venerdì 2 marzo 2012

Essere se stessi può divenire motivo di supponenza...? Un dialogo fra Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini

Paolo e Caterina a Treia


Caro Paolo, stamattina sono andata a guardare su Google il significato preciso di questo termine: “supponenza”, che tu usi con una certa frequenza, dicendo che, ad esempio il fatto di essere se stessi non dovrebbe essere motivo di supponenza.

La parola "supponenza" non so come (non la uso mai) mi é venuta fuori ieri mi pare (ma già me lo sono dimenticato) parlando del tuo dialogo con Daniele (http://www.circolovegetarianocalcata.it/2012/03/02/orizzonte-degli-eventi-causa-effetto-interessi-materialistici-spinte-ideologiche-menzogne-omissioni-e-contraddiz%e2%80%8bioni-lesempio-della-siria/)  
in cui forse ho ritenuto che tu potessi essere stato un po' supponente... sono senz'altro vere tutte le considerazioni che mi hai fatto dopo ed io mi tolgo tanto di cappello alla tua esperienza nelle battaglie su tutti i fronti che hai condotto, tenendo sempre presente che quel che hai fatto l'hai fatto seguendo la tua natura e senza nessun fine particolare, neanche quello di migliorare il mondo e allora di cosa ti stupisci se una persona che legge il Giornaletto forse in maniera un po' occasionale e - chissà? - superficiale? Se non coglie quello spirito di rifiuto dell'informazione tradizionale e di ricerca dei motivi per cui una certa informazione può essere pilotata per il tornaconto di un sistema a cui noi non aderiamo?

Tutto qui. Non so se Marinella Correggia non ha risposto perché non c'era niente da rispondere o se semplicemente riceve troppe mail per poter rispondere, non mi interessa... e se tu hai risposto così si vede che ritenevi di aver già parlato abbastanza.


Del signoraggio bancario però se ne può parlare per la milionesima volta.
Ciao, Caterina (Regazzi)

………

Mia risposta:

Infatti, Amore, occorre essere distaccati dalla propria opinione sapendo che rappresenta solo l’identificazione con un “momento” vissuto, con la situazione presente od in cui noi ci rispecchiamo…

Non c’è rimpianto, comunque nelle mie parole, se oggi le persone che comprendono i nostri discorsi sono poche.. buon segno, vuol dire che stiamo toccando una verità.. e comunque quella verità non è assoluta e può essere accettata unicamente da chi vibra in sintonia con essa.

Diceva sempre Tonino Bianconi, riferendosi ai partecipanti alle varie manifestazioni: “..meglio la qualità della quantità…”.
E ricordi la frase di Rutilio Sermonti ? (http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2012/02/rutilio-sermonti-la-ragione-contro-il.html):    "Prima balordaggine: dove mai aveva pescata la certezza che l'opinione migliore fosse quella professata dal maggior numero? Non certo dalla saggezza tradizionale, e neppure dall'insegnamento religioso (cristiano compreso), che aveva sempre dichiarato chiaro chiaro che la via percorsa dalle moltitudini conduce alla perdizione, mentre solo pochi trovano quella giusta."

Inoltre “l'essere se stessi” implica a volte anche la solitudine culturale.. e questo non dovrebbe sconvolgere la fedeltà verso se stessi.. altrimenti che integrazione è..? Per quel che riguarda la “supponenza” essa può essere percepita dall’osservatore come tale.. o può essere manifestata dall’operatore se in lui permane l’illusione dell’operare..

Ma se ciò non fosse...  allora quella stessa “supponenza” è semplice saggezza (riconosciuta o non riconosciuta che sia, sempre il Semonti la chiama "Buon Senso")...

Per cui in ogni caso non dovremmo preoccuparci della riuscita o meno del nostro operare o del nostro esprimerci, sarà quel che Dio vuole….

Tuo, Paolo (D’Arpini)

giovedì 1 marzo 2012

Louis Even e la favola del naufragio nel mare tempestoso del debito pubblico.. - Storie di signoraggio bancario ed altri imbrogli...



UNA DIVERTENTE FAVOLA, PER COMPRENDERE FACILMENTE IL "MISTERO" DEL DENARO
di Louis Even


 1. Salvati dal naufragio


Un'esplosione ha distrutto la loro nave. Ognuno si aggrappava ai primi pezzi flottanti che gli capitano sotto le mani. Cinque sono riusciti a trovarsi riuniti sullo stesso relitto che le onde spinge a loro volontà. Degli altri compagni del naufragio alcuna notizia.
Da ore, lunghe ore, scrutano l'orizonte: qualche nave in viaggio li vedrà? La loro zattera di fortuna approderà su qualche riva ospitale?
Ad un tratto, un grido si sente: Terra! Terra laggiù! Guardate! Proprio nella direzione che le onde ci spingono!
Ed in misura in cui si disegna, in effetti, la linea d'una riva, i visi si rallegrano.
Essi sono cinque:
-Francesco, il grande e forte carpentiere, che per prima ha gridato: Terra!
-Paolo, coltivatore, è quello che voi vedete avanti a sinistra, inginocchiato, una mano a terra e con l'altra si tiene aggrappato al palo del relitto.
-Giacomo, specialista per l'allevamento di animali; è l'uomo con i pantaloni a righe, il quale, inginocchiato guarda verso la direzione indicata.
-Enrico, dottore in agraria, un pò grassotto, seduto su una valigia salvata dal naufragio.
-Tommaso, ingegnere mineralogista, è il pezzo d'uomo in piede, indietro, con la mano sulla spalla del carpentiere.
2. Un'isola provvidenziale
Rimettere i piedi su una terra ferma, per i nostri uomini è un ritorno alla vita.
Una volta asciugati e riscaldati, il loro primo pensiero è di fare conoscenza con quest'isola dove sono stati spinti lontani dalla civilizzazione. Quest'isola la battezzano col nome: L'Isola dei Naufraghi.
Un rapido giro sull'isola colma le loro speranze. L'isola non è un deserto arido: essi sono i soli uomini ad abitarla attualmente ma altri hanno dovuto viverci prima di loro dal fatto che hanno incontrato quà e là sull'isola greggi semi selvaggi.
 Giacomo, l'allevatore, afferma che potrà migliorarli e trarne un buon rendimento.
In quanto al suolo dell'Isola, Paolo lo trova in gran parte assai propizio alla cultura.
Enrico ha scoperto alberi fruttiferi e spera poter ottenerne grande profitto.
Francesco vi ha notato soprattutto le belle distese forestali, ricche in legno di ogni specie: sarà molto facile abbattere alberi e costruire ricoveri per la piccola colonia.
In quanto a Tommaso, l'ingegnere, ciò che lo ha interessato è la parte la più rocciosa dell'Isola. Egli vi ha notato molti segni indicando un sottosuolo molto ricco di minerali.
Nonostante la macanza di attrezzi perfezionati, Tommaso crede avere abbastanza iniziativa e scaltrezza per trasformare il minerale in metalli utili.
Ognuno potrà dunque occuparsi alle sue opere favorite per il bene di tutti. Tutti sono unanimi a lodare la Provvidenza per lo scioglimento relativamente felice d'una grande tragedia.
Appena Francesco aveva alzato l'accetta, e il banchiere scappò verso la foresta a tutta velocità.
.................

DALLA PARABOLA ALLA REALTA' - SISTEMA DI DENARO-DEBITO
Louis Even


 [ Louis Even riporta la parabola al Canada, ma lo stesso diabolico meccanismo coinvolge il mondo intero (ndr) ]

Il sistema di denaro-debito introdotto da Martin sull'Isola dei Naufraghi, produceva l'indebitamento finanziario progressivo della piccola comunità, in tal misura che per il suo lavoro essa sviluppava ed arricchiva l'Isola.

Non è esattamente questo che avviene nei nostri paesi civilizzati?

Il Canada attuale è certamente più ricco, di ricchezze reali, che 50 o 100 anni fa, o che ai tempi dei pionieri. Ora, comparate il debito pubblico, la somma di tutti i debiti
pubblici del Canada di oggi con quella che era questa somma 50 anni fa, 100 anni fa, tre secoli fa!

