lunedì 12 marzo 2012

Spirito senza frontiere e l’esperienza diretta della via senza via (zen)



Se qualcuno chiedesse cos’é il Ch’an (o lo Zen che é la sua  filiazione giapponese)? Sarei tentato di risponde che “sicuramente non é quel che stiamo facendo”, ovvero non può essere né descritto né letto. Può essere sì “trasmesso” attraverso l’esempio  ma solo quando l’osservatore é in grado di farlo proprio, come avvenne a Kashyapa che si illuminò osservando il Buddha sollevare un fiore in risposta ad una domanda filosofica.

Insomma il Ch’an o lo Zen sono espressioni che stanno a significare “esperienza diretta, naturale e spontanea” come in verità fu quella del Buddha che, abbandonati tutti i sentieri e tutti i metodi, infine mangiò, perché aveva fame, e si sedette, perché era stanco, e così ottenne l’illuminazione….

Dal punto di vista formale vediamo che il Ch’an, storpiatura del vocabolo sanscrito Dhyan (che vuol dire meditazione), nacque in Cina (nell’epoca T’ang fra il 618 ed il 907 d.C.) come risposta integrativa fra l’esperienza Taoista e quella Buddista. Entrambi questi “sentieri” sono “non formali”, non abbisognano di scritture o regole specifiche, essendo basati sulla scoperta di sé nel Sé. Essendo il laboratorio di ricerca il proprio interno, la mente, l’unica pratica consigliata è quella dell’introspezione meditativa… Non vengono seguiti metodi speculativi piuttosto si cerca di portare l’intelligenza al limite della sua tendenza raziocinante, talvolta attraverso insolubili quesiti o formule astruse sulle quali riflettere. 

Altra caratteristica esteriore che qualifica i praticanti della meditazione Ch’an è l’auto-sostentamento, cioè i monaci debbono seguire una ferrea disciplina e provvedere a se stessi attraverso il lavoro nei campi ed ogni altra attività utile alla sopravvivenza… insomma ci si aspetta che i praticanti non “vivano sulle spalle altrui” con la scusa della religione…

E della religione, direi ogni religione visto che l’iconoclastia si spinge contro ogni teismo costituito, il Ch’an ha perso ogni odore…. “Se incontri il Buddha uccidilo” -disse il maestro I-hsuan- Se incontri patriarchi o arhat sulla tua strada uccidi anche loro… Bodhidharma era un vecchio barbaro barbuto.. il nirvana e la bodhi sono tronchi secchi utili per legarvi l’asino. Gli insegnamenti sacri sono solo elenchi di fantasmi, fogli di carta buoni per asciugare il pus delle vesciche…”.

Divertente nevvero? Ma questa negazione del formalismo attinge alla realtà del “vuoto primordiale”  nonché all’allegro disprezzo verso ogni perseguimento, verso la sclerosi culturale che si ferma alla forma, sia nella letteratura che nella religione.

Il Ch’an e lo Zen, infatti, puntano a sovvertire il pensiero convenzionale e la conoscenza di seconda mano in modo che l’illuminazione acquisti significato nell’esperienza personale. Per questo é necessaria una forte disciplina, senza disciplina non é possibile interrompere le “fantasie” acquisitive della mente… e la disciplina deve avere -ovviamente- una duplice valenza… fisica e mentale (”ora et labora” diremmo noi…).

Per risvegliare la mente, ed indurre i praticanti a superare i limiti del raziocinio, alcuni maestri si specializzarono in stupefanti indovinelli che venivano sottoposti all’allievo. La domanda poteva essere “In che modo fai uscire l’oca dalla bottiglia?”, oppure “Qual’é il suono di una mano sola?”…  Ovviamente qualsiasi risposta basata sull’analisi teorica veniva salutata dal maestro con grida e sonore bastonature.

Malgrado l’apparente durezza l’insegnante Ch’an o Zen é sempre ispirato dalla “compassione” e perciò sa riconoscere quando l’allievo é genuinamente penetrato nella profondità del Sé ed in quel caso la sua risposta é un silenzioso sorriso… oppure come disse ad Hakuin il suo maestro: “Entra.. adesso ce l’hai..!”

