificati con il corpo, tantomeno con il pensiero, come avviene invece a partire dall’età infantile, durante la quale prende consistenza l’incrollabile struttura detta io, nella quale, inconsapevolmente, ci identifichiamo.

Uno dei distinguo tra le due età risiede nella psicologia dell’espressione del bisogno: per i più piccoli corrisponde ad un’esigenza che qualcuno (la madre) soddisferà, mentre per i bambini, ad una pretesa carica di rancore-sofferenza se insoddisfatta o, al contrario, di ovvio diritto rispettato.
 
Ragazzini
Nell’età successiva, detta adolescenza, insieme alla separazione psicologica dai genitori, si compie l’affermazione definitiva della personale identità. Come già era nell’infanzia, anche in questa fase, ciò che proviamo ha diritto assoluto di essere ascoltato, il nostro stato interiore assume i caratteri dell’universalità, ciò che proviamo è posto al centro della realtà in modo direttamente proporzionale all’incapacità di esprimerlo. È una condizione narcisistica, ignara del mondo che alberga nel prossimo e incapace di tenerne conto. Non riconoscerla, non considerarla, non accudirla è peccato grave di chi riteniamo sia tenuto a farlo. In questa età, il giudizio corrisponde al reale stato della realtà.
Il transito dall’adolescenza all’adultità ha un che di iniziatico, in quanto il guscio narciso, entro il quale esaurivamo il mondo, si schiude mostrandoci quanto non vedevamo e tenevamo in conto. Si diviene un nuovo essere capace di coscienza dell’altro, quale esistenza altrettanto nobile alla nostra, da rispettare. Il prossimo non è più, come accadeva da ragazzini, una figura strumentale a noi, senza sentimenti ed emozioni, sensibilità, attitudini. E non poteva essere diversamente, in quanto a nostra volta non avremmo saputo dire quali sentimenti provassimo e quali emozioni ci muovessero.  

Grandi
La condizione adulta vive la responsabilità della realtà che la circonda, in particolare dei doveri nei confronti del prossimo, della cura l’educazione della prole e dei relativi coetanei in cui vede il futuro e in quella dei vecchi, nell’ultima età della vita, nei confronti dei quali porta riconoscenza e attenzione.
Se per quanto riguarda le epoche neonatale, infantile e adolescenziale, quanto tratteggiato fin qui, fatto salvo problemi psicologici relazionali, ha la sua attendibilità, per quanto detto per l’età adulta non è che la configurazione teorica. In questo momento storico infatti, lo stato adulto e la corrispondente responsabilità, non ha più la solidità di una scultura nella pietra, ma l’impermanenza di una scritta sulla sabbia. L’adulto di questi anni, forgiato nelle comodità fisiche e psicologiche non ha calli sulle mani, non ha coscienza dei sentimenti e delle emozioni che lo attraversano, non ne sa parlare, ne è dominato. La sua attenzione non è sulla responsabilità ma sul diritto. È una figura incompiuta, ovvero vulnerabile, proprio come un adolescente. Non avendo, quindi, coscienza di sé, non ha più il necessario per essere un mattone dell’edificio sociale.  

Vecchi
Il solco della tradizione, prima segnavia della vita, ora, riempito di cianfrusaglie e non solo, non ha più alcun potere, ma è pure denigrato. I vecchi sono divenuti un peso sociale e famigliare di cui sbarazzarsi, gli adulti si dedicano al piacere, gli studenti sono spezzettati come le specializzazioni di cui hanno il culto, i giovani sono irregimentati al servizio del lavoro e della replica, estranei a tutti i valori comunitari tranne a quelli liquidi fomentati bailamme d’informazione-intrattenimento digitale, che bombarda a grappolo loro e chiunque, i piccoli sono educati all’egoismo come prioritario principio dell’esistenza ridotta a competizione.  

Cultura
E come si sarebbe potuto evitare l’abisso dall’aspetto umano nascendo nella cultura materialista, nido e cielo dei nostri pensieri? Come avremmo potuto concepire altro che non fosse riducibile all’ascissa e all’ordinata cartesiana? Come sfuggire al dogma della scienza che, come un potente magnete posto in fondo al punto di fuga, ci risucchia velocemente, impedendoci così di riconoscere le maglie storpie della sua narrazione in cui il mondo e il vero sono tali in quanto resi evidenti dalle unità di misura che lei stessa ha inventato?

Controcultura
No, salvo risibili eccezioni, non si poteva sfuggire. Ma, c’è un ma. E anche di un’ampiezza, che qualunque avveduto nei confronti di ciò che comporta, potrebbe – se non dovrebbe – ridimensionare radicalmente l’arroganza antropocentrica e la relativa esaltazione del razionalismo, ramo del materialismo.
Si tratta delle tradizioni sapienziali, a mezzo delle quali gli uomini di tutta la terra hanno precisato da millenni che la realtà è maschera, che indossarne una o l’altra e difenderla conduce al male, embrione di ogni conflitto intimo o relazionale. Si tratta anche di pensatori noti e ignoti che, emancipati dalla egregore culturali che li aveva nutriti, hanno saputo riconoscere quanto il potere che è in noi sia regolarmente, indefessamente, mortificato, costretto entro gabbie di idee che crediamo nostre, con cui ci rappresentiamo, per le quali ci sentiamo in dovere di difenderle e combattere. E siamo di nuovo ad una vita vissuta nella sofferenza o, a volte, nell’esaltazione – nient’altro che un contraltare ugualmente vacuo – sotto il quale ci attende il buio del nichilismo. Un territorio in forma di centro commerciale dove credere di condurre una vita rispettabile o di tiro a segno, dove credere sia legittimo sopraffare il prossimo, convinti che le buone maniere possano bastare a sentirsi nel giusto. Un territorio virtuale che, al primo corto circuito, le reti della depressione e della disperazione ci agguantano per lasciarci nel secchio ad agonizzare, certi che la morte che vorremmo darci è il solo modo per uscirne.