Esiste però la popolazione canadese stessa che, nel corso degli anni, ha prodotto l'arricchimento con il proprio duro lavoro. Perché dunque tenerla indebitata per il risultato del suo lavoro?
Considerate, per esempio, il caso delle scuole, degli acquedotti municipali, dei ponti, delle strade, ed altre costruzioni di carattere pubblico. Chi le costruisce? Alcuni costruttori del paese. Chi fornisce i materiali? Alcuni manifatturieri del paese. E perché essi possono così impiegarsi a svolgere dei lavori pubblici? Perché ci sono altri lavoratori che producono alimenti, vestiti, scarpe, o forniscono dei servizi che servono e vengono utilizzati dai costruttori e dai fabbricanti di materiali.

È dunque esclusivamente la popolazione, nel suo complesso, che con il suo lavoro di ogni genere produce tutte queste ricchezze. Se essa importa prodotti dall'estero, è per contropartita dei prodotti che essa stessa esporta all'estero.

Ora, cosa si constata? Dappertutto, si tassano i cittadini per pagare queste scuole, questi ospedali, questi ponti, queste strade ed altri lavori pubblici. Si fa dunque pagare collettivamente ed individualmente alla popolazione quello che la popolazione stessa, collettivamente ed individualmente, ha prodotto.


Pagare più del prezzo

E questo non si ferma lì. Si fa pagare la popolazione più del valore reale di quello che essa stessa ha prodotto. La sua produzione, arricchimento reale, diviene per essa un debito caricato di interessi. Con gli anni, la somma degli interessi puo uguagliare, o anche superare, l'importo del debito imposto dal sistema. Avviene cosi che si fa pagare la popolazione due volte, tre volte, il prezzo di quello che essa stessa ha prodotto.

Oltre i debiti pubblici, vi sono anche i debiti industriali, anche questi caricati di interessi. Essi forzano l'industriale, l'imprenditore, ad aumentare i suoi prezzi al di là del costo di produzione, al fine di poter rimborsare capitale ed interessi, altrimenti farebbe bancarotta.

Debiti pubblici o debiti industriali, è sempre la popolazione che deve pagare tutto questo al sistema finanziario. Pagare in tasse quando si tratta di debiti pubblici, pagare in prezzi quando si tratta di debiti industriali. I prezzi gonfiano mentre le tasse schiacciano il portamonete.


Sistema tirannico

Tutto questo e molte altre cose smascherano bene un sistema di denaro, un sistema di finanza, che comanda invece di servire, e che tiene la popolazione sotto la sua dominazione, come Martin manteneva gli uomini dell'Isola sotto il suo controllo e potere, prima che essi si rivoltassero.

E se i controllori del denaro rifiutano di prestare, o se ci mettono delle condizioni troppo difficili per gli Enti Pubblici o per gli industriali, cosa succede? Succede che gli Enti pubblici rinunciano a dei progetti che sono però urgenti; succede che gli industriali rinunciano a degli sviluppi o delle produzioni che risponderebbero però a dei bisogni. E ciò è causa di disoccupazione. Ed addirittura per impedire ai disoccupati di morire, bisogna tassare quelli che hanno ancora qualcosa o che guadagnano ancora un salario.

Si può immaginare un sistema più tirannico, i cui malefici si fanno sentire fra tutta la popolazione?


Ostacolo alla distribuzione

E questo non è tutto. A parte l'indebitare la produzione che finanzia, il paralizzare quella che rifiuta di finanziare, il sistema monetario è un cattivo strumento finanziario di distribuzione dei prodotti.

E' bello avere dei negozi e dei depositi pieni, è bello avere tutto ciò che occorre per una produzione anche più abbondante, ma la distribuzione dei prodotti è razionata.

Per ottenere i prodotti, in effetti, è necessario pagarli. Dinanzi ai prodotti abbondanti, necessiterebbe un'abbondanza di denaro nel portamonete. Ma questo non è ciò che accade nella realtà. Il sistema aumenta sempre più i prezzi dei prodotti, piuttosto che il denaro nei portamonete dei cittadini che hanno bisogno di questi prodotti.

La capacità di pagare non è equivalente alla capacità di produrre. La finanza non è in accordo con la realtà. La realtà rappresenta un'abbondanza di prodotti, facili da ottenere. La finanza, rappresenta la moneta razionata e difficile ad ottenere.


Correggere ciò che è vizioso

Il sistema monetario attuale è dunque veramente un sistema punitivo, invece di essere un sistema di servizio.

Questo non vuol dire che bisogna sopprimerlo, ma correggerlo. È questo che farebbe magnificamente l'applicazione dei principi finanziari conosciuti sotto il nome di CREDITO SOCIALE (da non confondere col partito politico che prende falsamente lo stesso nome).


Il Credito Sociale

Il denaro conforme al reale.

Il denaro di Martin, sull'Isola dei Naufraghi, non avrebbe avuto alcun valore se non vi fosse stato alcun prodotto sull'Isola. Anche se il suo barile fosse stato realmente pieno d'oro, che cosa quest'oro avrebbe potuto comprare in un'Isola senza prodotti? Oro, o denaro di carta, o qualsiasi cifra nel libro dei conti di Martin, non avrebbero potuto nutrire nessuno se non vi fossero stato dei prodotti alimentari. La stessa cosa per i vestiti. E così per tutto il resto.

Ma c'erano dei prodotti sull'Isola. Questi prodotti provenivano dalle risorse naturali dell'Isola e dal lavoro della piccola comunità. Questa ricchezza reale, che da sola dava valore al denaro, era la proprietà degli abitanti dell'Isola e non la proprietà esclusiva del banchiere Martin.

Martin li indebitava per ciò che ad essi apparteneva. Essi l'hanno compreso quando hanno conosciuto il Credito Sociale. Essi hanno compreso che ogni denaro, ogni credito finanziario, è basato sul credito della società stessa e non sull'operazione del banchiere. Hanno compreso che il denaro doveva dunque essere di loro proprietà al momento che esso viene emesso; dunque, essere consegnato a loro, diviso tra loro, pronto a circolare tra di loro, secondo il trasferimento dei prodotti dagli uni agli altri.

La questione del denaro diventava da quel momento per loro quello che è essenzialmente: una questione di contabilità.

La prima cosa che si esige da una contabilità è di essere esatta, conforme alla cose che essa esprime. Il denaro deve essere conforme alla produzione o alla distruzione di ricchezza. Seguire il movimento della ricchezza: produzione abbondante, denaro abbondante; produzione facile, denaro facile; produzione automatica, denaro automatico; gratuite nella produzione, gratuite nel denaro.


Il denaro per la produzione

Il denaro deve essere al servizio dei produttori, nella misura di cui necessitano per mobilizzare i mezzi di produzione.

Questo è possibile, poiché è già avvenuto, dall'oggi al domani, non appena venne dichiarata la guerra. Il denaro, che mancava dappertutto da dieci anni è apparso tutto ad un tratto; e durante i sei anni di guerra, non vi è più stato alcun problema di denaro per finanziare tutta la produzione possibile e richiesta.

Il denaro può dunque essere, e deve essere, al servizio della produzione pubblica e della produzione privata, con la stessa fedeltà che fu al servizio della produzione di guerra. Tutto ciò che è fisicamente possibile per rispondere ai bisogni legittimi della popolazione deve essere reso finanziariamente possibile.

Ciò sarebbe la fine degli incubi degli Enti Pubblici. E sarebbe la fine della disoccupazione e delle sue privazioni, finché restano delle cose da fare per rispondere ai bisogni, pubblici o privati, della popolazione.


Tutti capitalisti — Dividendi ad ognuno

Il Credito Sociale preconizza la distribuzione di un dividendo periodico a tutti. Una somma di denaro che, diciamo, sarà versata ogni mese ad ogni persona, indipendentemente del suo impiego — esattamente come il dividendo versato al capitalista, anche quando egli non lavora personalmente.