Paolo D’Arpini

domenica 11 marzo 2012

Caterina Regazzi.. ed altre donne che corrono con i lupi, nella casa di tutti…

Dialogo invernale a Treia (Foto di Paola Torricelli)



 
 
Caro Paolo, stamattina stavo leggendo un passo del bellissimo libro “Donne che corrono coi lupi”, un brano in cui l’autrice parla della abitudine nella nostra società a rimuovere l’argomento “morte” senza considerare che la morte fa parte della vita e che la morte porta la vita. Ieri sera poi abbiamo visto, insieme ad un gruppo di amici, il film – documentario “Home” che ci racconta come, negli ultimi 50 anni l’uomo abbia trasformato, distruggendolo, almeno in parte, il mondo in cui viviamo, cosa che non era mai successa, ad opera di nessun altro essere vivente, nelle migliaia o milioni di anni precedenti. Senza considerare che, essendo tutto collegato, il male che abbiamo fatto alla natura, si ripercuote su noi stessi ed i nostri figli.

Nella nostra società cerchiamo di allontanare sempre di più la morte, con cure, farmaci, cosmetici e abbellimenti vari che ci fanno sembrare sempre più giovani, compreso la mancanza di quel lavoro fisico, duro, che dipingeva sui volti e sul corpo di quegli di quegli uomini, la loro vera età.

Mi sono chiesta: ma oggi quante sono le morti che sono o si possono considerare morti naturali e quante le morti, in età più o meno adulta, che sono causate volontariamente o involontariamente dall’uomo stesso o sono la conseguenza di attività umane?
Guerre, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, malattie professionali mortali (eternit, diossina, polveri sottili, etc.), e ci metterei anche gli omicidi causati da un’alterazione dei rapporti umani anche all’interno delle famiglie.

Ma forse anche tutte queste cause rientrano in un meccanismo che porta ad un ridimensionamento numerico del genere umano e quindi non si possono considerare cause “innaturali”. Le guerre tutto sommato, almeno dopo la nascita del patriarcato, ci sono sempre state e magari invece di un incidente su un trattore si poteva avere una caduta da una rupe. Certo é che il genere umano é sempre più alienato dalla sua naturalità.

Vediamo che in natura le varie specie selvatiche si autoregolano (se l’ambiente non é troppo alterato – normalmente dall’uomo, ancora). Gli elefanti, per esempio, migrano da un terreno all’altro alla ricerca del cibo e credo che tutte le specie animali, in casi di difficoltà di qualsiasi tipo, rallentino la riproduzione. In casi particolari si praticano “suicidi di massa”, vedi la storia dei lemmings e secondo me ci possiamo includere anche molti spiaggiamenti di cetacei. Gli esseri umani, viceversa, si riproducono di più dove le risorse ed il benessere sono scadenti e di meno dove il benessere é maggiore.

Di questo passo, cosa ci possiamo aspettare?

Non so se dire purtroppo o per fortuna certe risorse naturali a cui stiamo attingendo senza ritegno, si stanno esaurendo, così il petrolio; le acque sono sempre più inquinate per non parlare dell’aria. Quand’é che i governi metteranno al primo posto dei loro programmi la tutela dell’ambiente e solo in secondo piano i problemi economico-finanziari, dopo aver rivoluzionato i meccanismi ora perversi della stessa economia, talmente complessi e complicati da risultare incomprensibili alla maggioranza della popolazione, soprattutto a chi non vuole capire, pensando che riuscirà comunque a cavarsela in un modo o nell’altro?

E noi, in concreto, cosa possiamo fare? Questo, magari lo posso capire e lo capisco da sola: consumo responsabile (quanto mi piace poco questa parola, chi vorrebbe sentirsi dire che “consuma irresponsabilmente”?), cioè essere cosciente di quello che ci é necessario ed evitare il superfluo, per esempio la carne, moderare anche il consumo degli altri prodotti di origine animale, ritornare ai mezzi pubblici (corriere, treni), ridurre gli spostamenti, quindi cercare di vivere vicino al posto di lavoro e agli affetti, evitare spostamenti inutili, andare a piedi o in bici il più possibile, ridurre o eliminare l’acquisto di tutti quei beni di consumo di cui si può fare a meno.

Se guardo la mia casa o il mio guardaroba, credo di poter fare senza di ulteriori acquisti per molto tempo. Troppo spesso per me comprare qualcosa era un riempitivo di qualche “mancanza” di altro tipo, non certo di cose materiali.

Ma, a parte i comportamenti corretti, mentalmente, come ci si può e ci si deve porre, per cercare di porre un freno a questo arretramento dell’intelligenza? Ripetimelo ancora una volta!