Osservare
Se le tradizioni del mondo, ognuna a proprio modo, hanno precisato come e quando il malessere, e perciò anche il benessere, si attesta in noi, tra i pensatori più recenti, Nietzsche, con la sua Umwertung aller Werte, trasmutazione di tutti i valori, ha delineato un ulteriore, possibile, fase evolutiva dell’uomo e l’ha chiamata übermensch, oltre uomo. Ovvero di una figura capace di riconoscere le egregore che lo mortificavano e di emanciparsene mettendole così a tacere. Un uomo in grado di svincolarsi dall’egocentrismo, idoneo ad annullare il giogo del narcisistico vittimismo e di recuperare, perciò, la forza creativa a mezzo del potere della volontà, da lui definita di potenza, per distinguerla da quella dell’autoindulgenza. Una all’altezza della disciplina, l’altra inficiata dalla lassità.
Si tratta banalmente di un uomo realmente adulto, realmente all’altezza di prendersi la responsabilità di tutto e della propria condizione. Di un uomo consapevole che solo a mezzo dell’assunzione della responsabilità di tutto si passa dalla cruna dell’ago, dalla “porta stretta della conoscenza” (1), accedendo così alla miglior forza creativa, la stessa che Bergson ha definito slancio vitale.  

Uomo compiuto
 
L’uomo compiuto è consapevole che non esiste ragione superiore, che ognuna ha la sua radice e diritto d’esistenza, che eleggerne una sopra le altre è all’origine della guerra, che ogni affermazione che distingue, classifica e gradua è assolutamente autoreferenziale, che ogni giudizio separa l’unità che siamo. Vede quanto l’”esportazione della democrazia” sia in seno una camicia di forza delle culture soggiogate e anche che, tale veste, dovrebbe indossarla proprio chi la vuole imporre al prossimo. Sa che la ragione, il causa-effetto e la logica hanno diritto a un grande potere purché entro i limiti di contesti chiusi, tecnici, materiali, nei quali il meccanicismo a pieno diritto di dominio, ma totalmente fallace in quelli aperti, relazionali, umanistici.
Sa che la deriva illuminista ha sottratto all’uomo la dote per conoscere attraverso il sentire, quella per traguardare oltre le forme, per constatare che le sue novità sono fasulle e che si ripetono da sempre identiche, perché sa che i pochi sentimenti e le poche emozioni sono identiche in tutti gli uomini, in tutti i tempi e che, quindi, la loro combinazione non può che ripetersi frequentemente. Vede che ognuna di queste viene vantata da chi la esprime come fosse sua e nuova, ignaro della verità dell’iperuranio. Vede che ritorniamo con la medesima arroganza a difendere una nuova, dopo aver visto che la propria vecchia ora è in mano ad altri, al nemico.
Vede le ragioni energetiche che ci spingono ad un ruolo, che chiudono entro una condizione, che ci permettono la bellezza e l’amore. 
Vede come vivere in pace con sé e il prossimo. Vede che siamo prede di suggestioni dovute all’interpretazione egocentrica, vittimistica o prepotente.
Dunque, sa che la verità reclamata dagli uomini è solo entro il loro piccolo discorso biografico, necessariamente autobiografico, obbligatoriamente autoreferenziale.
Sa distinguere tra storia duale e uno universale, sa che nella prima risiede il conflitto e nel secondo la serenità.
Sa che porgere l’altra guancia non è un’allegoria per esprimerlo, in quanto significa soltantoemanciparsi dalla propria importanza personale per vedere cambiare il mondo. Che non farlo significa mantenerlo così com’è nonostante le intenzioni intellettuali nella bocca di tutte le parti in causa. Sa che capire non conta nulla e ricreare è necessario. Sa perciò cosa implica la guerra e come realizzare la pace. Infatti, ogni consapevole della parzialità obbligata delle proprie affermazioni, emancipato dall’importanza personale, avendo valicato le frontiere egoiche, libero dalle parassite imposizioni duali dell’io e del voi, esprime una forza di pace.

“Come nelle braccia di una donna amata perdiamo ogni distinzione fra l'esterno e l'interno, così l'essere umano abbracciato dall'assoluto onnisciente è soddisfatto in ogni suo desiderio; solo il desiderio dell'assoluto persiste, ogni altro sparisce, così come sparisce ogni dolore”.   Brhad-aranyaka-upanisad IV.3.21

Lorenzo Merlo



Nota
1.     Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza. Sensi, ragione e fede, Milano, Rizzoli, 2005.



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