Si ammette che il capitalista, colui che investe denaro in un'impresa, ha diritto ad un reddito sul suo capitale, reddito che si chiama dividendo. Ci sono altri individui che mettono il proprio capitale in opera, e questi altri sono ricompensati per questo, in salari. Ma il capitalista trae un reddito dalla sola presenza del suo capitale nell'impresa. Se vi lavora personalmente, trae allora due redditi: un salario per il suo lavoro ed un dividendo per il suo capitale.

Ebbene, il Credito Sociale considera che tutti i membri della società sono capitalisti. Tutti possiedono in comune un capitale reale che concorre molto di più alla produzione moderna che il capitale-dollari, o che il lavoro individuale degli impiegati.


Quale è questo capitale comunitario?

Dapprima vi sono le risorse naturali del paese, che non sono state prodotte da nessuno, che sono una gratuità di Dio per tutti gli esseri umani.

Poi, vi è la somma delle conoscenze, delle invenzioni, delle scoperte, dei perfezionamenti nelle tecniche di produzione, di tutto questo progresso, acquisito, accumulato, ingrandito e trasmesso da una generazione all'altra. Questa è una eredità comune, guadagnata dalle generazioni passate, che la nostra generazione utilizza ed ingrandisce ancora per passarla alla seguente. Questa non è la proprietà esclusiva di nessuno, ma un bene comunitario per eccellenza.

E questo è senz'altro la più grande forza della produzione moderna. Eliminate solamente la forza motrice del vapore, dell'elettricità, del petrolio — invenzioni degli ultimi tre secoli — e dite cosa sarebbe la produzione totale, anche con molto più lavoro da parte di tutti i lavoratori del paese.

Senza dubbio, occorrono ancora dei produttori per mettere a frutto questo capitale, ed essi ne sono ricompensati con i loro salari. Ma, il capitale stesso deve riconoscere dei dividendi ai suoi proprietari, dunque a tutti i cittadini, tutti ugualmente co-eredi delle generazioni passate.

Poiché questo capitale comunitario è il più grande fattore di produzione moderna, il dividendo dovrebbe essere capace di procurare ad ognuno almeno quello che occorre per provvedere ai bisogni essenziali dell'esistenza. Poi nella misura in cui la meccanizzazione, la motorizzazione, l'automazione, acquisiscono un ruolo sempre più determinante nella produzione, consentendo la riduzione dell'impegno lavorativo umano, la parte distribuita dal dividendo dovrebbe diventare sempre più grande.

Ecco tutt'altra maniera di concepire la distribuzione della ricchezza rispetto a quella di oggi. Invece di lasciare delle persone e delle famiglie nella grande miseria o di tassare quelli che guadagnano per venire al soccorso di quelli che non sono più necessari alla produzione, si avrebbero tutti i cittadini garantiti da un reddito di base ottenuto dal dividendo.


Migliore ripartizione alla sorgente.

Sarebbe allo stesso tempo un mezzo ben appropriato alle grandi possibilità produttrici moderne di realizzare nella pratica il diritto di ogni essere umano all'uso dei beni materiali. Diritto che ogni persona acquisisce con il solo fatto della sua esistenza. Diritto fondamentale e imprescrittibile che Pio XII rammentava nel suo storico radio messaggio del 1 giugno 1941: “I beni creati da Dio lo sono stati per tutti gli uomini, e devono essere alla disposizione di tutti, secondo i principi della giustizia e della carità. Ogni uomo, come essere dotato di ragione, ottiene di fatto dalla natura il diritto fondamentale di usare dei beni materiali della terra... Un tale diritto individuale, non dovrebbe essere soppresso in alcuna maniera, nemmeno dall'esercizio di altri diritti sicuri e riconosciuti su dei beni materiali.”

Un dividendo a tutti ed a ognuno: ecco bene la formula economica e sociale la più radiosa che sia mai stata proposta ad un mondo di cui il problema non è produrre, ma di distribuire i prodotti.


Non da un partito politico

Numerosi, in parecchi paesi, quelli che vedono nel Credito Sociale di Douglas quanto di più perfetto mai proposto per servire l'economia moderna d'abbondanza, e per mettere i prodotti al servizio di tutti.

Rimane ora da far prevalere questa concezione dell'economia, affinché divenga un'attuazione nella pratica.

Sfortunatamente, in Canada, dei politicanti hanno disonorato le due parole: “Credito Sociale” prendendole per designare un partito politico. Questo è il più grande torto, che mai è stato fatto alla comprensione ed all'espansione della dottrina di Douglas. Questa è diventata una sorgente di confusione ed una causa di diffidenza. Molta gente rifíuta a priori di sentire parlare del Credito Sociale, perché ci vedono un partito politico, ed essi hanno già dato la loro adesione ad un altro partito.

Pertanto, il Credito Sociale, autenticamente compreso, non è del tutto un partito politico. È esattamente il contrario. Il fondatore stesso della scuola creditista, C.H. Douglas, conosceva certamente meglio di quelle piccole teste gonfiate che vogliono servirsi dell'idea superficiale che ne hanno per cercare di soddisfare le loro ambizioni politiche.

Ora, Douglas, ha dichiarato nettamente che c'è incompatibilità tra Credito Sociale e politica elettorale. Partito politico e Credito Sociale sono due termini che si escludono l'uno l'altro, per la loro stessa natura, per il loro scopo, il loro motore, il loro spirito.

I principi del Credito Sociale riposano su una filosofia. E questa filosofia dà la precedenza alla persona sul gruppo, sulle istituzioni, sul governo stesso. Tutta l'attività, fatta in nome del Credito Sociale autentico, deve essere un'attività al servizio delle persone.

È tutto un altro motore che anima e orienta le attività di un partito politico.

Ogni partito politico, antico o nuovo, ha come primo scopo di conquistare o di conservare il potere, di diventare o di restare il gruppo che governerà il paese. E' la ricerca del potere per un gruppo.

Il Credito Sociale, al contrario, concepisce il potere ridistribuito a tutti: il potere economico, con un dividendo periodico, permettendo ad ogni individuo di dare delle direttive alla produzione del suo paese; il potere politico, facendo dello Stato, dei governi di ogni tipo, gli interessi della persona, e non le persone gli interessi dello Stato.

È il governo che interessa i partiti politici. Mentre è la persona, il fiorire, il benessere della persona che interessa il vero creditista.

La politica di partito incita i cittadini ad abdicare la loro responsabilità personale, il partito mettendo tutta l'importanza sul voto, su un atto di qualche secondo che il cittadino compie nascosto dietro un paravento, dopo essere stato servito di stufato elettorale in tutte le salse, durante quattro settimane.

Il Credito Sociale, al contrario, insegna ai cittadini ad assumersi le proprie responsabilità, in politica come in ogni altra cosa, ed in ogni tempo, applicando la sorveglianza e creando la coscienza dei governi, gridando la verità e denunciando le ingiustizie senza tregua ovunque dove si trovino.

Ogni partito politico contribuisce a dividere il popolo lottando gli uni contro gli altri, alla ricerca del potere. Ora, ogni divisione indebolisce. Un popolo diviso, indebolito, si fa mal servire.

La dottrina del Credito Sociale, al contrario, rende i cittadini coscienti delle aspirazioni fondamentali comuni ad ogni persona. Un movimento creditista autentico insegna ai cittadini ad unirsi per delle questioni sulle quali tutti si accordino, a fare al bisogno le pressioni dovute sui governanti, qualunque sia il gruppo al potere. È per questo che il giornale: “Vers Demain” da cui queste pagine sono tratte, raccomanda in politica: la pressione del popolo raggruppato fuori dei parlamenti, ma operante sui governi, al fine di far legiferare gli eletti dal Popolo nel senso del Credito Sociale.