Caterina Regazzi

sabato 10 marzo 2012

Il saggio è tale quando non sa di esserlo... Rutilio Sermonti

Fiorellino nel bosco


Caro Paolo D'Arpini, sbirciando nel sito “Bioregionalsimo Treia” e leggendo vari articoli che hai inserito tuoi e di altri ho notato con grande piacere che ne hai messo uno di Rutilio Sermonti!
http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2012/02/rutilio-sermonti-la-ragione-contro-il.html 

Non so se tu abbia la fortuna di conoscerlo ma siccome io lo conosco molto bene e ho il grande privilegio spesso di confrontarmi con lui su tante questioni ti posso dire che per me è una sorta di saggio (un savio classico più che un guru orientale direi)un Gandalf che ho a disposizione quando voglio attingere ad una fonte di conoscenza.



Una persona umile e per questo straordinaria, che sa vedere e parlare dello scibile partendo sempre da una visione organica e completa.

Un po come tu lo sarai (o meglio lo sei) sicuramente stato con qualcuno che magari non te lo ha detto direttamente ma ti ha preso come riferimento per le sue battaglie e per quello che riesci a rappresentare con il tuo sapere.

Praticamente i libri e articoli di Rutilio li ho divorati tutti perchè è appunto in grado di arrivare all’Uno partendo da qualsiasi cosa.

Te ne cito due che secondo il mio punto di vista sono ottimi: IL GRANDE SPIRITO (sugli indiani di America) e STATO ORGANICO (creare uno stato etico e platonicamente elevato spiritualmente osservando la Natura e i messaggi simbolici che offre in tutti i suoi mille modi di essere e di agire).

Questa è una pagina che sul sito di Memento Naturae gli ho dedicato per dargli una mano (diciamo che vive solo di quello che fa quadri, disegni, libri, articoli, sculture ecc. ma ha cmq la fortuna di avere tantissima gente che lo adora e che gli starà sempre accanto).

Dalla foto che gli ho fatto e l’espressione capirai perchè ho parlato di un Gandalf…con la pipa :-)
http://www.mementonatura.org/progetti/rutilio_sermonti.html

Un caro saluto grandissimo Paolo (ho fatto mettere su FB il tuo ultimo scritto)

Riccardo Oliva
Presidente Associazione Memento Naturae
Volontari a Difesa di Ciò che è Vita!!!




Teodoro Margarita: "Combattere l'erosione dei suoli, combattere l'erosione mentale..."

Teodoro Margarita

C'è una bella congiunzione, nel cielo, Venere e Giove si accompagnano e si sorridono nelle prime ore della sera. Febbraio e marzo in loro compagnia, complice una luna che sapeva tanto di stregatto, anche se solo per qualche giorno, hanno introdotto un marzo che sarà pieno di lavori nell'orto.Sono ancora tre anni che vivo a Cranno, neanche tre anni che mi sono sistemato su questo poggio, vedetta sulla valle e custode di una cascata.

Dovevate ammirarla completamente gelata: si è rivestita di un manto algido, una sorta di tunica lunga con un collo a sbuffo, un cratere sotto il quale scorreva un rivolo d'acqua e, sotto, un laghetto ghiacciato.

Via il gelo, ora i -15 gradi sono alle spalle e nell'orto il tepore permette di ricominciare a lavorare. Per prima cosa occorre preparare il terreno. Questo è un poggio e dunque costituito da balze, terrazzamenti in declivio. L'erosione è normale: la pioggia, la stessa forza di gravità spostano verso il basso masse considerevoli di sostanza organica... che a me occorre tutta qui, in alto, nell'orto, nelle strette strisce che devo apprestare alle coltivazioni.
Così, armato di pala, piccone, due secchi capienti, eccomi a spostar terreno dal basso verso l'alto, pian pianino si recupera l'erosione e , dove sto compiendo il lavoro, a ridosso di una recinzione, salvaguardo l'opera stessa e scavo una sorta di trincea che mi permette un agevole passaggio e garantisce che il successivo terreno che, naturalmente scenderà, venga fermato.


Risaia in Cina


Solo fatica? Solo sudore? Per niente. Ho in mente le grandiose immagini, foto scattate dall'alto di zone della Cina o della Thailandia: immense coltivazioni di riso estese seguendo le curve di livello delle montagne, non un albero ma solo risaie, una sull'altra, un lavoro di millenni, compiuto quando non v'erano nè ruspe e tantomeno mezzi meccanici di nessun tipo.

Generazioni e generazioni di contadini, milioni di esseri umani che hanno saputo con rara maestria rendere coltivabili colline, montagne in uno sforzo corale, una vera e propria "poesia", una poiesis, creazione collettiva che ha assicurato difesa dall'erosione, e così nutrimento, sicura fonte di cibo per tutto questo tempo.


