giovedì 28 marzo 2019

Bioregionalismo. Il ritorno a casa... ed il caso di Paolo D'Arpini a Treia


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Treia e la sua comunità in piazza

"Vivere nel luogo in cui si vive sapendo che è la nostra casa, questo è il dettame bioregionale” (Saul Arpino) 

Questo dice la filosofia del bioregionalismo e corrisponde al sentire di chi non coglie alcuna differenza fra sé ed il luogo, di chi ritiene di esser figlio della terra in cui vive, facendo parte di tutta la comunità dei viventi.  E la terra non ha cantoni esterni, la terra è una ed indivisibile ovunque e comunque. La terra  -ed in questo caso vorrei specificare-  “questa terra treiese” è ora la mia casa,  assieme alla comunità di chi ci ha abitato prima di me e ci abiterà dopo di me. 

Ma il percorso del ritorno a casa –che è fisico e spirituale allo stesso tempo- richiede una fatica ed una grande pazienza. Richiede accettazione da parte di chi accoglie e da parte di chi si avvicina…  

“Ospite”  è sia chi riceve che colui che viene ricevuto, nella società umana, dei nobili esseri umani del mondo,  così si definisce l’accoglienza.   La mia famiglia paterna è anticamente originaria della Ciociaria (di Arpino appunto) e quando si è “viandanti e senza patria” occorre stare attenti a come ci si comporta… a come ci si esprime…    

Spesso mi sono interrogato su cosa significhi essere straniero, in effetti  mi son sempre sentito straniero, un ebreo errante senza più essere  ebreo. Anche quando abitavo a Roma (città in cui per altro son nato), e quando mi sono spostato in Veneto dove vissi per una quindicina d'anni, straniero  anche a Calcata dove addirittura restai per 33 anni. 

A Treia, la città  in cui risiedo dal 2011, sono ancora straniero, sia per i  treiesi  della campagna e  pure  per la  comunità  del centro storico, forse perché ho l'aspetto bizzarro di  uno che non si è  uniformato alle norme del “teatrino” convenzionale.     E’ per questo che in uno dei miei melodrammi  scrivevo “quanti sono gli stranieri in Italia? Almeno il doppio di quelli dichiarati dall’Istat”. Forse dovrei dire che sono molti di più, giacché  talvolta si può essere stranieri non solo se si è oriundi.  Talvolta a Treia uno è considerato "di fuori", perché originario di San Severino o  di Helvia Recina,  e lo è  pure chi abita in una contrada periferica, come ad esempio  Chiesanuova di Treia.  

Si è stranieri  allorché non si è della stessa squadra di calcio, dello stesso partito, della stessa parrocchia o si risiede in un rione diverso oppure  si familiarizza con un negro per strada  o ci si veste in modo strano...   Il destino crudele di noi “stranieri” lo conoscono in molti e non solo a Treia.   

Ma insistendo senza pretese,  pian piano il ghiaccio si scioglie -si spera- e dopo ripetute prove possiamo finalmente dire di essere tornati a casa, di aver riconosciuto e di essere stati riconosciuti. 

Paolo D’Arpini  

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Straniero a Treia


Post scriptum:
Diceva un’amica,  anche lei straniera  in casa: “Il fatto è che non è più nostra consuetudine cercare l’accordo con il luogo, considerandolo primario alla vita, solitamente riteniamo che sia la comunità a doverci accettare. Ma in verità il contenitore vero  è proprio il luogo, l’ambiente naturale, che ci ripara e nutre ed istruisce, se siamo pazienti e capaci di ascolto”.  

Personalmente ritengo però che non si debba evitare l’integrazione con la comunità, altrimenti c’è arroganza e separazione culturale nel voler mantenere  la distanza con gli altri abitanti del luogo.  E’ pur vero che spesso non ci sentiamo accettati dal resto della  comunità ma dobbiamo -come detto sopra- compiere un  tentativo congiunto di avvicinamento al luogo ed ai suoi abitanti…      (P.D'A.) 

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