Per fare prevalere delle grandi idee, come la bella concezione creditista dell'economia, si ha bisogno, non di politicanti avidi di vanagloria e di denaro ma degli apostoli che si danno senza calcolo, non avendo in vista che il trionfo della verità ed un mondo migliore per tutti; degli apostoli distaccati da tutta ricompensa quaggiù, facendo tutto il loro possibile per la causa abbracciata e, per il resto, rimettendosi nelle mani di Dio. Il giornale “Vers Demain” lavora per formare di questi apostoli. Il giornale “Vers Demain” presenta i loro obiettivi, le loro attività e le loro attuazioni.

Louis EVEN

I Pellegrini di S. Michele
http://www.michaeljournal.org/italiano.htm
Louis Even

mercoledì 29 febbraio 2012

Nagarjuna ed il ladro consapevole.. di Lasu Mira e Paolo D'Arpini

Maestro e Discepolo


Ante Scriptum

...ce la raccontiamo e cambiamo la vicenda come meglio ci aggrada.. però il senso è lo stesso (per lo meno nel finale)..

Questa è l'avventura del "ladro consapevole" iniziato da Nagargiuna con un piccolo imbroglio.   Mi sovviene dell'altra storia (simile) del famoso ladro Hòu, che vi racconterò un'altra volta, il quale  rispose a Confucio, che voleva insegnarli la morale,  "parlami dell'altro lato della morale, se vuoi che io comprenda.."  E  ben  fece Nagargiuna che insegnò al ladro ad essere consapevole mentre rubava.. Che furbata, solo un vero saggio poteva ragionare come un vero ladro... 

Questo racconto l'avevo ripreso da alcune storie buddiste riportate da Osho e modificato a mio uso e consumo, poi Lasu Mira -a sua volta- l'ha rielaborato.. ma non tanto.. in fondo.. solo nell'aspetto dell'ingiunzione spirituale, in cui io facevovo dire a Nagarjuna, rivolto al ladro, di essere consapevole della sua consapevolezza.. mentre Lasu Mira gli fa dire di "essere consapevole del respiro".. Ovviamente il risultato finale  non cambia. Il fatto è che io non sono mai stato un bravo praticante del pranayama.. anzi odio questa pratica, forse dovuto al fatto che in una vita precedente vi ho fatto eccessivo ricorso...

Beh eccovi la storia

Nagarjuna era un fachiro nudo, ma era amato da tutti i veri ricercatori. C’era anche una regina che lo amava profondamente. Un giorno, la regina chiese a Nagarjuna di essere ospite a palazzo. Nagarjuna andò. La regina gli chiese un favore. “Cosa vuoi?”, rispose lui. La regina disse: “Voglio la ciotola che usi per mendicare.”

 Nagarjuna gliela dette – quella era l’unica cosa che possedesse: la ciotola per mendicare. E la regina fece portare una ciotola d’oro, adornata di diamanti, e la dette a Nagarjuna, dicendo: “Adesso adopererai questa ciotola. La ciotola che hai portato con te per anni porta un po’ della tua energia, diventerà il mio tempio. E un uomo come te non si merita quella comunissima ciotola da mendicante, di legno. Tieniti questa, d’oro.” Era davvero preziosa.

 Mentre lasciava il palazzo, un ladro lo vide; il ladro non riusciva a credere ai suoi occhi: “Quell’uomo è nudo, e porta un oggetto veramente prezioso! Per quanto tempo riuscirà a proteggerlo?”. Così il ladro lo seguì…

 Nagarjuna viveva fuori città, in un antico tempio caduto in rovina – non c’erano porte, né finestre. Era proprio un rudere. Il ladro se ne stava nascosto dietro un muro, appena fuori dalla porta – e Nagarjuna gettò fuori la ciotola. Il ladro non si capacitava. Nagarjuna aveva gettato la ciotola perché aveva visto che il ladro lo seguiva, e sapeva benissimo che il ladro non veniva per lui, ma per la ciotola. Il ladro sapeva benissimo che la ciotola era stata gettata per lui e non se ne sapeva andare senza ringraziarlo. Fece capolino, e disse: “Signore, accetta i miei ringraziamenti. Sei davvero un essere raro. Posso entrare, e toccare i tuoi piedi?” Nagarjuna si mise a ridere, e disse: “Sì, ed è per questo che ho gettato fuori la ciotola: perché tu potessi entrare dentro!”

 Il ladro era preso in trappola: entrò, toccò i piedi di Nagarjuna… e in quel momento il ladro era molto aperto, perché aveva visto che quell’uomo non era come tutti gli altri – era molto vulnerabile, aperto, ricettivo, grato… mentre toccava i piedi di Nagarjuna, per la prima volta in vita sua sentì la presenza del divino. Gli chiese: “Quante vite mi ci vorranno per diventare come te?”. Nagarjuna rispose: “Quante vite? Può succedere oggi, può succedere adesso!”. Il ladro disse: “Ma stai scherzando! Sono un ladro, un ladro famoso. Tutta la città mi conosce, anche se finora non sono mai stati capaci di prendermi con le mani nel sacco. Nel rubare sono un maestro… come potrei trasformarmi da un momento all’altro?”

 E Nagarjuna gli rispose: “Se in una vecchia casa da secoli c’è buio, e tu porti una candela, può l’oscurità dire che è lì da secoli e non può andarsene immediatamente? Può l’oscurità opporre resistenza? Può fare differenza il fatto che l’oscurità sia vecchia di un giorno oppure di milioni di anni?”.

 Il ladro capì: l’oscurità NON può resistere alla LUCE – quando arriva la LUCE, il buio scompare. “E la mia professione? La devo abbandonare?” chiese.

 Nagarjuna rispose: “ Questo lo devi decidere tu. Non m’interessa chi sei e qual è la tua professione: ti posso solo dire il segreto di come accendere Una LUCE nel tuo Essere, e poi sta a te.”

 Il ladro disse: “Ma tutti i religiosi che ho visitato mi hanno sempre detto che prima di ricevere l’iniziazione dovevo smettere di rubare”. Nagarjuna rise: “Allora devi avere visitato dei ladri, e non dei santi. Non sanno niente di religione. Quello che devi fare è osservare il tuo respiro – l’antico metodo di Buddha – osserva semplicemente il tuo respiro che entra ed esce. Tutte le volte che te ne ricordi, osserva il tuo Respiro. Anche quando esci per rubare, e quando entri nella casa di qualcuno nella notte, continua a osservare il tuo respiro. Nel momento in cui hai aperto la stanza del tesoro, e i diamanti sono davanti a te, continua a osservare il tuo respiro, e poi fai tutto quello che vuoi – ma non dimenticarti del respiro!”.

 Il ladro disse: “Sembra semplice. Nessuna regola di morale? Non c’è nessun altro precetto?”.

 Nagarjuna rispose: “Assolutamente nessuno – osserva soltanto il Respiro.”

 Dopo quindici giorni il ladro tornò… un uomo totalmente diverso. Cadde ai piedi di Nagarjuna e gli disse: “Mi hai preso in trappola! E lo hai fatto così bene che ci sono cascato senza neanche un sospetto. In questi quindici giorni ho provato: è impossibile! Se osservo il respiro non posso rubare. E se rubo, non riesco a osservare il respiro.

Quando osservo il respiro divento così silenzioso internamente, così consapevole, così presente… che anche i diamanti sem-brano ciottoli. Mi hai creato un bel problema. E adesso cosa devo fare?”.

Rispose: “Fa’ quello che credi! Se vuoi quel silenzio, quella pace e quell’estasi che nascono in te quando osservi il respiro, allora scegli il respiro.  Se invece pensi che tutti quei diamanti, quell’argento e quell’oro siano di maggior valore, allora scegli quelli. Lo devi decidere tu!  Chi sono io per interferire nella tua vita?”.

 L’uomo disse:” Non posso scegliere di essere nuovamente inconsapevole: non ho mai conosciuto momenti come questi.
 Accettami come tuo discepolo, e dammi l’iniziazione.”

 “Te l’ho già data l’iniziazione!” rispose Nagarjuna.

 La religiosità non si fonda sulla moralità ma sulla meditazione.

 La religiosità non si basa sul comportamento ma sulla
 *CONSAPEVOLEZZA*.