Non è più così: nel mondo, ben lungi dall'affidarsi alla sapienza dei popoli contadini, l'attuale presunzione tecnocratica sta condannando milioni di ettari di terra, una volta fertile, alla morte, alla sterilità assoluta.

Ciò che la fatica e la sapienza dei popoli aveva saputo creare svanisce, annullato dalla smania di guadagno, dalla supponenza e dallo strapotere multinazionale.
Sementi Ogm, tecnologie invasive, uso massiccio di fertilizzanti chimici ed ecco che si sgretola, si annichilisce il connubio felice che il contadino aveva saputo stabilire tra le proprie pratiche agricole e la terra.

I trattori sempre più pesanti, la sparizione di ogni coltura mista, in Asia si allevavano le oche ed anatre in mezzo al riso, vi si pescavano le ranocchie e pesci, si coltivava di tutto: ora non più, monocultura intensiva e fine del paesaggio vario, intarsiato di alberi e colline, ponticelli e villaggi.

Erosione del terreno come mai si era conosciuta nella storia dell'uomo. Erosione mentale, il contadino, ridotto a puro operatore, non conosce più nulla, perse le sapienze millenarie, perse le canzoni.

Io volgo lo sguardo verso Giove e Venere e sorrido ancora. Sono un contadino anch'io e riesco a cogliere i movimenti degli astri, non solo a premere i tasti di un televisore. Mi dico fortunato, il computer mi serve a scrivere di queste cose, calde, rimandare o tentare di rimandare pensieri, considerazioni che, chissà, potranno arrestare, un poco, la tremenda erosione mentale, non solo biologica, in atto potentemente e folle, su questo piccolo pianeta che abito.



Buona Primavera, buon lavoro a tutti nell'orto  e nei giardini, buon lavoro e che la fine, la fine, non si avvicini.

Teodoro Margarita


Referente Seed Savers della Rete Bioregionale Italiana

venerdì 9 marzo 2012

Dalle predizioni Maya ai cambiamenti climatici.. - Mutazioni geomorfologiche in corso sul pianeta Terra...

Il Castello del Mago - Dipinto di Franco Farina


Sarà una mia pura impressione, ma avverto qualcosa nell'aria che mi da apprensione e qualche brivido. E come se dovesse accadere qualcosa di importante e nefasto.

Non sono tanto le bizzarrie del tempo sull'intero pianeta che mi procurano queste sensazioni, ma nuovi e impensabili fenomeni, il più preoccupante dei quali, secondo me, è quello che sta accadendo lungo le coste della California.

Sono molti i cetacei che abbandonano le coste americane per inoltrarsi in pieno oceano Pacifico.

L'altro giorno è stato avvistato un branco di oltre 2000 delfini letteralmente in fuga dai mari californiani. Solitamente i delfini vivono in branchi che non superano le 20 unità, vederne 2000 tutti insieme in fuga dalla California certamente mette paura. Sappiamo che i geologi da anni predicono un terremoto di magnitudine 11/12 della scala Richter lungo tutta la fascia della California, un evento catastrofico di inaudita violenza tanto che è stato definito il "Big One"... Che stia accadendo questo?

L'altro fenomeno che mi desta inquietudine riguarda i vulcani sommersi nella cosiddetta Cintura di Fuoco, che circonda il Giappone. Ebbene da qualche settimana si stanno attivando con un crescendo impressionante. Ciò ha già scatenato l'altro giorno nell'isola nipponica due forti scosse di terremoto in due zone distanti tra di loro. La Cintura di Fuoco è una vasta area geologica a forma di ferro di cavallo che circonda per circa 40'000 km l'Oceano Pacifico: partendo dalla Nuova Zelanda, inoltrandosi verso Nord e passando dall'Alaska per poi tornare a scendere verso la California sulla West Coast.

La Cintura di Fuoco è una zona della Terra dove si muovono le placche terrestri continentali e oceaniche, avvicinandosi l'una all'altra e inabissandosi lungo il Piano di Benjoff. Questo movimento terrestre genera continuamente scosse sismiche di svariata intensità, interessando nel contempo un'intensa attività vulcanica oltre che sismica.

Da circa 4 anni l'attività dei vulcani sottomarini è in continua evoluzione. Secondo alcuni geologi (Geophysical Research Letters) è possibile che i recenti tsunami siano i precursori di un massiccio spostamento di placche tettoniche e di una super eruzione vulcanica che farebbe impallidire quello che è accaduto 74 mila anni addietro, quando una massiccia eruzione vulcanica del monte Toba, nell’isola di Sumatra, rilasciò una impressionante quantità di magma in atmosfera (2.800 chilometri cubici), lasciando uno spesso strato di cenere in tutto il Sud Asiatico.