Paolo D'Arpini (rivisitato  da Lasu Mira)


 ♥



 Le ombre della sera si allungano

 e l'Amore entra,

 calmando ogni corpo e mente.

 Guarda verso occidente e vedi

 la Luce del Sole che tramonta.

 Guarda dentro di te e vedi

 un Espanso Infinito di Luce.

 Bevi il nettare dei Petali del Tuo Cuore

 e lascia che le onde d'Amore ti sommergano.

 Che magnificenza in quell'Oceano - Ascolta!

 Il suono delle conchiglie,

 il suono delle campane.

 Kabir dice: "Oh fratello, ascolta!

 Il Signore canta la sua Canzone,

 Dentro di Te...


 Kabir




 AMORE e LUCE ♥ lasu 

martedì 28 febbraio 2012

Rutilio Sermonti: "La ragione contro il senno..."



Tutti gli esseri viventi paiono conoscere perfettamente il modo migliore concesso alla loro specie per sopravvivere, per riprodursi e per proteggersi, senza che vi sia stato alcuno a insegnarglielo. Semplici forme di apprendimento per imitazione si riscontrano solo in pochi predatori sociali, ma per la quasi totalità tale sicura conoscenza è assolutamente innata, in uno scorpione come in un falco.
Unica eccezione è la specie umana, che, essendo dotata di ragione, può compiere proprie scelte volontarie. Da qualche tempo (geologicamente insignificante) gli uomini si sono convinti, come di un dogma indiscutibile, che la detta ragione sia un chiaro segno di superiorità, tanto da immaginarsi un Signore Onnipotente fatto più o meno come uno di loro, difetti compresi, progettista ed esecutore dell'intero Cosmo solo per il comodo degli uomini stessi. In cambio, Costui (variamente denominato) richiederebbe soltanto di essere lodato e osannato. Avrebbe fatto quel popò di lavoro, galassie comprese, solo a quel frivolo scopo. Della ragione -cominciamo col registrare- non fa parte il senso del ridicolo. Ma , prima di quel tempo (siamo nell'ordine dei 5-6000 anni ), la nostra specie nutrì seri dubbi sulla innocuità della ragione lasciata a se stessa e sulla sua elezione a regola suprema di vita. Non occorreva grande perspicacia, innanzi tutto, per costatare che - a fronte della sicurezza e coerenza della conoscenza istintiva - quella "razionale" presentava grande varietà. " Tot capita, tot sententiae", dissero i Romani. Tante teste: tante opinioni. Come scegliere quella giusta ? Con la ragione di chi ?
No, cari pensatori professionisti - rispose la Tradizione: ragionate quanto vi pare, ma sopra ci deve essere qualcosa di stabile, di sicuro, di sacro, di solenne, non filiazione della ragione umana ma dell'armonia cosmica, struttura portante di ogni civiltà.
E' tutto un arbitrio!- strillarono i razionalisti. Tutto un trucco per giustificare privilegi di casta !
-Ah, si ? E l'usignolo ?  -Che c'entra l'usignolo?
-C'entra, c'entra ! Anche i suoi gioiosi, meravigliosi gorgheggi sono trucchi per giustificare la casta dei preti ? Sono anch'essi creazioni della ragione umana ?
-Nessuno pensa questo !
-E neppure quella stellina lassù, che magari è mille volte più grande del Sole e sta a 6 milioni di anni-luce ?
- No, certo.
- E allora, di grazia, in che ragione rientrano, usignoli e stelle? Non sarebbe il caso di "sintonizzarsi" con quell'ordine, limitando l'uso della ragione umana alla funzione pratica ( non conoscitiva) per cui fa parte della nostra naturale dotazione? Chessò: a come tenersi su i calzoni , o a come sospingere un natante ?
Nelle poche, immaginarie battute che precedono, abbiamo voluto sintetizzare, per il c.d. "uomo della strada" l'obiezione di fondo che noi opponiamo al cosiddetto illuminismo. Ma non è certo con le obiezioni che si può guarire una follia collettiva. Sarebbe come voler curare il paranoico convinto di essere Cesare Augusto, esibendogli il suo certificato di nascita.
La colpa, non è della ragione, è solo del modo errato in cui si pretende di usarla. Se uno a cui piace il brodo pretende di assumerlo usando coltello e forchetta, non può prendersela col brodo nè con le posate se non ci riesce. Deve solo decidersi a usare il cucchiaio, che Dio lo benedica! E' con la propria stolta ostinazione che deve fare i conti. Ma per quello occorre il senno, non i sillogismi !
La ragione, invero, ce l'hanno anche i folli, solo che la usano in modo improprio e sconsiderato. E, infatti, si levò tra loro una piccola voce: " Ma se tante difficoltà derivano dalle differenze, perchè non abolire le differenze ? Consideriamo tutti uguali e saremo fuori dei pasticci !" I saggi, li guardarono d'intralice, come si guarda un povero scemo. Sembrava loro talmente evidente che le differenze fossero un attributo naturale e fecondo delle persone umane, e che non si potessero quindi "abolire" con una convenzione! Ma sbagliavano i saggi, e fu un errore fatale. Forse, anche loro sopravvalutavano la ragione e la ritenevano capace di resipiscenze, dinanzi allo spietato collaudo della realtà. Così non è. La ragione non ha nulla a che fare col senno. E' a tal punto narcisisticamente innamorata di se stessa da ignorare persino ogni buon senso e ogni pessimo risultato che ponga in discussione qualche sua trovata. Essa si trasmette per contatto, come una malattia infettiva: non ha alcun bisogno di convincere, per conquistare. Sua tremenda caratteristica è di darsi ragione da sè, senza bisogno di prove, anzi, malgrado ogni prova contraria.
Ma poi, parlando di pessimi risultati, non bisogna generalizzare. Pessimi per chi? Per quanto essi possano essere dannosi per vaste moltitudini, ci sono pur sempre persone o gruppi per i quali essi sono preziosi. Una stolta riforma che favorisca i furti sarà preziosa per i ladri, come una che ponga limiti alla legittima difesa sarà assai gradita ai violenti e una che abolisca ogni meritocrazia sarà benedetta dai profittatori e dagli ignavi. E costoro organizzeranno efficienti istituti ed apparati destinati appunto a procurare fraudolentemente il "consenso" degli sprovveduti per quelle aberrazioni, mentre le vittime non potranno opporre nulla del genere mancando di qualsiasi forma di coscienza "corporativa".
Tutto ciò funzionò a pieno regime per l'abolizione delle differenze, divenuta in breve, più che un dogma, un "immortale principio", che fosse addirittura "immorale" discutere.
Fu così che, sui gloriosi vessilli che uno dei maggiori geni militari di questo mondo portò a sventolare per tutta Europa, campeggiò una parola dal suono dolce e musicale, lieve come ala di farfalla, dolce come un marron glacè:
E'G A L I T E'
che fu invece per lo sventurato Uomo la più maledetta espressione di degradazione e di strage. Lo fu già di per sè, coi massacri e i patiboli del '93, ma ancor più lo sarebbe stata per la più mostruosa delle sue "logiche" conseguenze: la Democrazia. Una volta accertata e accettata l'uguaglianza tra gli uomini, restava infatti il problema di scegliere tra le loro diverse opinioni, e una scelta qualitativa si presentava sempre ardua, anzi, veniva aggravata proprio dall'egualitarismo, che vietava di pensare a qualcuno che fosse più idoneo degli altri a compiere siffatta valutazione. A rigor di ragione, fu quindi giocoforza ricorrere a un criterio del tutto automatico ed oggettivo: quello quantitativo. Bastava contare le teste e assegnare il governo della cosa pubblica all'opinione professata da più teste ! Semplice, no ?