Le nubi scure ridussero la temperatura mondiale in media di 8-10°C rispetto alle condizioni attuali e quasi l’80% degli esseri viventi, compresi gli esseri umani, morirono.

Quindi la fuga dei delfini dalle coste californiane e il forte aumento dell'attività vulcanica della Cintura di Fuoco potrebbe, lo dico al condizionale, essere il preludio di qualcosa di drammatico. A questi due elementi va aggiunta la crescente attività della nostra stella che dopo 3 anni di "riposo" senza macchie solari, ha ripreso a bombardare con il suo vento solare la nostra ionosfera.

E questo, come tutti sanno, agisce sul magnetismo terrestre e, in alcuni casi, può anche accelerare processi tellurici latenti.

Un eventuale disastro geologico, di immani proporzioni, nell'area dell'oceano Pacifico potrebbe generare una serie di assestamenti su tutta la crosta terrestre i cui effetti non possiamo conoscere, ma che potrebbero interessare anche il nostro piccolo oceano, il Mediterraneo.

Speriamo che ciò resti solo una mia sensazione e che nulla di cui abbiamo detto possa avverarsi, altrimenti dovremmo dare ragione alle predizioni Maya.

 Ennio La Malfa

giovedì 8 marzo 2012

A favore di un rapporto paritetico e simbiotico con tutte le specie viventi.. La mia esperienza con la scimmia ed il kalaò...


Lieh-tze: “L’aspetto umano non implica intelligenza umana e viceversa l’intelligenza umana non implica che si debba necessariamente avere un corpo umano”.



Sono fermamente contrario alla vivisezione, in quanto avendo convissuto con vari animali nel corso di tutta la mia esistenza, ho scoperto come essi non siano assolutamente diversi dall'uomo. Noi e gli altri animali siamo una grande famigli e condividiamo in toto il patrimonio genetico. Noi umani abbiamo qualche gene in più.. tutto lì. Perciò ho sempre sostenuto  i pari diritti degli esseri viventi. Infatti alcuni ricorderanno la nostra petizione (del circolo vegetariano VV.TT.) in cui si chiedeva che le garanzie riconosciute dallo stato verso i cosiddetti animali d'affezione fossero applicate ad ogni altra specie.

Ciò dovrebbe portare ad una forma di vegetarismo di fatto.... 

Pur che non sono contrario alla parziale convivenza ed alla collaborazione fra noi e gli altri animali, poichè se interrompessimo il nostro rapporto a patirne saremmo tutti noi, umani e non umani.


Per questa ragione negli anni mi sono differenziato dalle posizioni di  animalisti etici e antispecisti che vorrebbero relegare gli altri animali ad un ruolo di  semplici creature autonome ed indipendenti. Se così fosse non sarebbe possibile la loro evoluzione che può avvenire -come succede per l'evoluzione spirituale- attraverso il contatto con anime "nobili ed evolute". L'uomo se smettesse di considerare gli altri animali come semplici oggetti da sfruttare culinariamente o come vittime di crudeli esperimenti potrà mantenere un rapporto di mutua assistenza con essi, un rapporto simbiotico, di  protezione e  collaborazione, che sicuramente gioverebbe a tutte le diverse specie.


Di questo sono sicuro.. avendo io stesso instaurato un tale rapporto con diversi animali "da cortile", e capre, e pecore, ed asini, e maiali, etc.  e  persino scimmie, nostri simili,  che condividono con noi il 99% del patrimonio genetico. Ho viaggiato per diversi mesi con un giovane cercopiteco orfano, talmente avvezzo agli umani da aver perso ogni traccia scimmiesca.. E le scimmie le capisco bene (essendo io stesso una Scimmia).


Pensare che questi cugini primi siano torturati nei laboratori di ricerca estetica, una ricerca inutile e deviata, mi fa piangere il cuore... Ho visto in Africa i cadaveri spellati di alcune scimmie vendute al mercato e lo shok è stato grande, sembravano corpi di bambini...  Per cui affermo senza remore che l'astenersi dall'uccidere gli animali per uso culinario o venale è un passo necessario  per la nostra crescita in intelligenza e che anche in Italia, dopo la legge contro il maltrattamento di cani e gatti, andrebbe considerata la “pietas” verso tutti i nostri consimili, come una necessità etico-filosofica. Senza cancellare però l'interscambio proficuo  fra tutte le specie.




Ed ora  vi racconto la mia prima esperienza di rapporto "scimmiesco",   eravamo all'inzio del 1973




La scimmia ed il Kalaò


Dopo un mese ad Abidjan mi sembra di aver conosciuto tutto della città, perlomeno nell’ambito dei rapporti e dei luoghi che mi erano consentiti. Chiacchierate attorno alla piscina dell’hotel più “in” (quello dove andavano i turisti americani) per stare a contatto con i ricchi, puntate nelle taverne plus africaine (in compagnia di prostitute e gente di malaffare), nottate passate in terrazze della città vecchia fra i tamburi che ripetono senza sosta il loro richiamo verso l’istinto, qualche festa o cena nella villa di qualche annoiato patron francaise e soprattutto permanenze pomeridiane al famoso Kalaò, il bar riferimento dei viaggiatori e della scenografia, una specie di Harris Bar in Costa d’Avorio.


Ero ospite di una signora francese che aveva sposato un alto funzionario africano e poi si era separata e viveva un po’ allo sbando ed un po’ nel finto decoro in una casa normale di Cocodì, il quartiere elegante di Abidjan. Con me c’era anche una piccola banda di giovani avventurosi e di belle speranze, giunti anch’essi ognuno per proprio conto alle porte dell’Africa Nera. Uno svizzero, due francesi ed un altro italiano, oltre ad un meticcio che era anche l’amante della donna. Ripagavamo l’ospitalità con qualche poulet e qualche bottiglia di birra.


A quel punto tutte le avventure che si potevano vivere ad Abidjan mi sembravano già vissute, le brochettes avec piment erano state tutte assaggiate, i ristoranti visitati, le ragazze frequentate, non mancava nulla e sentivo veramente di averne abbastanza della solita solfa e delle solite cose di un’apparentemente eterna “vacanza”. Sentivo la necessità di qualcosa di vero. Decisi un bel giorno di andarmene in brousse, di andare in qualche villaggio sulla costa, star da solo per scoprire nuovi agganci nuovi rapporti nuove situazioni. Salutai gli amici del Kalaò e partii, non ricordo come, forse su un pullman,  forse facendo autostop. Giunsi in un posto che era abbastanza lontano dalla città, dove non c’erano bouvettes né turisti, solo l’oceano e qualche rada villa.


Gironzolavo attorno cercando un posto per piazzarmi e trascorrere il tempo in isolamento e riflessione. Percorrevo a piedi una strada che costeggiava l’oceano, sentivo il rumore forte dei flutti e delle onde, attorno a me alberi maestosi che mi riparavano dai cocenti raggi del sole.

Ad un certo punto vidi in distanza una specie di tukul disabitato che stava a poca distanza dal mare, proseguii in quella direzione e scorsi, nascosta dalla vegetazione, una grande villa colonica di cui forse il tukul era una dependance, mi avvicinai all’ingresso per capire che aria tirasse in quei paraggi... e proprio allora mi avvidi di una grossa scimmia che mi guardava. Era uno scimpanzé molto grande, alto all’incirca come me, muscoloso e sveglio.



Mi sentivo un po’ a disagio ma osservando meglio scoprii che lo scimpanzé era legato ad una catena e capii che era stato messo lì di guardia per spaventare i passanti. Mi avvicinai ma restai a due passi dalla bestia, non aveva un’aria minacciosa, anzi mi ispirava molta pena. Pensate un animale così nobile ed intelligente costretto alla catena, davanti alla vastità della foresta e dell’oceano, solo per accontentare le esigenze di qualche riccone egoista. Rimasi per un bel po’ a fissare la scimmia ed anche lei mi guardava, sembrava che leggesse il mio sguardo.


Sentii l’impulso di avvicinarmi ancora e restai in silenzio davanti a lei con rispetto e compassione, non osavo avvicinarmi di più, la paura della sua bestialità me lo impediva, allungai una mano come per salutarla ed in quel preciso istante la scimmia repentinamente si allungò al massimo della lunghezza consentita della catena e mi abbracciò.


Si, mi prese fra le sue braccia muscolose e pelose e mi strinse al suo petto con forza. Pensai di svenire, immobilizzato in quell’abbraccio, ma non urlai, non tentai di scappare, ero esterrefatto, fermo, non volevo offenderla o creare una situazione reattiva in lei. Un momento indimenticabile in braccio a King Kong….. Ad un certo punto, non so dopo quanto, la scimmia aprì le braccia e mi lasciò andare, indietreggiai di un passo, non fuggii, e continuai a guardarla per capire cosa mi avesse voluto dire. Mi accorsi allora che era una femmina.