Semplice, in astratto, ma allucinante nella sua sconfinata balordaggine. E, si badi bene, non si trattava di stabilire li regole per un gioco di carte, ma quelle per la gestione di vaste comunità umane, per il sopperimento delle loro esigenze di vita dignitosa e per la possibilità di esprimere le proprie capacità come singoli e come popoli, per vivere in armonia, anzichè sbranarsi a vicenda. Balordaggini, in tale ambito, non sono consentite, e mascherarle con sofismi è criminale. Invece era proprio ciò che ci si poteva attendere dalla petulante "ragione" auto-referente.
Prima balordaggine: dove mai aveva, quella, pescata la certezza che l'opinione migliore fosse quella professata dal maggior numero ? Non certo dalla saggezza tradizionale, e neppure dall'insegnamento religioso (cristiano compreso), che aveva sempre dichiarato chiaro chiaro che la via percorsa dalle moltitudini conduce alla perdizione, mentre solo pochi trovano quella giusta. Non certo dall'esperienza storica, in cui tutti i momenti migliori dei vari popoli furono legati al nome di sovrani o demiurghi onesti e saggi. Non certo dalla conoscenza degli uomini, che tendono in prevalenza non a ricercare il sistema migliore per tutta la collettività, bensì per se stessi in danno del prossimo. Da dove, allora ?
Seconda balordaggine: come l'esprime la sua opinione, il singolo elettore? Scrivendo ( a matita copiativa ) un trattatello in materia di tutto lo scibile? E poi, come si raggruppano, i trattatelli ? Chi li classifica? Ma la ragione non demorde. A qualsiasi coglioneria dica, trova subito il rimedio. L'elettore sovrano non formula alcuna volontà: conferisce solo una delega in bianco a un formulatore di professione, detto "politico", unito ad altri come lui nei c.d. partiti. Insomma, tutto il potere risiede (?), si, nel popolo, ma consiste solo nel conferire un mandato, a uno che, il più delle volte, il mandante non ha mai visto. E il mandatario -penserete- è tenuto ad attenervisi, come a qualsiasi mandato che si rispetti? Ma neanche per sogno: quello può fare anche esattamente il contrario di quello che ha dichiarato e promesso per avere il mandato!
MA QUESTA E' UNA SOLENNE PRESA PER I FONDELLI !- dovrebbe gridare il popolo, e magari lo grida, ma chi se lo fila, il popolo? Non ha mica i "mass media", il popolo ! Buona parte, così, diserta i seggi e l'altra abbozza.
A questo punto, dir male della democrazia è persino noioso. Dimostrare che non esiste se non a chiacchiere è tempo perso: lo sanno tutti ! Quello su cui, purtroppo, troppi non riflettono è la conseguenza, che è, a dir poco, disastrosa.
Se quella del potere decisionale residente nel popolo è una barzelletta che non fa neanche ridere, non è che un potere non esista o non venga esercitato ! Urpo, se esiste ! Anzi, proprio essendo, quello, assegnato e fruito al difuori di qualsiasi dettame costituzionale, non conosce limiti nè remore. Altro che le vituperate monarchie assolute ! Almeno, in quelle, chi era il "tiranno" si sapeva e pure l'indirizzo e, se esagerava, lo si poteva, al limite, pure ammazzare. Ma gli autocrati plutocratici, si nascondono dietro l'incognito. Hanno lo "ius vitae et necis" (diritto di vita e di morte) su ognuno di noi è non lo sappiamo neppure ! La democrazia mitica che si insegna ai bambini non determina, di fatto, che un colossale vuoto di potere, e, se un vuoto così appetitoso si forma, comincia subito la ressa per riempirlo. Ressa e rissa, ovviamente, tra quelli che hanno interesse e mezzi per parteciparvi: non certo popolani, a cui basta, di regola, tirare a campare. In parole povere: i pochi Mr: Trillion. Costoro non sono scemi, ma hanno alle spalle secolari esperienze e tradizioni di frodi bancarie e di usura, da cui (e non certo dai sudati risparmi) hanno tratto tutta quella illimitata disponibilità di quattrini. Sono quindi maestri nel restare nell'ombra e nell'agire attraverso personaggi mediocri, acquistati al mercato dei "politici", che pagano con l'obbedienza ai padroni gli ingenti privilegi che questi possono loro assicurare a spese delle nazioni.
Dicevamo di conseguenza disastrosa. E quale potrebbe essere più disastrosa di quella realizzata con la "democrazia matura", e cioè con quella che avesse completato e raffinato l'apparato automatico di auto-conservazione ? Come tutti sappiamo, compresi quelli così ipocriti da fingere di non saperlo, il potere politico effettivo è interamente esercitato da un piccolo gruppo di finanzieri internazionali apolidi, che non hanno altra Patria che il lucro, perseguito in modo maniacale e senza scrupoli. Agli ordini di costoro fingono di esercitarlo, in ogni nazione, bande di parassiti dai primi collocati su privilegiatissime poltrone, ma a condizione di servire solo gli interessi di quelli, regolarmente in contrasto con la sovranità , l'indipendenza e l'interesse delle nazioni stesse.
Questo significa, per esempio, che la Repubblica Italiana viene governata e dissanguata nell'interesse di Israele, degli USA o del FMI, e non mai degli Italiani. Dopo gli interessi superiori predetti, restano quelli personali dei "rappresentanti del popolo", unica categoria di dipendenti autorizzata a fissarsi da sè le retribuzioni e il trattamento. Dato il suo livello morale, è inutile dire quale uso faccia di tale autorizzazione: sguazza nell'oro e nel comfort oltre ogni decenza, alla faccia degli affamati.
E' veramente difficile ipotizzare, anche in astratto, come la situazione italiana potrebbe essere peggiore, in qualsiasi campo. Non c'è pubblico servizio che non sia una vergogna, pagata dal pubblico a caro prezzo. Non c'è onesta attività privata in grado di sopravvivere, se non pagando il pizzo a quelle disoneste. Non c'è difesa contro la speculazione fraudolenta e improduttiva, prima tra le quali il signoraggio bancario. Non vi è valore che non venga misconosciuto, salvo quelli di interesse economico o di miope edonismo. Distrutto il matrimonio, distrutta la famiglia, distrutto il rapporto genitori-figli, distrutta ogni dignità e ogni pudore, distrutta ogni solidarietà nazionale, l'osannata gestione "razionale" è riuscita solo a privare i popoli del necessario, scatenandoli all'inseguimento del superfluo, o addirittura del dannoso.
Ma quel che più colpisce è che, nel costatare il disastro, non riveliamo alcun segreto. Chiunque non sia del tutto idiota, ne è pienamente al corrente. La ragione, infatti, come vedemmo, è perfettamente in grado di far accettare i propri dettami fregandosene della realtà. Sorridendo e sculettando, l'Homo sapiens lavora così alla propria estinzione, con una efficacia e rapidità ignota a batteri e cetacei.
Questo significa essere "superiore"?
O sono meglio, nel loro piccolo, le formiche ?