Ormai era scesa la sera mi allontanai e mi sdraiai nella capanna, con il vento ed il mare che ululavano divertiti della mia angoscia, rimasi in un trepido ascolto. Ero così sconvolto, così stranito, che la notte non riuscii a chiudere occhio, quel tukul mi sembrava l’ingresso dell’ade, una voce inconscia mi diceva che dovevo lasciarmi andare alle forze oscure della natura, mi masturbai senza alcun piacere come se dovessi semplicemente compiere un dovere od un rito.


L’indomani mattina presto ritornai sui miei passi, la scimmia non c’era più. Abbandonai ogni progetto di solitudine e riflessione e feci ritorno al Kalaò ed alla vita di Abidjan.


Ma non durò ancora a lungo….


Paolo D’Arpini

mercoledì 7 marzo 2012

Ai confini fra Turchia e Persia.. con il santo musulmano del Monte Ararat - Memorie di un lungo viaggio trascorso...

In viaggio.... Dipinto di Franco Farina





Spesso mi son posto criticamente verso alcune posizioni assunte nei paesi islamici, che non tengono conto dei diritti delle donne e della libertà individuale. Ma a dire il vero forse lì la condizione femminile gode di maggior rispetto umano, sia pur nelle ristrettezze dell’espressione formale, altrettanto dicasi per le dignità personali godute nella vita sociale, ove è più sentita la regola del rispetto reciproco e dei valori condivisi.

Insomma l’Islam è poco “libertario” ma l’uomo comune vive in un ambito comunitario più rispettoso dei rapporti umani. E poi l’Islam non è solo Medio ed Estremo Oriente e Nord Africa possiamo tranquillamente affermare che l’islamismo si è ben inserito nelle pieghe della società occidentale e non solo per gli emigranti ma anche per gli europei “convertiti” soprattutto a causa del rispetto delle norme sociali comunitarie manifestato in questa cultura. La gente si converte all’Islam perché si sente socialmente più protetta e solidale.

Questo dovrebbe far meditare i nostri padri cristiani ed i nostri sociologi che ormai si interessano solo degli aspetti “economici” del benessere…


Personalmente, come tutti ben sapete, non ho alcuna predisposizione religiosa, sono un laico, ma la mia laicità mi consente di osservare senza paraocchi ciò che avviene attorno a me.

Se c’è un saggio cristiano, lo riconosco, se c’è un saggio ateo pure, se c’è un santo musulmano davanti a me anch’egli non disconosco….

E questa che segue vuole essere la narrazione di un tale incontro, un incontro che è rimasto profondamente scolpito nel mio cuore, sia pur senza un seguito od approfondimento. Passavo in mezzo al deserto ed ho percepito un forte profumo di santità, sono rimasto inebriato ed ho continuato per la mia strada sorridendo…




Il mio incontro con il santo musulmano del monte Ararat

Qualcosa di sconvolgente per simbologia ed evento, allo stesso tempo un’esperienza di familiarità, semplicità e sorpresa. L’incontro con quel santo “sufi” avvenne parecchi anni fa, forse nel novembre del 1975, a quel tempo avevo già intrapreso un viaggio, piuttosto mi ero ritrovato in viaggio.

Non proprio una decisione, una compulsione ad andare avanti. Ero così giunto, lasciata da tempo Ikaria l’isola dove cadde Icaro, inaspettatamente a pochi kilometri dal monte Ararat. Non che particolarmente volessi visitare quel monte, in verità stavo avvicinandomi alla madre India sul vecchio percorso di Alessandro Magno, via terra e con mezzi di fortuna, da solo.

Quel monte era il portale attraverso il quale entrare in Persia (si chiamava ancora Persia ed era comandata dallo Scià Reza Phalevi), dovevo per forza passare di là se volevo andare avanti. Una prima avvisaglia dell’esperienza che mi attendeva, un segnale (od “omen” come dicono gli inglesi), fu allorché mi ritrovai senza più Lire sufficienti a pagarmi il bus per il confine. Veramente avevo ancora qualche dollaro spiccio e pensai di cambiarlo contattando un turco dallo sguardo onesto, a gesti gli feci capire la situazione, lui mi guardò e rifiutò i miei dollari dandomi invece un po’ di Lire, più che sufficienti per il biglietto, così, a gratis.


Soddisfatto per la buona fortuna decisi di andarmi a bere un buon tè turco prima di lasciare definitivamente la Turchia. La sala da tè era ordinata come una scacchiera e con tavoli sparsi e distanziati, dopo un po’ che stavo lì seduto, guardandomi attorno in quell’ambiente surreale, qualcuno mandò al mio tavolo dei biscotti, io dissi al cameriere “da chi vengono questi biscotti che non ho chiesto?” A gesti il cameriere mi indicò una persona di mezz’età dall’aria gentile che mi fece un sorriso, accettai i biscotti e dopo poco lo salutai andandomene al Bus Stand per superare l’ultimo lembo di Turchia .

E finalmente eccomi sotto il massiccio roccioso dell’Ararat. Dal lato turco sembra una torre nera immensa ed altissima, che parte perpendicolare, improvvisamente ergendosi dal suolo. A fianco, sotto il monte, il posto di confine, con andirivieni di gente variegata, chi viaggiava a piedi, chi su carri, chi sopra asini, su vecchi camion e pulmini, automobili nere lunghe giravano ovunque.

Questa volta mi accorgo che non son proprio solo in questo viaggio, scopro anzi una vera e propria carovana di “strani” pellegrini, o sderenati hippyes come li si vuol chiamare, gente di tutte le facce ed oltre. Faccio amicizia con uno svedese dall’aria buona, parliamo molto di spirito e di ricerca interiore. Un altro buon segno, mi dico.


Passiamo così la frontiera, finalmente siamo in Persia! Che impatto maestoso la vista dell’Ararat, da questa parte esso scende pian piano in declivio, sulla costa si scorgono innumerevoli occhi, sono le finestre e le porte di una città rupestre.

Ai piedi del monte invece una specie di baraccopoli con alberghetti sderenatissimi, cambiavalute in giro ovunque, offerte di passaggi in minibus, sguardi persi di “fatti” che zombeggiano, poche ragazze occidentali che si guardano attorno stranite, quella che mi era sembrata -quand’eravamo ancora in Turchia- una carovana, pare adesso una banda di fuggiaschi, sperduta, impossibile da decifrare.

Nessuno pensa ad andare sul monte ma io sono attratto da quelle finestre e da quel silenzio lì sopra, sembra quasi una città abbandonata…. Chiedo in giro e qualcuno mi dice che quella è la città antica, che è ancora abitata ma nessuno straniero ci và perché è troppo in alto ed è raggiungibile solo a piedi. Bene, rifletto, ecco un’occasione per rendere omaggio al monte Ararat (l’approdo dell’arca di Noè) prima di continuare il mio viaggio verso oriente.

Mi appresto a salire, seguo i tornanti con decisione, la strada è vuota, penso “ma qui non c’è proprio nessuno”. Invece, guardando bene, da quei buchi scopro delle facce che mi guardano, più avanti alcuni passanti indjallabbati mi passano a fianco ignorandomi.


Tutto a un tratto ecco che appare uno strano corteo svolazzante, da lontano sembra una processione, mi avvicino ed anche il gruppo si avvicina, In mezzo scopro una figura ragguardevole, piena di attrazione magnetica, tutti la circondano come fosse un re.

Quell’uomo ha uno sguardo terso, indossa un abito lungo con dei colori addosso, almeno mi sembrano colori o riflessi blù, improvvisamente -a circa dieci metri da me- egli si ferma ed anch’io mi fermo. Lo guardo e lui mi guarda, con la coda dell’occhio vedo che i suoi seguaci restano un po’ sorpresi, non sapendo che fare mi osservano con curiosità poi tornando con lo sguardo al loro capo.

A quel punto mi rendo conto di stare davanti ad una santo, lo penso così, spontaneamente, senza ragione apparente, ma voglio anche cercare di capir meglio se è vero. Fisso intensamente quell’uomo ed anche lui mi fissa, io congiungo le mani al petto in segno di saluto, a questo punto lui fa come un gesto indicandomi, sento qualcosa al petto, il cuore batte forte in una percezione di inevitabilità, ed all’improvviso come son venuti quei dervisci tutti assieme scompaiono quasi volando.


Sono restato così in mezzo alla strada, imbarazzato, ancora una volta il deserto attorno, non un’anima viva, nemmeno un cane, chi poteva condividere con me quel momento? Non me la sentii di avvicinarmi oltre e decisi di tornare indietro, nelle retrovie, dove mi attendeva una notte insonne in una taverna sgangherata e rumorosa piena di viaggiatori d’ogni tipo (infatti c’ero anch’io).

Eppure, quello sguardo…..

Paolo D’Arpini