Rutilio Sermonti

http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/

Signoraggio bancario ed unitarietà della vita - Una spiegazione semplice semplice….

Caterina Regazzi ripresa a Treia,  mentre lancia pansecco agli uccelli


Caro Paolo D'Arpini e cari lettori, iersera ho assistito ad una parte del tg3 (poi ho spento e fra un po' vi spiegherò perché). Ad un certo punto la giornalista in studio ha annunciato un servizio su un convegno organizzato "dal nostro mai dimenticato (così o con una frase simile l'ha definito) onorevole Domenico Scilipoti" sul signoraggio bancario. Dopo di che inizia il servizio: il giornalista si avvicina all'ingresso della sede del convegno ed intervista un anziano signore: "Buongiorno, lei sta andando al convegno sul signoraggio bancario?" Il signore, un po' intimidito quasi a doversi scusare risponde "Si", mostrando un volantino che ha in mano. Giornalista: "Ma lei sa cos'é il signoraggio bancario?" Signore anziano, sorridendo : "No!" E giù risate divertite dei due....   

A quel punto il giornalista entra nel luogo dell'incontro e approccia Scilipoti. Non si può dire che lo intervisti, non gli fa nessuna seria domanda, anzi, chiede: "Ma, dove sono i relatori?" Scilipoti evidentemente imbarazzato della scarsa organizzazione: "Mah, devono arrivare, stanno arrivando...". Poi arriva una giovane e avvenente donna bionda e il giornalista "Scusi, lei é una relatrice?" Lei, imbarazzata ma orgogliosa: "No, sono l'assistente dell'onorevole Scilipoti", poi arriva un distinto signore dall'aria professorale e il giornalista: "E lei...?"  Lui: "Sono il relatore, prof. Tal dei Tali, docente di...bla bla bla", e il giornalista gli indica la direzione della sala a mo' di usciere, poi arriva  un'altra giovane donna elegante e dall'aria distinta.  Giornalista: "Scusi, e lei chi é?" Lei: "Sono una relatrice, laureata alla Bocconi e bla bla bla. e parlerò del signoraggio bancario". Sembrava di vedere Striscia la notizia o peggio... e  si capiva che con questo servizio volessero mettere in ridicolo Scilipoti e con lui.... il signoraggio bancario.

Non é affatto venuto in mente al giornalista (la prossima volta che lo vedo mi segno nome e cognome) di chiedere ai relatori qualcosa su questo signoraggio bancario sul quale bisognerebbe fare servizi su servizi, se la tv di stato fosse una televisione al servizio dei cittadini. I soldi pubblici (tra cui i miei visto che il canone é stato appena pagato) preferirei che fossero impiegati in servizi altri da quello a cui ho assistito stasera, fatto per ridicolizzare Scilipoti e l'argomento da lui  giustamente -poi non so in che modo e maniera - sollevato. Mi sono sentita io presa per il .... e, disgustata, ho spento la tv.  

Caterina Regazzi

…….


Cara Caterina Regazzi.

Cosa è il signoraggio bancario?  Rispondo in poche parole. E’ la più grande truffa mai inventata. E’ la rinuncia alla sovranità popolare e dello stato di emettere i propri valori di scambio delegando l’operazione ad una banca privata, come è la Banca d’Italia o la BCE, e pagando a detta banca congrui interessi. La carta moneta emessa dalla banca, senza alcun controvalore in garanzia, viene ripagata dallo stato con l’emissione di buoni del tesoro ed altri titoli, posti in vendita presso le banche stesse, e per cui lo stato paga un ulteriore interesse. Questo processo perverso è alla radice della formazione del cosidetto “debito pubblico” che non è altro che l’indebitarsi da parte dello stato, ovvero del popolo, nei confronti di un privato, che è la banca.

Allora potresti chiedermi: “Perché lo stato si assoggetta a questo salasso, perché non recupera la sua sovranità monetaria?”  Ed io ti rispondo: Perché il processo di commistione e di sudditanza è andato troppo avanti in questo sistema, dominato dal controllo finanziario di enti privati internazionali.  Allorchè la politica non sarà più soggetta alla corruzione e potrà recuperare la sua funzione primaria, che è quella di servire gli interessi del popolo e non dei potentati finanziari, che sono la causa prima della corruzione, avrà recuperato la sua indipendenza ed autonomia operativa…   

Per quel che riguarda la falsità dell’informazione sul signoraggio bancario e la volontà di mantenere il popolo in ignoranza totale su questa triste verità, vale la stessa risposta, ovvero chi  detiene il potere finanziario, e di conseguenza quello economico ed  amministrativo, è in grado di controllare l’informazione in tutte le sue forme ed è quindi capace di far credere al popolo  qualsiasi menzogna, pur di mantenere il suo potere acquisito. Spiace dirlo  ma in Italia e nel mondo non esiste alcuna libertà e verità d’informazione, se non quella “falsata  ed ipocrita” foraggiata dal potere finanziario mondiale. 

Però puoi star tranquilla che infine la legge karmica universale (causa effetto) prevarrà sulla menzogna e coloro che l’hanno sparsa  saranno costretti a “raccogliere la propria immondizia”.  E ciò averrà quando nella società umana trionferà la consapevolezza di un mondo concreto e collettivo, in cui tutti siamo compartecipi, in cui le forze e le cose manifeste corrispondono all’insieme del vivente e del non vivente, in cui uno star bene della mano non comporta un danneggiamento del piede,  che è l’attuale meccanismo causato dall’ignoranza sull’unitarietà della esistenza. 

La necessità di un bene comune deve affermarsi nella società,  coincidendo col bene personale,  ed a qual punto sarà chiaro che non possonno più  risaltare (nelle scelte sociali e di governo ambientale) interessi  rivolti a soddisfare una parte a scapito dell’altra.  Questo mondo presente di attrazioni e repulsioni, di scale di valori, di motivi personalistici e di incentivi egoici, insomma il mondo della competizione, lascerà quindi il posto al mondo comune a tutti, sia dal punto di vista biologico che del pensiero.  

Paolo D’Arpini

Paolo D'Arpini, in attesa della fine dei tempi oscuri



P.S. Di questi e simili argomenti se ne parlerà durante l’Incontro Collettivo Ecologista, previsto ad Aprilia, dal 22 al 24 giugno 2012. Programma:

lunedì 27 febbraio 2012

"La Roma che ricordo.. ed il mio primo maestro..." - Memorie spirituali di Paolo D'Arpini bambino

Il mio primo maestro: San Giovanni Bosco


Siccome son nato e vissuto a Roma  ma  a sbalzelloni, restando e partendo in diversi momenti della vita, le mie  memorie non hanno una vera continuità, posso quindi raccontare solo delle “sensazioni vissute”. Una di queste ha a che vedere con il mio primo approccio con la spiritualità, avvenuto in forme tempestose (essendo rimasto da poco orfano  e rinchiuso in un collegio per mancanza di accoglienza in altre situazioni familiari),  sicuramente quell’esperienza, cogente ed importante, fu necessaria per il mio successivo sviluppo.

Durante quel periodo,  eravamo nella metà degli anni ‘50 del secolo scorso, appresi come fosse necessaria  l’autonomia di pensiero e  l’ecologia, due aspetti che in seguito contribuirono fortemente alla  mia formazione in una spiritualità laica e di una ecologia profonda: materia e spirito sono la stessa cosa!  

Ma ritorno ora alla esperienza di quegli anni trascorsi in cui incontrai don Bosco e la scuola Salesiana.

Ho un debito di riconoscenza verso  San Giovanni Bosco e la sua opera di assistenza ai giovani. Io fui un suo beneficiato, allorché morì mia madre Giustina Tirabosco -nel 1954- e non riuscivo più ad adeguarmi a una scuola normale (malgrado fossi considerato intelligente  e preparato dai miei maestri). Qualcosa in me si era bloccato, ricordo all’esame di quinta elementare feci una totale scena muta, conoscevo tutte le risposte alle domande che mi venivano poste dagli esaminatori ma non profferii parola, solo sguardi luccicanti e silenzio.  Così da buon orfano disadattato fui mandato al collegio del Sacro Cuore di Roma, come interno. Vivevo cioè in una comunità chiusa al mondo  ma in un’atmosfera che ricordava la famiglia.


Ricordo il mio insegnante, un vecchio laico che risiedeva monasticamente nel collegio, un uomo di grande saggezza, egli mi insegnò a strizzare bene il tubetto del dentifricio ed anche ad aprirlo per prelevarvi l’ultima pasta attaccata. Nel collegio godevo del poco, ad esempio della merenda pomeridiana, una semplice ciriola di pane  senza companatico,   mentre pattinavo nel cortile imparando a muovermi velocemente in mezzo agli altri.

Ed è lì che appresi alcuni “trucchi” della religione (da me poi ripresi nelle cerimonie laiche dei vari equinozi e solstizi in cui uso ancora il sistema dei pensierini offerti al fuoco). Allora accadeva con la ricorrenza della festa della Madonna e compivamo un rito particolare “dei messaggi della Santa Madre”, ovvero pescavamo ognuno a turno dentro una grande cesta un rotolino di carta, ogni rotolino conteneva un messaggio personale, che pareva sempre azzeccato,  il rotolino una volta letto veniva poi gettato in un focheraccio acceso nel cortile. 


Un’altra volta appresi il valore della pazienza durante i canti solenni di una messa speciale. Un ragazzino della mia classe -evidentemente anche lui con problemi psicologici-   (si puliva il naso sulle maniche della giacca ed era  sempre impiastricciato di mocciolo)  stava proprio al mio fianco, forse lo rimproverai di qualcosa  e ricordo che lui prese a picchiarmi con furia, mi dava pugni e calci, evidentemente era disperato… dentro di me sentii che non era giusto reagire e continuai a cantare per tutto il tempo assieme al coro, senza provare cattivi pensieri ma concentrandomi sul canto.  L’aver superato la rabbia momentanea ed il senso di rivalsa mi riempì di gioia, mi sembrava un dono del Cielo.

Per sviluppare la modestia e l’accettazione  prendevo sempre ad esempio le prove dolorose di  Don  Bosco, alle prese con l’indifferenza della società, mi piaceva moltissimo leggere le  storie  su Domenico Savio,  l’allievo spirituale del santo, mi identificavo con lui. In quegli anni iniziai a scoprire  che la mia esistenza aveva un senso solo se la rivolgevo verso la verità, la giustizia e l’amore.  Tra l’altro nel tempo appresi come fosse facile anche studiare  o compiere il proprio dovere se lo si considerava un’offerta a Dio. 


Feci del mio meglio e divenni l’alunno più meritevole della mia classe, il primo in profitto, condotta e religione.  A quel tempo avrei potuto anche decidere di farmi prete ma evidentemente quella non era la mia strada. Non sono però irriconoscente verso i santi cristiani, malgrado abbia abbandonato ogni credo religioso precostituito, continuo a provare  solidarietà e rispetto verso Don Bosco.  Egli è il mio primo maestro e padre spirituale.

Paolo D’Arpini

domenica 26 febbraio 2012

Una considerazione laica sulla spiritualità, in qualsiasi condizione umana ci si trovi...

Paolo D'Arpini soddisfatto  ripreso alla Roccaccia di Treia

Ancora una volta mi sono interrogato sull’attuazione di una spiritualità laica e di come essa possa influire sulla nostra vita quotidiana, soprattutto in considerazione che oggigiorno la nostra vita nel mondo deve corrispondere ad esigenze  di efficienza e di partecipazione, in quanto nella società non sono più accettate forme di “assenza” che siano specificatamente dirette alla ricerca spirituale.


Questo soprattutto nella consapevolezza che la spiritualità laicità non può essere inserita in alcun filone “religioso”… Esistono comunità ed aggregazioni per cristiani, maomettani, buddisti.. insomma per gli “impegnati” nelle religioni, e basta!Tutto sommato ritengo che per noi laici la vita “nel mondo” sia più congeniale, anche perché la nostra ricerca non esula mai dal sé.. ed il sé è presente ovunque ed in ogni tempo… 


L’io individuale (ego) sorge dal riflesso della coscienza nello specchio della mente. Una sovrimposizione identificativa con l’oggetto osservato. L’oggetto è il corpo-mente che reagisce in relazione (al contatto) con gli altri oggetti esterni.Il momento che, nell’autoconoscenza l’identità fittizia con l’agente svanisce quel che resta è la pura consapevolezza. Non è perciò necessario, al fine della realizzazione, che le immagini -il mondo e l’osservatore- scompaiano, è sufficiente che la falsa identità con l’oggetto/soggetto riflesso (ego) scompaia. Ciò significa che il mondo può tranquillamente continuare a manifestarsi non essendo percepito come realtà separata, più o meno come potremmo considerare un sogno rispetto al sognatore.


A questo punto il Sé e la sua manifestazione sono visti come la stessa identica cosa mentre il senso dell’io separativo (del me e dell’altro) viene obliterato.


In fondo il dualismo è soltanto ignoranza di Sé.Il saggio osserva le azioni svolgersi senza che vi sia alcuna propensione o intenzione o giudizio in lui. Spontaneamente ogni cosa avviene confacentemente e conseguentemente al “destino” designato. Il destino è la risposta alla naturale interazione (e predisposizione) dei vari elementi ed aspetti psichici coinvolti…


Siccome tutto succede automaticamente non vi è alcuna “preferenza” nell’agire del saggio.


Anzi il suo stesso agire è (apparentemente) intenzionale solo agli occhi degli “altri”, giacché per il saggio ogni cosa accade di per sé. Ogni evento vissuto accade semplicemente in sua presenza e lui ne è il testimone silenzioso e distaccato. Il suo agire (o stato) può essere paragonato al sonnambulismo, od al sonno da sveglio.

Ed inoltre anche il concetto di “destino” o di azione deliberata ha un senso unicamente nella mente dell’osservatore ancora identificato con l’esterno, ovvero di un ego che si identifica con l’agente e con le sue azioni. Ma il momento -come già detto- che tale identificazione è distrutta ogni altro concetto collegato scompare.


La saggezza consiste nel rimanere immune dalla illusione dopo aver compresa la verità. La paura dell’agire e delle sue conseguenze (karma) permane solo in chi vede la pur minima differenza fra sé e l’altro. Finché esiste l’idea che il corpo/mente è l’io non si può essere espressione di verità. Ma certamente è possibile per chiunque, ed in ogni condizione, conoscere la propria vera natura poiché essa è assolutamente vera e reale, è l’unicum per ognuno.

Infatti lo stato di puro Essere è comune a tutti ed è la diretta esperienza di ciascuno. Vivere la propria vera natura questo si intende per auto-realizzazione, poiché il sé è presente qui ed ora.

Il pensiero di sentirsi separati è il solo ostacolo alla realizzazione dell’Essere onnipervadente ed onnipresente.  E pure dal punto di vista empirico identificarsi con l’agente (ego) è un impedimento al buon funzionamento dell’apparato psicosomatico, nel contesto del funzionamento globale. Per cui già l’accettazione intellettuale della verità è una forma liberatoria dalla propensione intenzionale (razionale) ad agire. Ciò che è destinato ad accadere accadrà.
E’ nell’esperienza di ognuno che arrovellarsi nella domanda è un handicap a trovare la risposta.

Paolo D’Arpini


..........

Testimonianze:

"Sia che continuiate a vivere in famiglia o che vi rinunciate e andiate a vivere in una foresta, la vostra mente vi perseguiterà. L’ego è la fonte dei pensieri. Esso crea il corpo e il mondo e vi fa pensare di essere un grihasta (mondano). Se rinuncerete al mondo non farete altro che sostituire il pensiero di sannyasi (rinunciante) a quello di grihasta e l’ambiente di foresta all’ambiente della famiglia. Gli ostacoli mentali però resteranno lì, anzi, in un nuovo ambiente persino aumenteranno. Non serve a nulla cambiare ambiente. L’ostacolo è nella mente, che deve essere “compresa” sia a casa che nella foresta. Se potete farlo in una foresta, perché non nella società? Allora perché cambiare ambiente? Potete impegnarvi nella ricerca anche adesso, in qualunque ambiente vi troviate.” 
(Ramana Maharshi)

……

"Ogni sentiero porta all’irrealtà. I sentieri sono creazioni con l’intento di trasmettere una conoscenza. Perciò i sentieri e i movimenti (religioni) non possono condurre alla Realtà poiché la loro funzione è di coinvolgerti nella dimensione dell’apprendimento, mentre la realtà viene prima di questo"
(L’Ultima Medicina - Nisargadatta Maharaj)


Commento: Indipendentemente dall’incontrarvi un maestro o no ogni sentiero è valido solo per la mente. Secondo la mia esperienza il rapporto con un maestro non ha lo scopo della trasmissione di qualsivoglia dottrina o insegnamento spirituale bensì di percepire il “tocco” o “profumo” della sua realizzazione. Le sue parole sono solo un sotterfugio per trasmettere la sua “grazia” (non c’è altra parola più pertinente ed appropriata per descrivere questo "passaggio")… trascorrendo il tempo nella sua “presenza”…
(P. D’A.)